AB CURVA CONDITA: STORIA E GEOPOLITICA DEL TIFO ROMANISTA Limes 2025-11
AB CURVA CONDITA: STORIA E GEOPOLITICA DEL TIFO ROMANISTA
Dentro la culla degli ultrà giallorossi, tra rivalità e lotte intestine. La cacciata dei laziali nel 1973. Dante, la nascita del Cucs, gli anni di gloria e il successivo declino. Purtroppo ancora in corso. Siamo tutti Fedayn. Il miracolo di Roma-Barcellona.
di AUGUSTINUS D.B, A. VILLAN
Pubblicato il 02 Dicembre 2025Aggiornato alle 17:16
Pubblicato in: Roma - n°11 - 2025
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Tifosi romanisti in Curva Sud, novembre 2025 (Foto: Giuseppe Bellini/Getty Images).
1. L’espressione Curva Sud nasce come toponimo per indicare un settore dello Stadio Olimpico, oggi compreso tra gli ingressi 18 e 21. La casa dove a partire dagli anni Settanta abita – salvo una breve vacanza allo Stadio Flaminio nella stagione 1989-1990 – il tifo organizzato giallorosso. Ma la curva non è solo il luogo d’origine, è anche la meta di pellegrinaggio del tifoso romanista. Una chiesa con i suoi «riti domenicali», i suoi battesimi e le sue liturgie 1. Metonimia. Il nome Curva Sud si riferisce infatti anche a uno spazio sociale, prodotto delle azioni e delle abitudini dei soggetti che la frequentano (tifosi occasionali, appassionati, supporter, ultrà). I tifosi in Curva urlano, cantano, scandiscono il ritmo con le mani o con i tamburi, sventolano bandiere, espongono striscioni e stendardi, accendono fumogeni, organizzano coreografie, scioperi, proteste, commiati. Con la presenza dei loro corpi e la forza della loro voce migliaia di persone creano un’atmosfera, allestiscono uno spettacolo sonoro e visivo. Se lo spazio dello stadio assomiglia per certi versi a un teatro allora la curva è il suo proscenio.
La regia di questa opera di messa in scena collettiva si basa su una «topografia della partecipazione» 2 ben definita. A essa corrisponde una rigida ripartizione degli spazi condivisi tra i membri del tifo organizzato. Nella logica ultrà l’occupazione di muretti, vetrate, balaustre non è un’azione pacifica, neutrale, ma nasce da conflitti e rapporti di forza, essendo spesso condizionata dall’uso della violenza. Lo chiarisce un membro dello storico gruppo Opposta Fazione in un’intervista pubblicata nel 2004. Se un gruppo vuole prendere possesso di una vetrata deve essere «solido e consapevole del fatto che bisogna essere in grado di poterla difendere in qualunque modo». E porta l’esempio del gruppo XXI Aprile, migrato in Tribuna Tevere nella stagione 2001/2002: «Nel momento in cui questo gruppo non è stato più in grado di difendere la propria vetrata se l’è vista presa da un altro gruppo. Ma questo è accaduto anche per il Commando Ultrà e altri: è sempre stato così» 3.
Il posizionamento dei lanciacori, che coordinano la «voce del tifo» 4, e la disposizione degli striscioni dei gruppi principali sono l’espressione sensibile dell’organizzazione territoriale interna alla Curva 5. In casa, la collocazione degli striscioni è «sostanzialmente statica» e ogni gruppo ultrà «ha ormai il proprio spazio». I posti «sono predeterminati salvo rivoluzioni di curva». In trasferta, invece, per questioni territoriali si potrebbero verificare dei problemi, «perché i gruppi principali – anche se arrivano più tardi – hanno il diritto di mettere il loro striscione nel punto migliore».
La Curva è territoriale e territorializzante. È uno spazio striato da regole non scritte che non accetta né invasioni né intrusioni 6: sovvertirne l’assetto significa ridisegnare la mappa dei suoi confini, interni ed esterni. La logica amico-nemico e il mito dell’impero romano regolano i rapporti della Curva con le tifoserie avversarie, in Italia e in Europa. Lo stesso vale per le zone immediatamente fuori dallo Stadio Olimpico. Dal lato dell’amico, ci sono i diversi luoghi di socializzazione dove si incontrano, prima e dopo la partita, i gruppi che formano l’identità ultrà della Curva (il Bar River, Piazza Mancini, il Chiosco Prato, il Clover Pub). Dal lato del nemico, invece, in riferimento alle aree in cui possono avvenire scontri con le tifoserie avversarie e/o con le forze dell’ordine, soprattutto in occasione del derby (dal ponte Duca D’Aosta, passando per la «Palla» del Foro italico e l’Obelisco Mussolini, fino a Ponte Milvio e alla Farnesina).
L’analisi che qui ci proponiamo di sviluppare assume come suo punto di partenza l’interdipendenza fra pratiche sociali, rappresentazione spaziale e spazio costruito che caratterizza l’esperienza dello stadio e della curva in particolare. Il nostro obiettivo è provare a decifrare la complessa geografia (fisica, politica, affettiva, immaginaria) della Curva Sud romanista. Quali sono i confini dei suoi territori? Come si configura oggi lo spazio del suo governo? Secondo quali logiche e attraverso quali geometrie si sono organizzate, dagli anni Settanta a oggi, le relazioni di potere che strutturano la sua dimensione performativa a livello sonoro e visivo?
2. Principali differenze tra la Curva di ieri e quella di oggi? Risposta di un ultrà della Roma: «Le prime proprio architettoniche: eliminando i muretti (perché la Curva era fatta di tanti muretti) sono stati eliminati anche degli spazi di aggregazione incredibili, per i quali bisognava lottare arrivando prima. Arrivare prima sul muretto voleva dire che uno contava, quindi tu partivi cinque ore prima da casa perché c’erano pochi posti e dovevi conquistare il tuo spazio. Ora con la Curva ridotta a un deserto (perché non ci sono più muretti ma un’immane distesa di seggiolini), (…) sono spariti quegli spazi di aggregazione che ti consentivano di stare cinque ore a chiacchierare con chi ti stava vicino, e di sentire le storie dei più anziani, racconti di trasferte, vedere personaggi» 7. Come spiega bene l’esempio del passaggio dai muretti ai seggiolini – avvenuto in seguito ai lavori di ristrutturazione dello Stadio Olimpico per i Mondiali di Italia ’90 – la struttura architettonica di uno stadio condiziona le capacità del tifo e le pratiche di socializzazione legate alla sua frequentazione.
La forma ovale dello Stadio Olimpico, progettato per i Giochi di Roma ’60, è un prodotto dei totalitarismi di primo Novecento e del loro culto per il consenso che emerge dai grandi assembramenti e dall’assemblea fisica di grandi quantità di esseri umani. La riscoperta dello stadio come arena sportiva e politica – dopo secoli di oblio in cui non si costruivano più stadi e i pochi rimasti dall’antichità venivano utilizzati come prigioni, ospedali o luoghi di culto – è legata infatti alla moderna cultura di massa 8. In particolare, alla «massa come cerchio». Un’espressione, quest’ultima, di cui si è servito lo scrittore Elias Canetti per individuare le condizioni che hanno reso lo stadio la macchina psicopolitica più efficace per l’autorappresentazione delle masse. Il «collettore architettonico» 9 più adatto al loro contenimento e alla loro organizzazione.
Nel caso dello stadio, sostiene Canetti, la massa è «doppiamente chiusa». Verso l’esterno, cioè verso la città, lo stadio rivolge un «muro privo di vita». Per la durata della loro permanenza nell’arena i presenti si lasciano «dietro la vita dei loro rapporti, delle loro regole e abitudini» per abbracciarne una nuova. Verso l’interno, lo stadio costruisce invece «un muro di uomini» che «voltano la schiena» 10 alla città per guardarsi l’un l’altro. Questo effetto al contempo narcisistico e ipnotico, grazie al quale la massa si fa immagine e diventa visibile a sé stessa, è reso possibile dalla peculiare struttura circolare dello stadio, ispirata all’anfiteatro romano. Rispetto allo stádion greco – progettato a forma di «U» e aperto su un lato come il Panatenaico di Atene, lo stadio dei primi Giochi olimpici del 1896 – la struttura ovale, senza vuoti e interruzioni, consente alla massa di percepirsi come qualcosa di omogeneo. Un corpo unico e unitario, come il populus dentro al Colosseo. Non si celebrano più vinti e vincitori, ma si celebra il pubblico stesso che è diventato il vero spettacolo, l’evento a cui partecipare. Essere presente per poter dire: «Noi!». Vi è, infine, un terzo elemento che caratterizza l’«effetto Colosseo» di questo speciale «collettore architettonico» grazie al quale ci si sente simili e ci si comporta in modo simile: l’elemento acustico, canoro. Chiudendo la massa in sé stessa, lo stadio crea infatti le condizioni affinché si formi «una volonté générale sonora». Questo «plebiscito di urla» 11 rafforza il senso di omogeneità dei presenti e garantisce quella «fusione entusiastica dell’insieme» 12 dalla quale nessuno spettatore può fuggire.
3. Le condizioni architettoniche, visive e acustiche individuate da Canetti sono così radicate nella riscoperta forma stadio che sopravvivono ancora oggi. Esse sono perciò utilissime per provare a capire che cos’è lo spazio della Curva Sud e qual è la sua geografia. Partire dall’«ambiente acustico», ambito che accoglie, incorpora e restituisce a livello sonoro le relazioni che configurano lo stadio e la curva come spazio insieme architettonico e sociale, sembra essere la via più promettente. Analizzare come è cambiato il suono del tifo e dello stadio – al netto delle profonde trasformazioni subite dal sistema calcio tout court negli ultimi decenni (spesso identificate, dagli stessi ultrà, con l’espressione «calcio moderno» 13) – ci permette infatti di entrare nella complessa topografia della partecipazione della Curva Sud per cogliere le dinamiche e i rapporti di forza che hanno strutturato i suoi spazi e segnato la storia dei suoi attori principali. Il caso di Dante, primo cantore e capo guida del tifo romanista, è lì a dimostrarlo.
Carta di Laura Canali - 2025
Garzone di un macellaio al mercato Trionfale, Dante Chirichini fa la sua comparsa nell’immaginario romanista il 20 novembre 1960 dopo un Roma-Padova, quando sventolando una grande bandiera fece tre giri di campo tra gli applausi del pubblico dell’Olimpico. Lo spettacolo fu tale che anche i giornali ne parlarono. Nonostante la Roma gli avesse offerto la tessera della Tribuna Tevere, non sentendosi «a suo agio», dopo appena una partita Dante ritornò al suo posto in Curva Sud. Così lo descrive Marco Impiglia nel suo libro Forza Roma, daje Lupi. La prima storia completa del tifo giallorosso: «La parte del pubblico della Curva, lato Monte Mario, scandiva il suo nome e lo acclamava. Tutto lo stadio intuiva che il capo carismatico della tifoseria romanista era entrato. Dante rispondeva al saluto, agitava il cappello, stringeva mani, carezzava teste di “lupacchiotti” e saliva sul muretto nel suo posto riservato. Poi lanciava il grido di battaglia: “Daje Roma daje!”. Partivano i canti della Curva. A un certo punto la folla chiedeva il discorso» 14. I discorsi di Dante, in casa e in trasferta, sono diventati leggendari, così come il suo iconico slogan, celebrato dalla Sud con uno striscione esposto in occasione della sua morte nel novembre 2000: «Daje Roma daje… Dante ti guarda».
