LA RISPOSTA A TRUMP: IL BANCOR KEYNESIANO ABSTRACT

 

LA RISPOSTA A TRUMP: IL BANCOR KEYNESIANO

L’idea di una moneta per gli scambi internazionali sollevata da Keynes nel 1944 va ripresa, anche senza gli Usa. La crisi americana dimostra infatti che un paese, per quanto grande e forte, non può sostenere a lungo la valuta di scambio e riserva mondiale. La Cina dentro o fuori?
di Giovanni La Torre
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Dettaglio di una carta di Laura Canali. Per la versione integrale, <u><a href=https://www.limesonline.com/carte/carta-inedita-della-settimana/cosa-si-giocano-gli-usa-con-i-dazi-18987126/ class=articolo_limes>clicca qui</a></u>.
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Una costante nelle analisi seguite ai dazi di Trump, anzi allo stesso avvento del tycoon alla Casa Bianca, è l’affermazione “è finita un’epoca”

Questa affermazione drastica, di cesura storica, poggia su alcune constatazioni che vengono ritenute ormai permanenti e irrevocabili, a prescindere dall’occupante la poltrona più potente del mondo: gli Stati Uniti si sono “dimessi” dalla carica di regolatori dei destini del mondo (ritorno all’isolazionismo); essi sono concentrati sui propri interessi; questi interessi vedono nella Cina il vero nemico, in quanto concorrente sul piano economico e scientifico-tecnologico, mentre la Russia può essere ammansita con qualche concessione sul piano degli equilibri politici e militari internazionali; l’Europa viene vista come il parente finora sempre aiutato e che deve finalmente imparare a fare da solo.

Visto che si tratta di cambiamenti epocali, occorre pensare a risposte altrettanto epocali. Una delle vie attraverso cui gli Stati Uniti hanno consolidato la loro egemonia è stato il ruolo del dollaro nell’economia mondiale. Intensificando i commerci tra Stati, la globalizzazione è servita a diffondere la valuta americana nel mondo. Questo ha consentito il normale svolgimento dei commerci mondiali con beneficio di tutti, dato che i paesi hanno riconosciuto nel dollaro una valuta di cui fidarsi. Ha anche conferito allo Stato emittente la valuta un privilegio secondo il quale in cambio di merci, frutto di lavoro e capitale, ogni paese di buon grado ha accettato “pezzi di carta” con su scritto “Dollaro” (il che ribalterebbe l’accusa di Trump secondo cui il mondo, Europa compresa, avrebbe “fregato” gli Stati Uniti). 

Il tutto cominciò nel 1944 a Bretton Woods, quando si stilarono i trattati per il nuovo ordine monetario internazionale e si stabilì che il dollaro avrebbe preso il posto della sterlina come valuta perno. A tal fine fu prevista la convertibilità in oro della divisa americana, al cambio di 35 dollari l’oncia, a semplice richiesta da parte di una banca centrale. Detta convertibilità poi fu revocata da Richard Nixon nell’agosto 1971: il biglietto verde si sarebbe garantito da solo. Nella stessa sessione del 1944 John Maynard Keynes, capo della delegazione inglese, proponeva in alternativa la creazione di una moneta sovranazionale da utilizzare solo per gli scambi internazionali, con un valore dato dalla media delle principali valute mondiali. Detta moneta, che Keynes chiamò bancor, doveva essere gestita da un ente sovranazionale cui avrebbero partecipato tutti gli Stati con apporti differenziati in funzione della loro potenza economica. La proposta non passò.

L’esigenza che portò le delegazioni di 44 Stati nella cittadina americana era dare ordine al sistema monetario internazionale, il cui disordine seguito alla prima guerra mondiale aveva contribuito alla crisi del 1929 e forse alla seconda guerra mondiale. La soluzione adottata, anche se non la migliore, ha determinato un ordine benefico per tutti. Ad essa si aggiunse poi il Piano Marshall, la cui funzione principale fu impedire guerre commerciali attraverso la fornitura “a credito” da parte degli Stati Uniti dei beni strumentali necessari alla ricostruzione (oltre ad aiuti gratuiti per le esigenze di prima necessità).

