LA GRANDE COMPONENDA
LA GRANDE COMPONENDA

1. Ordine e caos non esistono. Ne esistono interpretazioni. Spesso strumentali. Il mio ordine è il tuo caos e viceversa. I conflitti fra e dentro gruppi umani vertono sulla distribuzione ineguale di ordine e disordine. Mai ottimale. Ne deriva instabilità permanente fintanto che vi sarà vita su Terra. Vale anche l’opposto: la guerra per finire ogni guerra è la guerra per la fine del mondo. E della nostra specie. Sempre che nel frattempo, ispirati da Musk, non ci saremo impiantati in altri pianeti.
Fino alla metà del Novecento queste erano speculazioni al servizio di moderne idolatrie che postulando la possibilità dell’impossibile frenavano la realizzabilità del possibile. Mai definitivamente limitato. Da Hiroshima in avanti sappiamo che non c’è limite alla nostra capacità di distruggere e autodistruggerci. A differenza delle teorie che anelavano la fine della storia, oggi le prassi per la redistribuzione di ordine e caos possono finirla davvero.
Il vantaggio degli altri animali su noi sapientes sapientes è che raramente azzardano l’impossibile. Il che non li immunizza dalle nostre eventuali follie. Incubo estendibile all’intera Natura cui rifiutiamo di appartenere perché pretendiamo ci appartenga, con ciò abilitandoci a saccheggiarla quali suoi autoproclamati Signori. Ce n’è abbastanza, crediamo, per misurare l’arroganza delle potenze che si contendono il primato nel loro esclusivo campionato. Questa corsa al Santo Graal può deragliarci tutti per sempre. Ci dev’essere follia in tanto metodo.
Robert Ardrey, etologo, commediografo e ispiratore dello Stato profondo a stelle e strisce noto agli affezionati di Limes, ha fissato che «società è un gruppo di esseri ineguali organizzati in vista di necessità comuni» 1. Ne traiamo con dolore che la società degli umani non esiste per carenza di scopi condivisi. Saremmo davvero grati a chiunque dimostrasse che la nostra specie persegue gli stessi fini, sicché siam fratelli tutti. Dal concorso escludiamo l’intelligenza artificiale (Ai), della quale temiamo l’inclinazione a barare tipica degli iperpotenti.
Nel frattempo, il mestiere ci chiama a interpretare. A che punto è la lotta fra potenze per la conquista del miglior equilibrio fra ordine e caos? Dipende dal modo in cui i competitori si raffigurano lo standard per loro ideale di tanto manipolabile miscela. Fermo che non si danno misure assolute dei due paradigmi, solo provvisori aggiustamenti reciproci. Dialettica di gemelli siamesi. Sicché ordine totale equivale a caos totale. Vincolo speculare. I due poli sono volti di Giano, romano dio delle porte e dei passaggi, custode delle soglie, del limitare (sostantivo e verbo). Nostro lare adottivo.
Caos è il dinamico ordine del mondo. Incontenibile nelle categorie scientifiche perché agitato dalla storia. Ordinare il caos interno è impresa cui ogni società che si voglia soggetto geopolitico deve dedicarsi. Per abilitarsi a competere nella conquista di spazi territoriali e spirituali, contestati o contendibili. Nessun soggetto sovrano può ambire a dominare tutto e tutti. Né insediarsi al di sopra della rete di connessioni che informa qualsiasi sistema, dal corpo umano al sociale. La mente suprema dell’autorità assoluta è tragicomica finzione. Avverte il patologo/filosofo Neil Theise: «Il cervello è nella rete ed è agito mentre agisce. Non sta semplicemente scrutando il resto del corpo dall’alto del suo trono nel teschio». Siamo architettura di organi dotati di funzioni specifiche. Nessuna comanda da sola: «Tutte le interazioni sono locali. Ogni elemento del sistema complesso interagisce con ogni altro elemento grazie a reti intessute di connessioni locali» 2. Tradotto in geopolitica, nessuno può esercitare il dominio completo sulla sua società, ancor meno su quel composito arcipelago di comunità periferiche centrate sul capo che si vuole impero. Argomento che scettici incurabili estendono a Dio. Se esistesse dovrebbe autolimitarsi per provvedere alle sue creature in espansione infrenabile, dedite a distruggere il Creato. Con ciò negherebbe la propria divinità. O l’eserciterebbe su scala ridotta. Se Dio esiste, è semidio.
Ricorda qualcosa?
2. Viviamo un eccesso di caos prodotto dalla simultanea crisi del Numero Uno e dei suoi sfidanti. America, Cina e Russia temono per la propria esistenza. A quei gradi di autocoscienza ti consideri in vita solo se grande potenza. Se ridotto a rango inferiore, sei tentato dal suicidio (Urss docet). Ti lasci andare. Di qui la Guerra Grande su più teatri, caldi o tiepidi, che se non sospesa virerà in Totale. Il disordine apre vuoti che invitano gli ambiziosi. Antichi imperi già diagnosticati in irreversibile disarmo (Turchia, Giappone), fu colonie che si riscoprono Stati-civiltà (India/Bharat), nazioni umiliate e offese in risalita causa infragilirsi dei vicini (esempio Polonia). Mentre annaspano i protagonisti dell’altro ieri, dall’Inghilterra penultimo egemone alla finta coppia Francia-Germania, confitta nel simul stabunt simul cadent. Le onde del caos inghiottono terre neutre o trascurate, riducono le distanze fra i tre Grandi, gomito a gomito nei Mari Cinesi, in Ucraina, presto nell’Artico.
La transizione egemonica scorre dall’America al caos. Vi resterà a lungo. Un colosso senza eguali non si scioglie dalla sera alla mattina, specie se capace di trascinare nel disastro il resto del mondo. Quando stimerà giunta l’ora, il suo ultimo desiderio sarà impedire che altri occupi il suo trono. L’America è in lotta con sé stessa. Conflitto epico, cui si applicano i versi esoterici di Theodor Däubler, austriaco di Trieste, scolpiti nell’Inno all’Italia (1916): «Il nemico è la figura della nostra stessa questione/ e lui andrà a caccia di noi, noi di lui, fino alla stessa fine» 3.
In lotta per la sopravvivenza, America sa che il suo male interiore si cura in rapporto col mondo, ma solo dopo aver ristabilito l’ordine naturale delle cose. Noi davanti, gli altri dietro o contro. Ne è convinta la nuova combinazione vincente di élite postliberali e disinibite tecnostar, ibridi anarco-autoritari, sostenuta dall’entusiasmo vendicativo dei ceti medio-bassi frustrati dalla globalizzazione, dall’«invasione» di allogeni non assimilabili al canone Wasp, dal declino del proprio stile di vita. Questa strana alleanza ha trovato in Donald Trump il suo esuberante campione. Profeta del «senso comune». Brutale nella logica e nei gesti. Incarnazione del «terribile semplificatore», idealtipo del demagogo insofferente delle regole evocato con orrore da Jakob Burckhardt a fine Ottocento. Ispirato al Trasimaco della Repubblica platonica: «La giustizia non è altro che l’utile del più forte» (I, 339c). Lui si battezza «genio molto stabile». Eletto da Dio che deviò il proiettile con cui il satanico Stato profondo sperava di liquidarlo. Storia dirà. Intanto constatiamo che c’è del genio nel suo agire terribilmente semplificato. Da prendere alla lettera.
Il primo atto del secondo Trump, eversore e uomo d’ordine, è molto scenografico. Frenetico. La malattia dell’America richiede cure pericolose. Ci vorrà tempo per risanare il paziente, se possibile. Un presidente quasi ottantenne, con appena quattro anni di mandato davanti – ammesso non finisca di reinterpretare la costituzione inventandosene un terzo – ha fretta. Ricomincia da dove può cogliere subito frutti: il mito americano. La sua narrazione esalta la volontà dunque la certezza di tornar grande. Per Trump volere è potere. Volere significa sognare e far sognare. Rivelare ai compatrioti il destino manifesto 2.0. Serve nuova frontiera (carta 1). Metaverso operativo. Ergo: dominio dello Spazio per controllare la Terra ed entusiasmare il pubblico con la leggenda marziana raccontata da Musk; primato rafforzato nell’intelligenza artificiale per governare il ciberspazio, guidare la rivoluzione tecnologica, reinventare l’industria su princìpi inediti, forse fantastici – evitando di scoprirli troppo presto per non alienarsi i colletti blu; spegnere gli incendi ucraino e mediorientale e prepararsi alle guerre del futuro di cui intravvediamo appena l’alba. Possibilmente senza combatterle grazie al ristabilimento della deterrenza perduta. Alfa e omega di questa narrazione gli annunci a raffica via social media.

