L’EUROPA DEVE PREPARARSI ALL’INTERREGNO AMERICANO Pubblicato in: L'ORDINE DEL CAOS - n°1 - 2025
L’EUROPA DEVE PREPARARSI ALL’INTERREGNO AMERICANO

1. Gli Stati Uniti si trovano intrappolati in una lotta per la supremazia in Eurasia che rischia di degenerare in guerra totale. I vertici politici americani sono sempre più inclini a «dare priorità» alle varie minacce, alleggerendo l’impegno strategico in Europa e in Medio Oriente per concentrarsi sull’Indo-Pacifico. Scelta che potrebbe rivelarsi fatale. L’Europa resta la colonna portante del potere americano sull’intero arco eurasiatico. In una competizione di lungo periodo, con un concreto rischio di conflitto, gli Usa trarrebbero vantaggio da un Vecchio Continente stabile, sicuro e saldamente ancorato all’Occidente.
Le potenze europee non possono permettersi di trascurare un importante dato di fatto: esse devono posizionarsi in modo tale da attivare la razionalità strategica americana, non appena sarà riemersa alla fine di questo decennio. Ciò significa che l’Europa deve rendersi in larga misura autosufficiente dal punto di vista strategico e altresì ampliare i propri orizzonti al di là dei confini continentali. L’America deve prendere atto che l’Eurasia è un unico sistema interconnesso. È la naturale conseguenza del suo sviluppo economico e politico, iniziato con la modernità.
Del resto, i legami fra i paesi della regione sono sempre esistiti, da quando i mercanti dell’Oceano Indiano cominciarono a spostare merci da Est, passando per il Medio Oriente, fino al Mediterraneo. A partire dal XVI secolo le potenze europee cominciarono a considerare sempre di più gli interessi eurasiatici come elementi centrali nelle proprie esigenze strategiche. Cosa particolarmente vera per il Portogallo e l’Inghilterra, al punto che alla fine acquisirono vasti territori in Estremo Oriente. Lo stesso valse per Spagna e Francia, le quali dovevano considerare gli equilibri asiatici nelle loro strategie, specialmente alla luce delle loro relazioni con l’impero ottomano.
La prima guerra mondiale segnò l’inizio di quella che potremmo definire la prima crisi globale del XX secolo, un periodo di conflitti e contese che finì per coinvolgere l’intera massa continentale eurasiatica e che fu cruciale per la trasformazione di quest’ultima in un unico spazio strategico. Gli scontri che l’attraversarono furono catalizzati dalle campagne britanniche in Medio Oriente e Nord Africa – condotte per fiaccare gli ottomani – e dalle inferenze tedesche sui traffici commerciali nell’Oceano Indiano e nel Pacifico. Tuttavia il cuore del conflitto – e unico teatro in cui si combatterono prolungate operazioni ad alta intensità – rimase l’Europa. Sia nell’entroterra sia lungo le sue coste.
La distruttività della prima guerra mondiale, combinata ai danni relativamente modesti subiti da Stati Uniti e Giappone, portò alla formazione di un sistema internazionale più equilibrato, con attori presenti in tutta l’Eurasia. Il conflitto stesso diede il via alla prima crisi globale del Novecento. Tutte le grandi potenze si contendevano la supremazia dopo il graduale ma sensibile tracollo dell’ordine precedente iniziato con l’unificazione tedesca, il ricompattamento degli Stati Uniti dopo la guerra civile e l’ascesa del Giappone al rango di attore di primo piano.

Tuttavia la guerra non pose fine alla crisi. Un’importante nazione revisionista, la Russia, riprese piuttosto velocemente il suo posto tra le grandi potenze, stavolta sotto le vesti del comunismo sovietico. Un’altra, la Germania, ne uscì umiliata ma non spezzata. Soprattutto perché Francia e Regno Unito non concordarono una politica comune in grado di mantenere l’ordine postbellico in Europa centrale. Inoltre gli stessi Stati Uniti e il Giappone – soggetti revisionisti, dato che erano stati esclusi dagli equilibri di potere dell’Ottocento – dovevano ancora essere riconosciuti e inseriti a pieno titolo nel sistema internazionale. Ne risultò un periodo di quiete, a cui seguirono i preparativi e infine le violenze, che stavolta esplosero su scala realmente eurasiatica. Il nuovo conflitto ebbe inizio in Oriente, non in Europa, con le ambizioni del Giappone su una Cina postimperiale debole e frammentata. In effetti, l’attacco giapponese alla Cina repubblicana presentava inquietanti somiglianze con l’invasione russa dell’Ucraina. In un modo molto simile a come Mosca vede la repubblica ex sovietica, il paese del Sol Levante riteneva essenziale sottomettere, annettere e mantenere frammentato l’Impero del Centro per preservare il proprio status di grande potenza. Come l’assalto iniziale della Russia all’Ucraina ha gradualmente rallentato fino a trasformarsi in un brutale conflitto di posizione, così il Giappone credette di poter conquistare in poche settimane le zone costiere cruciali della Cina. Ma si trovò davanti a una situazione strategica ben più complessa: un’estenuante guerra di logoramento.