Il protagonismo di Dante, il suo individualismo e quel modo di partecipare che ricorda le macchiette della cultura popolare romana sono l’espressione acustica del tifo degli anni Sessanta: uno stile estemporaneo e improvvisato a cui si opporrà il collettivismo degli anni Settanta, quando la Curva Sud diventerà definitivamente e ufficialmente la casa del tifo giallorosso. È in questi anni che le gradinate iniziano a riempirsi sempre più di striscioni, fumogeni, bandiere. E con il loro avvento cambia anche la sonorità della folla all’interno dello stadio. Appaiono i tamburi che scandiscono il ritmo, mentre le grida e i canti «cessano di essere occasione per esprimere partecipazione alle fasi del gioco e divengono manifestazioni autonome» 15.
Questo nuovo modo di tifare, più strutturato, continuo e organizzato, che sgancia la performance del tifo dall’evento sportivo, i neonati gruppi ultrà lo mutuano prevalentemente «dalle esperienze organizzative maturate nei gruppi extraparlamentari e più in generale, nella sfera della politica» 16. Nella Curva della Roma troviamo sigle associate ai movimenti rivoluzionari terzomondisti, come quella dei Guerriglieri della Sud, gruppo nato nel 1967, e altri nomi ispirati ai combattenti palestinesi come per esempio i Fedayn o il Commando Ultrà Curva Sud 17. Sono i giovani, anzi i giovanissimi, a prendere possesso delle curve, spinti ad aggregarsi dalle stesse società di calcio, che vedono nell’autonomizzazione del tifo un possibile ritorno economico. Questi ragazzi sono però mossi anche dalla necessità generazionale di trovare luoghi di aggregazione alternativi alle tradizionali strutture associative (il circolo ricreativo, la parrocchia, la casa del popolo, la sezione di partito).
Non è un caso, quindi, se i primi gruppi organizzati del tifo romanista vengono fondati da dei minorenni. I Fedayn, con radici nel quartiere Quadraro, nascono in Curva Sud il 12 marzo del 1972 grazie al contributo di Roberto Rulli, che al tempo aveva solo tredici anni. I Boys, unico gruppo storico ancora presente oggi in Sud, si formano invece il 28 ottobre dello stesso anno su iniziativa di Antonio Bongi, il quale racconta: «Nel 1972 avevo quattordici anni, con l’aiuto di Renato Faitella e Fausto Josa, dirigenti del Centro coordinamento Roma Club, fondai i Boys-Le Furie Giallorosse. Noi Boys eravamo tutti teenagers, con simpatie di destra. Stavamo in Curva Nord e avevamo diritto allo striscione e a quattro ingressi. Si arrivava allo stadio all’apertura dei cancelli, per obbligo perché dovevamo piazzarci con lo striscione al nostro posto. (…) Attaccavamo l’incitamento al fischio d’inizio della partita, per risparmiare la voce. Avevamo venti tamburi, megafoni, trombe elettriche alimentate dalle batterie delle automobili, che facevano un chiasso incredibile. Organizzavamo i pullman per le trasferte e ogni tanto veniva la mamma di uno di noi» 18.
Carta di Laura Canali - 2025
4. Ab Curva condita. Tra le varie storie e leggende associate al mito della fondazione di Roma ce n’è una, tramandata da Tito Livio nel I Libro delle Storie, secondo cui Remo sarebbe stato ucciso da Romolo perché colpevole di aver «varcato d’un salto le recenti mura», erette per separare i rispettivi territori di competenza dei due gemelli. In seguito al fratricidio, racconta Livio, il rex della neonata Urbe avrebbe pronunciato il seguente ammonimento: «Questa sorte avrà chiunque altro oltrepasserà le mie mura» (Sic deinde, quicumque alius transiliet moenia mea) 19.
Come ogni altro atto di fondazione da cui dipende un ordinamento spaziale 20, anche la nascita della Curva Sud è simbolicamente legata all’occupazione e alla difesa di un muro che del territorio romanista identifica per la prima volta limiti e confini. Il muro in questione è il vecchio «muretto» lato Monte Mario, quello vicino al tunnel attraverso il quale allora entravano i giocatori e dove già negli anni Sessanta si radunavano attorno alla figura di Dante gruppi di fedelissimi che lanciavano cori, privi però di alcun coordinamento.
Oggi siamo abituati a considerare la curva come la zona dello stadio dove trovano posto i gruppi ultrà e i supporter più accesi. Giudichiamo scontato che in città come Milano, Genova o Roma, dove ci sono due squadre di alto livello che si devono spartire lo stesso impianto, la geografia del tifo segua necessariamente una rigida divisione, modellata sulla loro rivalità. Eppure non è sempre stato così. Fino alla fine degli anni Sessanta, i club dei tifosi e i sostenitori più appassionati non disponevano di una zona predeterminata per svolgere le loro attività – se si ritrovavano in curva era principalmente per ragioni economiche, dal momento che il prezzo del biglietto in quel settore era più basso. Anche in occasione dei derby, capitava spesso che fazioni opposte si trovassero una accanto all’altra. La storia del tifo romanista non fa eccezione in questo senso. Come abbiamo visto, ancora agli inizi degli anni Settanta, si trovavano infatti gruppi di romanisti in Nord e di laziali in Sud. La situazione del tifo all’interno dell’Olimpico era a tal punto indeterminata che prima del derby dell’11 marzo 1973, la Lazio con un comunicato invitò i propri tifosi a occupare la Sud, in quanto società ospitante. La reazione dei romanisti – in quella che è passata alla storia come la «liberazione della Sud» – fu di organizzare una spedizione per «cacciare i laziali». Come ricorda Bongi: «Alle undici del mattino li trovammo sul muretto di Dante, erano pochini. Cominciammo a dargli fastidio e, aumentando il pubblico, il gruppetto di laziali si trovò isolato. Fra cori e pernacchi, si trasferirono in blocco verso la rete attaccata alla Tevere, in un cantuccio. Il derby successivo li ritrovammo alla Nord» 21.
Si afferma così, attraverso questa prima ripartizione dello spazio interno allo stadio, l’identità ultrà della Curva Sud. Un’identità che è anzitutto politica – nel senso che il giurista e filosofo Carl Schmitt attribuisce a questo termine – perché fondata sulle «categorie specificatamente politiche» dell’amico e del nemico. Quest’ultimo inteso non tanto come il nemico privato, l’inimicus, ma come il nemico pubblico, il nemico del popolo: quello che si identifica con un gruppo o un insieme di uomini che si «contrappone a un altro raggruppamento umano dello stesso genere» 22. Dall’11 marzo 1973, per il popolo della Curva Sud l’ultrà laziale diventa così l’hostis, lo straniero, colui che abita fuori dai propri confini territoriali. E non ha mai smesso di essere considerato tale. Lo dimostra il fatto che – a differenza di altre realtà, Milano in primis – le tifoserie di Roma e Lazio non hanno mai siglato alcuna tregua o patto di non aggressione. Ma lo ribadisce, perentoria, anche la coreografia romanista esposta durante il derby del 5 gennaio 2025: «Oggi come ieri. ANTI LAZIO».
5. «Roma, Roma, Roma, lasciace cantà, da sta voce nasce un coro, so centomila voci, c’hai fatto innamorà». La seconda strofa dell’inno della Roma, scritto da Antonello Venditti e cantato per la prima volta allo Stadio Olimpico in un derby del 1974, la dice lunga sulle speranze che caratterizzavano il tifo organizzato subito dopo la liberazione della Sud. Fino al 1977 la Curva ospitava infatti una marea di gruppi e gruppetti, tutti validi e volenterosi, ma poco organizzati. Formati per lo più da gente di quartiere (10, 30, 50 individui al massimo), ognuno lanciava il proprio coro senza un vero coordinamento: «C’era molto spontaneismo – ricordano i protagonisti di quell’epoca – ma con risultati poco esaltanti. In realtà una gran confusione. Mancava una strategia comune, ognuno pensava a far bella figura dietro il proprio striscione, pochi si preoccupavano di trovare una anche minima unità» 23.
Stando alla ricostruzione di Antonio Bongi la disposizione dei gruppi all’interno della Sud all’inizio degli anni Settanta può essere così fotografata: «Sul muretto c’erano i Guerriglieri della Sud, di destra. Al lato opposto stavano i Fedayn di Quadraro Cinecittà, comunisti; il loro capo era Roberto Rulli, un militante piuttosto noto e un ragazzo idealista. La Fossa dei Lupi era di Monte Cervialto, guidata da Stefano Scarciofolo e Vittorio Trenta. Le Brigate Giallorosse provenienti da Torre Spaccata. Il Commandos Lupi era organizzato da ragazzi di Monteverde. Poi sorsero le Pantere Giallorosse, i Panthers e altri gruppi minori» 24.
L’idea di «rendere corale il tifo, per fa sì che allo stadio si sentisse una voce sola», e raccogliere sotto un unico striscione i diversi gruppi ultrà della Sud, sempre meno integrati al sistema associativo dei Roma Club, inizia a circolare già dal 1976. Il 9 gennaio del 1977, seguendo l’esempio dei primi gruppi ultrà italiani (il modello da cui prendere ispirazione erano gli ultrà del Torino), i gruppi Fossa dei Lupi, Guerriglieri della Curva Sud, Pantere Giallorosse e Boys – che nel frattempo si erano trasferiti in Sud – e Fedayn – che però abbandoneranno subito il progetto – decidono di unirsi. Sugli spalti dell’Olimpico esordisce in occasione di Roma-Sampdoria (3 a 0) il Commando Ultrà Curva Sud, lo striscione più lungo d’Italia con i suoi 42 metri.All’inizio il Cucs, che in trasferta portava lo striscione più piccolo Ultrà Roma, occupa un perimetro di una settantina di metri, posizionato al centro della curva, sul mitico muretto in basso che diventerà presto la plancia di comando della Curva. L’inizio fu d’ambientamento – solo «otto tamburi e due bandieroni» – ma già a partire dalla stagione 1977-1978 il gruppo si diede un’organizzazione più strutturata, con incarichi specifici (la posa dello striscione, il coordinamento dei tamburi, il lancio dei cori e la guida degli sbandieratori) e figure quali il «direttore del coro», il «capotamburo», il cassiere eccetera. Ci si accorse presto, infatti, che i fumogeni, il rullio dei tamburi orchestrato con i megafoni dai ragazzi che danno le spalle al campo, il canto di un coro all’unisono e le coreografie sempre nuove e fantasiose, fatte con i palloncini, di carta o di stoffa, riuscivano a canalizzare la passione di tutta la Curva. Nascono nuovi cori, e oltre l’inno della squadra adesso si canta anche l’inno della Curva. Tutte le partite dal 1977 iniziano con questo coro, pensato dal mitico Geppo e cantato sulle note della Marsigliese: «Quando l’inno si alzerà! tutto il mondo tremerà! Canteremo fino alla morte, innalzando i nostri color, che ci vien dal profondo del cuor! Alé, alé, Alé Roma alé, Alé, alé alé».
Una Curva che ora, nonostante le differenze politiche, sociali e di quartiere dei suoi componenti, si sente unita, caput mundi, in simbiosi con lo spazio che è diventato la sua casa: «In Curva Sud noi saremo ad aspettar, un tricolore giallorosso per gli ultrà, la nostra fede sempre ci accompagnerà, dalla curva si alzerà… Forza, forza grande Roma», recita un coro di quegli anni in voga ancor oggi.
