COME CONVERTIRE GLI AFRICANI AL MODELLO POLITICO CINESE

 

COME CONVERTIRE GLI AFRICANI AL MODELLO POLITICO CINESE

Pechino sta lanciando un vasto programma di formazione in diversi paesi del Continente Nero. Ai quali si offre il paradigma della Repubblica Popolare, fondato sul primato del partito. La Tanzania è il perno dell’operazione.

di Giulio ALBANESE

Pubblicato il 29 Dicembre 2025 alle 10:20

Pubblicato in: IL TEMPO DELLA CINA - n°12 - 2025

Cina

Tanzania

Africa

Carta di Laura Canali - 2025 


1. La politica della Repubblica Popolare Cinese nei confronti dell’Africa ha subìto negli ultimi decenni una trasformazione significativa, evolvendo da un approccio inizialmente centrato sull’economia e sul rispetto della sovranità nazionale dei partner locali a un modello più articolato, che integra dimensioni geopolitiche, istituzionali e ideologiche. Tradizionalmente, la presenza cinese in Africa si basava sul principio della non interferenza negli affari interni degli Stati partner, coerente con i cinque princìpi della coesistenza pacifica: sovranità e integrità territoriale, non aggressione, non interferenza, uguaglianza e mutuo vantaggio, coesistenza pacifica. Questo approccio ha consentito a Pechino di promuovere investimenti infrastrutturali, prestiti e aiuti, offrendo agli Stati africani un’alternativa ai creditori occidentali e consolidando un’immagine di potenza emergente amica del Sud Globale senza imporre condizionamenti politici diretti.

In questa fase iniziale, la Cina si posizionava come partner pragmatico, concentrandosi sullo sviluppo economico e sulla stabilità dei paesi africani, rafforzando legami di mutuo beneficio e costruendo fiducia attraverso progetti infrastrutturali, dalle ferrovie ai porti, dalle centrali energetiche agli ospedali. La strategia di Pechino si fondava sul principio del partenariato paritario, volto a evitare accuse di neocolonialismo e a presentare il modello cinese come rispettoso della dignità e delle scelte politiche dei paesi africani. Questo approccio, tuttavia, pur avendo riscosso ampio consenso iniziale, non si limitava a una logica meramente commerciale o tecnica: costituiva la base per una presenza politica più strutturata e sistematica.

A partire dagli anni Novanta e con un’accelerazione sotto la guida di Xi Jinping dopo il 2015, la strategia cinese ha subìto un’evoluzione significativa: la Repubblica Popolare non si limita più a essere investitore e creditore, ma mira attivamente a influenzare le élite politiche africane, sviluppando reti di cooperazione e trasferendo un modello di governance centrato sul ruolo dominante del partito. Un esempio emblematico di questa trasformazione è l’istituzione, nel 2022, della Mwalimu Julius Nyerere Leadership School (Mjnls) a Kibaha, in Tanzania. La Mjnls è la prima scuola politica cinese su scala regionale, rivolta ai partiti al potere di sei paesi dell’Africa australe (Angola, Mozambico, Namibia, Sudafrica, Zimbabwe e Tanzania), tutti ex movimenti di liberazione oggi riuniti nella coalizione Former Liberation Movements of Southern Africa (Flmsa). La scuola si distingue dalle precedenti iniziative educative per il suo obiettivo di trasmettere princìpi di governance e valori ideologici modellati sulla Scuola centrale del Partito comunista cinese (Pcc), enfatizzando la disciplina di partito, la supremazia del partito sullo Stato e il governo attraverso l’apparato politico, in contrasto con i modelli democratici pluralisti affermati in diverse costituzioni africane.