Mentre l’impero nipponico aveva un territorio molto più piccolo di quello cinese, la Russia è di gran lunga più vasta dell’Ucraina. E tuttavia, contrariamente alla Cina repubblicana di allora, Kiev ha ricevuto un importante supporto da parte di Stati Uniti, paesi europei e altri attori occidentali. Ciononostante, in entrambi i casi si è profilata una lunga fase di intensi combattimenti, che la potenza revisionista di turno fatica a risolvere a proprio vantaggio.
2. La seconda guerra mondiale pose fine alla prima crisi globale del Novecento, in buona parte per sfinimento. Ogni nazione europea era in ginocchio. La Germania era annientata e spezzata in due e l’Italia aveva perso il suo posto tra le grandi potenze. La Francia, pur essendo riemersa dal trauma psicologico di un’occupazione durata anni, nel lungo periodo non sarebbe più stata in grado di sostenere nemmeno una limitata rete di colonie. Sebbene non avesse subìto occupazioni o invasioni, il Regno Unito ne uscì altrettanto danneggiato. Per tutto il decennio successivo al conflitto, Londra fu obbligata a monitorare il consumo alimentare e, ovviamente, divenne impossibile mantenere l’enorme impero coloniale. Solo Stati Uniti e Unione Sovietica conservarono le forze sufficienti per contendersi la supremazia. Anche la seconda crisi globale, meglio nota come guerra fredda, si configurò dunque come uno scontro eurasiatico e il suo epicentro fu ancora una volta l’Europa.
Il confronto tra Mosca e Washington era sia un duello ideologico – marxismo-leninismo contro capitalismo democratico – sia una conseguenza strutturale della rivalità tra grandi potenze. La forza dell’Urss e la ricchezza degli Usa non potevano non trasformare i due attori in nemici. A ogni modo la seconda crisi fu più che altro uno scontro per l’assetto geopolitico dell’Eurasia, dato che qui la disputa ruotava attorno al ruolo americano nelle questioni di sicurezza. In sostanza l’Unione Sovietica rifiutava l’idea che gli Stati Uniti, una potenza esterna all’Europa, potessero avere il diritto di gestire gli equilibri del continente. La colonna portante dell’impegno americano era l’Alleanza Atlantica, la quale senza gli Usa non avrebbe mai funzionato.
Accettare che questi ultimi potessero farsi principali garanti della sicurezza e quindi impostarne le linee guida secondo i propri interessi significava legittimare il loro ruolo in Eurasia. Per Mosca ciò era ontologicamente inaccettabile: struttura e identità la obbligavano a essere l’unico soggetto non europeo a ricoprire tale funzione. La seconda crisi globale si risolse con il crollo dell’Urss. Tuttavia, come gli accordi conclusi fra il 1918 e il 1922 – che avevano momentaneamente placato la prima crisi senza risolverne appieno gli antagonismi – anche questo epilogo conteneva i semi del disordine attuale. La Russia venne piegata, ma non fu mai davvero obbligata a riconoscere la realtà. Ossia che gli Stati dell’Europa orientale, comprese le nazioni che un tempo erano state occupate e integrate nell’Unione Sovietica (Ucraina, Bielorussia e paesi baltici), avessero il diritto di scegliere autonomamente il proprio destino.
In effetti, nonostante le sue apparenti aperture alla distensione, Mikhail Gorbačëv mirava a riportare la situazione al 1946 e non a chiudere definitivamente la guerra fredda. Accettando la riunificazione tedesca, egli sperava di mettere una toppa sugli oltre quarant’anni di ostilità tra Mosca e l’Occidente, conservando la presa dell’Urss se non sui satelliti del Patto di Varsavia almeno sui paesi slavi confinanti. Ciò spiega lo shock per il collasso sovietico e la successiva pretesa di Boris El’cin di un trattamento privilegiato per la Russia nei rapporti con gli Stati Uniti.