Il mito del Cucs, nell’ambiente del tifo romanista, è pari per capacità di mobilitazione solo a quello dell’impero romano. Per due ragioni principali. Innanzitutto, l’unità della curva – in una città gruppettara per definizione come Roma – si configurò come un risultato straordinario. Certo, a partire da una certa fase i Boys e altri gruppi tornarono a esporre i loro storici striscioni, ma la guida della Curva, a livello organizzativo e sonoro, rimase saldamente nelle mani del Cucs, il che garantiva una potenza canora senza precedenti. In secondo luogo, le innovazioni, in ambito di cori e coreografie, furono straordinarie. Moltissime canzoni portate in Curva dal Commando, che costituiscono ancora oggi la base del repertorio degli ultrà romanisti, furono fatte proprie anche da altre compagini, al punto che non è esagerato affermare che, in qualsiasi stadio si metta piede, resiste ancora un pezzo di Cucs. Ogni volta che si sente un coro sulle note di Jingle Bells, di Yellow Submarine, di L’Amico è o della Marsigliese, si sta implicitamente citando il Commando.
In questo contesto rivoluzionario, operava anche una sorta di divisione del lavoro tra Cucs, Boys e Fedayn. Le curve guadagnano gloria in due modi. Con la capacità di mobilitazione e con quella di avere la meglio sui nemici negli scontri. Se il Commando si occupava soprattutto della prima questione – pur non tirandosi indietro nei confronti dei nemici – furono i Boys e i Fedayn a rendere la Sud anche una stimata curva «d’azione», capace di sottrarre stendardi ai nemici salvando i propri, sia dagli avversari sia – addirittura – dalla polizia.
E tuttavia, anche la gloria del Commando ebbe una fine. Incapace di rinnovarsi a livello generazionale e vittima delle trasformazioni sociologiche degli anni Novanta, seguite al crollo degli spazi politico-sociali d’aggregazione cui il Cucs s’ispirava, il più grande gruppo della storia del tifo italiano concluse la sua esistenza il 12 settembre 1999. Come nei grandi imperi, il crollo è innanzitutto interno e preceduto dalla guerra civile. Tutto inizia nel 1987, quando la Roma acquista Lionello Manfredonia – ex giocatore di Lazio e Juventus. La scelta, inizialmente contestata in maniera unitaria, porta a una vera e propria scissione. Da una parte il Cucs Gam (Gruppo anti-Manfredonia), che prosegue la contestazione, dall’altra il Vecchio Cucs, che invece ritiene necessario continuare a sostenere la squadra nonostante tutto. La spaccatura ha anche una coda legale, che riguarda i diritti sul marchio Cucs.
Sono anni difficili. Nel 1989, a Milano, viene ucciso da alcuni tifosi milanisti Antonio De Falchi, mentre nel 1991 la Roma perde la finale di Coppa Uefa con l’Inter. Nello stesso anno, muore anche l’ingegner Viola. Autentico punto di riferimento della Sud, che – dopo una serie di arresti dovuti a degli scontri avvenuti a seguito di una trasferta torinese – decise di non lasciare la città sabauda fino a quando gli ultrà romanisti non sarebbero stati liberati: «Non me ne vado senza i miei ragazzi». La Roma passa nelle mani di Ciarrapico e il nuovo Olimpico rende tutto più complesso, perché la Curva passa da 12 a 20 mila posti. Per tutte queste ragioni, nel 1992 il Cucs decide – «per il bene della Roma» – di riunirsi.
Ma è oramai troppo tardi. Le subculture – di stampo gruppettaro e individualistico – degli anni Novanta hanno oramai colonizzato la Curva, dunque l’associazionismo collettivista del Commando non fa più presa. Manca il ricambio generazionale, anche per il progressivo spostamento a destra delle giovani generazioni. Addirittura, i Fedayn – storicamente di sinistra – devono, per evitare l’implosione, accettare la nascita di una loro costola, la Brigata Tafferugli, con tendenze destrorse. In questo contesto, l’egemonia del Commando è sfidata da ogni parte. Non riesce più ad assimilare. La fine è solo questione di tempo.
La tragedia avviene il 12 settembre 1999, prima di un Roma-Inter. Il Cucs, semplicemente, non è più in grado di difendere il proprio striscione. Dopo una brevissima scazzottata, lo striscione del Commando viene staccato dalla vetrata e lasciato cadere nel fosso che divide la Curva dalla pista d’atletica. È la fine, ingloriosa, del più grande gruppo della storia del tifo organizzato. Il quale, dopo un brevissimo periodo di damnatio memoriae, passerà dall’essere realtà a mito. Autentico destino manifesto, profetizzato da un vecchio striscione del Commando riprodotto poi dagli ultrà romanisti nel 2015: «Cucs: quando finirà la nostra storia, inizierà la nostra leggenda».
6. Gli anni Duemila iniziano con la Curva in mano agli As Roma Ultras, gruppo composto da diverse anime e mosso da un fervore british. Vengono abbandonati i tamburi, sostituiti dai battimani, e introdotti nuovi cori. È una fase di innovazione, forse troppo marcata, che comunque si conclude relativamente presto, nella stagione 2004-2005.
Da allora, è il caos. Si moltiplicano gli striscioni, ma manca la capacità di regalare momenti di coralità paragonabili non solo a quelli del Commando, ma anche ad alcune coreografie organizzate dagli As Roma Ultras – memorabile, a tal proposito, quella sfoggiata nel 2002 contro il Barcellona: migliaia di «stelline» di Capodanno e uno striscione che recitava: «Sotto un manto di stelle, Roma bella m’appare». Sono anni di contestazione al sistema, seguiti all’introduzione della tessera del tifoso (in Curva: tessera dello schifoso) e dalla violenta repressione del tifo organizzato. Tuttavia non c’è unità, e la mentalità ultrà diventa sempre più autistica. Per il Cucs, veniva prima la Roma, poi la Sud, infine il Commando. Dallo scorso decennio, pare invece valere il contrario. Prima la propria tribù, poi la Roma, poi forse la Sud. È un cambiamento epocale, anche perché di gruppi ce ne sono a decine. La parte bassa della Curva, dove sorgeva il vessillo del Cucs, è riempita di striscioni diversi. Non si capisce chi comanda. Transizione egemonica lunghissima e dolorosissima.
La data spartiacque è il 3 maggio 2014. A Roma si gioca la finale di Coppa Italia tra Napoli e Fiorentina. Un tifoso partenopeo, Ciro Esposito, viene ucciso da un colpo di pistola sparato da un (ex) ultrà della Roma, Daniele De Santis. La partita assume contorni surreali. I tifosi del Napoli, guidati da Genny a’ Carogna – oggi collaboratore di giustizia – colloquiano coi giocatori. Nessuno vuole giocare. Comprensibilmente.
Carta di Laura Canali - 2016
L’impatto sulla Sud è devastante. Il prefetto di Roma Gabrielli – con motivazioni burocratiche e appoggiato dal presidente Pallotta – ordina la divisione in due della Curva Sud, costruendo delle barriere che dilaniano il cuore del tifo giallorosso. Per anni gli ultrà della Roma disertano lo stadio, andando solo in trasferta. Per l’osservatore normale, è impossibile pure capire quali siano i gruppi della Sud. In trasferta si vede spesso uno striscione giallorosso con scritto «ROMA». Apparentemente unitario, esso rappresenta in realtà un’unica fazione – chiamata «Roma», per l’appunto – erede del gruppo legato a CasaPound Padroni di Casa.
La protesta della Sud, però, è commovente. Onde evitare che la Curva venisse occupata da tifosi normali, per tre anni gli ultrà continuano ad abbonarsi al settore, pagando per non andare allo stadio. A un certo punto, si prende l’abitudine di andare a tifare all’Obelisco, finché – durante un Roma-Sassuolo – la Digos identifica e scheda tutti i presenti tramite sistemi di videosorveglianza. La Roma, in quegli anni, va pure bene. È la seconda Roma di Spalletti. Di Dzeko, Nainggolan, Salah, De Rossi e Totti. Sfioriamo lo scudetto. Ma la Sud non c’è. Non ci può essere.
Le barriere vengono rimosse nel 2017. Ma l’unità è lontana. Si moltiplicano i litigi tra i gruppi, fino a un sostanziale equilibrio raggiunto, anche grazie al carisma di José Mourinho, a cavallo della stagione 2021-2022, che culminerà nella vittoria della Conference League. Non c’è una gerarchia formale. La parte bassa è guidata dal gruppo Roma, che esprime i lanciacori, ma l’auctoritas è dei Fedayn. Capaci, con uno strillo o col lancio di un coro, di ravvivare la Curva, che nei momenti di stanca o di difficoltà guarda sempre a loro. Sono i padri nobili. Nel 2022 compiono cinquant’anni e letteralmente incendiano il Quadraro con una festa di compleanno degna del carnevale di Rio. Riproducono il vecchio striscione originario, con la morte incappucciata alla destra della scritta Fedayn in carattere stencil. Lo striscione, lunghissimo, «Brigata Roberto Rulli» campeggia sotto il maxischermo. Col gruppo Roma le tensioni non mancano. Prima di un derby il gruppo del Quadraro blocca pure l’esposizione di una coreografia, con inevitabile scazzottata. Ma riescono a mettere ordine. Quando c’è tensione, quando qualcosa non va, il tifoso normale che sta in Curva sa che «scenderanno i Fedayn».
Nascono nuovi cori trascinanti, come quello – sulle note di Mrs Robinson di Simon & Garfunkel – che recita: «Giallorossa è unica, questa maglia è magica per me! Eh-eh. Tu lo sai la domenica, ovunque giocherai ti seguirò! Oh-oh». Colonna sonora che avrebbe dovuto accompagnare la Roma alla vittoria dell’Europa League, negatagli solo da un arbitro inglese il cui nome preferiamo non fare e culminata con le lacrime di Dybala, consolato dal «signor Matìc» (Mourinho) che prova a spiegargli che «that’s football». Manco per niente, signor Matìc. Dybala, quell’estate, aveva capito che era la nostra vita, e infatti ha rifiutato 75 milioni sauditi. Tu sei scappato di notte per due spicci in più sul rinnovo. Differenze. Buona Serie B col Sassuolo. Chiusa parentesi.
Questo faticoso equilibrio si rompe irrimediabilmente il 4 febbraio 2023, quando in un agguato paramilitare gli hooligans della Stella Rossa, i Delije, sottraggono a piazza Mancini la borsa contenente praticamente tutto il materiale dei Fedayn. L’attacco è organizzato nel minimo dettaglio, con basisti ovunque e una fuga da film. Il gruppo del Quadraro paga, probabilmente, il gemellaggio con i Bad Blue Boys della Dinamo Zagabria, e lo storico striscione viene bruciato allo stadio Marakanà di Belgrado. Scene tragiche, che avrebbero potuto avere conseguenze devastanti sulla Sud.
