DA RONALD A DONALD, LA PARABOLA DEL SECOLO AMERICANO Limes 2024/12

 

DA RONALD A DONALD, LA PARABOLA DEL SECOLO AMERICANO

Trump è effetto e concausa della mutazione sociopolitica che negli ultimi decenni ha trasformato l’America. Dal moralismo ottimista ed estroverso del Gipper al nichilismo nostalgico e rabbioso del Maga. I democratici sono parte del problema, ma da comprimari.
di Fabrizio Maronta
Pubblicato il 
Pubblicato in: Musk o Trump, America al bivio - n°12 - 2024

1. La storia insegna? Forse. Sicuramente inganna. Specie quando, di fronte a novità radicali che sfidano la nostra capacità interpretativa, il bisogno di spiegare e (illudersi di) dominare gli eventi ci spinge a cercare precise analogie nel passato. Del presente, tuttavia, il passato è premessa, non copia conforme. Altrimenti non si darebbe storia, ma solo un’eterna immanenza. È questo che viene in mente quando si accostano le figure di Ronald Reagan e Donald Trump: esercizio in cui un’ampia e crescente pubblicistica, soprattutto statunitense, si cimenta da circa dieci anni a questa parte.

L’accostamento tra il «Gipper» e Trump è facilitato da alcune analogie biografiche e retoriche che a uno sguardo distratto avvicinano i due personaggi, quando addirittura non li sovrappongono. Reagan e Trump sono gli unici presidenti americani, almeno sinora, ad aver condotto show televisivi: General Electric Theater il primo, The Apprentice il secondo. Entrambi divorziati, sopravvissuti a un attentato (Reagan nel marzo 1981, Trump nel luglio 2024) e amanti del golf. Entrambi eletti sulla scorta della promessa di (Let’s) Make America Great Again, slogan che la campagna trumpiana del 2015 riprende direttamente da quella reaganiana del 1980, la quale lo declinava anche come Restore America 1. Tutti e due, nella prima vita politica, erano democratici. Reagan (classe 1911) rimase affiliato al Partito democratico fino al 1962, anno in cui ne uscì deluso commentando che non era lui a lasciare il partito, ma il partito a lasciare lui; e con le insegne repubblicane governò per due mandati la California, dal 1967 al 1975, prima di correre per la Casa Bianca. Trump (classe 1946) in un’intervista a Playboy del 1990 2 non escludeva di candidarsi alla presidenza con il Partito democratico; fino al 2001 è stato registrato al voto come democratico e ha donato al partito più di quanto abbia elargito ai repubblicani 3.

Reagan, specie nel primo mandato, esibiva un populistico disprezzo per la macchina governativa e per gli esperti che la riempivano, promettendo sforbiciate draconiane. Al pari di Trump, il Gipper andava fiero delle sue abilità negoziali – acquisite tra il 1947 e il 1952 come presidente del sindacato attori, non come immobiliarista – e ostentava una crassa ignoranza dei processi politico-burocratici. Anche se da lettore vorace, nonché ex governatore di uno Stato complesso come la California, ne sapeva forse più di quanto non mostrasse – quasi certamente più di Trump. Al pari di quest’ultimo mentiva spesso – anche se non così spesso – e in modo reiterato. Nel 1965, quando uno studente gli chiese conto della sua spudorata affermazione circa il fatto che «nessun paese nella storia è mai sopravvissuto a una tassazione pari a un terzo del reddito nazionale», rispose con noncuranza: «Mi spiace, purtroppo non trovo più la fonte» 4, salvo continuare a ripeterla nei suoi successivi discorsi.

Le campagne elettorali di Reagan facevano uso dell’estremismo retorico che in Trump assume carattere metodico e parossistico. Specie all’inizio della sua carriera politica, il Gipper accusava regolarmente i democratici di complottare per rendere l’America un paese socialista, promovendo schemi di welfare e un ruolo dello Stato propri di un’economia pianificata di stampo comunista. Nel suo famoso discorso del 1964 «Time for Choosing» che gli valse la candidatura repubblicana a governatore della California, Reagan accusò i democratici di «aver preso il partito di Jefferson, Jackson e Cleveland e averlo trasformato nel partito di Marx, Lenin e Stalin» 5.