Le tecnostar presidiano i capitoli del mito. Sono i generali che guidano le rispettive avanguardie sui fronti tecnologici di valore strategico. Potenze quasi autonome che Trump intende sfruttare, controllare e dividere mentre penetrano informalmente le fatiscenti strutture dello Stato. Si annuncia battaglia fra tribù trumpiane su competenze e poteri pubblici e privati. Meglio: pubblico-privati, stante la sovrapposizione di funzioni e responsabilità. Partita senza regole. Prima o poi lo scontro fra Trump e Musk, il più celebre e potente fra gli oligarchi della frontiera tecnologica, dal presidente vezzeggiato o frustrato a giorni alterni, pare inevitabile. Partita decisiva, perché senza tecnostar il sogno trumpiano volgerebbe in incubo.
Trump il rivoluzionario si avvicina al bivio dove si parrà la sua cifra. Raro ma vero: il successo o il fallimento di un singolo influirà sul destino della nazione e del mondo. Prova di quanto profondo e strutturale sia il dissesto emotivo degli americani. La rivolta di una coorte di ricchi sfondati annoiati dai soldi ed eccitati dal potere ha steso l’esausto establishment centrista. Gli ologrammi dell’amministrazione Biden si godono immeritato riposo. Mentre le burocrazie federali e degli Stati blu si danno alla guerriglia partigiana col supporto degli apparati duri. Guerra civile a bassa intensità.
Il tycoon newyorkese vuole tagliare il nodo di Gordio che sta strangolando l’America: l’incompatibilità fra eccezionalismo e universalismo. Complexio oppositorum inscritta dai padri fondatori nel codice genetico a stelle e strisce, che ha fatto degli Stati Uniti un esemplare unico nel bestiario delle potenze. Rifare grande l’America vuol dire optare per l’eccezionalismo contro l’universalismo. Stabilirsi insuperabili sulla vetta del mondo com’è, non redimerlo per come dovrebbe essere. Se vuoi riaffermarti Numero Uno tenendo i cinesi a distanza di bastone non puoi consumarti in guerre infinibili, spesso perdute, al meglio sedate. Né evolvere altrui tirannie in democrazie, violentare tribù per trarne nazioni, trasmutare miseria altrui in benessere a spese dei tuoi semiproletari. America First significa risvegliare l’orgoglio di un popolo che si sapeva faro dell’umanità oggi piegato su sé stesso ad autocompatirsi o meditare vendetta. Frastagliato in dozzine di appartenenze mentali e sociali arroccate in perimetri respingenti. Ciascuna con il suo pomerio. Straniere le une alle altre.

L’eccezionalismo di Trump è territoriale. L’America come terra di casa. Spazio preservato da Dio a favore del patriota cristiano bianco. L’Idea non basta – per quel che ne resta. Obiettivo Greater America padrona del semicontinente nordamericano. Protetta da dazi e tariffe. Fortezza impenetrabile. Di qui il presidio dell’immensità artica, minacciata dalla penetrazione cinese che avanza coperta dalla Russia lungo la rotta settentrionale, via breve fra Estremo Oriente e America, presto emancipata dai ghiacci impedenti. Washington vuole estendere la sua sovranità a Canada, da comprare, e Groenlandia, da prendere con la forza se Danimarca resistesse. Finalmente un limes per gli Stati Uniti Imperiali, fra Artico e Rio Grande/Bravo. Più l’exclave di Panamá, passaggio breve fra i due oceani che proteggono dagli intrusi (carta 2). Nucleo dalle risorse sufficienti a dominare i rivali purché non scada nella tentazione di eliminarli o peggio convertirli. Pax Americana che Trump, monomaniaco del deal, pretende stabilire affare dopo affare. Pistola sul tavolo (carta a colori 1 - in apertura).

Niente di nuovissimo sotto il sole. Gran parte del territorio federale è stato acquisito via accordi con lo Stato cedente, talvolta gratificato con mance in denaro, spesso convinto con la forza o la minaccia di usarla. Operazioni di real estate. Su tutte svetta la cessione della Louisiana da Napoleone agli States (carta 3). Oltre 2 milioni di chilometri quadrati, bacino strategico del Mississippi incluso, che avrebbero fatto della Francia la superpotenza mondiale. Comprati per 15 milioni di dollari del 1803, equivalente di 419 attuali. Neanche un decimo del valore medio di un club della Nba (4,6 miliardi).
Colpisce la mancata continuità territoriale della Greater America secondo Trump. Tra l’ispida foresta del Darién – barriera tra Panamá e Colombia dove l’asfalto della Pan-American Highway che collega l’Alaska all’Argentina cede per 105 chilometri a impervi sentieri solcati dai migranti verso l’Eldorado – e il Rio Grande/Bravo si stagliano gli staterelli centroamericani e il gigante messicano. Nella logica della fortezza parrebbe naturale asciugare questa palude infetta, per descriverla nel gergo trumpiano. Prendersi almeno il Messico. Invece no. La ragione è che i 130 milioni di messicani violano il canone razziale americano. Ispanici di credo e tono cattolico, misti a residui amerindi, se aggiunti ai 40 milioni di ex compatrioti radicati negli Usa formerebbero un blocco inassimilabile dai declinanti Wasp. I confini della Greater America sono stabiliti dalla razza prima, dagli imperativi strategici poi. Senza demografia sufficientemente omogenea non esiste nazione e senza nazione dominante non si dà impero.