Oggi ci troviamo in una situazione che preannuncia un altro disordine mondiale nel campo dei rapporti economici. Emerge sempre quindi più l’idea di ripescare e rendere attuale la proposta keynesiana. È insomma l’ora di pensare all’attuazione del bancor, anche senza gli Stati Uniti. Sono infatti questi ultimi che hanno avviato il processo di disgregazione, ma che non vorranno perdere il signoraggio sulla moneta mondiale. In questi anni ci sono stati diversi tentativi di sostituire il dollaro quale moneta di riferimento internazionale, ma si tratta di tentativi limitati e validi solo all’interno del gruppo di paesi che li promuovono.

A fine 2024, le riserve note di tutti gli Stati del mondo (escludendo quindi le riserve di enti sovranazionali come il Fondo monetario internazionale) ammontano a 14.472 miliardi di dollari, di cui 3 mila miliardi in oro. Gli 11.472 miliardi in valute sono così suddivise: 6.631 miliardi in dollari statunitensi (57,8% del totale), 2.275 miliardi in euro (19,8%), 667 miliardi in yen (6% scarso), 542 miliardi in sterline inglesi (4,7%), 317 miliardi in dollari canadesi (quasi il 3%), 249 miliardi in renminbi (poco più del 2%), 236 miliardi in dollari australiani (2%), 20 miliardi in franchi svizzeri (0,2%) e 532 miliardi (4,6%) in altre valute (fonte: Fmi).

Anche escludendo le “altre valute” di paesi minori, quelle dichiarate come riserve diverse dal dollaro rappresentano il 37,6% del totale: una quota ragguardevole. I paesi che esprimono quelle monete valgono complessivamente il 43,3% del pil (prodotto interno lordo) mondiale espresso in dollari correnti, contro il 26,1% degli Stati Uniti. Anche a voler togliere la Cina dall’eventuale accordo e riservarlo solo ai paesi di “fede” occidentale per renderlo più coerente e impedire l’immagine di uno strumento contro Washington, le monete restanti hanno alle spalle il 26,5% del pil mondiale, di poco superiore alla quota statunitense.

La moneta così realizzata diventerebbe, data l’autorevolezza dei paesi garanti, moneta di scambio anche fuori dal gruppo dei promotori, sostituendo il dollaro o quantomeno affiancandolo. Già l’esperienza dell’euro costituisce un esempio molto significativo, al di là delle critiche rivoltegli. Non si loderà mai abbastanza cosa ha significato per i paesi dell’eurozona non dipendere più dal dollaro per gli scambi tra essi. Ora si tratta di estendere quell’esperienza ad altri paesi, anche se la nuova moneta non verrà usata all’interno degli stessi ma solo per i regolamenti internazionali.

Occorre essere molto determinati nel perseguire la realizzazione del progetto, perché potremmo attenderci una poderosa reazione americana. Volendo fare dietrologia, si potrebbe pensare che la crisi dell’euro cominciata nel 2009 e culminata nel 2011 fu dovuta alla speculazione al ribasso sul debito di alcuni paesi dell’eurozona (Grecia, Spagna, Portogallo, Italia), lanciata dalla finanza americana per minare la credibilità della moneta unica quale concorrente del dollaro. Pochi mesi prima la Banca centrale cinese aveva cominciato a diversificare i propri impieghi inserendo nel portafoglio titoli in euro, in sostituzione di quelli in dollari del debito americano. Ancora prima, il governatore della stessa banca centrale aveva sollevato il problema di sostituire il dollaro quale valuta di regolamento internazionale con una moneta virtuale. 