A posteriori molti addebitano al massimalismo individualista e all’ideologia dello Stato minimo la disastrosa gestione reaganiana dell’epidemia di Aids, che al pari del Covid-19 sotto Trump fece decine di migliaia di vittime – oltre 50 mila mentre Reagan era in carica. Malgrado la gravità della situazione e l’allarme pubblico per la «malattia del secolo», il presidente attese il 1987 – ben sei anni dopo la diagnosi dei primi casi – per menzionare l’Aids in un discorso pubblico, precludendo quasi del tutto agli enti federali il contrasto dell’emergenza 6. Inoltre, sebbene Reagan – al pari di Trump – si professasse libero da pregiudizi razziali, faceva regolarmente appello al voto bianco: nel 1964 si oppose al Civil Right Act definendolo «una legge puramente emotiva basata sull’improvvisazione politica», nel 1965 condannò il Voting Rights Act tacciandolo di «umiliare il Sud» 7.

Anche Reagan, come Trump, eredita un’America in grave affanno: un paese in piena crisi energetica, dove «l’erosione della fiducia nel futuro (…) minaccia di distruggere il tessuto sociale e politico» 8 come ammonì nel 1979 l’allora presidente Jimmy Carter nel suo famoso «Malaise speech». Alla crisi di fiducia interna corrisponde uno stallo in politica estera: l’Unione Sovietica ha invaso l’Afghanistan, Carter non riesce a liberare i diplomatici statunitensi presi in ostaggio a Teheran alla vigilia delle presidenziali del 1980, il Vietnam ha lasciato l’America umiliata, divisa e incerta sul suo ruolo internazionale. Gli oppositori di Carter – interni ed esterni al Partito democratico – lo accusano di aver «svuotato le Forze armate», rendendole incapaci di combattere ed esponendo il paese alla superiorità convenzionale e nucleare dell’Urss. All’amministrazione è imputato anche di aver perseverato in una politica della distensione sempre più inefficace e impopolare, consentendo a Mosca di espandere la propria influenza nel Terzo Mondo non allineato le cui crescenti simpatie filosovietiche prospettano quell’effetto domino temuto dai fautori del contenimento.

<address>Carta di Laura Canali - 2024
Carta di Laura Canali - 2024 

2. Pur numerose e apparentemente oggettive, queste similitudini fuorviano perché suggeriscono una consonanza che ignora le differenze caratteriali e ideologiche tra i due soggetti, ma soprattutto il profondo divario storico che ne separa le presidenze. È questo a rendere utile il paragone e che fa di Ronald e Donald altrettanti emblemi dell’America. Di quella che era, di quella che è: la seconda per molti versi opposta alla prima, la quale difficilmente tornerà. 

È stato osservato che il pieno dispiegarsi del New Deal si ha nel decennio successivo alla morte di Franklin Delano Roosevelt, quando i democratici improntano del loro canone anche le politiche repubblicane attraverso la presidenza di Dwight Eisenhower, un repubblicano che governò in linea con i precetti del nuovo corso rooseveltiano. Parimenti l’eredità di Reagan si manifesta appieno negli anni Novanta, quando il Partito repubblicano conquista la Camera dei rappresentanti per la prima volta in quarant’anni ed estende la sua presa elettorale a livello statale e substatale, specie in quello che fino ad allora era stato il solid South democratico e operario 9. È all’apice del «momento unipolare» americano post-guerra fredda che il Gipper, il presidente della vittoria sull’Urss accolto dai repubblicani come un descamisado sovversivo negli anni Sessanta e Settanta, assurge a canone e a oggetto di venerazione.

La creazione del mito e la sua consacrazione celano però l’avvio, già nei primi anni Novanta, di una profonda mutazione in campo repubblicano e, di riflesso, democratico. Più i repubblicani invocavano Reagan, più se ne distanziavano. Il suo conservatorismo massimalista, ma geneticamente ottimista perché figlio ed emblema del secolo americano – la cui ultima, parziale e forse già anacronistica incarnazione è George W. Bush – viene progressivamente rimpiazzato da un tradizionalismo più pessimista, rabbioso e politicamente estremista, che trova inizialmente espressione in figure come Pat Buchanan, Rush Limbaugh, Ross Perot, Newt Gingrich, Laura Ingraham o Dinesh D’Souza. Questa forma di (anti)politica ideologica e reazionaria, che monta in scia alla crisi economico-finanziaria del 2008-2009 con l’affermazione del movimento Tea Party al Congresso e con lo speculare attacco da sinistra del movimento Occupy (Wall Street), è per molti versi il frutto avvelenato della vittoria.