Il 18 febbraio, prima partita in casa dopo il fattaccio, i Fedayn non si vedono. Il muretto è spoglio. Mentalità ultrà impone lo scioglimento per chi perde i vessilli. Piano piano, mentre suona Mai sola mai di Marco Conidi, la vetrata si popola pur rimanendo spoglia. Dal resto dello stadio partono applausi. Sessantamila persone cantano il coro dei Fedayn: «E quanno more er prete, sonano le campane, piangono le puttane, e i loro protettori, ma quanno moro io, non vojo Gesu Cristi, ma solo gajardetti dei Fedayn teppisti! La-la-la-la-la-la, Fe-Fe-Fedayn!». Dal muretto dei Boys, gemelli diversi e rivali interni, si alza addirittura il coro: «Siamo tutti Fedayn». Il gruppo Roma tenta di ignorare il fatto e cantare come se nulla fosse successo. Viene subissato di fischi, delegittimato dall’intero stadio.
Nel maggio 2023, per ricordare la morte di Roberto Rulli, i Fedayn – in occasione di Roma-Salernitana – tentano di far entrare uno striscione commemorativo, che – quasi a chiedere scusa al fondatore per la perdita degli striscioni – recitava: «19/05/23 A Roberto, abbiamo vissuto nel tuo mito onorandoti ogni minuto, seppur non ci è riuscito… tu vegliaci e vedrai che un giorno, nel tuo nome, avremo ancora combattuto!». Sembrano prove generali di rientro, anche perché durante la semifinale di Europa League tra Roma e Bayer Leverkusen – gol di Edoardo Bove, cuore romanista dunque sempre pronto a ricominciare a battere – il muretto si cinge di uno striscione rosso senza scritte.
E tuttavia non ci sarà un ritorno. In occasione di Roma-Empoli del settembre 2023, nasce il Gruppo Quadraro. Apparentemente un rebranding dei Fedayn. E i membri dell’organizzazione cercano di presentarsi come tali, riproducendo una bandiera col volto di Roberto Rulli ed esponendo la morte incappucciata. Ma le persone sono diverse, salvo qualche apparizione del leggendario «Guerriero», storico membro dei Fedayn. Dopo varie diatribe, la morte non viene più esposta, mentre la bandiera – originale – di Rulli appare in Nord, a sancire lo status di simulacro di quella esposta dal Gruppo Quadraro.
Soprattutto, dei Fedayn manca l’autorità, e la Curva piomba di nuovo nel caos. A livello canoro, le cose migliorano rispetto al 2023, anno in cui si era elaborato il lutto nonostante una finale europea. Ma la Sud non è unita. Nella stagione 2024-2025, le redini del tifo vengono prese dai Boys, per una questione di carisma e anzianità. E tuttavia, anche il gruppo fondato da Bongi si trova costretto a lasciare lo scettro, a causa di non scintillanti prestazioni fuori dagli stadi. L’appoggio alla squadra, comunque, c’è, ma manca il resto. Il punto non è solo lo spostamento, evidente, a destra della Curva, che canta cori sulle note di Faccetta nera. Il punto è che, nonostante i diversi gruppi si riuniscano dalla stagione 2025-2026 sotto un unico striscione in trasferta («Curva Sud»), continua a mancare quella dimensione comunitaria che ha fatto grande il tifo della Roma nel mondo. Capace di trasformare i diversi gruppi in un’unica voce, fondendola con quella dei tifosi comuni e dei cosiddetti cani sciolti, che continuano a costituire la maggioranza dei frequentatori della Sud.
7. E tuttavia, nonostante questa evidente crisi, la Curva della Roma, ogni tanto e come per magia, regala prestazioni incredibili. Ai limiti del metafisico. Partite come Roma-Barcellona 3-0, Roma-Feyenoord 4-1, gli addii di Totti e di De Rossi stanno lì a testimoniare un’insopibile capacità performativa. Davanti all’appuntamento con la storia o con la leggenda, la Curva – novella Didone – riscopre i segni dell’antica fiamma e diventa letteralmente capace di far succedere cose. Di spingere la palla in porta. Un esempio su tutti.
Sfido qualsiasi essere umano presente in Curva Sud il giorno di Roma-Barcellona a sostenere che, respirata l’aria dello stadio, non avesse maturato la matematica certezza che il 4-1 dell’andata sarebbe stato ribaltato. Il clima era strano. Io ricordo che ero in dubbio se andare o meno all’Olimpico per chissà quale incombenza universitaria. Ci vengo trascinato da una sorta di spirito del mondo. Quando varco l’ingresso 18 vedo le facce dei miei compagni di Curva. Sembrava stessimo andando in guerra ed eravamo felici di farlo. Saliamo i gradini, ci mettiamo al nostro solito posto e, in maniera del tutto inattesa, i maxischermi trasmettono un tributo ad Agostino Di Bartolomei, nato l’8 aprile. A quel punto il clima diventa ossianico e lo stadio una bolgia. La Marsigliese è la più potente che abbia mai sentito e ricordo De Rossi esultare come se avessimo vinto la Champions dopo una scivolata su Messi al secondo minuto del primo tempo, ancora sullo 0-0. Pure noi esultiamo come a un gol e l’aria diventa elettrica. La sensazione, nettissima, è che la Curva avesse creato un’atmosfera, una sorta di campo elettromagnetico che non avrebbe permesso alla partita di finire in un altro modo.
Da lì è tutto semplice: 3-0 per noi e passaggio del turno. Dzeko, De Rossi e Manolas, che poi piange in panchina, forse consapevole dell’astuzia della ragione che gli era entrata dentro. Passando ovviamente per la Curva, dove 20 mila pazzi – secondo James Pallotta, (indegno) presidente della Roma, meri «fucking idiots» – già sapevano cosa sarebbe successo. Fucking idiots per davvero.
È per serate come quella che la Sud non sarà mai come le altre curve. E non solo perché, a differenza per esempio della scena ultrà milanese, i suoi problemi – che pure esistono – non derivano da faccende legali. Ma perché, nonostante tutte le difficoltà, essa è ancora dotata della capacità di entrare in una comunione mistica con la squadra e col resto dello stadio, creando ambienti insostenibili per chiunque venga a giocarvi. Giocare contro la Roma, alla fine, è giocare contro Roma, contro il suo mito e la sua storia. Elemento che la Curva non perde mai occasione di ricordare, con coreografie – soprattutto in Europa – volte a ricordare all’avversario di turno la propria sudditanza, un paio di millenni fa, all’impero dei cesari. Giocare all’Olimpico non è mai solo una partita di calcio. Perché la squadra della capitale e la sua Curva sono qualcosa che va oltre il calcio, nonostante i problemi e le naturali flessioni. Del resto, come recitava un famoso slogan degli anni Ottanta, «la Roma è magia, la Sud una follia».
Note:
1. Il calcio come «rito moderno» è un concetto tematizzato da Marc Augé nel suo celebre Football. Il calcio come fenomeno religioso, Bologna 2016, Edb.
2. G. Sarno, «“Noi si fa i cori”: note dalla curva Fiesole sulle pratiche musicali del tifo organizzato», Acusfere, 1/2022, p. 69.
3. «A volte ritornano. Intervista a Opposta Fazione», in V. Patanè Garsia, A guardia di una fede. Gli Ultras della Roma siamo noi, Roma 2004, Castelvecchi, p. 133.
4. G. Sarno, op. cit., p. 4.
5. Secondo l’avvocato Lorenzo Contucci, storico ultrà della Roma e webmaster del sito asromaultras.org (il più grande archivio esistente sulla storia del tifo giallorosso), «lo striscione è il simbolo del gruppo ed è qualcosa che va difeso fino alla morte. È come la bandiera di un reggimento in guerra; il concetto è che perdendo la bandiera perdi l’onore, quindi nel momento in cui un gruppo si fa togliere lo striscione, si deve sciogliere». Cfr. l’intervista a Lorenzo Contucci in V. Patanè Garsia, op. cit., p. 178.6. A proposito dell’idea di territorialità in Curva, Contucci spiega: «Quando io ero responsabile di As Roma Ultras e dovevo entrare nel territorio dei Boys c’era sempre e comunque una forma, non dico cerimoniale, ma quasi», ivi, p. 179. Sulla Curva come territorio cfr. anche S. Louis, Ultras. Gli altri protagonisti del calcio, Milano 2019, Meltemi, pp. 55-57.
7. «A volte ritornano. Intervista a Opposta Fazione», in V. Patanè Garsia, op. cit., p. 135.
8. L’arena multifunzionale edificata sul Champ de Mars a Parigi nel 1790 è considerata dagli storici il primo stadio moderno permanente e si stima potesse accogliere tra i 400 e i 600 mila spettatori. Su questo punto cfr. F.-J. Versphol, Stadionbauten von der Antike bis zur Gegenwart: Regie und Selbsterfahrung der Massen, Gießen 1976, Anabas, p. 36. Sul rapporto tra masse e stadio si veda invece la proposta archeologica di K. Ebeling, «The Flood of Space. An Archeology of the Crowd», in K. Ebeling, K. Schiemenz (a cura di), Stadien. Eine kunstlerisch-wissenschaftliche Raumfoschung, Berlin 2009, Kadmos, pp. 170-186.
9. P. Sloterdjik, Sfere III. Schiume, Milano 2015, Raffaello Cortina Editore, p. 597.
10. E. Canetti, Massa e potere, Milano 1981, Adelphi, p. 133.
11. P. Sloterdjik, op. cit., p. 597.
12. Ivi, p. 595
13. Sul «calcio moderno» si veda almeno S. Cacciari, L, Giudici (a cura di), Stadio Italia. I conflitti del calcio moderno, Firenze 2010, Casa Usher, e Limes, 5/2016, «Il potere del calcio».
14. M. Impiglia, Forza Roma, daje lupi. La prima storia completa del tifo giallorosso, Roma 1998, Edizioni Libreria Sportiva Eraclea.
15. A. Roversi, «Calcio e violenza in Italia», in Id. (a cura di), Calcio e violenza in Europa, Bologna 1990, il Mulino, p. 96. Secondo Impiglia con il passaggio al tifo organizzato degli anni Settanta svanirono anche altre usanze legate all’ambiente sonoro dello stadio, «quale ad esempio il trepestio dei piedi all’unisono, che si udiva partire per azione spontanea almeno un paio di volte a partita». Cfr. anche M. Impiglia, op. cit., p. 99.
16. V. Marchi, Ultrà. Le sottoculture giovanili negli stadi d’Europa, Roma 2015, Hellnation Libri, p. 110.
17. I Fedayn scelsero questo nome per rimarcare la loro fedeltà estrema, oltre il risultato: «Noi del Quadraro già nel ’73 ogni domenica seguivamo la Roma. Alle dieci eravamo davanti allo stadio. La gente che ci vedeva per la strada, in quel periodo che la nostra squadra non andava molto, ci dava dei kamikaze e diceva: Siete peggio dei Fedayn! Il nome ci piacque e lo facemmo nostro», M. Impiglia, op. cit., p. 97. Riguardo alla scelta del nome Commando Ultrà Curva Sud, Bongi racconta: «Mi venne in testa scorrendo un articolo sul Corriere della Sera, che parlava di scontri di palestinesi; lessi commando di ultrà, mi piacque il nome e lo sottoposi alla votazione degli altri responsabili del gruppo: passò alla maggioranza», ivi, p. 95.
18. Ibidem.
19. T. Livio, Storie, Utet, Torino 1979, Libro I, 7, 2, p. 131.
20. Sostiene Carl Schmitt che ogni «ordinamento fondamentale è un ordinamento spaziale. (…) Si basa, nella sua essenza, su determinati confini e delimitazioni spaziali, su determinate misure e su una determinata spartizione della terra», C. Schmitt, Terra e mare. Una riflessione sulla storia del mondo, Milano 2002, Adelphi, pp. 73-74.