La storia ci insegna che spesso le crisi partoriscono le svolte più importanti. Il tentativo qui ipotizzato merita di essere approfondito e portato avanti. Comunque vada a finire, sarà almeno stata una sveglia per il mondo intero. Perché il problema sollevato da Keynes – cioè che non può essere la moneta di uno Stato a fare da perno e da garante per le transazioni internazionali – è serio e va affrontato. Fino a quando il dollaro da solo potrà reggere il peso dell’intera economia mondiale?


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ChatGPT

Ecco una presentazione seguita da una sintesi analitica dell’articolo "La risposta a Trump: il bancor keynesiano" di Giovanni La Torre, pubblicato su Limes il 28 aprile 2025.


📌 Presentazione dell’articolo

L’articolo affronta il tema dell’egemonia del dollaro come valuta di riserva e scambio internazionale, mettendo in discussione la sostenibilità di tale sistema nel contesto della crisi americana e della nuova postura isolazionista degli Stati Uniti. Prendendo spunto dalla proposta originaria di John Maynard Keynes del 1944 – il bancor, una valuta sovranazionale per regolare il commercio internazionale – Giovanni La Torre riflette sull’opportunità e sulla necessità di riesumare tale idea, questa volta anche senza il consenso o la partecipazione statunitense. L’articolo si inserisce nel quadro di un possibile riassetto dell’ordine economico mondiale post-globalizzazione, con implicazioni geopolitiche significative per Europa, Cina e resto del mondo.


📚 Sintesi analitica dell’articolo

1. La crisi dell’egemonia americana

L’ascesa di Trump e la politica dei dazi hanno segnato, secondo l’autore, la fine di un’epoca in cui gli Stati Uniti svolgevano il ruolo di regolatori globali. L’America si ritira in un rinnovato isolazionismo, concentrandosi sui propri interessi e individuando nella Cina il principale avversario economico e tecnologico. Questo cambio di paradigma apre la strada alla necessità di risposte strutturali e globali.

2. Il privilegio del dollaro

Il dominio del dollaro nel commercio globale, nato a Bretton Woods nel 1944 e consolidato dalla sua accettazione universale, ha conferito agli Stati Uniti un privilegio senza pari: ottenere beni reali in cambio di una valuta che solo loro possono emettere. Tuttavia, l’egemonia del dollaro non è priva di conseguenze sistemiche, come dimostrato dalle tensioni commerciali e finanziarie degli ultimi anni.

3. Il modello alternativo: il bancor

Keynes, già nel 1944, aveva proposto una valuta sovranazionale chiamata bancor, da utilizzare esclusivamente per gli scambi tra Stati, gestita da un ente internazionale con partecipazione proporzionale dei paesi membri. La proposta fu allora scartata, ma oggi torna di attualità di fronte al disordine crescente nel sistema monetario globale.

4. Le riserve valutarie mondiali e l’euro come precedente

I dati aggiornati mostrano che il dollaro rappresenta ancora il 57,8% delle riserve mondiali, ma le altre valute insieme costituiscono il 37,6%. Sommando i PIL dei paesi garanti di tali valute, emerge una massa critica già superiore agli USA. L’esperienza dell’euro dimostra che un’alternativa è possibile: ha permesso agli Stati membri di ridurre la dipendenza dal dollaro nei loro scambi interni.

5. Prospettive e resistenze

Una nuova valuta per scambi internazionali, sul modello del bancor, potrebbe nascere anche senza gli USA, magari escludendo la Cina per evitare frizioni ideologiche e geopolitiche. Tuttavia, è prevedibile una reazione ostile da parte americana, simile a quella che secondo alcuni analisti colpì l’eurozona nella crisi del debito sovrano del 2011.

6. Conclusione: una svolta necessaria

L’articolo si chiude con una riflessione sul valore storico delle crisi come occasioni per ripensare l’ordine mondiale. Il nodo sollevato da Keynes resta centrale: una moneta nazionale non può sostenere l’intero sistema economico globale. Il ritorno all’idea di un bancor può essere il primo passo verso un sistema monetario più stabile, equo e multilaterale.


Se desideri, posso aiutarti anche a elaborare una riflessione critica o a costruire un commento personale sull'articolo.


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