La decadenza del reaganismo inizia infatti con la fine della guerra fredda, che ne è la causa di gran lunga principale. Reagan, come e forse più dei suoi predecessori, è un presidente della guerra fredda: quel confronto a tutto campo concorre a plasmarne la retorica, le politiche interne ed esterne, la visione sociale e l’apparato valoriale. Scomparso l’«impero del male» che consente di definire in modo manicheo e rassicurante identità e missione dell’America e del partito – i repubblicani – che pretendono di incarnarne ethos e tradizione, nel giro di vent’anni i conservatori perdono la spinta al coinvolgimento internazionale. Di più, perdono la motivazione a sostenere e promuovere la democrazia. A venir meno è l’impulso a perseguire attivamente un’egemonia data ormai per scontata, tanto da non essere più percepita come obiettivo strategico e valore morale.

La visione «classica» resterà appannaggio della componente neoconservatrice, figlia anch’essa della guerra fredda e impregnata di una filosofia della storia sempre meno in sintonia con i tempi, cui le guerre astrategiche in Afghanistan e (soprattutto) in Iraq assesteranno un duro colpo (finale?). Oggi l’accanimento di Trump a circondarsi dei suoi – a livello apicale ma anche burocratico, attraverso lo spoils system estremo affidato al duo Elon Musk-Vivek Ramaswamy – molto deve alla volontà di prescindere del tutto dagli ultimi epigoni di una visione imperiale che la classe media statunitense rigetta, gravata com’è dai suoi costi. Del trionfo statunitense sull’Urss si parla di solito per gli effetti geostrategici: fine dell’ordine bipolare, trionfo del modello economico e della potenza statunitensi, allargamento dell’impronta strategica americana sull’Europa orientale e sul Sud-Est asiatico, incorporazione dell’ex blocco comunista nel sistema finanziario, commerciale e istituzionale della globalizzazione americanocentrica.

La fine del confronto con l’Urss ha però forti contraccolpi socioeconomici anche sugli Stati Uniti. Alcuni immediati: nel 1992, anno in cui viene eletto alla presidenza Bill Clinton, il paese sperimenta una forte recessione indotta dalla contrazione delle commesse militari e all’industria aerospaziale, che aveva giocato un ruolo di rilievo nelle «guerre stellari» di Reagan. Altri più subdoli, ma in prospettiva molto più profondi e strutturali: quella recessione e le successive sono contrastate dalla Federal Reserve di Alan Greenspan e successori abbassando in modo drastico e persistente i tassi d’interesse. Comincia l’èra del denaro a basso costo, che insieme alla deregolamentazione iniziata da Reagan e proseguita con convinzione da Clinton dà enorme impulso alla finanziarizzazione dell’economia americana. Se per lungo tempo questa ricetta non ha creato inflazione è perché le economiche importazioni dall’Asia e i continui acquisti di dollari dall’estero garantivano insieme stabilità dei prezzi e una stampella all’erario, dissanguato dalla corsa alla detassazione che nessuno ha mai davvero invertito (nemmeno Trump, che anzi la rilancia).