21. Citato in M. Impiglia, op. cit., p. 92.
22. C. Schmitt, Le categorie del politico, Bologna 1972, il Mulino, pp. 108-111.
23. 12 anni di storia, immagini, passioni e follie di uno dei gruppi ultrà più famosi d’Italia, Cucs, Roma 1987, Multimedia, p. 13.
24. Citato in M. Impiglia, op. cit., p. 92.
AB CURVA CONDITA: STORIA E GEOPOLITICA DEL TIFO ROMANISTA

1. L’espressione Curva Sud nasce come toponimo per indicare un settore dello Stadio Olimpico, oggi compreso tra gli ingressi 18 e 21. La casa dove a partire dagli anni Settanta abita – salvo una breve vacanza allo Stadio Flaminio nella stagione 1989-1990 – il tifo organizzato giallorosso. Ma la curva non è solo il luogo d’origine, è anche la meta di pellegrinaggio del tifoso romanista. Una chiesa con i suoi «riti domenicali», i suoi battesimi e le sue liturgie 1. Metonimia. Il nome Curva Sud si riferisce infatti anche a uno spazio sociale, prodotto delle azioni e delle abitudini dei soggetti che la frequentano (tifosi occasionali, appassionati, supporter, ultrà). I tifosi in Curva urlano, cantano, scandiscono il ritmo con le mani o con i tamburi, sventolano bandiere, espongono striscioni e stendardi, accendono fumogeni, organizzano coreografie, scioperi, proteste, commiati. Con la presenza dei loro corpi e la forza della loro voce migliaia di persone creano un’atmosfera, allestiscono uno spettacolo sonoro e visivo. Se lo spazio dello stadio assomiglia per certi versi a un teatro allora la curva è il suo proscenio.
La regia di questa opera di messa in scena collettiva si basa su una «topografia della partecipazione» 2 ben definita. A essa corrisponde una rigida ripartizione degli spazi condivisi tra i membri del tifo organizzato. Nella logica ultrà l’occupazione di muretti, vetrate, balaustre non è un’azione pacifica, neutrale, ma nasce da conflitti e rapporti di forza, essendo spesso condizionata dall’uso della violenza. Lo chiarisce un membro dello storico gruppo Opposta Fazione in un’intervista pubblicata nel 2004. Se un gruppo vuole prendere possesso di una vetrata deve essere «solido e consapevole del fatto che bisogna essere in grado di poterla difendere in qualunque modo». E porta l’esempio del gruppo XXI Aprile, migrato in Tribuna Tevere nella stagione 2001/2002: «Nel momento in cui questo gruppo non è stato più in grado di difendere la propria vetrata se l’è vista presa da un altro gruppo. Ma questo è accaduto anche per il Commando Ultrà e altri: è sempre stato così» 3.
Il posizionamento dei lanciacori, che coordinano la «voce del tifo» 4, e la disposizione degli striscioni dei gruppi principali sono l’espressione sensibile dell’organizzazione territoriale interna alla Curva 5. In casa, la collocazione degli striscioni è «sostanzialmente statica» e ogni gruppo ultrà «ha ormai il proprio spazio». I posti «sono predeterminati salvo rivoluzioni di curva». In trasferta, invece, per questioni territoriali si potrebbero verificare dei problemi, «perché i gruppi principali – anche se arrivano più tardi – hanno il diritto di mettere il loro striscione nel punto migliore».
La Curva è territoriale e territorializzante. È uno spazio striato da regole non scritte che non accetta né invasioni né intrusioni 6: sovvertirne l’assetto significa ridisegnare la mappa dei suoi confini, interni ed esterni. La logica amico-nemico e il mito dell’impero romano regolano i rapporti della Curva con le tifoserie avversarie, in Italia e in Europa. Lo stesso vale per le zone immediatamente fuori dallo Stadio Olimpico. Dal lato dell’amico, ci sono i diversi luoghi di socializzazione dove si incontrano, prima e dopo la partita, i gruppi che formano l’identità ultrà della Curva (il Bar River, Piazza Mancini, il Chiosco Prato, il Clover Pub). Dal lato del nemico, invece, in riferimento alle aree in cui possono avvenire scontri con le tifoserie avversarie e/o con le forze dell’ordine, soprattutto in occasione del derby (dal ponte Duca D’Aosta, passando per la «Palla» del Foro italico e l’Obelisco Mussolini, fino a Ponte Milvio e alla Farnesina).
L’analisi che qui ci proponiamo di sviluppare assume come suo punto di partenza l’interdipendenza fra pratiche sociali, rappresentazione spaziale e spazio costruito che caratterizza l’esperienza dello stadio e della curva in particolare. Il nostro obiettivo è provare a decifrare la complessa geografia (fisica, politica, affettiva, immaginaria) della Curva Sud romanista. Quali sono i confini dei suoi territori? Come si configura oggi lo spazio del suo governo? Secondo quali logiche e attraverso quali geometrie si sono organizzate, dagli anni Settanta a oggi, le relazioni di potere che strutturano la sua dimensione performativa a livello sonoro e visivo?
2. Principali differenze tra la Curva di ieri e quella di oggi? Risposta di un ultrà della Roma: «Le prime proprio architettoniche: eliminando i muretti (perché la Curva era fatta di tanti muretti) sono stati eliminati anche degli spazi di aggregazione incredibili, per i quali bisognava lottare arrivando prima. Arrivare prima sul muretto voleva dire che uno contava, quindi tu partivi cinque ore prima da casa perché c’erano pochi posti e dovevi conquistare il tuo spazio. Ora con la Curva ridotta a un deserto (perché non ci sono più muretti ma un’immane distesa di seggiolini), (…) sono spariti quegli spazi di aggregazione che ti consentivano di stare cinque ore a chiacchierare con chi ti stava vicino, e di sentire le storie dei più anziani, racconti di trasferte, vedere personaggi» 7. Come spiega bene l’esempio del passaggio dai muretti ai seggiolini – avvenuto in seguito ai lavori di ristrutturazione dello Stadio Olimpico per i Mondiali di Italia ’90 – la struttura architettonica di uno stadio condiziona le capacità del tifo e le pratiche di socializzazione legate alla sua frequentazione.
La forma ovale dello Stadio Olimpico, progettato per i Giochi di Roma ’60, è un prodotto dei totalitarismi di primo Novecento e del loro culto per il consenso che emerge dai grandi assembramenti e dall’assemblea fisica di grandi quantità di esseri umani. La riscoperta dello stadio come arena sportiva e politica – dopo secoli di oblio in cui non si costruivano più stadi e i pochi rimasti dall’antichità venivano utilizzati come prigioni, ospedali o luoghi di culto – è legata infatti alla moderna cultura di massa 8. In particolare, alla «massa come cerchio». Un’espressione, quest’ultima, di cui si è servito lo scrittore Elias Canetti per individuare le condizioni che hanno reso lo stadio la macchina psicopolitica più efficace per l’autorappresentazione delle masse. Il «collettore architettonico» 9 più adatto al loro contenimento e alla loro organizzazione.
Nel caso dello stadio, sostiene Canetti, la massa è «doppiamente chiusa». Verso l’esterno, cioè verso la città, lo stadio rivolge un «muro privo di vita». Per la durata della loro permanenza nell’arena i presenti si lasciano «dietro la vita dei loro rapporti, delle loro regole e abitudini» per abbracciarne una nuova. Verso l’interno, lo stadio costruisce invece «un muro di uomini» che «voltano la schiena» 10 alla città per guardarsi l’un l’altro. Questo effetto al contempo narcisistico e ipnotico, grazie al quale la massa si fa immagine e diventa visibile a sé stessa, è reso possibile dalla peculiare struttura circolare dello stadio, ispirata all’anfiteatro romano. Rispetto allo stádion greco – progettato a forma di «U» e aperto su un lato come il Panatenaico di Atene, lo stadio dei primi Giochi olimpici del 1896 – la struttura ovale, senza vuoti e interruzioni, consente alla massa di percepirsi come qualcosa di omogeneo. Un corpo unico e unitario, come il populus dentro al Colosseo. Non si celebrano più vinti e vincitori, ma si celebra il pubblico stesso che è diventato il vero spettacolo, l’evento a cui partecipare. Essere presente per poter dire: «Noi!». Vi è, infine, un terzo elemento che caratterizza l’«effetto Colosseo» di questo speciale «collettore architettonico» grazie al quale ci si sente simili e ci si comporta in modo simile: l’elemento acustico, canoro. Chiudendo la massa in sé stessa, lo stadio crea infatti le condizioni affinché si formi «una volonté générale sonora». Questo «plebiscito di urla» 11 rafforza il senso di omogeneità dei presenti e garantisce quella «fusione entusiastica dell’insieme» 12 dalla quale nessuno spettatore può fuggire.
3. Le condizioni architettoniche, visive e acustiche individuate da Canetti sono così radicate nella riscoperta forma stadio che sopravvivono ancora oggi. Esse sono perciò utilissime per provare a capire che cos’è lo spazio della Curva Sud e qual è la sua geografia. Partire dall’«ambiente acustico», ambito che accoglie, incorpora e restituisce a livello sonoro le relazioni che configurano lo stadio e la curva come spazio insieme architettonico e sociale, sembra essere la via più promettente. Analizzare come è cambiato il suono del tifo e dello stadio – al netto delle profonde trasformazioni subite dal sistema calcio tout court negli ultimi decenni (spesso identificate, dagli stessi ultrà, con l’espressione «calcio moderno» 13) – ci permette infatti di entrare nella complessa topografia della partecipazione della Curva Sud per cogliere le dinamiche e i rapporti di forza che hanno strutturato i suoi spazi e segnato la storia dei suoi attori principali. Il caso di Dante, primo cantore e capo guida del tifo romanista, è lì a dimostrarlo.

Garzone di un macellaio al mercato Trionfale, Dante Chirichini fa la sua comparsa nell’immaginario romanista il 20 novembre 1960 dopo un Roma-Padova, quando sventolando una grande bandiera fece tre giri di campo tra gli applausi del pubblico dell’Olimpico. Lo spettacolo fu tale che anche i giornali ne parlarono. Nonostante la Roma gli avesse offerto la tessera della Tribuna Tevere, non sentendosi «a suo agio», dopo appena una partita Dante ritornò al suo posto in Curva Sud. Così lo descrive Marco Impiglia nel suo libro Forza Roma, daje Lupi. La prima storia completa del tifo giallorosso: «La parte del pubblico della Curva, lato Monte Mario, scandiva il suo nome e lo acclamava. Tutto lo stadio intuiva che il capo carismatico della tifoseria romanista era entrato. Dante rispondeva al saluto, agitava il cappello, stringeva mani, carezzava teste di “lupacchiotti” e saliva sul muretto nel suo posto riservato. Poi lanciava il grido di battaglia: “Daje Roma daje!”. Partivano i canti della Curva. A un certo punto la folla chiedeva il discorso» 14. I discorsi di Dante, in casa e in trasferta, sono diventati leggendari, così come il suo iconico slogan, celebrato dalla Sud con uno striscione esposto in occasione della sua morte nel novembre 2000: «Daje Roma daje… Dante ti guarda».