«La razza ha disegnato il paese», decreta Daniel Immerwahr, storico della più grande America 4. Il profilo megamericano è celato dalla logo map (figura) che riduce gli Usa al mainland. Dissimulazione. America proper geopoliticamente corretta, dunque falsa, utile a diffondere l’immagine di una repubblica continentale, senza Alaska, Hawaii né la pletora di territori oceanici che punteggiano l’empire in denial. Impero che non può svelarsi a sé stesso perché i suoi cittadini mancano del tic imperialista coltivato dall’ex padrone inglese, ereditato in quelle ex colonie solo da una battagliera minoranza politico-militare ispirata da febbricitanti visionari.
Greater America è impero vestito da nazione. Prioritaria la coesione dei suoi abitanti, decisa dalla razza nel senso anche culturale del termine. A conferma che Trump ha un debole per Platone, scopriamo nella Repubblica (IV, 423b-c) il precetto socratico che modula la sua verve espansionistica: «Accrescere lo Stato finché possa, crescendo, rimanere uno». Dunque Canada sì, quale paese di bianchi sufficientemente anglo pur con macchie francofone e cattoliche (carta 4).

Groenlandia pure, in quanto semivuota (trascurabili i 57 mila umani, in grande maggioranza indigeni interessati allo status e al dollaro) ma ricca di risorse naturali, di basi e installazioni militari – tra cui tunnel sotterranei per migliaia di chilometri – costruite da quando, durante la seconda guerra mondiale, Roosevelt trattò la più grande isola del mondo come proprietà nazionale per impedire che finisse sotto Hitler. Messico proprio no. Escluso perché vettore di indesiderabili. Da tenere sotto schiaffo minacciando spedizioni punitive a caccia di migranti clandestini. Giustificabili con l’intenzione di colpire i cartelli della droga che spacciano fentanyl e altri oppiacei sintetici i cui precursori chimici vengono dalla Cina in tutti gli States, perciò bollati «organizzazioni terroristiche» da Trump. Corollario: il Messico è uno Stato che copre i terroristi. Giusta la dottrina Bush proclamata dopo l’11 settembre, i militari statunitensi che pattugliano il fronte del Rio Grande/Bravo sono abilitati a scorribande antiterrorismo nel Messico non proprio sovrano (vedi appendice di Laura Canali e carte a colori 2, 3, 4).

Il sottotesto razziale dell’espansione evoca infine l’Anglosfera, rappresentazione geopolitica di antico fascino che circoli trumpisti cantano impero esterno della Greater America. Confederazione fra Stati Uniti – con annessi Canada, Groenlandia e Panamá – Regno Unito, Australia e Nuova Zelanda. Di un bianco abbagliante, quasi totalitario. Famiglia unita dalla lingua, dalla storia e dalla familiarità che ne deriva. Fondata sulla reciproca fiducia. Già strutturata come burocrazia intergovernativa quanto a intelligence e molto altro.
Conclusione per noi europei poco gratificante. A questa America da combattimento interessiamo come strumenti, non partner. Trump vuole un’America americana, non occidentale. In senso geopolitico e culturale. L’Europa è fuori radar. Di questo declassamento siamo responsabili noi.

3. L’Europa non è a misura della storia. Quel che è peggio, non vuole saperlo. Si tappa occhi e orecchie pur d’illudersi di esistere. Di valere. Matrice del mondo moderno, dominato e spartito per cinque secoli dai suoi imperi, continua a sognarsi maestra dell’umanità. Paradigma supremo. Sofisticata isola del Bene nel caotico, bellicoso arcipelago del Male.
Homo europaeus non ammetterà mai, come Carl Schmitt: «Io sono un vinto. Due guerre mondiali perdute, due» 5. L’inerzia della gloria, un giorno conquistata sui campi di battaglia, trascende nel pretendersi modello universale. Smesso il mestiere delle armi, la nostra presunta grandezza sta nell’irradiare l’ordine della pace, di cui ci proponiamo esempio. Con sprezzo del ridicolo. Come il cavaliere dell’Orlando Innamorato che «del colpo non accorto, continuava a pugnar, ed era morto (…) e fe’ morir chi il vide dalle risa» 6.
O forse viviamo noi, europei occidentali, una di quelle esperienze di pre-morte su cui si affaticano i neuroscienziati. Aura di serenità descritta da chi riemerge dal coma e ricorda l’aldilà, luce nel tunnel dell’incoscienza. Miracoli del tempo sospeso che comprime in attimi estatici i travagli di una vita.

Di sicuro pratichiamo con successo la rimozione della realtà. Franco Fornari, psicoanalista e psicostorico, conscio di come siano i codici affettivi a muovere la storia, studiò quasi mezzo secolo fa il sonno dell’Europa per stabilire quali sogni contenesse. Vi scoprì incubi. Rimossi via sindrome della callosità emotiva: «Allo stesso modo in cui il contadino lavorando con le mani sviluppa calli cutanei, così chi riceve continuamente informazioni spiacevoli è indotto a sviluppare calli nel cervello. È una forma di difesa. La sindrome di callosità emotiva si è sviluppata parallelamente all’estendersi dei mezzi di informazione e comunicazione di massa» 7. Diagnosi attualissima. Pur di non vedere il caos intorno e dentro di noi siamo tentati dal disertare il surplus di «informazione» che ci allaga la psiche. A rischio di un’alienazione emotiva che ci protegge dai fatti. Quindi dal dovere di interpretarli. La storia cade in prescrizione. Con essa la nostra responsabilità.
Siamo come il Neo di Matrix, chiamato a scegliere fra pillola blu e pillola rossa.
Dove la blu, sedativa, gli consente di convincersi che le brutte esperienze vissute sono allucinazioni, sicché può adattarsi alla pseudo-realtà di Matrix. La rossa lo riconsegna alla tremenda realtà. A differenza di Neo-Keanu Reeves, che sceglie di affrontare il suo mondo del secolo venturo com’è nel film e forse effettivamente sarà – gli umani in guerra contro l’intelligenza artificiale che gli si è rivoltata contro – l’europeo delle ultime tre generazioni preferisce la pillola blu che lo inchioda alla finzione matriciale.
Sarà che blu è il colore dell’Europa virtuale. La leggiadra Unione Europea, che non per stenografia battezziamo «Europa». Con tutto il carico valoriale, il peso storico, la pretesa pedagogica che il Continente si è autoassegnato. Se l’Europa anziché mito fosse attore geopolitico, il trauma Trump dovrebbe riportarci alla realtà. Fuori dalla chiacchiera del «progetto europeo» di cui nessuno conosce il testo, l’irruzione del Terribile Semplificatore dovrebbe rammentarci il motto di Mike Tyson: «Ognuno ha un piano finché non gli arriva un pugno in bocca» (foto 1). Nel nostro caso, il rischio è di non prenderci quel salutare cazzotto perché per Trump nemmeno esistiamo. Come paventa Zelens’kyj, il mondo potrebbe «andare avanti senza Europa» 8.