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Carta di Laura Canali - 2024 

Il conto salato – deindustrializzazione, debito incoercibile – di questa quarantennale età dell’oro alimenta la rabbia di cui si nutre la mutazione dal conservatorismo di Reagan al nazionalismo di Trump. Middle American radicals è il termine coniato già negli anni Novanta da Sam Francis, consigliere elettorale di Pat Buchanan, per dare un nome al crescente risentimento degli esclusi dalla globalizzazione: la popolazione tendenzialmente bianca, cristiana e rurale dei flyover states (gli Stati dell’America profonda che le élite costiere sono solite sorvolare) che negli ultimi decenni si è sentita sempre più minacciata e marginalizzata dai cambiamenti economici e demografici. Ancora a metà anni Ottanta, lo stesso Buchanan e molti altri come lui parlavano dell’immigrazione con toni positivi, come la linfa che aveva storicamente fatto grande l’America; pochi anni dopo le addebitavano ogni male della società americana, comprese le rivolte che nel 1992 incendiarono Los Angeles dopo il pestaggio, l’anno prima, del tassista afroamericano Rodney King a opera di poliziotti bianchi, prese a pretesto per agitare lo spettro della «sostituzione etnica» dei bianchi da parte delle minoranze. 

Intanto figure come Charles Murray e Dinesh D’Souza abbracciavano teorie pseudoscientifiche sulla razza, mentre il movimento evangelico – cui la presidenza Bush darà voce e respiro – premeva per introdurre il creazionismo nei programmi scolastici. A questa piega reazionaria gli ambienti progressisti rispondono radicalizzando a loro volta le posizioni politiche e intellettuali, in una controreazione sfociata nell’altrettanto estrema «cultura woke» ora rigettata dall’elettorato di Trump. La retorica repubblicana accompagna questa progressiva estremizzazione, inizialmente da parte soprattutto di esponenti come Newt Gingrich che non si fanno scrupolo di dipingere i democratici quali «traditori» e «degenerati», in un esercizio di character assassination mirante a demolire non solo e non tanto la proposta politica, quanto la statura morale e la dignità dell’avversario. A questa degenerazione del dibattito pubblico concorre l’avvento dei commentatori radiofonici radicali, fenomeno che prende piede nei primi anni Novanta e che ha un emblema in Rush Limbaugh, cui la notorietà mediatica conferisce notevole ascendente politico sul Partito repubblicano.

Questo volto oscuro della politica statunitense negli anni Novanta è stato definito angry white men politics (la politica degli uomini bianchi arrabbiati), ma le donne vi svolgono un ruolo importante. Esse integrano una nuova leva di commentatori politici figlia della tv via cavo e dell’affermazione dei canali all-news (capostipite la Cnn): figure come Laura Ingraham o Ann Coulter, che abbracciano e diffondono uno stile più diretto, pugnace e polemico. In politica si fanno avanti personaggi per certi versi più subdoli come Helen Chenoweth, la deputata dell’Idaho dall’immagine materna e rassicurante che coltiva stretti rapporti con le milizie suprematiste del suo distretto 10.

La risposta progressista alla metamorfosi repubblicana è se possibile ancor più indicativa dei tempi. Mentre il Partito democratico si radicalizza sulle questioni razziali e di genere alimentando le culture wars che dividono politica e società americane, negli anni Novanta rincorre i post reaganiani su questioni chiave come l’immigrazione, la sicurezza del confine con il Messico e lo Stato sociale. Nel 1995 Bill Clinton e Newt Gingrich discutono di come «riformare» la Social Security 11, infliggendo un altro colpo all’impianto del New Deal e alla Great Society di Lindon Johnson. A mascherare in parte questa convergenza è una retorica incendiaria, anch’essa in gran parte mutuata dai repubblicani, che demonizza un avversario di cui in realtà si sottoscrive più o meno consapevolmente il canone neoliberista. Gli anni Novanta sono dunque uno spartiacque non tanto perché decennio di polarizzazione, ma perché vedono uno spostamento a destra di tutta la politica e le politiche statunitensi. Scelta di cui ora i democratici pagano un prezzo altissimo, chiamati a renderne brutalmente conto dai settori socioeconomici che hanno ipocritamente tradito.

3. Visti alla luce degli oltre trent’anni che li separano, Reagan e Trump mostrano differenze sostanziali. Non è solo un fatto di stile: newyorkese diretto e volgare il secondo, che ha nell’insulto un tratto caratterizzante; prodotto di una piccola cittadina del Midwest il primo, che da consumato gentiluomo aveva modi affabili con (quasi) tutti e nel suo diario personale si asteneva dallo scrivere per esteso parole come hell (inferno) o damned (dannato), preferendo pudichi asterischi.