Il protagonismo di Dante, il suo individualismo e quel modo di partecipare che ricorda le macchiette della cultura popolare romana sono l’espressione acustica del tifo degli anni Sessanta: uno stile estemporaneo e improvvisato a cui si opporrà il collettivismo degli anni Settanta, quando la Curva Sud diventerà definitivamente e ufficialmente la casa del tifo giallorosso. È in questi anni che le gradinate iniziano a riempirsi sempre più di striscioni, fumogeni, bandiere. E con il loro avvento cambia anche la sonorità della folla all’interno dello stadio. Appaiono i tamburi che scandiscono il ritmo, mentre le grida e i canti «cessano di essere occasione per esprimere partecipazione alle fasi del gioco e divengono manifestazioni autonome» 15.
Questo nuovo modo di tifare, più strutturato, continuo e organizzato, che sgancia la performance del tifo dall’evento sportivo, i neonati gruppi ultrà lo mutuano prevalentemente «dalle esperienze organizzative maturate nei gruppi extraparlamentari e più in generale, nella sfera della politica» 16. Nella Curva della Roma troviamo sigle associate ai movimenti rivoluzionari terzomondisti, come quella dei Guerriglieri della Sud, gruppo nato nel 1967, e altri nomi ispirati ai combattenti palestinesi come per esempio i Fedayn o il Commando Ultrà Curva Sud 17. Sono i giovani, anzi i giovanissimi, a prendere possesso delle curve, spinti ad aggregarsi dalle stesse società di calcio, che vedono nell’autonomizzazione del tifo un possibile ritorno economico. Questi ragazzi sono però mossi anche dalla necessità generazionale di trovare luoghi di aggregazione alternativi alle tradizionali strutture associative (il circolo ricreativo, la parrocchia, la casa del popolo, la sezione di partito).
Non è un caso, quindi, se i primi gruppi organizzati del tifo romanista vengono fondati da dei minorenni. I Fedayn, con radici nel quartiere Quadraro, nascono in Curva Sud il 12 marzo del 1972 grazie al contributo di Roberto Rulli, che al tempo aveva solo tredici anni. I Boys, unico gruppo storico ancora presente oggi in Sud, si formano invece il 28 ottobre dello stesso anno su iniziativa di Antonio Bongi, il quale racconta: «Nel 1972 avevo quattordici anni, con l’aiuto di Renato Faitella e Fausto Josa, dirigenti del Centro coordinamento Roma Club, fondai i Boys-Le Furie Giallorosse. Noi Boys eravamo tutti teenagers, con simpatie di destra. Stavamo in Curva Nord e avevamo diritto allo striscione e a quattro ingressi. Si arrivava allo stadio all’apertura dei cancelli, per obbligo perché dovevamo piazzarci con lo striscione al nostro posto. (…) Attaccavamo l’incitamento al fischio d’inizio della partita, per risparmiare la voce. Avevamo venti tamburi, megafoni, trombe elettriche alimentate dalle batterie delle automobili, che facevano un chiasso incredibile. Organizzavamo i pullman per le trasferte e ogni tanto veniva la mamma di uno di noi» 18.

4. Ab Curva condita. Tra le varie storie e leggende associate al mito della fondazione di Roma ce n’è una, tramandata da Tito Livio nel I Libro delle Storie, secondo cui Remo sarebbe stato ucciso da Romolo perché colpevole di aver «varcato d’un salto le recenti mura», erette per separare i rispettivi territori di competenza dei due gemelli. In seguito al fratricidio, racconta Livio, il rex della neonata Urbe avrebbe pronunciato il seguente ammonimento: «Questa sorte avrà chiunque altro oltrepasserà le mie mura» (Sic deinde, quicumque alius transiliet moenia mea) 19.
Come ogni altro atto di fondazione da cui dipende un ordinamento spaziale 20, anche la nascita della Curva Sud è simbolicamente legata all’occupazione e alla difesa di un muro che del territorio romanista identifica per la prima volta limiti e confini. Il muro in questione è il vecchio «muretto» lato Monte Mario, quello vicino al tunnel attraverso il quale allora entravano i giocatori e dove già negli anni Sessanta si radunavano attorno alla figura di Dante gruppi di fedelissimi che lanciavano cori, privi però di alcun coordinamento.
Oggi siamo abituati a considerare la curva come la zona dello stadio dove trovano posto i gruppi ultrà e i supporter più accesi. Giudichiamo scontato che in città come Milano, Genova o Roma, dove ci sono due squadre di alto livello che si devono spartire lo stesso impianto, la geografia del tifo segua necessariamente una rigida divisione, modellata sulla loro rivalità. Eppure non è sempre stato così. Fino alla fine degli anni Sessanta, i club dei tifosi e i sostenitori più appassionati non disponevano di una zona predeterminata per svolgere le loro attività – se si ritrovavano in curva era principalmente per ragioni economiche, dal momento che il prezzo del biglietto in quel settore era più basso. Anche in occasione dei derby, capitava spesso che fazioni opposte si trovassero una accanto all’altra. La storia del tifo romanista non fa eccezione in questo senso. Come abbiamo visto, ancora agli inizi degli anni Settanta, si trovavano infatti gruppi di romanisti in Nord e di laziali in Sud. La situazione del tifo all’interno dell’Olimpico era a tal punto indeterminata che prima del derby dell’11 marzo 1973, la Lazio con un comunicato invitò i propri tifosi a occupare la Sud, in quanto società ospitante. La reazione dei romanisti – in quella che è passata alla storia come la «liberazione della Sud» – fu di organizzare una spedizione per «cacciare i laziali». Come ricorda Bongi: «Alle undici del mattino li trovammo sul muretto di Dante, erano pochini. Cominciammo a dargli fastidio e, aumentando il pubblico, il gruppetto di laziali si trovò isolato. Fra cori e pernacchi, si trasferirono in blocco verso la rete attaccata alla Tevere, in un cantuccio. Il derby successivo li ritrovammo alla Nord» 21.
Si afferma così, attraverso questa prima ripartizione dello spazio interno allo stadio, l’identità ultrà della Curva Sud. Un’identità che è anzitutto politica – nel senso che il giurista e filosofo Carl Schmitt attribuisce a questo termine – perché fondata sulle «categorie specificatamente politiche» dell’amico e del nemico. Quest’ultimo inteso non tanto come il nemico privato, l’inimicus, ma come il nemico pubblico, il nemico del popolo: quello che si identifica con un gruppo o un insieme di uomini che si «contrappone a un altro raggruppamento umano dello stesso genere» 22. Dall’11 marzo 1973, per il popolo della Curva Sud l’ultrà laziale diventa così l’hostis, lo straniero, colui che abita fuori dai propri confini territoriali. E non ha mai smesso di essere considerato tale. Lo dimostra il fatto che – a differenza di altre realtà, Milano in primis – le tifoserie di Roma e Lazio non hanno mai siglato alcuna tregua o patto di non aggressione. Ma lo ribadisce, perentoria, anche la coreografia romanista esposta durante il derby del 5 gennaio 2025: «Oggi come ieri. ANTI LAZIO».
5. «Roma, Roma, Roma, lasciace cantà, da sta voce nasce un coro, so centomila voci, c’hai fatto innamorà». La seconda strofa dell’inno della Roma, scritto da Antonello Venditti e cantato per la prima volta allo Stadio Olimpico in un derby del 1974, la dice lunga sulle speranze che caratterizzavano il tifo organizzato subito dopo la liberazione della Sud. Fino al 1977 la Curva ospitava infatti una marea di gruppi e gruppetti, tutti validi e volenterosi, ma poco organizzati. Formati per lo più da gente di quartiere (10, 30, 50 individui al massimo), ognuno lanciava il proprio coro senza un vero coordinamento: «C’era molto spontaneismo – ricordano i protagonisti di quell’epoca – ma con risultati poco esaltanti. In realtà una gran confusione. Mancava una strategia comune, ognuno pensava a far bella figura dietro il proprio striscione, pochi si preoccupavano di trovare una anche minima unità» 23.
Stando alla ricostruzione di Antonio Bongi la disposizione dei gruppi all’interno della Sud all’inizio degli anni Settanta può essere così fotografata: «Sul muretto c’erano i Guerriglieri della Sud, di destra. Al lato opposto stavano i Fedayn di Quadraro Cinecittà, comunisti; il loro capo era Roberto Rulli, un militante piuttosto noto e un ragazzo idealista. La Fossa dei Lupi era di Monte Cervialto, guidata da Stefano Scarciofolo e Vittorio Trenta. Le Brigate Giallorosse provenienti da Torre Spaccata. Il Commandos Lupi era organizzato da ragazzi di Monteverde. Poi sorsero le Pantere Giallorosse, i Panthers e altri gruppi minori» 24.
L’idea di «rendere corale il tifo, per fa sì che allo stadio si sentisse una voce sola», e raccogliere sotto un unico striscione i diversi gruppi ultrà della Sud, sempre meno integrati al sistema associativo dei Roma Club, inizia a circolare già dal 1976. Il 9 gennaio del 1977, seguendo l’esempio dei primi gruppi ultrà italiani (il modello da cui prendere ispirazione erano gli ultrà del Torino), i gruppi Fossa dei Lupi, Guerriglieri della Curva Sud, Pantere Giallorosse e Boys – che nel frattempo si erano trasferiti in Sud – e Fedayn – che però abbandoneranno subito il progetto – decidono di unirsi. Sugli spalti dell’Olimpico esordisce in occasione di Roma-Sampdoria (3 a 0) il Commando Ultrà Curva Sud, lo striscione più lungo d’Italia con i suoi 42 metri.
All’inizio il Cucs, che in trasferta portava lo striscione più piccolo Ultrà Roma, occupa un perimetro di una settantina di metri, posizionato al centro della curva, sul mitico muretto in basso che diventerà presto la plancia di comando della Curva. L’inizio fu d’ambientamento – solo «otto tamburi e due bandieroni» – ma già a partire dalla stagione 1977-1978 il gruppo si diede un’organizzazione più strutturata, con incarichi specifici (la posa dello striscione, il coordinamento dei tamburi, il lancio dei cori e la guida degli sbandieratori) e figure quali il «direttore del coro», il «capotamburo», il cassiere eccetera. Ci si accorse presto, infatti, che i fumogeni, il rullio dei tamburi orchestrato con i megafoni dai ragazzi che danno le spalle al campo, il canto di un coro all’unisono e le coreografie sempre nuove e fantasiose, fatte con i palloncini, di carta o di stoffa, riuscivano a canalizzare la passione di tutta la Curva. Nascono nuovi cori, e oltre l’inno della squadra adesso si canta anche l’inno della Curva. Tutte le partite dal 1977 iniziano con questo coro, pensato dal mitico Geppo e cantato sulle note della Marsigliese: «Quando l’inno si alzerà! tutto il mondo tremerà! Canteremo fino alla morte, innalzando i nostri color, che ci vien dal profondo del cuor! Alé, alé, Alé Roma alé, Alé, alé alé».
Una Curva che ora, nonostante le differenze politiche, sociali e di quartiere dei suoi componenti, si sente unita, caput mundi, in simbiosi con lo spazio che è diventato la sua casa: «In Curva Sud noi saremo ad aspettar, un tricolore giallorosso per gli ultrà, la nostra fede sempre ci accompagnerà, dalla curva si alzerà… Forza, forza grande Roma», recita un coro di quegli anni in voga ancor oggi.