Non perché sarà cancellata. Perché non esiste né è mai esistito un soggetto Europa, come lo sfoglio di un qualsiasi atlante storico certifica (sarà anche per questo che non se ne pubblicano quasi più?). Il graffio di Metternich sull’Italia «espressione geografica» sarebbe meglio applicato all’Europa. Chi come Napoleone e Hitler è andato più vicino a occuparne l’intero spazio, che un curioso canone francese vuole esteso dall’Atlantico agli Urali 9, lo ha considerato infatti oggetto del suo soggetto. Espansione del proprio Stato. C’è voluto un impero inventato in America da europei in fuga per ricomprendere nel proprio arco egemonico la quasi totalità della geografia continentale. Quanto all’impero russo, siamo Asia anteriore (perednjaja Azija). Peninsulare coda della Grande Madre.
L’Unione Europea vive Trump come il diavolo. Perché tolta la maschera dell’internazionalismo liberale l’America svela il volto impresentabile della fictio comunitaria. Ne sconvolge le premesse, ne espone contraddizioni e macroscopici limiti: carenza di legittimazione democratica, impossibile senza un popolo europeo; tentativo (malriuscito) di aprire i confini interni senza mettere in sicurezza gli esterni; pretesa che i nuovi soci dell’Europa centrale e orientale, espressione di nazionalismi esasperati dalla lunga sottomissione a imperi ostili, si adeguino agli «standard Ue» che proprio quegli etnicismi vorrebbero liquidare. Estremo paradosso, rivendicare la «sovranità» europea senza sovrano. Soggetti nell’Unione Europea restano i suoi fondatori: gli Stati. Ciascuno con il suo stile impegnato a fruire delle risorse comunitarie per fini propri. Sicché discettare di «difesa europea» senza uno Stato europeo, appartenendo anzi all’impero americano nella versione militare (Nato), è insensato. Trascuriamo che all’origine del «progetto europeo» sta l’America, interessata a strutturare la sua avanguardia in Eurasia 10. E che noi europei abbiamo non solo accettato, ma voluto il Patto Atlantico, ciascuno per il proprio beneficio.
Da tante aporie il parto del «mostro buono di Bruxelles» 11. Architettura in progress permanente stile Sagrada Família – che peraltro si annuncia completata entro il 2026 – sorta di Onu regionale con spiccati caratteri tardosovietici. In breve: costruzione paragiuridica senza base né anima politica. Definitivamente incompiuta. Perciò sterile o peggio strumentalizzabile per interessi altrui. Motore di caos, altro che ordine 12.
Fino a ieri, la barca europea galleggiava. Oggi, sotto la pressione della doppia rivoluzione geopolitica e tecnologica, la «potenza gentile», beccheggia senza bussola. Confessava Margaret Verstager, già commissaria Ue: «L’Europa si autodefiniva superpotenza regolatrice. Ma tu puoi regolare cose che conosci. È molto difficile regolare cose che non conosci» 13. Aggiungeremmo: e che nemmeno ti appartengono.
4. Per chi come noi si sente europeo in quanto italiano, non viceversa, l’avvento di Trump è apocalittico nel senso originario del termine: rivelatore. Occasione per riflettere sul posto che occuperemo nella ristrutturazione dell’impero americano, se sopravvivrà a sé stesso. E soprattutto su quale ruolo avremo assegnato in tale impresa. Premessa: quasi nessuno fuori d’Europa crede che la conquista di territori debba seguire norme, semmai il contrario. Né che sia riservata agli Stati. I massimi oligarchi americani hanno la potenza di fuoco finanziaria per comprarsi l’Africa o l’America Latina. Congedo dalla retorica dello ius publicum europaeum. Rientro nella costituzione materiale della politica internazionale.
Ora che ci scopriamo nudi, per reagire dobbiamo rispondere a tre domande: perché siamo confitti nell’autoillusione di essere Europa; come ci considerano gli Stati Uniti d’America; che cosa ne deriva per noi italiani.
La prima, paradossale, si spiega con l’istinto di compensazione. Il suicidio in due tempi di tutte le potenze veterocontinentali fra 1914 e 1945, precipitate dal rango mondiale al regionale nella più verticale delle catastrofi, suscita bisogno di riconforto. Psicogeopolitica di massa.
Se come Stato non sei più protagonista, il salto di scala (virtuale) dalla nazione all’Europa pare gratificante. Inoltre, il vantaggio di proporsi partecipanti di una civiltà dal fascino incommensurabile, non di una caduca, misurabile struttura politica, garantisce dalle confutazioni della storia. L’entità che non esiste non può morire. Il «progetto europeo» consegue da tanto scaltra autorappresentazione. Qualsiasi cosa si voglia intendere con questa genialità, è sempre in fieri. Sol dell’avvenire che tiepido conforta il presente. Atto di fede buono anche per gli atei. Suo santo protettore, il barone di Münchausen, abile a estrarsi dalle sabbie mobili tirandosi per i capelli. Unico problema: nessun soggetto geopolitico esterno riesce a prenderlo sul serio. America e Russia meno di tutti.
Quanto al secondo tentativo di risposta, implica vestire panni americani. Non ci diffondiamo sulle ragioni che nel 1945 portarono Washington a rimanere in Europa occidentale – indiscussa la principale: impedire che se la prendessero i sovietici. Restiamo al presente. Per facilitarci il compito prendiamo una mappa dell’Europa vista dagli Usa, concepita da Mirko Mussetti (carta a colori 5), per poi lasciarci guidare da un Virgilio di sicura empatia trumpiana, Sumantra Maitra.

La carta inquadra la facciata occidentale dell’Eurasia come fotografata dallo Spazio. Prospettiva Starlink. Scorre dall’Atlantico fino alla profonda pianura sarmatica e all’area caspico-caucasica via Mediterraneo, di cui lo sguardo talassocratico a stelle e strisce subito coglie la vocazione medioceanica. La Nato appare così nella sua ambiguità strategica. Poiché non esiste una potenza europea, né i singoli satelliti continentali dell’America sono in grado di proteggersi da soli, per Washington questo spazio strutturalmente difensivo può virare all’occorrenza in offensivo. Ovvero nel sacrificio di noi europei per la salvezza dell’America. Dietro la pretesa di Trump che ogni socio atlantico spenda il 5% del pil nella difesa sta l’ombra della dottrina Norstad, dal nome dell’allora vicecomandante supremo della Nato, già organizzatore dei bombardamenti su Hiroshima e Nagasaki. Il quale, eterna sigaretta a fior di labbra, interruppe così nel 1954 una dotta disputa fra colleghi europei su chi dovesse decidere l’impiego della Bomba: «Signori miei, noi vi abbiamo chiesto per garantire la difesa dell’Europa un certo numero di divisioni. Voi ci avete detto che per ragioni economiche, finanziarie e politiche questo numero di divisioni non siete in grado di darcelo. Noi non vogliamo discutere le vostre ragioni. Le accettiamo. Tenete però presente che con questo voi ci avete implicitamente autorizzati a far uso dell’arma nucleare per la difesa dell’Europa» 14. Cioè dell’America. Dualità dell’ombrello nucleare americano, ravvivata dal neopresidente: contro il Nemico o con il Nemico contro di voi.
Illuminati da Trump/Norstad, studiamo da vicino la carta. Lo schieramento atlantico ci appare concavo. Destinato ad assorbire un improbabile assalto russo al Vecchio Continente e una meno improbabile penetrazione cinese che usando la Federazione Russa come ariete e sfruttando i propri avamposti africani punti al cuore dell’Europa. Per irretirci in un’ecumene sinocentrica con la suasione dei commerci e la minaccia della forza. Questa interpretazione, oggi prevalente in America, può facilmente virare in offensiva. Basta concepire l’ala scandinava e quella anatolica come deputate ad accerchiare Mosca. Molti nordici, specie svedesi, campioni atlantici durante la guerra fredda fra i ghiacci, ne sarebbero entusiasti (carta 5). Assai meno i turchi, salvo rivoluzione colorata ad Ankara (il fantasma di Gülen, ovvero di un golpe Usa, continua ad agitarvi il sonno degli strateghi imperiali).