Molto oltre i modi, i due incarnano ed esprimono – anche attraverso la retorica – due idee diverse degli Stati Uniti e del loro posto nel mondo. Reagan celebrava l’America come «città scintillante sulla collina» 12 e nel 1984 impostò la sua campagna elettorale per la rielezione sull’idea che fosse «mattino in America.» Il Maga (Make America Great Again) trumpiano parte invece dal presupposto che «il sogno americano è morto» e che «il [nostro] paese va malissimo» 13: più che un appello alla speranza di una nazione che si sente eccezionale e capace, è un richiamo alla paura di un popolo che contempla con angoscia l’idea di non essere più né l’uno né l’altro. 

Questo spiega perché, a differenza di Trump, Reagan fosse ostentatamente favorevole all’immigrazione. Nel suo ultimo discorso da presidente, puntualizza solenne: «Noi guidiamo il mondo perché, unici tra le nazioni, deriviamo la nostra gente – la nostra forza – da ogni paese e da ogni angolo del mondo (…) per rinnovare e arricchire continuamente la nostra nazione» 14. Queste parole seguono i fatti: nel 1986 Reagan firmava l’Irca (Immigration Reform and Control Act), anche noto come Simpson-Mazzoli Act, a oggi la maggiore amnistia migratoria della recente storia americana che regolarizza circa tre milioni di immigrati illegalmente presenti sul suolo statunitense. Per le stesse ragioni, il Gipper è fautore di un commercio estero con poche restrizioni: mezzo di arricchimento capitalistico e provvista di beni, ma anche veicolo di espansione dell’American way. «Prendo atto (…) dell’ineludibile lezione che tutta la storia ci ha insegnato: più il flusso del commercio mondiale è libero, più forte è la corrente del progresso umano e la pace tra le nazioni» 15. La sua campagna elettorale del 1980 si apre con la proposta di un «accordo nordamericano» per consentire «ai popoli» di Stati Uniti, Canada e Messico «di commerciare (…) più liberamente» 16. Questa idea sfocerà nel Nafta (North Atlantic Free Trade Agreement), sottoscritto nel 1992 da George Bush ed entrato in vigore nel 1994 con Bill Clinton. 

<address>Carta di Laura Canali - 2024
Carta di Laura Canali - 2024 

Al di là dell’agiografia che da quasi quarant’anni imbalsama la figura di Reagan, il suo progetto di Stato minimo – riduzione della burocrazia, taglio della spesa pubblica – sostanzialmente fallisce. Non per mancanza di volontà: le sue amministrazioni, specie la prima, provano ad attuarlo in vari modi scontrandosi con una combinazione di ostruzionismo parlamentare, resistenza burocratico-istituzionale e opposizione giudiziaria. Il Gipper finirà suo malgrado per accettare la sconfitta, riconoscendo all’apparato istituzionale che si trova pro tempore a guidare una legittimità, dunque un’immanenza che il trumpismo viceversa appare determinato a contestare. L’abbandono del proposito di nominare Robert Bork giudice della Corte suprema nel 1987 di fronte all’inflessibile opposizione democratica, o l’astensione da qualsiasi critica alla Fed anche quando, imbrigliata l’inflazione, il governatore Paul Volcker si ostina a tenere alti i tassi penalizzando il Partito repubblicano, sono solo due esempi di una grammatica istituzionale che con Trump appare relegata alla storia.

I propositi reaganiani di riforma dei principali programmi di spesa sociale, come la Social Security (pensioni) e Medicare (assistenza sanitaria) per ridurre il deficit federale si rivelarono in gran parte utopici, ma oggi nessuno dentro il Partito repubblicano – non Trump, né i parlamentari al Congresso – parlano di equilibri di bilancio e di impatto sugli stessi dalle promesse elettorali. Nel bene e nel male a essere fuori moda è ormai anche la vecchia ortodossia fiscale repubblicana, di cui l’ultimo campione è (stato) forse Paul Ryan.