Il mito del Cucs, nell’ambiente del tifo romanista, è pari per capacità di mobilitazione solo a quello dell’impero romano. Per due ragioni principali. Innanzitutto, l’unità della curva – in una città gruppettara per definizione come Roma – si configurò come un risultato straordinario. Certo, a partire da una certa fase i Boys e altri gruppi tornarono a esporre i loro storici striscioni, ma la guida della Curva, a livello organizzativo e sonoro, rimase saldamente nelle mani del Cucs, il che garantiva una potenza canora senza precedenti. In secondo luogo, le innovazioni, in ambito di cori e coreografie, furono straordinarie. Moltissime canzoni portate in Curva dal Commando, che costituiscono ancora oggi la base del repertorio degli ultrà romanisti, furono fatte proprie anche da altre compagini, al punto che non è esagerato affermare che, in qualsiasi stadio si metta piede, resiste ancora un pezzo di Cucs. Ogni volta che si sente un coro sulle note di Jingle Bells, di Yellow Submarine, di L’Amico è o della Marsigliese, si sta implicitamente citando il Commando.
In questo contesto rivoluzionario, operava anche una sorta di divisione del lavoro tra Cucs, Boys e Fedayn. Le curve guadagnano gloria in due modi. Con la capacità di mobilitazione e con quella di avere la meglio sui nemici negli scontri. Se il Commando si occupava soprattutto della prima questione – pur non tirandosi indietro nei confronti dei nemici – furono i Boys e i Fedayn a rendere la Sud anche una stimata curva «d’azione», capace di sottrarre stendardi ai nemici salvando i propri, sia dagli avversari sia – addirittura – dalla polizia.

E tuttavia, anche la gloria del Commando ebbe una fine. Incapace di rinnovarsi a livello generazionale e vittima delle trasformazioni sociologiche degli anni Novanta, seguite al crollo degli spazi politico-sociali d’aggregazione cui il Cucs s’ispirava, il più grande gruppo della storia del tifo italiano concluse la sua esistenza il 12 settembre 1999. Come nei grandi imperi, il crollo è innanzitutto interno e preceduto dalla guerra civile. Tutto inizia nel 1987, quando la Roma acquista Lionello Manfredonia – ex giocatore di Lazio e Juventus. La scelta, inizialmente contestata in maniera unitaria, porta a una vera e propria scissione. Da una parte il Cucs Gam (Gruppo anti-Manfredonia), che prosegue la contestazione, dall’altra il Vecchio Cucs, che invece ritiene necessario continuare a sostenere la squadra nonostante tutto. La spaccatura ha anche una coda legale, che riguarda i diritti sul marchio Cucs.
Sono anni difficili. Nel 1989, a Milano, viene ucciso da alcuni tifosi milanisti Antonio De Falchi, mentre nel 1991 la Roma perde la finale di Coppa Uefa con l’Inter. Nello stesso anno, muore anche l’ingegner Viola. Autentico punto di riferimento della Sud, che – dopo una serie di arresti dovuti a degli scontri avvenuti a seguito di una trasferta torinese – decise di non lasciare la città sabauda fino a quando gli ultrà romanisti non sarebbero stati liberati: «Non me ne vado senza i miei ragazzi». La Roma passa nelle mani di Ciarrapico e il nuovo Olimpico rende tutto più complesso, perché la Curva passa da 12 a 20 mila posti. Per tutte queste ragioni, nel 1992 il Cucs decide – «per il bene della Roma» – di riunirsi.
Ma è oramai troppo tardi. Le subculture – di stampo gruppettaro e individualistico – degli anni Novanta hanno oramai colonizzato la Curva, dunque l’associazionismo collettivista del Commando non fa più presa. Manca il ricambio generazionale, anche per il progressivo spostamento a destra delle giovani generazioni. Addirittura, i Fedayn – storicamente di sinistra – devono, per evitare l’implosione, accettare la nascita di una loro costola, la Brigata Tafferugli, con tendenze destrorse. In questo contesto, l’egemonia del Commando è sfidata da ogni parte. Non riesce più ad assimilare. La fine è solo questione di tempo.
La tragedia avviene il 12 settembre 1999, prima di un Roma-Inter. Il Cucs, semplicemente, non è più in grado di difendere il proprio striscione. Dopo una brevissima scazzottata, lo striscione del Commando viene staccato dalla vetrata e lasciato cadere nel fosso che divide la Curva dalla pista d’atletica. È la fine, ingloriosa, del più grande gruppo della storia del tifo organizzato. Il quale, dopo un brevissimo periodo di damnatio memoriae, passerà dall’essere realtà a mito. Autentico destino manifesto, profetizzato da un vecchio striscione del Commando riprodotto poi dagli ultrà romanisti nel 2015: «Cucs: quando finirà la nostra storia, inizierà la nostra leggenda».
6. Gli anni Duemila iniziano con la Curva in mano agli As Roma Ultras, gruppo composto da diverse anime e mosso da un fervore british. Vengono abbandonati i tamburi, sostituiti dai battimani, e introdotti nuovi cori. È una fase di innovazione, forse troppo marcata, che comunque si conclude relativamente presto, nella stagione 2004-2005.
Da allora, è il caos. Si moltiplicano gli striscioni, ma manca la capacità di regalare momenti di coralità paragonabili non solo a quelli del Commando, ma anche ad alcune coreografie organizzate dagli As Roma Ultras – memorabile, a tal proposito, quella sfoggiata nel 2002 contro il Barcellona: migliaia di «stelline» di Capodanno e uno striscione che recitava: «Sotto un manto di stelle, Roma bella m’appare». Sono anni di contestazione al sistema, seguiti all’introduzione della tessera del tifoso (in Curva: tessera dello schifoso) e dalla violenta repressione del tifo organizzato. Tuttavia non c’è unità, e la mentalità ultrà diventa sempre più autistica. Per il Cucs, veniva prima la Roma, poi la Sud, infine il Commando. Dallo scorso decennio, pare invece valere il contrario. Prima la propria tribù, poi la Roma, poi forse la Sud. È un cambiamento epocale, anche perché di gruppi ce ne sono a decine. La parte bassa della Curva, dove sorgeva il vessillo del Cucs, è riempita di striscioni diversi. Non si capisce chi comanda. Transizione egemonica lunghissima e dolorosissima.
La data spartiacque è il 3 maggio 2014. A Roma si gioca la finale di Coppa Italia tra Napoli e Fiorentina. Un tifoso partenopeo, Ciro Esposito, viene ucciso da un colpo di pistola sparato da un (ex) ultrà della Roma, Daniele De Santis. La partita assume contorni surreali. I tifosi del Napoli, guidati da Genny a’ Carogna – oggi collaboratore di giustizia – colloquiano coi giocatori. Nessuno vuole giocare. Comprensibilmente.

L’impatto sulla Sud è devastante. Il prefetto di Roma Gabrielli – con motivazioni burocratiche e appoggiato dal presidente Pallotta – ordina la divisione in due della Curva Sud, costruendo delle barriere che dilaniano il cuore del tifo giallorosso. Per anni gli ultrà della Roma disertano lo stadio, andando solo in trasferta. Per l’osservatore normale, è impossibile pure capire quali siano i gruppi della Sud. In trasferta si vede spesso uno striscione giallorosso con scritto «ROMA». Apparentemente unitario, esso rappresenta in realtà un’unica fazione – chiamata «Roma», per l’appunto – erede del gruppo legato a CasaPound Padroni di Casa.
La protesta della Sud, però, è commovente. Onde evitare che la Curva venisse occupata da tifosi normali, per tre anni gli ultrà continuano ad abbonarsi al settore, pagando per non andare allo stadio. A un certo punto, si prende l’abitudine di andare a tifare all’Obelisco, finché – durante un Roma-Sassuolo – la Digos identifica e scheda tutti i presenti tramite sistemi di videosorveglianza. La Roma, in quegli anni, va pure bene. È la seconda Roma di Spalletti. Di Dzeko, Nainggolan, Salah, De Rossi e Totti. Sfioriamo lo scudetto. Ma la Sud non c’è. Non ci può essere.
Le barriere vengono rimosse nel 2017. Ma l’unità è lontana. Si moltiplicano i litigi tra i gruppi, fino a un sostanziale equilibrio raggiunto, anche grazie al carisma di José Mourinho, a cavallo della stagione 2021-2022, che culminerà nella vittoria della Conference League. Non c’è una gerarchia formale. La parte bassa è guidata dal gruppo Roma, che esprime i lanciacori, ma l’auctoritas è dei Fedayn. Capaci, con uno strillo o col lancio di un coro, di ravvivare la Curva, che nei momenti di stanca o di difficoltà guarda sempre a loro. Sono i padri nobili. Nel 2022 compiono cinquant’anni e letteralmente incendiano il Quadraro con una festa di compleanno degna del carnevale di Rio. Riproducono il vecchio striscione originario, con la morte incappucciata alla destra della scritta Fedayn in carattere stencil. Lo striscione, lunghissimo, «Brigata Roberto Rulli» campeggia sotto il maxischermo. Col gruppo Roma le tensioni non mancano. Prima di un derby il gruppo del Quadraro blocca pure l’esposizione di una coreografia, con inevitabile scazzottata. Ma riescono a mettere ordine. Quando c’è tensione, quando qualcosa non va, il tifoso normale che sta in Curva sa che «scenderanno i Fedayn».
Nascono nuovi cori trascinanti, come quello – sulle note di Mrs Robinson di Simon & Garfunkel – che recita: «Giallorossa è unica, questa maglia è magica per me! Eh-eh. Tu lo sai la domenica, ovunque giocherai ti seguirò! Oh-oh». Colonna sonora che avrebbe dovuto accompagnare la Roma alla vittoria dell’Europa League, negatagli solo da un arbitro inglese il cui nome preferiamo non fare e culminata con le lacrime di Dybala, consolato dal «signor Matìc» (Mourinho) che prova a spiegargli che «that’s football». Manco per niente, signor Matìc. Dybala, quell’estate, aveva capito che era la nostra vita, e infatti ha rifiutato 75 milioni sauditi. Tu sei scappato di notte per due spicci in più sul rinnovo. Differenze. Buona Serie B col Sassuolo. Chiusa parentesi.
Questo faticoso equilibrio si rompe irrimediabilmente il 4 febbraio 2023, quando in un agguato paramilitare gli hooligans della Stella Rossa, i Delije, sottraggono a piazza Mancini la borsa contenente praticamente tutto il materiale dei Fedayn. L’attacco è organizzato nel minimo dettaglio, con basisti ovunque e una fuga da film. Il gruppo del Quadraro paga, probabilmente, il gemellaggio con i Bad Blue Boys della Dinamo Zagabria, e lo storico striscione viene bruciato allo stadio Marakanà di Belgrado. Scene tragiche, che avrebbero potuto avere conseguenze devastanti sulla Sud.
Il 18 febbraio, prima partita in casa dopo il fattaccio, i Fedayn non si vedono. Il muretto è spoglio. Mentalità ultrà impone lo scioglimento per chi perde i vessilli. Piano piano, mentre suona Mai sola mai di Marco Conidi, la vetrata si popola pur rimanendo spoglia. Dal resto dello stadio partono applausi. Sessantamila persone cantano il coro dei Fedayn: «E quanno more er prete, sonano le campane, piangono le puttane, e i loro protettori, ma quanno moro io, non vojo Gesu Cristi, ma solo gajardetti dei Fedayn teppisti! La-la-la-la-la-la, Fe-Fe-Fedayn!». Dal muretto dei Boys, gemelli diversi e rivali interni, si alza addirittura il coro: «Siamo tutti Fedayn». Il gruppo Roma tenta di ignorare il fatto e cantare come se nulla fosse successo. Viene subissato di fischi, delegittimato dall’intero stadio.