Il centro della mappa, bipartita in fianco destro e sinistro, è occupato dal triangolo strategico Trieste-Danzica-Costanza. Il porto giuliano, affaccio marittimo delle basi di Aviano e Vicenza connesse a Ramstein (Germania), madre di tutte le installazioni statunitensi in Europa, è il perno su cui convergono lo scalo baltico e quello eusino. Qui gli atlantici sono impegnati a rafforzare le infrastrutture militari dietro il velo duale (la partizione civile/militare è per usi accademici e camuffamento tattico). Trieste è il playmaker attorno al quale ruota la squadra Nato, con Danzica e Costanza ali avanzate. Allineata con Trieste, Leopoli, capoluogo della Galizia ucraina, avamposto irrinunciabile per Washington. Quando il 24 febbraio 2022 i russi tentarono il colpo di Stato a Kiev, era infatti a Leopoli che americani e britannici volevano traslare Zelens’kyj quale capo del governo legittimo. Trieste è infine architrave difensivo dell’Europa mediana, estremo baluardo dopo l’asse Danzica-Leopoli-Costanza e la linea virtuale fra Kattegat e Dardanelli.
Il fianco sinistro prevale sul destro. Il suo valore strategico è funzione del contenimento di Russia e Cina quali potenze artiche in progressione verso l’America grazie alla fusione accelerata dei ghiacci polari. Il fianco destro è molto più debole, esposto alla convergenza tra guerra in Ucraina, tensioni in Georgia-Caucaso e conflitti attorno a Israele. Siamo sulla faglia sismica mossa dalla frizione fra Ordolandia e Caoslandia (carta a colori 6). Lo Stretto di Sicilia, passaggio obbligato del Medioceano meridionale che volge all’Indiano, è molto più esposto di quanto sia la Manica, riprotetta dall’ala scandinava e dal Baltico festosamente congiunto alla Nato.

