LA GUERRA DI TRUMP ALLO STATO PROFONDO Limes Pubblicato il 03 Giugno 2025 alle 15:47 STOCCAFISSI PUBBLICATO

 

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La guerra di Trump allo Stato profondo

Tattiche ed effetti della crociata contro il “governo federale” illustrati da chi ci ha lavorato per anni. Dalla teoria della Heritage Foundation alla pratica del Doge. Ricostruire sarà difficile.

di Eric R. Terzuolo

Pubblicato il 03 Giugno 2025 alle 15:47

Usa

Donald Trump

Usa E Canada

Dettaglio di una carta di Laura Canali. Per la versione integrale, clicca qui. 


Tempi molto duri per i servitori dello Stato in America. Seguendo il manuale delle democrazie illiberali, l’amministrazione di Donald Trump stigmatizza la pubblica amministrazione come Stato profondo che tenta di sovvertire la volontà del popolo. L’obiettivo è abolire il concetto di una pubblica amministrazione professionale, non politica, ligia alla costituzione e non alla persona del presidente.

È difficile stilare bilanci precisi e attendibili. Quasi ogni giorno ci sono sentenze dei tribunali che bloccano (temporaneamente) azioni dell’esecutivo o che (meno spesso) danno semaforo verde. L’équipe trumpiana inoltre ama creare nebbia. Verso la fine dei fatidici “primi cento giorni” dopo l’insediamento del 20 gennaio scorso, la Cnn ha tentato di tirare qualche somma. Calcolavano allora un minimo di 121 mila licenziamenti di componenti della pubblica amministrazione federale, con almeno 30 ministeri toccati. Aggiungendo i tagli annunciati ma non ancora effettuati, si arrivava a circa 280 mila: più del 10% della forza lavoro civile dello Stato federale. 

A Washington quasi tutti hanno un familiare o un amico colpito in qualche modo. Il sottoscritto ne sa qualcosa. Tutta la regione circostante si prepara alla recessione. Il Maryland, dove risiedono numerosi dipendenti del governo federale, ha visto cadere il rating delle proprie obbligazioni. Immobili in vendita, prezzi in calo.  

Ma gli impiegati federali sono ovunque; anche fedeli sostenitori del presidente vengono colpiti dai licenziamenti e dai loro effetti collaterali. Pure il servizio meteorologico nazionale, presente in modo capillare su tutto il territorio nazionale, ha subìto tagli ingenti proprio all’arrivo della stagione dei tornado, frequenti negli Stati trumpiani del Sud e Centro-Sud.

Interi enti governativi sono feriti a morte. Tra questi spicca la U.S. Agency for International Development (UsAid), responsabile per la cooperazione internazionale allo sviluppo. Bersaglio immediato, ha visto chiudere la propria sede e richiamare con effetto immediato il proprio numeroso personale operante all’estero. Il 28 marzo, il segretario di Stato Marco Rubio ha annunciato che alcune funzioni della UsAid sarebbero state trasferite al dipartimento di Stato e che le altre sarebbero cessate definitivamente. 

L'attacco trumpiano agli aiuti internazionali

L’amministrazione Trump ritiene l’intero concetto della cooperazione allo sviluppo contrario alla sua visione, estremamente restrittiva, degli interessi americani. Eric Rubin, ambasciatore in Bulgaria e poi presidente dell’American Foreign Service Association (l’organo di rappresentanza dei diplomatici statunitensi), sostiene con grande rammarico che gli Stati Uniti mai più avranno uno specifico organo per la cooperazione allo sviluppo e che il ruolo del paese in questo settore è finito per sempre. 

Anche altri uffici sono stati cancellati. Il 14 marzo, con uno dei suoi innumerevoli executive orders (decreti presidenziali), Trump ha eliminato ben sette enti in un colpo solo1. Alcuni avevano mansioni orientate all’esterno o a scopi di studio e documentazione; altri dovevano aiutare le persone meno abbienti e le minoranze. Colpito probabilmente a morte anche lo US Institute for Peace, importante centro di studi internazionali e di formazione, chiuso con forza bruta. Cancellato pure il National Endowment for Democracy, ente finanziato dal Congresso per promuovere e sostenere la democrazia all’estero.

Il sistema di governo americano include numerosi enti creati e finanziati dal Congresso, ma indipendenti in quanto non soggetti al controllo dell’esecutivo. Il concetto è che certe funzioni dovrebbero essere al di sopra della politica. Chiaramente intollerabile per Trump, che già a febbraio aveva tarpato le ali ad alcune agenzie indipendenti2 con ruoli di sorveglianza e regolamentazione per proteggere la gente da prodotti industriali pericolosi, da comportamenti illeciti nei mercati azionari e dal rischio di perdere i propri risparmi. 

Molti ministeri sono seriamente compromessi. Tra questi il dipartimento di Stato. In linea  generale, il “bilancio Trump 2026” prevede una riduzione di quasi il 50% delle spese complessive per le attività internazionali del governo. Tagli ingenti sono previsti al personale diplomatico e non, che però svolge mansioni di grande importanza. Già cacciati i funzionari a contratto, che erano diventati numerosi. Secondo un piano diffuso dal New York Times (poi rinnegato dall’inaffidabile Rubio), il dipartimento di Stato dovrebbe perdere circa il 15 % del proprio bilancio, con l’eliminazione di circa il 20% degli uffici e altre strutture interne. Da ex diplomatico statunitense confesso che l’idea di snellire un po’ le strutture, eliminando duplicazioni, non mi dispiace; così cesserebbe però tutta l’attività di promozione della democrazia e dei diritti umani, nonché quella di protezione dei rifugiati. Il piano di riorganizzazione più definitivo diramato da Rubio il 29 maggio va in questo senso, anche se la direzione per i rapporti con l’Africa, che sembrava destinata a sparire, è stata almeno in parte graziata.