Parallelamente, Pechino ha rafforzato altre scuole di partito, come la Herbert Chitepo School of Ideology in Zimbabwe, recentemente ristrutturata, e ha promosso istituzioni come il China-Africa Institute, fondato nel 2019, oltre a collaborazioni tra la National Academy of Governance e accademie di governo in Algeria, Etiopia, Kenya e Sudafrica. È nata così una rete transnazionale di formazione politica basata sul modello cinese. Nel quadro del Forum di cooperazione Cina-Africa (Focac), Pechino prevede per il triennio 2025–27 la formazione di circa mille funzionari di partito africani e un vasto programma di scambi destinato a parlamenti e governi locali, confermando l’espansione di una vera e propria «diplomazia di partito». Tra il 2021 e il 2022, oltre 21 mila funzionari e membri di partiti africani hanno partecipato a programmi di formazione organizzati dall’Institute for International Business Officials del ministero del Commercio cinese in cooperazione con la Scuola centrale del Partito comunista, con un terzo dei partecipanti proveniente dall’Africa. Inoltre, le delegazioni africane in visita a Pechino sono aumentate significativamente, consolidando legami personali e professionali volti a costruire un network politico duraturo. Questo fenomeno evidenzia non soltanto un trasferimento di know-how tecnico e amministrativo, ma anche una proiezione ideologica e culturale volta a modellare la percezione delle classi dirigenti africane riguardo ai princìpi di governance e alla legittimità di forme autoritarie di governo.

Carta di Laura Canali - 2025 

2. La diplomazia di partito cinese ha tre obiettivi principali: promuovere gli interessi fondamentali della propria politica estera, garantendo sicurezza energetica, accesso alle risorse naturali e sostegno politico internazionale; diffondere una narrazione alternativa sul ruolo globale della Cina, proponendo un modello di sviluppo diverso da quello occidentale ed enfatizzando sovranità nazionale, sviluppo economico e stabilità politica; normalizzare e legittimare il sistema autoritario nazionale, facendolo percepire come efficace e replicabile in contesti africani attraverso visite, scambi e formazione politica. Questi obiettivi sono perseguiti attraverso visite di alto livello, programmi di formazione, work­shop, seminari, visite di studio in Cina, sostegno finanziario e cooperazione tecnica, nonché dialogo multilaterale nei forum regionali e internazionali. In tal senso, la diplomazia cinese combina strumenti soft e hard, integrando incentivi economici con un intenso lavoro di costruzione di consenso politico e ideologico.

Geograficamente, il Pcc adotta strategie differenziate: in Africa meridionale e orientale mantiene relazioni strette con i partiti al governo per consolidare alleanze strategiche, mentre in Nord Africa interagisce con una gamma più ampia di forze politiche, sia al governo sia all’opposizione, con l’obiettivo di costruire contatti e influenzare decisioni future. L’approccio pragmatico combina il consolidamento delle alleanze strategiche con la costruzione di reti politiche più ampie, rafforzando la cooperazione con i partiti africani e consolidando l’influenza cinese. L’analisi di questi schemi mostra come Pechino operi con una logica di lungo periodo, costruendo capacità di influenza che trascendono la singola amministrazione o ciclo politico, puntando a generare continuità e fedeltà istituzionale verso la Repubblica Popolare Cinese.

L’espansione della diplomazia di partito ha avuto effetti positivi, come il rafforzamento delle reti politiche locali, il miglioramento dell’immagine internazionale della Cina e la maggiore legittimazione delle relazioni bilaterali. Tuttavia, presenta anche sfide e limiti: gli effetti sulla governance africana sono variabili, esiste il rischio di percezione di ingerenza politica e vi è concorrenza con altri attori internazionali. Inoltre, la replicabilità del modello cinese in contesti locali diversi non è garantita. In alcune realtà africane, le dinamiche socioculturali, le strutture tribali e le tradizioni politiche possono entrare in tensione con i princìpi di centralizzazione e disciplina partitica promossi da Pechino, generando possibili frizioni e resistenze locali.

Oltre alla diplomazia di partito, la Cina ha esteso la propria influenza all’istruzione superiore, alla cooperazione culturale e alla formazione tecnica. Al Focac 2024 Pechino ha annunciato la formazione di circa quarantamila istruttori africani nei successivi tre anni, prevedendo investimenti in istituti tecnici, laboratori tecnologici, centri linguistici. Insomma, un progetto di «cosviluppo» che coinvolge istruzione, cultura e formazione anche attraverso i Luban Workshops (seminari che prendono il nome da Lu Ban, o appunto Luban, leggendario artigiano, inventore e maestro costruttore dell’antica Cina, vissuto circa 2.500 anni fa, figura emblematica riverita come «padre della carpenteria e dell’architettura cinese» e simbolo di eccellenza, ingegnosità e maestria artigianale).