Disegnato lo sfondo, lasciamo a Maitra di approfondire la prospettiva a stelle e strisce a partire dalla ratio trumpiana. Dopo aver fatto indigestione di paesi Nato, dai 12 fondatori ai 32 attuali, senza contare Ucraina e Georgia che bussano invano alla porta semichiusa, Washington sta tracciando linee informali nel corpo nordatlantico. A partire dall’ovvio: la pletorica Nato atlantica non sfugge alla legge di qualsiasi alleanza, che distingue i cavalli dai cavalieri (spesso uno solo). La novità di Trump è che le gerarchie non sono tanto funzione del valore strategico dei singoli soci quanto della disponibilità del cittadino americano a pagare il necessario per difenderli, anche col sangue. Disposizione dello spirito ormai rara. Se il cavaliere a stelle e strisce rifiuta di battersi per la salvezza di qualcuno fra i trentuno cavalli, è come se questi fossero doppiamente in pericolo: quali membri dell’Alleanza, considerata Nemico assoluto dalla Russia, e perché sacrificabili dal Numero Uno attento a non imporre al fronte domestico una prova insopportabile.
Come Maitra spiega nell’intervista a Federico Petroni (vedi pp. 137-149), a nessun patriota statunitense verrebbe in mente di morire per i paesi baltici o per il Donbas, mentre potrebbe sacrificarsi, «con qualche esitazione», per Londra, Parigi o Roma. Per l’impero americano conta l’Europa occidentale, «madre dell’America»: Francia, Germania, Italia, Regno Unito, Spagna, Portogallo più la Scandinavia quale apertura sull’Artico e barriera antirussa (anticinese). Senza contare che i meno interessati a proteggere l’Europa orientale sono gli euroccidentali: «Chiedi ai danesi, ai tedeschi e agli olandesi se sono d’accordo a cedere a polacchi e lituani peso decisionale uguale al loro. (…) Perché un italiano dovrebbe combattere contro Mosca se un estone decidesse di organizzare una rivoluzione colorata in Russia?».
Secondo Maitra il Mediterraneo resta centrale per gli americani, ma non il Mar Nero. Il nostro Medioceano «è il ventre molle d’Europa. Il pericolo non arriva da est, ma da sud. Non vedo carri armati russi in Belgio. Ma vedo un numero crescente di crisi nel Mediterraneo», determinate «dalla decomposizione di Stati, come la Libia, per colpa di francesi e britannici». Per questo «l’Italia è uno dei paesi occidentali chiave per la sicurezza comune. (…) Tuttavia, non ho mai capito perché su certe questioni, come sulla difesa a oltranza dell’Ucraina, avete posizioni da falchi. Siete più cattolici del papa. Nei secoli, siete stati il baluardo del realismo. Che cosa vi è successo?».
Domanda che introduce alla risposta numero tre. Potremmo titolarla: «Svelamento, responsabilità, opportunità: il triangolo della nostra sicurezza».
Svelamento nel senso apocalittico sopra ricordato. Trump fa cadere il velo dell’ipocrisia concordata fra americani ed europei. I primi hanno fatto finta di garantirci una protezione illimitata e noi abbiamo finto di crederci. Tanto che molti di noi ci hanno creduto. Infatti ha funzionato benissimo. Grati, ce ne rallegriamo. Però è ormai chiaro che la superpotenza non difende tutti gli alleati fino in fondo, alcuni per nulla, certamente nessuno gratis. Dove il prezzo più che monetario è umano e militare. Si tratta di rovesciare il postulato di Norstad. Dunque disporre di uomini e armi in quantità e di qualità decente per evitare che in caso di guerra si scada a sacrificabile campo di battaglia, bombardati da amici e nemici nucleari. Come sarebbe accaduto se la guerra fredda si fosse scaldata – c’è mancato poco.
Responsabilità. Se pensiamo di poterci acquattare in un angolo del pianeta a goderci i nostri privilegi la storia da cui siamo usciti ci entrerà dentro casa sfondando la porta. Metterà a soqquadro i nostri appartamenti. Caoslandia avanza. Si avvicina allo Stivale da sud e da est, con i suoi fiumi in piena di rabbia e frustrazione, con la disponibilità alla violenza di popoli giovani e sofferenti, educati a vedere negli europei di oggi i nipoti dei loro ex padroni.
Il parametro decisivo della nostra condizione geopolitica è la somma dei fattori demografici e biologici. A metà secolo noi italiani saremo 54 milioni – in declino galoppante verso i 45 milioni del 2080 – contro gli almeno due miliardi sparsi tra Africa boreale e Levante. La nostra età mediana si prevede superiore ai 50 anni, contro i circa 25 di chi busserà alla nostra porta. Non si previene questa crisi con i carri armati. Sul piano militare, serviranno strumenti di controllo e interdizione navale, aerea, cibernetica e spaziale accanto a una credibile (giovane) componente terrestre. Soprattutto dovremo sviluppare una coraggiosa politica di convivenza e cooperazione con popoli e regimi medioceanici, dal Nord Africa alla Penisola Arabica. Regioni dove ancora godiamo di buona reputazione. La stiamo però disperdendo considerandola rendita vitalizia mentre è da riconquistare ed estendere ogni giorno. Il piano Mattei è una goccia nell’oceano. Urge anzitutto comporre antiche vertenze con la sponda Nord del nostro mare, a cominciare dalla Francia. L’abitudine di sgambettarci a vicenda nel pré carré da cui Parigi è costretta a sgomberare prepara il comune fallimento. Quanto agli americani, non chiedono di meglio che sostenerci, purché gli stivali sul terreno, se necessario, li si mettano noi.
Opportunità. La Nato non è la Nata, con la «a» per alliance. Lemma in sé indigesto a Washington perché alluderebbe a un’impossibile parità fra capo e seguaci. Siamo debitori all’apocalittico Donald Rumsfeld di aver svelato alla vigilia dell’aggressione all’Iraq la cifra della Nato e di qualsiasi altra organizzazione militare guidata dagli Usa o da altro egemone: la missione fa la coalizione, non viceversa. E la missione è il capo a fissarla. Dogma vissuto minaccia dai nostri decisori in sindrome abbandonica. Siamo talmente abituati a pensarci passivi, ad affidarci al Numero Uno come alla Madonna, da trascurare lo stimolo che l’avvertimento contiene. Nel transazionale schema degli allineamenti tattici che disegnano il caos corrente potremmo volgere in positivo la necessità di contare anzitutto su noi stessi. Non per ridurci a patetici cavalieri solitari. Pure, qualche atto di gentile pirateria aiuterebbe, considerando quanto lo sport del keeping someone honest sia caro agli anglosassoni e quanto poco ci considerino capaci di proteggere i nostri interessi. Quanto meno, li sorprenderemmo. Nessuna relazione regge se ciascuno dà per scontata la fedeltà canina del partner. Un grado di infedeltà, ossia di iniziativa, contribuirebbe a cementare il rapporto bilaterale con gli Stati Uniti. La peggiore intesa possibile salvo tutte le altre.