Il conservatore non trumpiano Elliot Abrams, esperto repubblicano di politica estera e veterano al dipartimento di Stato, vede questa riorganizzazione come “prodotto di ostilità senza beneficio dell’esperienza (…) più vendetta che riforma”. Il già menzionato Rubin sottolinea un fortissimo desiderio di rivalsa da parte di persone che si percepiscono escluse immeritatamente dall’establishment.

I dicasteri dedicati alle relazioni internazionali sono particolarmente vulnerabili perché manca un gruppo significativo di elettori che dia importanza alla diplomazia e la sostenga politicamente. Tra gli altri feriti, ma che sopravvivrà in quanto strumento utile a Trump per perseguire avversari e rivali politici, c’è il dipartimento della Giustizia. Sostanzialmente distrutto però l’Ufficio per la protezione dei diritti civili: dei circa trenta avvocati destinati per esempio alla protezione del diritto al voto sembrano esserne rimasti solo tre. 

Usa: dove e quanti sono i funzionari federali

Il dipartimento per l’Istruzione rischia l’eliminazione, anche se il 22 maggio un giudice federale ha bloccato temporaneamente il licenziamento di circa 1.300 dipendenti. Il ministero in questione dovrebbe favorire l’eguale accesso a un’istruzione di qualità a tutti i livelli, senza distinzioni di razza, genere, religione e censo. Per questo è accusato di wokismo, grande spauracchio sfruttato in campagna elettorale dai repubblicani. Un decreto del 23 aprile promette il ripristino della meritocrazia in tutto l’apparato statale. Non suona male, ma parte nei fatti da un presupposto nocivo: che soltanto uomini bianchi (o donne bianche che accettano, almeno superficialmente, i canoni del maschilismo) siano meritevoli di alti incarichi.

Il giorno dell’insediamento di Trump, il capo di Stato maggiore della Marina militare statunitense era l’ammiraglio Lisa Franchetti, curriculum militare poderoso. Cacciata da Trump dopo circa un mese. A capo della Guardia costiera c’era l’ammiraglio Linda Fagan, prima donna a capo di una forza militare statunitense, altro curriculum poderoso. Cacciata il giorno dopo. Il capo di Stato maggiore di tutte le Forze armate americane, il generale dell’aeronautica Charles Brown, è stato cacciato dopo un mese avendo la sfortuna di essere afroamericano. Non bisogna illudersi che dietro queste decisioni ci siano valutazioni di merito. È indubbio l’effetto corrosivo sul morale delle Forze armate, da decenni motore di ascesa sociale per persone ambiziose di tutte le provenienze. 

Chi difende gli Stati Uniti nel mondo

Il nome dello pseudo-ministero creato da Elon Musk – Department of Government Efficiency (Doge) – richiama esplicitamente la diffusa, ma inesatta immagine di una pubblica amministrazione inefficiente. Ma eliminare la presunta inefficienza della pubblica amministrazione è una giustificazione vuota. Per finanziare ulteriori grandi tagli alle tasse sui più ricchi e sulle aziende, anche riduzioni massicce della pubblica amministrazione aiutano poco. I risparmi chiaramente identificabili sono finora modestissimi. Un’attenta analisi del Financial Times, pubblicata il 14 maggio, spiega che dei 2 mila miliardi di dollari in tagli promessi da Musk (circa un terzo del bilancio federale) quelli effettivamente operati sarebbero appena 170, cifra cui si arriva peraltro attraverso calcoli opinabili. Non si riscontrano, infatti, riduzioni della spesa pubblica. Gli interventi in molti enti, come l’Agenzia delle entrate e il sistema pensionistico, mirano principalmente a carpire dati personali degli americani, facilmente monetizzabili da Musk e dagli altri oligarchi digitali.

Se c’è un peccato della pubblica amministrazione agli occhi di Trump è una presunta mancanza di lealtà personale, ingiustamente dipinta come mancanza di patriottismo. Un esempio si trova nel decreto presidenziale del 12 febbraio riguardante il dipartimento di Stato. D’altronde, io mi ricordo di aver prestato giuramento tanti anni fa alla costituzione degli Stati Uniti, non alla presidenza o a uno specifico presidente. Il giorno stesso dell’insediamento un decreto annunciava una campagna per mettere fine alla presunta weaponization (uso strumentale) della pubblica amministrazione quale arma per colpire Trump e i suoi, inclusi i colpevoli dell’assalto al campidoglio del 6 gennaio 2021. 

Gli sforzi per terrorizzare la pubblica amministrazione possono sembrare paradossali, dato che si tratta di un apparato statale già visibilmente politicizzato, con alti funzionari di nomina politica sempre numerosi. Il cosiddetto Plum Book elenca circa 8 mila incarichi che ogni presidente può riempire, in modo da avere persone fidate nei ranghi alti e medio-alti dell’intera pubblica amministrazione. Come se non bastasse, è stata rispolverata l’idea di “riclassificare” altri 50 mila incarichi pubblici per renderli di nomina politica e privilegiare così “la lealtà, non la professionalità” secondo un’ex diplomatica di alto rango in pensione, molto esperta nella gestione del personale.

In realtà, i funzionari americani sono estremamente rispettosi delle autorità politiche. Nell’impossibilità di applicare le direttive del presidente ci si dimette, come ha fatto recentemente Bridget Brink, ambasciatore degli Stati Uniti a Kiev per quasi tre anni. Ma pubblica amministrazione e sfera politica sono cose diverse, con formae mentis contrastanti. In politica vige la legge della lealtà personale, mentre i componenti della pubblica amministrazione sono obbligati a rispettare le leggi che derivano in prim’ordine dal ramo legislativo. Una corretta applicazione della deontologia professionale spesso obbliga la pubblica amministrazione a dire ai leader politici cose che preferirebbero non sentire. Ciò serve a proteggere lo Stato di diritto e la democrazia. 