La terza crisi globale, quella del XXI secolo, coinvolge alcuni degli stessi protagonisti della seconda. Oggi la Russia torna alla carica in Europa, provando a dimostrare di essere l’unica grande potenza che ha il diritto di definire gli assetti del continente. Accanto a lei si colloca la Cina, nazione revisionista a pieno titolo, che durante la seconda crisi globale aveva aderito alla «coalizione dello status quo», come fece l’Urss cambiando rotta dopo il giugno 1941. Al loro fianco c’è l’Iran che, a trent’anni dalla devastante guerra con l’Iraq, ha ampliato le proprie ambizioni ed è un attore regionale di primo piano. Se riuscisse a cacciare gli Stati Uniti dal Medio Oriente e a spingere Israele al collasso, arriverebbe a dominare l’intera area, riportando per la prima volta dalla fine dell’impero ottomano (ai tempi della prima crisi) una potenza mediorientale al centro della politica eurasiatica.

Tutte e tre le nazioni considerano la propria guerra come sistemica e totalizzante. Nessuna di loro può essere indotta a passare dal campo revisionista a quello dello status quo. Accontentare la Russia in Ucraina non soddisferebbe le sue ambizioni. Dopotutto, le richieste russe sono esplicitamente rivolte contro la Nato, oltre che contro Kiev. Dal dicembre 2021 ogni rivendicazione di Mosca ha implicato che l’Alleanza Atlantica torni ai confini militari del 1997, pur consentendo a ogni paese entrato nell’organizzazione dopo quella data di restarvi formalmente. A sua volta, anche la Cina vede nella Nato la più evidente espressione della presenza illegittima degli Stati Uniti nel sistema di sicurezza eurasiatico.
L’Alleanza Atlantica rappresenta l’unica entità politico-militare davvero integrata in Eurasia. Ovviamente, un ritiro americano segnerebbe la fine di qualsiasi coinvolgimento strutturato di Washington nella difesa di tale spazio, lasciando ai revisionisti, Cina compresa, una libertà d’azione di gran lunga maggiore. Al contempo, l’Iran considera i propri interessi legati alla guerra russa contro l’Ucraina e al più ampio tentativo di Mosca di dividere la Nato. Altrimenti non avrebbe fornito un contributo militare e industriale così significativo al Cremlino. I legami ontologici fra ciascun regime e la presenza americana in Europa faranno di quest’ultima, se non il centro immediato della contesa eurasiatica, quantomeno il suo fulcro simbolico.

3. Non tutte le crisi mondiali finiscono necessariamente per degenerare in guerra totale. Malgrado diversi momenti critici, la guerra fredda non esplose. In buona parte grazie alla deterrenza nucleare. Ancor più decisivi furono però i conflitti periferici intrapresi dagli Stati Uniti per arginare le potenze revisioniste. Conflitti in cui dagli anni Cinquanta in poi gli Usa sacrificarono sangue e denaro. A cominciare dalla guerra di Corea, dove gli americani impedirono che la penisola finisse sotto il controllo revisionista, scongiurando così anche la possibile minaccia che avrebbe rappresentato per il Giappone.
Seguirono poi le diverse crisi di Taiwan, disinnescate soltanto al costo di correre considerevoli rischi. Quindi s’intensificarono le guerre in Indocina, obbligando infine gli Stati Uniti a intervenire militarmente, ma solo dopo il grave errore legato al coinvolgimento nella politica interna del Vietnam del Sud. In Medio Oriente, gli Usa riuscirono a evitare un coinvolgimento diretto soprattutto perché trovarono un alleato regionale solido ed efficace in Israele, da utilizzare per manipolare la cornice diplomatica. Ciononostante, la situazione sfiorò il limite negli anni Settanta persino in Europa, richiedendo le misure drastiche degli anni Ottanta per ristabilire l’equilibrio.