Negli ultimi anni abbiamo constatato inedito interesse degli americani per l’Italia. La loro prima domanda fino all’altro ieri era: «Che cosa volete da noi?». Miscela di condiscendenza e simpatico disprezzo, che suscitava repliche imbarazzate o solo silenzio poiché siamo disabituati a stabilire quel che possiamo volere. Poi la brusca virata verso «che cosa fareste al posto nostro?». Fino alla controvirata di Trump. Con lui niente domande, solo deals precotti o improvvisati. Tutto estremamente informale: «Noi vogliamo questo, voi potete aiutarci così, in cambio avrete quest’altro. Buona fortuna». Certo la potenza di fuoco è totalmente sproporzionata. Micidiale la ritorsione in caso di insubordinazione. Esempio: se noi trafficassimo in tecnologie di punta con i cinesi come minimo dovremmo aspettarci rappresaglie tariffarie e sul regime dei visti, sopra il tavolo, con accompagnamento di pedate sotto.
Il che ci obbliga a sapere prima che cosa possiamo volere dal capocordata e a quale costo. Niente di straordinario. Varianti tattiche di una strategia.
Questa dovrebbe poggiare sulla nostra rendita geostrategica, che non solo trascuriamo ma addirittura miniamo. Siamo mediterranei prima, europei poi. Ma viviamo questo privilegio come vergogna. Non abbiamo colto il vantaggio della svolta medioceanica di cui fruiamo dall’apertura di Suez, che oggi rischia di chiudersi disastrosamente per la crisi del Mar Rosso. Il nostro sguardo balneare vede le acque di casa come limite, non molla che spinge noi verso il mondo e il mondo verso di noi. Tra le funeste eredità dell’europeismo nostrano e del relativo complesso di inferiorità verso le nazioni continentali l’idrofobia è la più dannosa. Ci sfugge la cifra segreta della nostra strategia: noi siamo occidentali in quanto medioceanici, non perché europei. I vicini continentali, a cominciare dai germanici, sono per vocazione antimedioceanici. Da sempre. Come statuito dalla scuola delle Annales, il concetto di Europa nasce contro Roma, quando tra settimo e ottavo secolo la marea islamica spezza il mare nostrum in due. Frattura tuttora incomposta, in aggravamento. Del Medioceano restiamo centro passivo, al massimo reattivo, dopo esserne stati perno determinante.
Ridicolo travestirci da pivot. Urgente ridare senso alla nostra geografia in quanto avamposto occidentale nel Medioceano. E per questo contare di più in rapporto a Germania e Francia che affacciano direttamente sull’Oceano Mondo mentre noi dobbiamo difendere con unghie e denti lo sbocco via Suez e Bāb al-Mandab. Insieme a chi sarà disponibile a trattarci da soci medioceanici. Anzitutto, certo non solo, gli Stati Uniti.
Sentiamo qui di denunciare debito verso un grande diplomatico appartenente a quella razza di servitori dello Stato che intendevano tale privilegio contributo all’elaborazione della politica estera. Anche facendo il contropelo alle mode intellettuali, resistendo alla tentazione burocratica e al politichese. Intendiamo Pietro Quaroni (Roma 1898 – Roma 1971, foto 2).

Il suo aureo libretto sul Patto Atlantico, pubblicato or sono sessant’anni, è di fulminante attualità 15. Quaroni suggeriva di «inserirci in una politica americana periferica» in ambito Nato, evolvendo da «potenza sul mare» a «potenza marittima». Il teatro talassocratico ci distingue dai partner continentali e ci concede maggiore libertà di movimento rispetto a Francia e Germania. Espressa nella «difesa periferica basata sulla fascia esterna dell’Europa, sull’Inghilterra, sulla penisola iberica, sull’Italia e sulla Grecia». Non essendo potenza navale, è capitale per noi ravvivare l’intesa bilaterale con l’America in quanto massima potenza mediterranea, come con l’Inghilterra quando ancora governava le onde. Finché «la nostra politica estera ha mantenuto fermo il principio che potevamo prenderci tutte le libertà, salvo quella di metterci contro l’Inghilterra, qualsiasi sciocchezza abbiamo potuto fare non ha avuto conseguenze gravi; il giorno che ci siamo dimenticati di questo principio, le conseguenze sono state tali che ce ne ricordiamo ancora oggi. Oggi al posto dell’Inghilterra ci sono gli Stati Uniti, ed è necessità prima della politica italiana andare d’accordo con gli Stati Uniti» 16. Ergo: «Non bisogna lasciarsi trascinare, in nome di una presunta Europa, in una politica europea la quale sia – di fatto – antiamericana». E poi: «Noi diciamo, troppo spesso, che l’Europa è nelle leggi della storia: ma chi le conosce queste leggi della storia? E chi ha mai impedito agli uomini, soprattutto ai grandi uomini, di andare contro le leggi della storia?» 17.
Era il 1966. Ha ragione Maitra a chiederci «che cosa vi è successo?». Per esortarci con qualche enfasi al ruolo di «paese occidentale chiave». La sua tesi incrocia la geopolitica della periferia marittima di quaroniana memoria, aggiornata alle crisi attuali, quali le tensioni fra turchi, greci e francesi, alleati atlantici di fatto allineati con sé stessi: «Che cosa succede se scoppia uno scontro? L’Italia potrebbe concentrarsi sulla creazione di intese locali in alcune aree chiave, assumendo il compito di fornire supporto logistico e strutturale. Gli italiani dispongono di una Marina ben strutturata. È un ambito in cui potrebbero dare un contributo considerevole, occupandosi di formazione e di garantire la sicurezza sulle sponde Sud e Nord». Trump e il Pentagono correggerebbero: la logistica ve la garantiamo noi, insieme all’intelligence, al cyber e a quant’altro utile. Ma gli stivali per terra li mettete voi. Idea da noi respinta quando il primo Trump ci invitò a riprenderci la Libia (carte a colori 7 e 8). Non si trattava di mimare lo sciagurato sbarco giolittiano del 1911 a Tripoli, scintilla della prima guerra mondiale, colpo di grazia alle nostre comunità nordafricane e levantine di cui oggi avremmo gran bisogno. Il punto era se ammettere un forte grado di controllo turco sulla Tripolitania, quindi russo sulla Cirenaica, oppure prenderci cura del nostro giardino. Rifiutammo. Errore che dovrebbe servirci da lezione per il futuro.