Tutto ciò è chiaramente inaccettabile per Trump, che promuove apertamente la cosiddetta Unitary Executive Theory secondo cui non ci sono limiti al potere del presidente sui componenti della pubblica amministrazione, i quali non possono godere di alcuna protezione. Trump, Vance, i collaboratori visibili e forse soprattutto quelli che cercano di rimanere invisibili hanno come obiettivo l’eliminazione di tutta l’autorità che non sia emanazione diretta del presidente. Così rovesciando la sentenza della Corte suprema nel caso Humphrey’s Executor v. United States (1935), che garantisce la limitazione del potere presidenziale per via legislativa. Una sentenza del 22 maggio dimostra purtroppo la disponibilità dell’attuale Corte suprema in tal senso.

Tra i più attivi promotori della Unitary Executive Theory figura Russell Vought, direttore dell’Office of Management and Budget (parte della Casa Bianca) e “visionario” della seconda amministrazione Trump. Vought è l’anello di congiunzione tra Casa Bianca e Heritage Foundation, centro studi ultraconservatore di Washington che ha preparato il piano di battaglia di Trump. Documento fondamentale è Mandate for Leadership: The Conservative Promise, pubblicato dalla Heritage nel 2023 e frutto principale del Project 2025, collaborazione tra pensatoi dell’estrema destra che rifiutano le tradizioni del conservatorismo americano. Le proposte dei think tank di Washington ai presidenti entranti in genere riguardano linee politiche da tenere su specifici dossier, senza grande attenzione a come controllare l’apparato statale e i dipendenti. Ma Mandate for Leadership è inteso esplicitamente come “visione di come devono essere governate le principali agenzie del governo federale” (p. XIV). Kevin Roberts, presidente della Heritage, annovera tra i principali obiettivi quello di “smantellare lo Stato amministrativo e restaurare l’autogoverno del popolo americano” (p. 3). 

Si sottolinea il ruolo centrale degli enti che sono emanazioni dirette della Casa Bianca (non ministeri) e che possono essere utilizzati per rafforzare il potere presidenziale. L’elenco delle componenti del White House Office, i più immediati collaboratori del presidente, occupa ben 18 pagine. Viene poi dedicata particolare attenzione all’Office of Management and Budget, utile per “allineare la burocrazia a tutte le decisioni (del presidente) in materia di bilancio, gestione e regolamentazione” (p. 44). Un intero capitolo riguarda gli uffici responsabili del personale, in particolare l’Office of Personnel Management. Quanto ai ministeri veri e propri, ampio spazio è dedicato alle strutture e alla gestione del personale.

"Musk o Trump, America al bivio", il numero 12/24 di Limes

Da candidato Trump ha negato qualsiasi coinvolgimento con Project 2025; ciò ha tuttavia fornito la base di Agenda47, il programma elettorale di Trump. Nessuna sorpresa, insomma: l’aggressione alla pubblica amministrazione è frutto di attenta pianificazione e studio. Grande attenzione è posta alle vulnerabilità. Tra i bersagli più facili da colpire rapidamente erano stati individuati i lavoratori a contratto, che non godevano di protezioni. Altro bersaglio facile erano i dipendenti probationary – in periodo di prova, che in genere dura un anno ma che per i diplomatici può durare fino a cinque anni. 

Per quanto riguarda il dipartimento di Stato, l’ex collega summenzionata sottolinea l’elusione di potenziali controlli parlamentari mettendo a capo delle direzioni (bureaus, inclusa quella per il personale) figure denominate semplicemente senior bureau officials, non soggette a conferma da parte del Senato. Una nuova confraternita di diplomatici ed “esperti”, denominata Ben Franklin Fellowship, è pronta a fornire persone leali all’amministrazione. È anche ipotizzabile che parte dei viceambasciatori (deputy chiefs of mission), fondamentali per la buona gestione, diventino di nomina politica. Dunque: esame per entrare in diplomazia cancellato sine die; scrutini e promozioni intralciate; rappresentanza dei diplomatici esautorata e cacciata dagli uffici; voci secondo cui collaboratori di Musk al sono alla ricerca di delatori, per capire chi non è leale.

La situazione varia da un ministero all’altro, date le variegate strutture e mansioni, ma l’obiettivo è sempre lo stesso: “sequestrare un intero sistema di pubblica amministrazione basato sul merito, che era stato creato proprio per smantellare il vecchio spoils system basato sul clientelismo e sulle raccomandazioni. Trump vuole il clientelismo, vuole essere l’unico patrono”, afferma l’ex collega. Mentre Trump insomma catalizza l’attenzione, persone poco appariscenti lavorano sottotraccia.  

C’è resistenza, attraverso campagne d’informazione e lobbying, ma soprattutto per le vie legali. È difficile seguire l’enorme numero di cause intentate nei tribunali federali da gruppi e individui che si ritengono danneggiati, ma il 16 maggio il New York Times contava ben 160 sentenze che bloccavano almeno temporaneamente azioni dell’esecutivo almeno potenzialmente illecite. L’ex capo del sindacato dei diplomatici americani, Eric Rubin, conta già nove cause che la sua organizzazione sta portando avanti, con un importante successo nella Corte federale d’appello di Washington per proteggere i diritti sindacali dei diplomatici. Egli vede qualche motivo d’ottimismo, tra cui un’attenzione lievemente maggiore al problema da parte del Congresso. Ma non bisogna abbassare la guardia: scherzando con amarezza, paragona la guerra di Trump contro la pubblica amministrazione al saccheggio di Roma da parte dei visigoti nel 410 d.C. 