Nel maggio 2023, per ricordare la morte di Roberto Rulli, i Fedayn – in occasione di Roma-Salernitana – tentano di far entrare uno striscione commemorativo, che – quasi a chiedere scusa al fondatore per la perdita degli striscioni – recitava: «19/05/23 A Roberto, abbiamo vissuto nel tuo mito onorandoti ogni minuto, seppur non ci è riuscito… tu vegliaci e vedrai che un giorno, nel tuo nome, avremo ancora combattuto!». Sembrano prove generali di rientro, anche perché durante la semifinale di Europa League tra Roma e Bayer Leverkusen – gol di Edoardo Bove, cuore romanista dunque sempre pronto a ricominciare a battere – il muretto si cinge di uno striscione rosso senza scritte.
E tuttavia non ci sarà un ritorno. In occasione di Roma-Empoli del settembre 2023, nasce il Gruppo Quadraro. Apparentemente un rebranding dei Fedayn. E i membri dell’organizzazione cercano di presentarsi come tali, riproducendo una bandiera col volto di Roberto Rulli ed esponendo la morte incappucciata. Ma le persone sono diverse, salvo qualche apparizione del leggendario «Guerriero», storico membro dei Fedayn. Dopo varie diatribe, la morte non viene più esposta, mentre la bandiera – originale – di Rulli appare in Nord, a sancire lo status di simulacro di quella esposta dal Gruppo Quadraro.
Soprattutto, dei Fedayn manca l’autorità, e la Curva piomba di nuovo nel caos. A livello canoro, le cose migliorano rispetto al 2023, anno in cui si era elaborato il lutto nonostante una finale europea. Ma la Sud non è unita. Nella stagione 2024-2025, le redini del tifo vengono prese dai Boys, per una questione di carisma e anzianità. E tuttavia, anche il gruppo fondato da Bongi si trova costretto a lasciare lo scettro, a causa di non scintillanti prestazioni fuori dagli stadi. L’appoggio alla squadra, comunque, c’è, ma manca il resto. Il punto non è solo lo spostamento, evidente, a destra della Curva, che canta cori sulle note di Faccetta nera. Il punto è che, nonostante i diversi gruppi si riuniscano dalla stagione 2025-2026 sotto un unico striscione in trasferta («Curva Sud»), continua a mancare quella dimensione comunitaria che ha fatto grande il tifo della Roma nel mondo. Capace di trasformare i diversi gruppi in un’unica voce, fondendola con quella dei tifosi comuni e dei cosiddetti cani sciolti, che continuano a costituire la maggioranza dei frequentatori della Sud.
7. E tuttavia, nonostante questa evidente crisi, la Curva della Roma, ogni tanto e come per magia, regala prestazioni incredibili. Ai limiti del metafisico. Partite come Roma-Barcellona 3-0, Roma-Feyenoord 4-1, gli addii di Totti e di De Rossi stanno lì a testimoniare un’insopibile capacità performativa. Davanti all’appuntamento con la storia o con la leggenda, la Curva – novella Didone – riscopre i segni dell’antica fiamma e diventa letteralmente capace di far succedere cose. Di spingere la palla in porta. Un esempio su tutti.
Sfido qualsiasi essere umano presente in Curva Sud il giorno di Roma-Barcellona a sostenere che, respirata l’aria dello stadio, non avesse maturato la matematica certezza che il 4-1 dell’andata sarebbe stato ribaltato. Il clima era strano. Io ricordo che ero in dubbio se andare o meno all’Olimpico per chissà quale incombenza universitaria. Ci vengo trascinato da una sorta di spirito del mondo. Quando varco l’ingresso 18 vedo le facce dei miei compagni di Curva. Sembrava stessimo andando in guerra ed eravamo felici di farlo. Saliamo i gradini, ci mettiamo al nostro solito posto e, in maniera del tutto inattesa, i maxischermi trasmettono un tributo ad Agostino Di Bartolomei, nato l’8 aprile. A quel punto il clima diventa ossianico e lo stadio una bolgia. La Marsigliese è la più potente che abbia mai sentito e ricordo De Rossi esultare come se avessimo vinto la Champions dopo una scivolata su Messi al secondo minuto del primo tempo, ancora sullo 0-0. Pure noi esultiamo come a un gol e l’aria diventa elettrica. La sensazione, nettissima, è che la Curva avesse creato un’atmosfera, una sorta di campo elettromagnetico che non avrebbe permesso alla partita di finire in un altro modo.
Da lì è tutto semplice: 3-0 per noi e passaggio del turno. Dzeko, De Rossi e Manolas, che poi piange in panchina, forse consapevole dell’astuzia della ragione che gli era entrata dentro. Passando ovviamente per la Curva, dove 20 mila pazzi – secondo James Pallotta, (indegno) presidente della Roma, meri «fucking idiots» – già sapevano cosa sarebbe successo. Fucking idiots per davvero.
È per serate come quella che la Sud non sarà mai come le altre curve. E non solo perché, a differenza per esempio della scena ultrà milanese, i suoi problemi – che pure esistono – non derivano da faccende legali. Ma perché, nonostante tutte le difficoltà, essa è ancora dotata della capacità di entrare in una comunione mistica con la squadra e col resto dello stadio, creando ambienti insostenibili per chiunque venga a giocarvi. Giocare contro la Roma, alla fine, è giocare contro Roma, contro il suo mito e la sua storia. Elemento che la Curva non perde mai occasione di ricordare, con coreografie – soprattutto in Europa – volte a ricordare all’avversario di turno la propria sudditanza, un paio di millenni fa, all’impero dei cesari. Giocare all’Olimpico non è mai solo una partita di calcio. Perché la squadra della capitale e la sua Curva sono qualcosa che va oltre il calcio, nonostante i problemi e le naturali flessioni. Del resto, come recitava un famoso slogan degli anni Ottanta, «la Roma è magia, la Sud una follia».
Note:
1. Il calcio come «rito moderno» è un concetto tematizzato da Marc Augé nel suo celebre Football. Il calcio come fenomeno religioso, Bologna 2016, Edb.
2. G. Sarno, «“Noi si fa i cori”: note dalla curva Fiesole sulle pratiche musicali del tifo organizzato», Acusfere, 1/2022, p. 69.
3. «A volte ritornano. Intervista a Opposta Fazione», in V. Patanè Garsia, A guardia di una fede. Gli Ultras della Roma siamo noi, Roma 2004, Castelvecchi, p. 133.
4. G. Sarno, op. cit., p. 4.
5. Secondo l’avvocato Lorenzo Contucci, storico ultrà della Roma e webmaster del sito asromaultras.org (il più grande archivio esistente sulla storia del tifo giallorosso), «lo striscione è il simbolo del gruppo ed è qualcosa che va difeso fino alla morte. È come la bandiera di un reggimento in guerra; il concetto è che perdendo la bandiera perdi l’onore, quindi nel momento in cui un gruppo si fa togliere lo striscione, si deve sciogliere». Cfr. l’intervista a Lorenzo Contucci in V. Patanè Garsia, op. cit., p. 178.
6. A proposito dell’idea di territorialità in Curva, Contucci spiega: «Quando io ero responsabile di As Roma Ultras e dovevo entrare nel territorio dei Boys c’era sempre e comunque una forma, non dico cerimoniale, ma quasi», ivi, p. 179. Sulla Curva come territorio cfr. anche S. Louis, Ultras. Gli altri protagonisti del calcio, Milano 2019, Meltemi, pp. 55-57.
7. «A volte ritornano. Intervista a Opposta Fazione», in V. Patanè Garsia, op. cit., p. 135.
8. L’arena multifunzionale edificata sul Champ de Mars a Parigi nel 1790 è considerata dagli storici il primo stadio moderno permanente e si stima potesse accogliere tra i 400 e i 600 mila spettatori. Su questo punto cfr. F.-J. Versphol, Stadionbauten von der Antike bis zur Gegenwart: Regie und Selbsterfahrung der Massen, Gießen 1976, Anabas, p. 36. Sul rapporto tra masse e stadio si veda invece la proposta archeologica di K. Ebeling, «The Flood of Space. An Archeology of the Crowd», in K. Ebeling, K. Schiemenz (a cura di), Stadien. Eine kunstlerisch-wissenschaftliche Raumfoschung, Berlin 2009, Kadmos, pp. 170-186.
9. P. Sloterdjik, Sfere III. Schiume, Milano 2015, Raffaello Cortina Editore, p. 597.
10. E. Canetti, Massa e potere, Milano 1981, Adelphi, p. 133.
11. P. Sloterdjik, op. cit., p. 597.
12. Ivi, p. 595
13. Sul «calcio moderno» si veda almeno S. Cacciari, L, Giudici (a cura di), Stadio Italia. I conflitti del calcio moderno, Firenze 2010, Casa Usher, e Limes, 5/2016, «Il potere del calcio».
14. M. Impiglia, Forza Roma, daje lupi. La prima storia completa del tifo giallorosso, Roma 1998, Edizioni Libreria Sportiva Eraclea.
15. A. Roversi, «Calcio e violenza in Italia», in Id. (a cura di), Calcio e violenza in Europa, Bologna 1990, il Mulino, p. 96. Secondo Impiglia con il passaggio al tifo organizzato degli anni Settanta svanirono anche altre usanze legate all’ambiente sonoro dello stadio, «quale ad esempio il trepestio dei piedi all’unisono, che si udiva partire per azione spontanea almeno un paio di volte a partita». Cfr. anche M. Impiglia, op. cit., p. 99.
16. V. Marchi, Ultrà. Le sottoculture giovanili negli stadi d’Europa, Roma 2015, Hellnation Libri, p. 110.
17. I Fedayn scelsero questo nome per rimarcare la loro fedeltà estrema, oltre il risultato: «Noi del Quadraro già nel ’73 ogni domenica seguivamo la Roma. Alle dieci eravamo davanti allo stadio. La gente che ci vedeva per la strada, in quel periodo che la nostra squadra non andava molto, ci dava dei kamikaze e diceva: Siete peggio dei Fedayn! Il nome ci piacque e lo facemmo nostro», M. Impiglia, op. cit., p. 97. Riguardo alla scelta del nome Commando Ultrà Curva Sud, Bongi racconta: «Mi venne in testa scorrendo un articolo sul Corriere della Sera, che parlava di scontri di palestinesi; lessi commando di ultrà, mi piacque il nome e lo sottoposi alla votazione degli altri responsabili del gruppo: passò alla maggioranza», ivi, p. 95.
18. Ibidem.
19. T. Livio, Storie, Utet, Torino 1979, Libro I, 7, 2, p. 131.
20. Sostiene Carl Schmitt che ogni «ordinamento fondamentale è un ordinamento spaziale. (…) Si basa, nella sua essenza, su determinati confini e delimitazioni spaziali, su determinate misure e su una determinata spartizione della terra», C. Schmitt, Terra e mare. Una riflessione sulla storia del mondo, Milano 2002, Adelphi, pp. 73-74.
21. Citato in M. Impiglia, op. cit., p. 92.
22. C. Schmitt, Le categorie del politico, Bologna 1972, il Mulino, pp. 108-111.
23. 12 anni di storia, immagini, passioni e follie di uno dei gruppi ultrà più famosi d’Italia, Cucs, Roma 1987, Multimedia, p. 13.
24. Citato in M. Impiglia, op. cit., p. 92.
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