Alla luce dei decenni che separano Ronald da Donald, questo non deve stupire. A differenza del primo, il secondo infatti non è un conservatore bensì la quint’essenza del populismo, con un forte tratto opportunista e una fortissima carica eterodossa. Nel partito Trump è stato e resta in parte inviso alla componente più conservatrice e moderata, che a lui avrebbe preferito – e all’inizio non ne faceva mistero – figure come Jeb Bush, Marco Rubio o Ted Cruz. Nel 2015, in fase di primarie, Trump fu certo favorito dalla quantità di contendenti alla nomination, che frammentò il voto contro di lui; ma anche, se non soprattutto, dall’essere entrato in sintonia con una base repubblicana stanca delle «guerre infinite» di George W. Bush, radicalizzata dalla presidenza di Barack Obama e tradita (al pari di molti elettori democratici) dal percepito sacrificio della classe media sull’altare della globalizzazione e di un primato geopolitico perseguito a spese del benessere interno e del sogno americano.

4. La distanza tra Reagan e Trump, tra l’America di ieri e quella odierna, si misura anche nell’approccio del Gipper alla politica estera, in particolare all’Urss. Eletto – a differenza di Trump – con una maggioranza schiacciante dei voti (quasi 44 milioni contro i 35,4 milioni di Carter e i circa sei milioni dell’indipendente John Anderson), degli Stati (44) e dei grandi elettori (489, contro i 49 di Carter), Reagan catalizzò l’urgenza di rinverdire fiducia e potenza nazionali. Da figlio del secolo americano, interpretò le ansie del paese rinnovandone il senso di missione e di grandezza in linea con una visione wilsoniana, al contempo pragmatica ma fortemente morale, del ruolo statunitense nel mondo: «Sposando verità e valori senza tempo, gli americani hanno sempre affrontato le realtà del mondo odierno. Abbiamo forgiato l’inizio di una nuova direzione nella politica estera americana» 17.

Questo nuovo corso coniugava l’incrollabile fede di Reagan nel «destino manifesto» dell’America con il realismo del Committee on the Present Danger – nome dato alle varie iterazioni dell’alleanza tra gruppi di pressione anticomunista che tra gli anni Cinquanta (a partire dal maccartismo) e Ottanta esercitò un’influenza mutevole, ma nel complesso forte sulla politica americana 18. Reagan concordava con i maggiori esponenti del movimento, come Jeane Kirkpatrick, sull’idea – tipica dell’eccezionalismo americano – che «si possano facilmente individuare e imporre alternative democratiche alle vigenti autocrazie» 19, nonché sul fatto che «la pace non deriva dalla debolezza e dall’isolamento, ma richiede una superiorità militare [dell’America]» e il perseguimento da parte statunitense di un ruolo attivo nel mondo 20.

Questa crasi di idealismo e realismo sfocerà nella politica estera della «pace attraverso la forza» (peace through strenght), altro slogan ingannevolmente ripreso da Trump. Convinto dell’inevitabile trionfo dell’ordine democratico-capitalista a guida americana, Reagan non abbandonò mai la speranza che il commercio ammorbidisse i sovietici. Constatato però nell’immediato che così non era, diede vita a una poderosa escalation economica, ideologica e militare (le spese per la difesa aumentarono del 20%, sfiorando il 6% del pil) condotta all’insegna di una «chiarezza morale» (moral clarity) che consentiva di inquadrare il confronto come una lotta del bene contro il male. Un manicheismo mobilitante, in quanto tale non diverso da quello di Trump. A differenza di questo però, faceva appello all’eccezionalismo – dunque alle potenzialità presenti e future – dell’America, non già alle sue debolezze e alla nostalgia per un Eldorado perduto.

Nel trionfale racconto neoconservatore della guerra fredda Reagan è un falco il cui possente programma di riarmo contrasta l’espansionismo sovietico e porta infine allo schianto l’«impero del male». È a questa eredità, o meglio alla sua semplificata e ideologica trasposizione, che quasi vent’anni dopo i neocon faranno appello per le imprese afghana (2001) e irachena (2003), a posteriori dispendiose e logoranti nemesi del momento unipolare di cui inaugurano il tramonto. In realtà il reaganismo non oblitera la strategia con l’ideologia, come attesta la vicenda di Able Archer 83.