Carta di Laura Canali - 2024 

Per salvare la pubblica amministrazione si guarda già alle presidenziali del 2028. È ipotizzabile una Camera dei rappresentanti a maggioranza democratica eletta nel novembre dell’anno prossimo (elezioni di metà mandato), ma non è detto che l’amministrazione ne rispetti le prerogative. 

Non sarà comunque facile ricostruire una pubblica amministrazione basata sul merito, efficiente e ligia alla costituzione. “È facile falcidiare la burocrazia dello Stato, ma è difficile ripristinare esperienza, fiducia e autostima una volta che queste persone se ne sono andate”, ricorda la mia ex collega. E persone con esperienza quasi impossibile da sostituire stanno scappando da Washington, anche prima di essere cacciate. Il recupero dopo il mero congelamento delle nuove assunzioni operato dal primo governo Trump fu difficile e non era paragonabile all’assalto in corso. Dopo il sacco dei visigoti Roma non è mai più stata la stessa.  

Note:

(1) US Agency for Global Media (responsabile delle emittenti radio Voice of America, Radio Free Europe/Radio Liberty e Radio Free Asia); Federal Mediation and Conciliation Service; Woodrow Wilson International Center for Scholars; Institute of Museum and Library Services; U.S Interagency Council on Homelessness; Community Development Financial Institutions Fund; Minority Business Development Agency.

(2) Consumer Product Safety Commission; Securities and Exchange Commission; Federal Deposit Insurance Corporation.

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ChatGPT

🗂 Presentazione dell’articolo

Titolo: La guerra di Trump allo Stato profondo Autore: Eric R. Terzuolo Fonte: Limes, 3 giugno 2025 Temi principali:

Smantellamento della pubblica amministrazione federale negli USA

Ideologia della Heritage Foundation

Logica illiberale e vendicativa dell’amministrazione Trump

Riorganizzazione istituzionale, tagli al personale e agli enti

Effetti sulla diplomazia, sui diritti civili e sull’efficienza statale

Ruolo di Elon Musk e del “Doge” nella nuova governance

Contesto: L’articolo denuncia e documenta l’attacco sistematico condotto dall’amministrazione Trump (secondo mandato) contro l’apparato statale federale americano, in nome di una visione anti-istituzionale che equipara la burocrazia professionale al cosiddetto “Stato profondo”. La ricostruzione avviene dall’interno, con toni lucidi e drammatici, grazie alla prospettiva dell’autore, ex diplomatico.


📌 Sintesi analitica

1. Lo smantellamento come progetto politico

L’autore descrive l’azione trumpiana come un’operazione ideologica ispirata al modello delle democrazie illiberali: la burocrazia federale viene stigmatizzata come “deep state” che ostacolerebbe la volontà popolare. L’obiettivo non è riformare ma distruggere l’idea stessa di pubblica amministrazione indipendente, professionalizzata, fedele alla Costituzione piuttosto che al presidente.

2. Numeri e portata della purga

Secondo stime CNN, già entro i primi 100 giorni dell’insediamento (gennaio-aprile 2025) sono stati effettuati oltre 120.000 licenziamenti, con altri 160.000 in programma, toccando almeno 30 ministeri. L’impatto sociale è profondo: intere comunità (es. Maryland) soffrono economicamente, e persino i sostenitori di Trump ne subiscono le conseguenze.

3. Colpiti i servizi essenziali e le agenzie internazionali

Tra i bersagli principali:

USAID, smantellata completamente, con ritiro del personale dall’estero

National Endowment for Democracy e US Institute for Peace, chiusi

Agenzie indipendenti regolatrici (protezione consumatori, mercati finanziari) ridimensionate

Tagli alla diplomazia: riduzione del 50% del bilancio per attività internazionali, soppressione di uffici e personale al Dipartimento di Stato

4. Ideologia, vendetta, discriminazione

L’intervento è guidato da una combinazione di revanscismo politico, ideologia neoliberista (ispirata alla Heritage Foundation) e disprezzo per le minoranze e le élite istruite. L’elemento razziale e di genere è evidente nelle epurazioni dei vertici militari: tre alti ufficiali, tra cui due donne e un afroamericano, sono stati rimossi senza motivazioni professionali plausibili.

5. La distorsione del concetto di meritocrazia

Dietro la promessa di “ripristino della meritocrazia” si nasconde una visione regressiva: l’unico merito riconosciuto è la fedeltà personale, e ciò comporta una discriminazione sistemica contro donne, afroamericani, minoranze e funzionari non allineati.

6. Il DOGE e la nuova governance oligarchica

Il “Department of Government Efficiency” (DOGE), creato da Elon Musk, incarna la fusione tra retorica populista e interesse corporativo: in nome dell’efficienza, si colpiscono enti pubblici per carpire e monetizzare dati sensibili. Il risparmio reale sul bilancio è minimo (170 miliardi su 2000 miliardi promessi), ma il potere sugli archivi statali è massimo.

7. Effetti sul ruolo globale degli Stati Uniti

L’indebolimento delle strutture diplomatiche e di cooperazione segna la fine dell’egemonia soft americana: non ci saranno più strumenti dedicati alla promozione della democrazia o alla gestione dei rifugiati. Secondo Eric Rubin, il settore della cooperazione allo sviluppo è finito “per sempre”.


🎯 Valutazione critica

L’articolo è una denuncia potente e dettagliata di una deriva autoritaria che si manifesta non con colpi di Stato, ma con l’erosione sistematica degli strumenti democratici e amministrativi. Terzuolo mette in guardia da una trasformazione profonda e difficile da invertire: una “demolizione dello Stato” che potrebbe durare ben oltre la presidenza Trump, lasciando cicatrici permanenti sulla struttura istituzionale americana.