3. Nonostante queste iniziative, la domanda di democrazia, partecipazione politica e controllo civico rimane forte in gran parte del continente. Analisti e studiosi africani segnalano come l’espansione delle scuole di partito e delle iniziative formative del Pcc possa ostacolare la maturazione democratica, la libertà di espressione e l’autonomia politica nazionale, invitando a forme alternative di cooperazione basate su trasparenza e partecipazione. La tensione tra la crescente penetrazione del soft power politico-istituzionale cinese e le aspirazioni democratiche africane delineerà scenari complessi nei prossimi decenni: sebbene la cooperazione infrastrutturale ed economica rimanga centrale, la dimensione ideologica e la formazione delle dirigenze politiche possono essere incompatibili con pluralismo, responsabilità istituzionale e partecipazione civica.

Carta di Laura Canali - 2025 

Pur dichiarando di non voler esportare il proprio modello politico, la creazione sistematica di scuole, istituti e reti partitiche suggerisce l’obiettivo di costruire una comunità di governance sino-africana basata su valori e logiche politiche convergenti. La relazione Cina-Africa si configura così come un progetto in continua evoluzione, che va oltre ferrovie, porti e dighe, includendo curriculum, programmi di formazione partitica, reti transnazionali e nuovi esponenti politici formati secondo il paradigma cinese. Questo comporta un impatto significativo sulle aspirazioni democratiche e sulla sovranità popolare, rendendo la sfida africana contemporanea non soltanto economica, ma anche questione di autodeterminazione politica, capacità di conciliare sviluppo, rappresentanza e democrazia.

Il rischio concreto è che l’adozione dei metodi del Partito comunista cinese possa produrre una maggiore oppressione sociale e minacciare la stabilità interetnica dei paesi africani, poiché la formazione politica mira a radicare il primato del partito e il suo controllo sociopolitico. La diplomazia cinese si configura quindi come strumento strategico, pragmatico e di ampia portata, che trasforma la cooperazione economica in operazione geopolitica volta alla conversione al modello di Pechino di quanti gestiscono il potere, alla diffusione dell’autoritarismo e alla creazione di una rete politica sino-africana, con effetti potenzialmente duraturi sulle istituzioni e sui leader locali.

In una prospettiva comparativa, la diplomazia di partito cinese si contrappone ai modelli democratici africani, caratterizzati da pluralismo politico, separazione dei poteri, trasparenza e partecipazione civica. La centralità del Pcc e la promozione di una governance autoritaria pongono interrogativi sulla compatibilità tra il modello politico cinese e i princìpi costituzionali africani. La pressione ideologica esercitata attraverso la formazione delle élite può minare le istituzioni democratiche emergenti, limitare la libertà di espressione e ridurre la responsabilità politica, creando tensioni tra le aspirazioni locali e l’influenza straniera. Un’analisi critica suggerisce che la competizione tra i modelli di governance non è solo economica, ma profondamente politica e culturale. Dunque richiede agli attori africani e agli osservatori internazionali di sviluppare strategie di risposta basate sulla promozione della trasparenza, della partecipazione civica e della resilienza istituzionale, per garantire che lo sviluppo e la cooperazione internazionale non compromettano i princìpi democratici e la sovranità popolare.

In definitiva, la politica cinese in Africa rappresenta una complessa intersezione tra sviluppo infrastrutturale, diplomazia economica e formazione ideologica. Pechino non è più soltanto un partner commerciale o un prestatore di fondi, ma un attore politico-ideologico capace di plasmare strutture di potere e di influenzare la prossima generazione di leader locali. Il futuro della relazione Cina-Africa sarà quindi determinato non solo dalle dinamiche economiche, ma anche dalla capacità dei paesi africani di bilanciare aspirazioni di sviluppo con princìpi democratici, pluralismo politico e autodeterminazione.