5. Lo stigma dell’èra nostra è la coscienza che l’uomo può finire il mondo. Privilegio finora riservato a Dio, cui spetta l’ultima parola sul come e sul quando. Segreto opposto persino al Cristo, almeno secondo Matteo: «Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno. Quanto poi a quel giorno e a quell’ora nessuno lo sa, neppure gli angeli del cielo, né il Figlio, ma solo il Padre» (24:35-36). «Se il padrone di casa sapesse in quale ora della notte viene il ladro, veglierebbe e non lascerebbe sfondare la sua casa. Per questo anche voi siate preparati, perché il Figlio dell’uomo verrà nell’ora che meno pensate» (24:43-44). Se vale questo Vangelo, siamo certi che il ladro è lontano da casa, giacché mai come ora gli umani pensano la Fine.
Non ci resta che sperare nel misterioso katechon della seconda lettera di Paolo ai Tessalonicesi, presunta forza frenante che prevalendo sul caos ritarderà l’apocalisse – e la venuta di Gesù. Se filosofi e teologi si dilaniano sul katechon è perché viviamo l’apocalisse come presente, non a venire. Immersi nel caos, sfigurati dall’iniquo anomos che il Signore sbaraglierà «con il soffio della sua bocca» (2, 8). È segno del tempo che la Chiesa cattolica, per secoli impegnata a infliggerci memento mori, dopo Hiroshima abbia addolcito quella litania? Forse teme di perdere il monopolio del mistero ultimo, secolarizzato a chiacchiera da caffè.
Non entriamo nell’appassionante diatriba su chi, cosa, come sia il katechon. Ermeneutica inattingibile dal nostro artigianato. Conta osservare come la percezione di vivere dentro l’apocalisse – la morte in diretta – esasperi la disperazione da caos che ci paralizza. Ci illude di saper eludere i vincoli della politica, modo della ragione, arte del simposio. Tentazione che genera terribili semplificatori d’ogni risma. Produttori dell’anomia che pretendono giustiziare con il soffio della bocca.
6. Trump è il potere che frena o accelera la crisi americana? Domanda molto europea. Per un americano ancora presente a sé stesso la questione non si pone. Chi è convinto di appartenere in grazia di mandato divino alla benevola entità suprema, sovraordinata al resto degli umani, tende a immaginarne la traiettoria come sequenza di cicli in costante evoluzione verso l’alto. Disegnando circoli senza fine, solo inizi. Nelle fasi basse l’americano che ci crede spinge al massimo perché il meglio deve ancora venire.
Thomas Paine, padre fondatore cui Trump allude quando esalta il common sense, decretava: «Noi abbiamo il potere di ricominciare il mondo daccapo». La quintessenza dell’americano è (era?) guardare sopra e oltre, dell’europeo incistarsi nel gruppo. Certo di non avere alternative. Manifestamente il suo destino è il declino, scambiato per eterno presente. Il rischio dell’America non è il declino, è il crollo. Perché fissata su sé stessa si sta alienando il mondo. Mentre controlla compulsiva la febbre, dimentica che la sua salute è sempre relativa a quella dei rivali in movimento lungo proprie traiettorie.
Consideriamo il primato tecnologico, parametro su cui l’America determina la classifica delle potenze. Le élite statunitensi sono unanimemente ossessionate dal sorpasso cinese nell’intelligenza artificiale. Trump ha appena varato fra squilli di tromba il colosso pubblico-privato Stargate, capitale futuro dichiarato (gonfiato) 500 miliardi, quando giunge notizia che un’autarchica società cinese ha sviluppato capacità analoghe a OpenAi e associati spendendo una frazione di quanto previsto dal trust dei trust grazie a tecniche laterali di innovazione. Panico in Borsa, neanche fosse Pearl Harbor virtuale. Patetiche le accuse a Pechino di rubare tecnologie e sfruttare il basso costo dei suoi tecnici, dall’invidiabile rapporto qualità/prezzo. A quale altra indisciplina si sono mai dedicati i competitori durante le rivoluzioni tecnologiche – ad esempio due secoli fa gli americani verso i britannici? E quando l’Ai toglierà lavoro anche agli ingegneri qualificati, che cosa racconterà Trump ai suoi adoratori?
Quando l’America accetterà di non negoziare solo con sé stessa, capirà che prepotenza genera resistenza perché esistono culture e interessi diversi dai propri. Ne era consapevole il grande Andy Marshall detto Yoda, dal 1973 al 2015 capo dell’Office of Net Assessment, quando insisteva sul metodo comparativo nell’analisi dei conflitti. Chi si ritiene superiore al punto di non dover integrare culture e interessi altrui nella stima dei rapporti di forza mentre si autocongratula padrone assoluto del proprio destino, apparecchia la sconfitta.
Marshall non ha lasciato eredi. E Trump non gli assomiglia punto. Eppure il Terribile Semplificatore rischia di giungere alle stesse conclusioni cui sarebbe forse giunto Yoda, al netto del suo percorso analitico. La salvezza dell’America non consiste nel ritorno alla sovraordinazione sul sistema delle normali potenze. Nello sforzo collasserebbe, e tutti noi con essa. Meglio, finché in tempo, gratificarsi primo fra i (non proprio) pari. Rivoluzione che implicherebbe struggente autoanalisi. A sua volta pensabile solo godendo di una distanza da sé inconcepibile in Trump, meno ancora in Musk.
Per fortuna l’eterogenesi dei fini – il vecchio Archimede scivola nella vasca e scopre il principio eponimo – sconvolge la noia dei determinismi. Lo stabile genio del deal applica la sua arte alla geopolitica pratica senza estrarla dai modelli matematici che innervosivano Marshall, solo perché «io mi diverto così» 18. Ma l’affare è scambio per definizione. Puoi sentirti e forse essere cento volte superiore al rivale con cui negozi, ma trattando lo accetti com’è. Lo legittimi. E naturalmente viceversa. Poi vincerà il migliore o il più furbo. Memori della reazione (privata) di John Fitzgerald Kennedy alla costruzione del Muro di Berlino – «mille volte meglio un muro della guerra!» – oseremmo parafrasare «mille volte meglio il negoziato dell’apocalisse!».
La frenesia di cambiar tutto perché tutto cambi prima che sia troppo tardi oscura gli esordi del secondo Trump e potrebbe farlo deragliare. Non toglie che da tanto caos possa scaturire un principio di nuovo ordine. Più che imperfetto, conveniamo. Nulla a che vedere con la kantiana pace perpetua. Semmai assimilabile alla componenda su cui Andrea Camilleri dipanò la sua prosa sussultoria in forma di inchiesta storica 19. Compromesso informale che nella Sicilia appena annessa dai Savoia surroga(va?) l’incapacità dello Stato italiano di garantire ordine e giustizia contro i mafiosi, sicché ad esempio una transazione amichevole fra guardia e ladro consentiva alla vittima di un furto di recuperare parte del maltolto in cambio del ritiro d’ogni denuncia. Pactum sceleris esteso dalla Chiesa in bolla d’indulgenza non gratuita valida per il passato e soprattutto per l’avvenire. Salvacondotto per chi intendesse peccare in futuro. Camilleri cercò invano traccia documentale di componenda. Quando pregò l’amico Leonardo Sciascia di aiutarlo a cercarne la bolla, questi «fece una pausa, mi taliò, sorrise del suo sorriso. “Tu una carta così non la troverai mai”, mi disse. E infatti non l’ho trovata» 19.
Qualcosa lascia intuire che una Grande Componenda non sia impossibile fra Stati Uniti, Cina e Russia. Regolazione del pregresso e limitazione del rischio apocalisse. Quando Trump annuncia di volersi prendere con la forza l’intero Nord America non sta solo aggiornando Monroe. Sta dichiarando tana libera tutti. Perché Putin non dovrebbe leggervi mano libera per l’Ucraina, Xi per Taiwan? E quando minaccia di strappare in un modo o nell’altro la Groenlandia all’atlantica Danimarca (o a sé stessa), in termini che teoricamente potrebbero far scattare il soccorso all’aggredito via articolo 5 del trattato di Washington, non sta forse seppellendo la Nato, obiettivo esistenziale della Russia? E insieme marcando la vacuità del Quad anticinese e di allineamenti similari, intesi sempre revocabili, per l’esultanza di Xi?
Premettiamo di non disporre di alcun documento parafato da Trump, Xi e Putin. Siamo anzi certi che non potremmo mai far meglio di Sciascia giacché fra gentlemen le intese paramafiose si protocollano con stretta di mano – anche virtuale. E se invece sì? Disporremmo di un verbale della Grande Componenda del tono che segue. Titolo: «Per un nuovo ordine del caos». Parentesi attribuibili al minutante.
Primo. Abbiamo in comune l’interesse a perpetuare l’esistenza dei rispettivi imperi, oltre (al)la nostra. (Sorrisi complici.)
Secondo. Constatiamo che una guerra fra noi non avrebbe vincitori. Tutti perdenti. (Vive congratulazioni reciproche.)
Terzo. In comune avremo domani un nemico nascosto che oggi è la nostra risorsa suprema: l’intelligenza artificiale. Temiamo che presto sfugga al nostro comando e ci faccia fuori tutti, insieme al resto dell’umanità. (Le ultime cinque parole paiono irriflesse.)
Quarto. Fissiamo una comune linea rossa da estendere al resto degli Stati e far rispettare se necessario con la forza (qui Putin ricorda a Trump i Cinque Poliziotti di Roosevelt, con delicatezza): vietato sviluppare l’intelligenza artificiale oltre la soglia che non ci permetterebbe di controllarla. (Xi evoca il Faust, lettura della grotta nell’adolescenza disgraziata. Le dita di Trump ritmano impazienza.)
Quinto e definitivo. Qualsiasi emendamento alla Grande Componenda prevede unanimità. (I tre sovrappongono le sei mani in segno di fervida approvazione.)
Pare che sparecchiando il tavolo della conferenza il fortunato scriba vi abbia trovato sparse carte da gioco raffiguranti Taiwan, Ucraina, Canada, Groenlandia, Panamá, Luna e Marte. Fra le altre.
Note:
1. Cfr. R. Ardrey, The Social Contract. A Personal Inquiry into the Evolutionary Sources of Order and Disorder, New York City 1970, Atheneum. Ripubblicato da Storydesign Limited nel 2014. Da leggere insieme al classico The Territorial Imperative. A Personal Investigation into the Animal Origins of Property and Nations. Di Ardrey ci siamo occupati nell’editoriale «Cronache dal Lago Vittoria», in Limes, 1/2024, «Stiamo perdendo la guerra», pp. 7-32.
2. Cfr. N. Theise, Notes on Complexity. A Scientific Theory of Connection, Consciousness and Being, New York 2023, Spiegel & Grau, p. 29.
3. T. Däubler, «Sang an Palermo», in Hymne an Italien, München 1916, G. Müller, p. 58.
4. D. Immerwahr, How to Hide an Empire. A Short History of the Greater United States, London 2019, The Bodley Head, p. 12.
5. C. Schmitt, «Un giurista davanti a se stesso», Quaderni costituzionali, 1/1983.
6. F. Berni, Orlando innamorato di Matteo Maria Boiardo rifatto da Francesco Berni, Torino 1858, Società Editrice di M. Guigoni, II, XXIV, 60-61.
7. F. Fornari, La malattia dell’Europa. Saggio di psicopolitica sulla struttura diabolica del potere segreto, Milano 1981, Feltrinelli, pp. 26-27.
8. «Davos 2025: Special Address by Volodymyr Zelensky, President of Ukraine», 21/1/2025, World Economic Forum.
9. M. Milanesi, «Il confine degli Urali, un’invenzione geopolitica», Limes, 1/1994, «La Russia e noi», pp. 109-118.
10. Cfr. M.d’Eramo, «Cronache da una provincia dell’impero americano», MicroMega, 1/2025, «Fine del sogno europeo?», pp. 105-115.
11. Cfr. H.M. Enzensberger, Il mostro buono di Bruxelles, ovvero l’Europa sotto tutela, Torino 2013, Einaudi.
12. Sul tema della sterilità delle organizzazioni internazionali in quanto simulacro impolitico della politica, cfr. F. Rosenstiel, Il principio di sovranazionalità. Saggio sul rapporto tra il diritto e la politica, Milano 2023, Le due rose. Editore.
13. Cit. in A.J. Costantini, «Europe as the Cold War order dies: stagnating, fading, failing, lost», Brussels Signal, 22/1/2025.
14. Cit. in P. Quaroni, Il Patto Atlantico. Sicurezza nella libertà, Roma 1966, Volpe, pp. 29-30.
15. P. Quaroni, op. cit.
16. Ivi, pp. 137-138.
17. Ivi, p. 139.
18. «That’s how I get my kicks». Così il suo autoritratto vecchio quasi quarant’anni, tuttora più che valido. Cfr. D. Trump (con T. Schwarz), Trump. The Art of the Deal, New York 1987, Penguin Books, p. 1.
19. A. Camilleri, La bolla di componenda, Palermo 1993, Sellerio, p. 108.
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