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LA GUERRA DI TRUMP ALLO STATO PROFONDO

Tattiche ed effetti della crociata contro il “governo federale” illustrati da chi ci ha lavorato per anni. Dalla teoria della Heritage Foundation alla pratica del Doge. Ricostruire sarà difficile.
di Eric R. Terzuolo
Pubblicato il 
Dettaglio di una carta di Laura Canali. Per la versione integrale, <u><a href=https://www.limesonline.com/carte/carta-inedita-della-settimana/usa-dove-e-quanti-sono-i-funzionari-federali-18204556/ class=articolo_limes>clicca qui</a></u>.
Dettaglio di una carta di Laura Canali. Per la versione integrale,clicca qui

Tempi molto duri per i servitori dello Stato in America. Seguendo il manuale delle democrazie illiberali, l’amministrazione di Donald Trump stigmatizza la pubblica amministrazione come Stato profondo che tenta di sovvertire la volontà del popolo. L’obiettivo è abolire il concetto di una pubblica amministrazione professionale, non politica, ligia alla costituzione e non alla persona del presidente.

È difficile stilare bilanci precisi e attendibili. Quasi ogni giorno ci sono sentenze dei tribunali che bloccano (temporaneamente) azioni dell’esecutivo o che (meno spesso) danno semaforo verde. L’équipe trumpiana inoltre ama creare nebbia. Verso la fine dei fatidici “primi cento giorni” dopo l’insediamento del 20 gennaio scorso, la Cnn ha tentato di tirare qualche somma. Calcolavano allora un minimo di 121 mila licenziamenti di componenti della pubblica amministrazione federale, con almeno 30 ministeri toccati. Aggiungendo i tagli annunciati ma non ancora effettuati, si arrivava a circa 280 mila: più del 10% della forza lavoro civile dello Stato federale. 

A Washington quasi tutti hanno un familiare o un amico colpito in qualche modo. Il sottoscritto ne sa qualcosa. Tutta la regione circostante si prepara alla recessione. Il Maryland, dove risiedono numerosi dipendenti del governo federale, ha visto cadere il rating delle proprie obbligazioni. Immobili in vendita, prezzi in calo.  

Ma gli impiegati federali sono ovunque; anche fedeli sostenitori del presidente vengono colpiti dai licenziamenti e dai loro effetti collaterali. Pure il servizio meteorologico nazionale, presente in modo capillare su tutto il territorio nazionale, ha subìto tagli ingenti proprio all’arrivo della stagione dei tornado, frequenti negli Stati trumpiani del Sud e Centro-Sud.

Interi enti governativi sono feriti a morte. Tra questi spicca la U.S. Agency for International Development (UsAid), responsabile per la cooperazione internazionale allo sviluppo. Bersaglio immediato, ha visto chiudere la propria sede e richiamare con effetto immediato il proprio numeroso personale operante all’estero. Il 28 marzo, il segretario di Stato Marco Rubio ha annunciato che alcune funzioni della UsAid sarebbero state trasferite al dipartimento di Stato e che le altre sarebbero cessate definitivamente. 

L’amministrazione Trump ritiene l’intero concetto della cooperazione allo sviluppo contrario alla sua visione, estremamente restrittiva, degli interessi americani. Eric Rubin, ambasciatore in Bulgaria e poi presidente dell’American Foreign Service Association (l’organo di rappresentanza dei diplomatici statunitensi), sostiene con grande rammarico che gli Stati Uniti mai più avranno uno specifico organo per la cooperazione allo sviluppo e che il ruolo del paese in questo settore è finito per sempre. 

Anche altri uffici sono stati cancellati. Il 14 marzo, con uno dei suoi innumerevoli executive orders (decreti presidenziali), Trump ha eliminato ben sette enti in un colpo solo1. Alcuni avevano mansioni orientate all’esterno o a scopi di studio e documentazione; altri dovevano aiutare le persone meno abbienti e le minoranze. Colpito probabilmente a morte anche lo US Institute for Peace, importante centro di studi internazionali e di formazione, chiuso con forza bruta. Cancellato pure il National Endowment for Democracy, ente finanziato dal Congresso per promuovere e sostenere la democrazia all’estero.

Il sistema di governo americano include numerosi enti creati e finanziati dal Congresso, ma indipendenti in quanto non soggetti al controllo dell’esecutivo. Il concetto è che certe funzioni dovrebbero essere al di sopra della politica. Chiaramente intollerabile per Trump, che già a febbraio aveva tarpato le ali ad alcune agenzie indipendenti2 con ruoli di sorveglianza e regolamentazione per proteggere la gente da prodotti industriali pericolosi, da comportamenti illeciti nei mercati azionari e dal rischio di perdere i propri risparmi. 

Molti ministeri sono seriamente compromessi. Tra questi il dipartimento di Stato. In linea  generale, il “bilancio Trump 2026” prevede una riduzione di quasi il 50% delle spese complessive per le attività internazionali del governo. Tagli ingenti sono previsti al personale diplomatico e non, che però svolge mansioni di grande importanza. Già cacciati i funzionari a contratto, che erano diventati numerosi. Secondo un piano diffuso dal New York Times (poi rinnegato dall’inaffidabile Rubio), il dipartimento di Stato dovrebbe perdere circa il 15 % del proprio bilancio, con l’eliminazione di circa il 20% degli uffici e altre strutture interne. Da ex diplomatico statunitense confesso che l’idea di snellire un po’ le strutture, eliminando duplicazioni, non mi dispiace; così cesserebbe però tutta l’attività di promozione della democrazia e dei diritti umani, nonché quella di protezione dei rifugiati. Il piano di riorganizzazione più definitivo diramato da Rubio il 29 maggio va in questo senso, anche se la direzione per i rapporti con l’Africa, che sembrava destinata a sparire, è stata almeno in parte graziata.