La situazione odierna assomiglia più alla prima crisi globale (1914-1945) che alla seconda (la guerra fredda). È una prospettiva estremamente inquietante. Nel periodo tra le due guerre mondiali le considerazioni politiche riguardo all’inizio di un conflitto finivano per tradursi in valutazioni puramente operative sugli equilibri di potere. Ciò spiega, per esempio, l’attacco della Germania all’Urss e quello fallimentare del Giappone a Stati Uniti e Cina. Una volta che l’ordine internazionale va in frantumi e una crisi globale comincia, quello che prima era un sistema si degrada fino a ridursi a nient’altro che un banale rapporto di forza, in cui cambiamenti apparentemente marginali negli equilibri bellici possono produrre svolte significative nelle politiche di una nazione.
Anche oggi ci troviamo in una situazione simile. La Cina sta attuando il più imponente potenziamento militare dal periodo interbellico e il più grande incremento del proprio arsenale nucleare dall’apice della guerra fredda. In Ucraina la macchina militare russa non può essere arrestata, a prescindere dal raggiungimento di un accordo per la pace. E l’aspirazione dell’Iran all’egemonia regionale avrà fine soltanto con la vittoria o con la radicale trasformazione della Repubblica Islamica in un’entità politica completamente diversa. L’incendio verso cui ci sta portando la terza crisi globale durerà a lungo.
4. Le guerre sistemiche, per loro natura, tendono a svilupparsi in più fasi, data la quantità di risorse materiali che le grandi nazioni sono in grado di mettere in campo. Ciò è particolarmente vero quando le due coalizioni contrapposte sono guidate da Stati Uniti e Cina, le più grandi potenze produttive ed economiche del mondo, e comprendono partner su entrambi i fronti capaci di offrire ulteriore supporto industriale e risorse. Il risultato è la necessità per gli strateghi americani di considerare non solo quali regioni siano di «massima priorità», ma anche quali aree debbano essere protette da un conflitto sistemico più ampio, preservando così una parte significativa della loro capacità produttiva ed economica in caso di guerra.
Diversi influenti strateghi americani sostengono che l’Indo-Pacifico sia il centro di gravità geostrategico della competizione eurasiatica. C’è della verità in tale affermazione, dato che la maggior parte della popolazione, del pil e della capacità industriale mondiali si trovano oggi in Estremo Oriente. Le problematiche sono due. Il sistema asiatico funziona prevalentemente grazie alla sua integrazione in quello più ampio dell’Eurasia, giacché ne sfrutta i vantaggi. Pertanto la disgregazione di quest’ultimo avrebbe un impatto anche sulle capacità dei paesi orientali. Inoltre, cosa ancor più cruciale dal punto di vista strategico, se l’Asia diventasse il centro dello scontro le sue capacità economiche e produttive verrebbero gravemente danneggiate. Qualsiasi guerra in Estremo Oriente è destinata a espandersi rapidamente. Anche qualora iniziasse come disputa circoscritta a Taiwan, alla penisola coreana o al Mar Cinese Meridionale.
È probabile che la logica stessa delle operazioni militari delle grandi potenze spinga a una competizione strategica sempre più intensa tra Stati Uniti e Cina, così come tra Pechino e gli alleati regionali di Washington. Tale escalation potrebbe anche non implicare l’uso di armi nucleari, ma quasi certamente genererebbe gravi conseguenze per i centri produttivi asiatici. Soprattutto per l’industria dei semiconduttori taiwanese, che è vitale per l’economia globale. Se il confronto in Asia diventa sempre più probabile, per l’America è strategicamente sensato blindare le altre aree dell’Eurasia, limitando così i rischi che una guerra su vasta scala si estenda a esse e ne metta a repentaglio le risorse.
A tal riguardo l’Europa offre dei vantaggi evidenti. Qui gli Stati, nonostante la loro stagnazione politica ed economica, restano ricchi e conservano una capacità industriale latente che, mediante politiche mirate e una dipendenza inferiore dalle importazioni, potrebbe espandersi. Cosa particolarmente vera nel momento in cui l’Ucraina venisse integrata nel sistema economico e di difesa dell’Europa, considerati i minerali critici, la popolazione, le competenze tecniche e il peso del settore agricolo di questo paese.

Se nei prossimi sei anni si riuscirà a contenere la Russia e se gli Stati Uniti e gli alleati sbatteranno la porta in faccia alle ambizioni europee di Mosca, la coalizione guidata da Washington disporrà di una base per lo più sicura da cui produrre l’equipaggiamento militare necessario. In realtà anche se una parte della produzione avverrà in America, oggi – diversamente dalla prima crisi globale e da gran parte della seconda – Washington non ha più la forza economica e finanziaria per dominare da sola tutti gli altri attori eurasiatici.