L’esercitazione condotta dalla Nato nell’ottobre 1983 simula un attacco nucleare con un dettaglio e un realismo inediti. Insieme al riarmo americano, l’esercitazione induce il Cremlino a ritenere che Washington stia approntando un attacco: Mosca ordina all’Aeronautica di prepararsi a un uso immediato dell’arma atomica. I rapporti d’intelligence sull’incidente sfiorato creano «forte ansia» in Reagan, che pur mantenendo ufficialmente la linea dura perseguirà da allora il riavvicinamento diplomatico all’Urss 21. La nuova postura enfatizzava una responsabilità condivisa nell’evitare conflitti accidentali, nonché l’importanza del dialogo per via bilaterale e attraverso i fori multilaterali – quella infrastruttura giuridico-istituzionale uscita dalla seconda guerra mondiale e manutenuta da Washington, anche nelle fasi più calde della guerra fredda, come viatico d’influenza e presenza internazionali. Alla fine del suo secondo mandato, Reagan era il presidente americano che più volte aveva incontrato i leader sovietici.

5. Anche sotto questo profilo, il confronto con Trump è stridente. Il «disaccoppiamento» (decoupling) economico-commerciale dalla Cina annunciato e perseguito da Trump per via (almeno finora) soprattutto daziaria, si estende alle istituzioni internazionali «infiltrate» e sovvertite da Pechino, come l’Organizzazione mondiale del commercio o le Nazioni Unite. Ma anche a quelle – come la Nato – che incarnano la quintessenza dell’impronta statunitense sul mondo e che Donald vive quale costosa distrazione di tempo e risorse, impedimento alla possibilità dell’America di concentrarsi sulle priorità asiatiche e soprattutto interne.  

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Carta di Laura Canali - 2024 

Mentre Reagan, specie nel secondo mandato, «sfida esperti, consiglieri, amici di lunga data e alleati chiave nel perseguire la sua visione di un approccio alla sicurezza più umano e morale» 22, in Trump il nesso mezzi-fini sembra attenuarsi fin quasi a scomparire. Nell’Urss il Gipper vede «il male di un sistema che nega ai suoi cittadini i diritti umani» 23; nella Cina Trump vede solo o principalmente un rivale economico. Malgrado la retorica unilateralista e il ripetuto omaggio alla massima jeffersoniana «pace, commercio e amicizia con tutte le nazioni, alleanze vincolanti con nessuno», Reagan non smette mai di credere che le alleanze siano la base della sicurezza internazionale – anche di quella statunitense. Parlando nel 1983 all’Associazione nazionale degli evangelici, ammonì a non fraintendere la corsa agli armamenti come puro sfoggio di militarismo, considerandola invece strumento della «lotta tra giusto e sbagliato, tra bene e male». L’anno prima, di fronte al parlamento britannico, aveva dichiarato che «la marcia della libertà e della democrazia relegherà il marxismo-leninismo nel dimenticatoio della storia, al pari di altre tirannie che hanno conculcato la libertà e il diritto d’espressione dei popoli» 24.

La «dottrina» Trump, se di pensiero sistematico si può parlare, si condensa invece nell’idea che le nazioni abbiano il diritto e il dovere di anteporre il proprio interesse immediato a ogni altra considerazione. Da qui l’assoluta inutilità di sposare il realismo tradizionale con l’internazionalismo liberale: espunto il secondo, il primo assurge a mezzo e fine ultimo, dando luogo a una concezione e a una pratica della politica (anche e soprattutto) estera puramente transattive. È forse questo, più di ogni altro tratto, che disorienta in Trump e nell’America di cui è espressione. Un conto infatti è irridere, da europei cinici perché levigati dalla storia e castigati dalla debolezza, l’arroganza di una potenza convinta di poter e dover agire da «forza del bene», nella cui sfera d’influenza si è volenti o nolenti – ma tutto sommato comodamente – inscritti. Altro conto è constatare il sopraggiunto, decadente nichilismo dell’egemone, il divorzio della sua forza bruta – ancora temibile – dall’obbligo morale, il suo percepito ritrarsi nei mezzi e nelle intenzioni.