Il conservatore non trumpiano Elliot Abrams, esperto repubblicano di politica estera e veterano al dipartimento di Stato, vede questa riorganizzazione come “prodotto di ostilità senza beneficio dell’esperienza (…) più vendetta che riforma”. Il già menzionato Rubin sottolinea un fortissimo desiderio di rivalsa da parte di persone che si percepiscono escluse immeritatamente dall’establishment.

I dicasteri dedicati alle relazioni internazionali sono particolarmente vulnerabili perché manca un gruppo significativo di elettori che dia importanza alla diplomazia e la sostenga politicamente. Tra gli altri feriti, ma che sopravvivrà in quanto strumento utile a Trump per perseguire avversari e rivali politici, c’è il dipartimento della Giustizia. Sostanzialmente distrutto però l’Ufficio per la protezione dei diritti civili: dei circa trenta avvocati destinati per esempio alla protezione del diritto al voto sembrano esserne rimasti solo tre. 

Il dipartimento per l’Istruzione rischia l’eliminazione, anche se il 22 maggio un giudice federale ha bloccato temporaneamente il licenziamento di circa 1.300 dipendenti. Il ministero in questione dovrebbe favorire l’eguale accesso a un’istruzione di qualità a tutti i livelli, senza distinzioni di razza, genere, religione e censo. Per questo è accusato di wokismo, grande spauracchio sfruttato in campagna elettorale dai repubblicani. Un decreto del 23 aprile promette il ripristino della meritocrazia in tutto l’apparato statale. Non suona male, ma parte nei fatti da un presupposto nocivo: che soltanto uomini bianchi (o donne bianche che accettano, almeno superficialmente, i canoni del maschilismo) siano meritevoli di alti incarichi.

Il giorno dell’insediamento di Trump, il capo di Stato maggiore della Marina militare statunitense era l’ammiraglio Lisa Franchetti, curriculum militare poderoso. Cacciata da Trump dopo circa un mese. A capo della Guardia costiera c’era l’ammiraglio Linda Fagan, prima donna a capo di una forza militare statunitense, altro curriculum poderoso. Cacciata il giorno dopo. Il capo di Stato maggiore di tutte le Forze armate americane, il generale dell’aeronautica Charles Brown, è stato cacciato dopo un mese avendo la sfortuna di essere afroamericano. Non bisogna illudersi che dietro queste decisioni ci siano valutazioni di merito. È indubbio l’effetto corrosivo sul morale delle Forze armate, da decenni motore di ascesa sociale per persone ambiziose di tutte le provenienze. 

Il nome dello pseudo-ministero creato da Elon Musk – Department of Government Efficiency (Doge) – richiama esplicitamente la diffusa, ma inesatta immagine di una pubblica amministrazione inefficiente. Ma eliminare la presunta inefficienza della pubblica amministrazione è una giustificazione vuota. Per finanziare ulteriori grandi tagli alle tasse sui più ricchi e sulle aziende, anche riduzioni massicce della pubblica amministrazione aiutano poco. I risparmi chiaramente identificabili sono finora modestissimi. Un’attenta analisi del Financial Timespubblicata il 14 maggio, spiega che dei 2 mila miliardi di dollari in tagli promessi da Musk (circa un terzo del bilancio federale) quelli effettivamente operati sarebbero appena 170, cifra cui si arriva peraltro attraverso calcoli opinabili. Non si riscontrano, infatti, riduzioni della spesa pubblica. Gli interventi in molti enti, come l’Agenzia delle entrate e il sistema pensionistico, mirano principalmente a carpire dati personali degli americani, facilmente monetizzabili da Musk e dagli altri oligarchi digitali.

Se c’è un peccato della pubblica amministrazione agli occhi di Trump è una presunta mancanza di lealtà personale, ingiustamente dipinta come mancanza di patriottismo. Un esempio si trova nel decreto presidenziale del 12 febbraio riguardante il dipartimento di Stato. D’altronde, io mi ricordo di aver prestato giuramento tanti anni fa alla costituzione degli Stati Uniti, non alla presidenza o a uno specifico presidente. Il giorno stesso dell’insediamento un decreto annunciava una campagna per mettere fine alla presunta weaponization (uso strumentale) della pubblica amministrazione quale arma per colpire Trump e i suoi, inclusi i colpevoli dell’assalto al campidoglio del 6 gennaio 2021. 

Gli sforzi per terrorizzare la pubblica amministrazione possono sembrare paradossali, dato che si tratta di un apparato statale già visibilmente politicizzato, con alti funzionari di nomina politica sempre numerosi. Il cosiddetto Plum Book elenca circa 8 mila incarichi che ogni presidente può riempire, in modo da avere persone fidate nei ranghi alti e medio-alti dell’intera pubblica amministrazione. Come se non bastasse, è stata rispolverata l’idea di “riclassificare” altri 50 mila incarichi pubblici per renderli di nomina politica e privilegiare così “la lealtà, non la professionalità” secondo un’ex diplomatica di alto rango in pensione, molto esperta nella gestione del personale.

In realtà, i funzionari americani sono estremamente rispettosi delle autorità politiche. Nell’impossibilità di applicare le direttive del presidente ci si dimette, come ha fatto recentemente Bridget Brink, ambasciatore degli Stati Uniti a Kiev per quasi tre anni. Ma pubblica amministrazione e sfera politica sono cose diverse, con formae mentis contrastanti. In politica vige la legge della lealtà personale, mentre i componenti della pubblica amministrazione sono obbligati a rispettare le leggi che derivano in prim’ordine dal ramo legislativo. Una corretta applicazione della deontologia professionale spesso obbliga la pubblica amministrazione a dire ai leader politici cose che preferirebbero non sentire. Ciò serve a proteggere lo Stato di diritto e la democrazia. 