In un contesto del genere la regione mediorientale è importante, dato il suo valore energetico e demografico. Un Medio Oriente stabile, regolato da alleanze sotto la guida americana in grado di frenare le mire dell’Iran o, nel migliore dei casi, di trasformare l’essenza della Repubblica Islamica potrebbe rivelarsi un partner cruciale per il resto del sistema eurasiatico. Idealmente, con l’Eurasia occidentale messa in sicurezza, gli Stati Uniti avrebbero maggiore flessibilità nei confronti della Cina sul versante orientale. Il rapporto tra Washington e Delhi ne risulterebbe trasformato, semplicemente perché a quel punto la prima acquisirebbe un margine di manovra più ampio nei confronti della seconda. Gli Usa potrebbero esplorare assetti di potere e modelli operativi alternativi con i propri alleati asiatici, riducendo al contempo la vulnerabilità delle infrastrutture militari e industriali di questi ultimi, o almeno creando altre possibili soluzioni in Eurasia occidentale e in Nord America.
Alla lunga, lo scontro in Asia potrebbe comunque verificarsi. Ma, analogamente a quanto accaduto nella seconda crisi mondiale, combattendo e vincendo in altre regioni eurasiatiche, la guerra nell’Indo-Pacifico prossima ventura inciderebbe in misura molto minore sugli interessi e sulle capacità complessive degli Stati Uniti. Il problema è che difficilmente Washington perseguirà una politica del genere nel breve termine. La nuova amministrazione Trump non è composta interamente da sostenitori dell’approccio Asia first, ma tale postura gode di un certo favore tra i vertici della sicurezza nazionale e della politica estera. Inoltre, a seconda delle personalità coinvolte, c’è una concreta possibilità che il governo americano faccia poco o nulla per migliorare la propria posizione strategica in Eurasia o per ampliare la sua capacità militare, accontentandosi di una combinazione tra riforme delle Forze armate e interventi industriali.
5. Il disimpegno strategico degli Usa arriva nel momento meno opportuno, mentre la massa continentale eurasiatica è attraversata da un’ondata di violenza. Il destino dell’Ucraina è appeso a un filo: la sua democrazia sta lottando per sopravvivere contro un vicino imponente e vorace. Le potenze europee devono adattarsi assumendosi una maggiore responsabilità nella propria difesa e adottando una visione strategica più solida, in grado di riflettere una rinnovata forza militare.
Nei prossimi sei mesi, l’Europa dovrà essere pronta a correre rischi concreti nel confronto con la Russia. E nei prossimi cinque anni dovrà sostenere l’Ucraina integrandola in una più ampia struttura economica e securitaria. Un obiettivo che richiede l’aumento delle spese militari, necessario per trasformare rapidamente le capacità belliche: dai velivoli per il trasporto pesante alle infrastrutture logistiche, passando per un’intelligence aerospaziale completa, fino a un numero significativamente maggiore di navi da guerra e sottomarini.
I governi veterocontinentali devono comprendere anche a livello mentale la portata del problema che si trovano ad affrontare. Il destino dell’Europa è intrecciato con quello dell’Eurasia, proprio come accadde durante le prime due crisi mondiali. Ma, a differenza del Novecento, nessuna potenza del Vecchio Continente ha interessi ben definiti in Asia, semplicemente perché i loro imperi sono finiti. Ciononostante, le principali capitali europee – Roma inclusa – devono riconoscere che l’equilibrio asiatico ha un impatto diretto sulla loro sicurezza e quindi sviluppare un assetto strategico con i partner orientali e mediorientali per preservare tale equilibrio durante l’interregno americano.
Gli Stati Uniti vengono spesso trascinati contro la loro volontà in guerre che poi si rivelano inevitabili per evidenti ragioni strategiche. La terza crisi globale potrebbe degenerare in un conflitto del genere. Mentre l’America perde il suo focus strategico, il compito dell’Europa è mantenere una struttura di alleanze e una capacità militare sufficientemente solide da fungere da spina dorsale per una futura coalizione che includa nuovamente gli Usa non appena a Washington i venti della politica soffieranno verso una direzione più coerente.
(traduzione di Michelangelo Genone)

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