Non deve sorprendere dunque che oggi la base elettorale di Trump, specie tra i più giovani, consideri Reagan e il suo apparato concettuale non solo obsoleti e irrilevanti, ma addirittura indesiderabili. Secondo un sondaggio condotto nel 2023 dal Pew Research Center, per metà (51%) degli elettori repubblicani di cinquant’anni o più Reagan è stato il miglior presidente tra quelli della recente storia americana, rispetto al 29% degli elettori sotto quell’età. Lo stesso sondaggio indica anche il carattere frammentato del voto intercettato da Trump, il cui nazionalismo fa leva sulla rabbia più che su un’identità e un’idea di America condivise. Mentre infatti quote simili di bianchi (37%) e di ispanici (43%) che votano repubblicano indicano in Trump il presidente migliore, tra i primi Reagan conserva una popolarità di gran lunga maggiore. Stessa divisione si osserva tra i repubblicani più e meno istruiti: tra i laureati è Reagan a riscuotere più consensi, mentre tra i non laureati il più popolare è decisamente Trump 25.

La cartina di tornasole di questa mutazione antropologica dell’America e del suo elettorato, che a sua volta traccia la parabola del secolo americano, reca la data del 2016. Nel gennaio di quell’anno, intervistato dalla Cbs, Trump risponde così alle accuse di non essere un vero conservatore: «Beh, di solito evoco il nome di Ronald Reagan. (…) Su molte questioni la mia posizione è cambiata, si è evoluta, (…) esattamente com’è successo a Reagan: anzi, lui era molto più progressista di me. Come democratico era piuttosto progressista, ma poi divenne decisamente conservatore come persona e fu un grande presidente» 26. La reazione della famiglia Reagan non tarda ad arrivare. In un’intervista alla Cnn il figlio del Gipper, Michael, non usa mezzi termini: «L’intera famiglia Reagan si sente offesa [dal fatto che Trump si paragoni a Reagan]. Donald Trump non è Ronald Reagan. Conoscevo Ronald Reagan, e Donald: tu non sei come lui. (…) Tra le lezioni che mio padre mi ha impartito c’è che non si insulta la gente, non la si umilia. Trovi il modo di lavorarci insieme. Se mio padre fosse vivo, quasi sicuramente non avrebbe sostenuto la candidatura di Trump per il Partito repubblicano» 27.

Malgrado l’omaggio postumo a Reagan, di cui nella prima campagna elettorale – ma non nella seconda – si serve per accreditarsi presso ciò che residua del classico elettorato conservatore, Trump incarna e per certi versi alleva da tempo l’America che oggi rappresenta. Nel 1987 acquistò spazi pubblicitari su diversi quotidiani statunitensi per criticare le politiche commerciali di Reagan, affermando che «il Giappone e altri paesi si sono serviti degli Stati Uniti» e «il mondo ride dei politici americani: proteggiamo navi che non possediamo, che trasportano petrolio di cui non abbiamo bisogno destinato ad alleati che non ci aiutano» 28. Non è tutto oro quel che luccica nell’èra di grandezza che oggi Trump addita a un’America orfana di sé stessa. Eppure, con Trump questa America ha scelto di crogiolarsi nel falso mito di un passato edulcorato: una do nation che non crede più nella sua capacità di plasmare il futuro. Reagan, sepolto dal 2004, è oggi inappellabilmente morto.

<address>Carta di Laura Canali - 2024
Carta di Laura Canali - 2024 

 

Note:

1. R. Reagan, «To Restore America Speech», 31/3/1976, Ronald Reagan Presidential Library.

2. G. Plaskin, «Interview With Donald Trump», Playboy, 1/3/1990.

3. D. Kurtzleben, «Most of Donald Trump’s Political Money Went To Democrats – Until 5 Years Ago», Npr, 28/7/2015.

4. J. Todd Hayes, «Ronald Reagan as a “thoughtful” speaker – The sources of evidence for selected assertions from his campaign speech of October 27, 1964», A Thesis Presented to the Department of Speech – The Kansas State Teachers College, agosto 1965.

5. R. Reagan, op. cit.

6. K. Tumulty, «Nancy Reagan’s Real Role in the AIDS Crisis», The Atlantic, 12/4/2021.

7. M. Boot, «How the GOP Went From Reagan to Trump», The Atlantic, 8/9/2024.

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