Tutto ciò è chiaramente inaccettabile per Trump, che promuove apertamente la cosiddetta Unitary Executive Theory secondo cui non ci sono limiti al potere del presidente sui componenti della pubblica amministrazione, i quali non possono godere di alcuna protezione. Trump, Vance, i collaboratori visibili e forse soprattutto quelli che cercano di rimanere invisibili hanno come obiettivo l’eliminazione di tutta l’autorità che non sia emanazione diretta del presidente. Così rovesciando la sentenza della Corte suprema nel caso Humphrey’s Executor v. United States (1935), che garantisce la limitazione del potere presidenziale per via legislativa. Una sentenza del 22 maggio dimostra purtroppo la disponibilità dell’attuale Corte suprema in tal senso.

Tra i più attivi promotori della Unitary Executive Theory figura Russell Vought, direttore dell’Office of Management and Budget (parte della Casa Bianca) e “visionario” della seconda amministrazione Trump. Vought è l’anello di congiunzione tra Casa Bianca e Heritage Foundation, centro studi ultraconservatore di Washington che ha preparato il piano di battaglia di Trump. Documento fondamentale è Mandate for Leadership: The Conservative Promise, pubblicato dalla Heritage nel 2023 e frutto principale del Project 2025, collaborazione tra pensatoi dell’estrema destra che rifiutano le tradizioni del conservatorismo americano. Le proposte dei think tank di Washington ai presidenti entranti in genere riguardano linee politiche da tenere su specifici dossier, senza grande attenzione a come controllare l’apparato statale e i dipendenti. Ma Mandate for Leadership è inteso esplicitamente come “visione di come devono essere governate le principali agenzie del governo federale” (p. XIV). Kevin Roberts, presidente della Heritage, annovera tra i principali obiettivi quello di “smantellare lo Stato amministrativo e restaurare l’autogoverno del popolo americano” (p. 3). 

Si sottolinea il ruolo centrale degli enti che sono emanazioni dirette della Casa Bianca (non ministeri) e che possono essere utilizzati per rafforzare il potere presidenziale. L’elenco delle componenti del White House Office, i più immediati collaboratori del presidente, occupa ben 18 pagine. Viene poi dedicata particolare attenzione all’Office of Management and Budget, utile per “allineare la burocrazia a tutte le decisioni (del presidente) in materia di bilancio, gestione e regolamentazione” (p. 44). Un intero capitolo riguarda gli uffici responsabili del personale, in particolare l’Office of Personnel Management. Quanto ai ministeri veri e propri, ampio spazio è dedicato alle strutture e alla gestione del personale.

Da candidato Trump ha negato qualsiasi coinvolgimento con Project 2025; ciò ha tuttavia fornito la base di Agenda47, il programma elettorale di Trump. Nessuna sorpresa, insomma: l’aggressione alla pubblica amministrazione è frutto di attenta pianificazione e studio. Grande attenzione è posta alle vulnerabilità. Tra i bersagli più facili da colpire rapidamente erano stati individuati i lavoratori a contratto, che non godevano di protezioni. Altro bersaglio facile erano i dipendenti probationary – in periodo di prova, che in genere dura un anno ma che per i diplomatici può durare fino a cinque anni. 

Per quanto riguarda il dipartimento di Stato, l’ex collega summenzionata sottolinea l’elusione di potenziali controlli parlamentari mettendo a capo delle direzioni (bureaus, inclusa quella per il personale) figure denominate semplicemente senior bureau officials, non soggette a conferma da parte del Senato. Una nuova confraternita di diplomatici ed “esperti”, denominata Ben Franklin Fellowship, è pronta a fornire persone leali all’amministrazione. È anche ipotizzabile che parte dei viceambasciatori (deputy chiefs of mission), fondamentali per la buona gestione, diventino di nomina politica. Dunque: esame per entrare in diplomazia cancellato sine die; scrutini e promozioni intralciate; rappresentanza dei diplomatici esautorata e cacciata dagli uffici; voci secondo cui collaboratori di Musk al sono alla ricerca di delatori, per capire chi non è leale.

La situazione varia da un ministero all’altro, date le variegate strutture e mansioni, ma l’obiettivo è sempre lo stesso: “sequestrare un intero sistema di pubblica amministrazione basato sul merito, che era stato creato proprio per smantellare il vecchio spoils system basato sul clientelismo e sulle raccomandazioni. Trump vuole il clientelismo, vuole essere l’unico patrono”, afferma l’ex collega. Mentre Trump insomma catalizza l’attenzione, persone poco appariscenti lavorano sottotraccia.  

C’è resistenza, attraverso campagne d’informazione e lobbying, ma soprattutto per le vie legali. È difficile seguire l’enorme numero di cause intentate nei tribunali federali da gruppi e individui che si ritengono danneggiati, ma il 16 maggio il New York Times contava ben 160 sentenze che bloccavano almeno temporaneamente azioni dell’esecutivo almeno potenzialmente illecite. L’ex capo del sindacato dei diplomatici americani, Eric Rubin, conta già nove cause che la sua organizzazione sta portando avanti, con un importante successo nella Corte federale d’appello di Washington per proteggere i diritti sindacali dei diplomatici. Egli vede qualche motivo d’ottimismo, tra cui un’attenzione lievemente maggiore al problema da parte del Congresso. Ma non bisogna abbassare la guardia: scherzando con amarezza, paragona la guerra di Trump contro la pubblica amministrazione al saccheggio di Roma da parte dei visigoti nel 410 d.C. 

Carta di Laura Canali - 2024
Carta di Laura Canali - 2024 

Per salvare la pubblica amministrazione si guarda già alle presidenziali del 2028. È ipotizzabile una Camera dei rappresentanti a maggioranza democratica eletta nel novembre dell’anno prossimo (elezioni di metà mandato), ma non è detto che l’amministrazione ne rispetti le prerogative. 

Non sarà comunque facile ricostruire una pubblica amministrazione basata sul merito, efficiente e ligia alla costituzione. “È facile falcidiare la burocrazia dello Stato, ma è difficile ripristinare esperienza, fiducia e autostima una volta che queste persone se ne sono andate”, ricorda la mia ex collega. E persone con esperienza quasi impossibile da sostituire stanno scappando da Washington, anche prima di essere cacciate. Il recupero dopo il mero congelamento delle nuove assunzioni operato dal primo governo Trump fu difficile e non era paragonabile all’assalto in corso. Dopo il sacco dei visigoti Roma non è mai più stata la stessa.  


Note:

(1) US Agency for Global Media (responsabile delle emittenti radio Voice of AmericaRadio Free Europe/Radio Liberty e Radio Free Asia); Federal Mediation and Conciliation Service; Woodrow Wilson International Center for Scholars; Institute of Museum and Library Services; U.S Interagency Council on Homelessness; Community Development Financial Institutions Fund; Minority Business Development Agency.

(2) Consumer Product Safety Commission; Securities and Exchange Commission; Federal Deposit Insurance Corporation.

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🗂 Presentazione dell’articolo

Titolo: La guerra di Trump allo Stato profondo
Autore: Eric R. Terzuolo
Fonte: Limes, 3 giugno 2025
Temi principali:

  • Smantellamento della pubblica amministrazione federale negli USA

  • Ideologia della Heritage Foundation

  • Logica illiberale e vendicativa dell’amministrazione Trump

  • Riorganizzazione istituzionale, tagli al personale e agli enti

  • Effetti sulla diplomazia, sui diritti civili e sull’efficienza statale

  • Ruolo di Elon Musk e del “Doge” nella nuova governance

Contesto:
L’articolo denuncia e documenta l’attacco sistematico condotto dall’amministrazione Trump (secondo mandato) contro l’apparato statale federale americano, in nome di una visione anti-istituzionale che equipara la burocrazia professionale al cosiddetto “Stato profondo”. La ricostruzione avviene dall’interno, con toni lucidi e drammatici, grazie alla prospettiva dell’autore, ex diplomatico.


📌 Sintesi analitica

1. Lo smantellamento come progetto politico

L’autore descrive l’azione trumpiana come un’operazione ideologica ispirata al modello delle democrazie illiberali: la burocrazia federale viene stigmatizzata come “deep state” che ostacolerebbe la volontà popolare. L’obiettivo non è riformare ma distruggere l’idea stessa di pubblica amministrazione indipendente, professionalizzata, fedele alla Costituzione piuttosto che al presidente.

2. Numeri e portata della purga

Secondo stime CNN, già entro i primi 100 giorni dell’insediamento (gennaio-aprile 2025) sono stati effettuati oltre 120.000 licenziamenti, con altri 160.000 in programma, toccando almeno 30 ministeri. L’impatto sociale è profondo: intere comunità (es. Maryland) soffrono economicamente, e persino i sostenitori di Trump ne subiscono le conseguenze.

3. Colpiti i servizi essenziali e le agenzie internazionali

Tra i bersagli principali:

  • USAID, smantellata completamente, con ritiro del personale dall’estero

  • National Endowment for Democracy e US Institute for Peace, chiusi

  • Agenzie indipendenti regolatrici (protezione consumatori, mercati finanziari) ridimensionate

  • Tagli alla diplomazia: riduzione del 50% del bilancio per attività internazionali, soppressione di uffici e personale al Dipartimento di Stato

4. Ideologia, vendetta, discriminazione

L’intervento è guidato da una combinazione di revanscismo politico, ideologia neoliberista (ispirata alla Heritage Foundation) e disprezzo per le minoranze e le élite istruite. L’elemento razziale e di genere è evidente nelle epurazioni dei vertici militari: tre alti ufficiali, tra cui due donne e un afroamericano, sono stati rimossi senza motivazioni professionali plausibili.

5. La distorsione del concetto di meritocrazia

Dietro la promessa di “ripristino della meritocrazia” si nasconde una visione regressiva: l’unico merito riconosciuto è la fedeltà personale, e ciò comporta una discriminazione sistemica contro donne, afroamericani, minoranze e funzionari non allineati.

6. Il DOGE e la nuova governance oligarchica

Il “Department of Government Efficiency” (DOGE), creato da Elon Musk, incarna la fusione tra retorica populista e interesse corporativo: in nome dell’efficienza, si colpiscono enti pubblici per carpire e monetizzare dati sensibili. Il risparmio reale sul bilancio è minimo (170 miliardi su 2000 miliardi promessi), ma il potere sugli archivi statali è massimo.

7. Effetti sul ruolo globale degli Stati Uniti

L’indebolimento delle strutture diplomatiche e di cooperazione segna la fine dell’egemonia soft americana: non ci saranno più strumenti dedicati alla promozione della democrazia o alla gestione dei rifugiati. Secondo Eric Rubin, il settore della cooperazione allo sviluppo è finito “per sempre”.


🎯 Valutazione critica

L’articolo è una denuncia potente e dettagliata di una deriva autoritaria che si manifesta non con colpi di Stato, ma con l’erosione sistematica degli strumenti democratici e amministrativi. Terzuolo mette in guardia da una trasformazione profonda e difficile da invertire: una “demolizione dello Stato” che potrebbe durare ben oltre la presidenza Trump, lasciando cicatrici permanenti sulla struttura istituzionale americana.





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