 


COME CONVERTIRE GLI AFRICANI AL MODELLO POLITICO CINESE

Pechino sta lanciando un vasto programma di formazione in diversi paesi del Continente Nero. Ai quali si offre il paradigma della Repubblica Popolare, fondato sul primato del partito. La Tanzania è il perno dell’operazione.
di Giulio ALBANESE
Pubblicato il 
Pubblicato in: IL TEMPO DELLA CINA - n°12 - 2025
Carta di Laura Canali - 2025
Carta di Laura Canali - 2025 

1. La politica della Repubblica Popolare Cinese nei confronti dell’Africa ha subìto negli ultimi decenni una trasformazione significativa, evolvendo da un approccio inizialmente centrato sull’economia e sul rispetto della sovranità nazionale dei partner locali a un modello più articolato, che integra dimensioni geopolitiche, istituzionali e ideologiche. Tradizionalmente, la presenza cinese in Africa si basava sul principio della non interferenza negli affari interni degli Stati partner, coerente con i cinque princìpi della coesistenza pacifica: sovranità e integrità territoriale, non aggressione, non interferenza, uguaglianza e mutuo vantaggio, coesistenza pacifica. Questo approccio ha consentito a Pechino di promuovere investimenti infrastrutturali, prestiti e aiuti, offrendo agli Stati africani un’alternativa ai creditori occidentali e consolidando un’immagine di potenza emergente amica del Sud Globale senza imporre condizionamenti politici diretti.

In questa fase iniziale, la Cina si posizionava come partner pragmatico, concentrandosi sullo sviluppo economico e sulla stabilità dei paesi africani, rafforzando legami di mutuo beneficio e costruendo fiducia attraverso progetti infrastrutturali, dalle ferrovie ai porti, dalle centrali energetiche agli ospedali. La strategia di Pechino si fondava sul principio del partenariato paritario, volto a evitare accuse di neocolonialismo e a presentare il modello cinese come rispettoso della dignità e delle scelte politiche dei paesi africani. Questo approccio, tuttavia, pur avendo riscosso ampio consenso iniziale, non si limitava a una logica meramente commerciale o tecnica: costituiva la base per una presenza politica più strutturata e sistematica.

A partire dagli anni Novanta e con un’accelerazione sotto la guida di Xi Jinping dopo il 2015, la strategia cinese ha subìto un’evoluzione significativa: la Repubblica Popolare non si limita più a essere investitore e creditore, ma mira attivamente a influenzare le élite politiche africane, sviluppando reti di cooperazione e trasferendo un modello di governance centrato sul ruolo dominante del partito. Un esempio emblematico di questa trasformazione è l’istituzione, nel 2022, della Mwalimu Julius Nyerere Leadership School (Mjnls) a Kibaha, in Tanzania. La Mjnls è la prima scuola politica cinese su scala regionale, rivolta ai partiti al potere di sei paesi dell’Africa australe (Angola, Mozambico, Namibia, Sudafrica, Zimbabwe e Tanzania), tutti ex movimenti di liberazione oggi riuniti nella coalizione Former Liberation Movements of Southern Africa (Flmsa). La scuola si distingue dalle precedenti iniziative educative per il suo obiettivo di trasmettere princìpi di governance e valori ideologici modellati sulla Scuola centrale del Partito comunista cinese (Pcc), enfatizzando la disciplina di partito, la supremazia del partito sullo Stato e il governo attraverso l’apparato politico, in contrasto con i modelli democratici pluralisti affermati in diverse costituzioni africane.

Parallelamente, Pechino ha rafforzato altre scuole di partito, come la Herbert Chitepo School of Ideology in Zimbabwe, recentemente ristrutturata, e ha promosso istituzioni come il China-Africa Institute, fondato nel 2019, oltre a collaborazioni tra la National Academy of Governance e accademie di governo in Algeria, Etiopia, Kenya e Sudafrica. È nata così una rete transnazionale di formazione politica basata sul modello cinese. Nel quadro del Forum di cooperazione Cina-Africa (Focac), Pechino prevede per il triennio 2025–27 la formazione di circa mille funzionari di partito africani e un vasto programma di scambi destinato a parlamenti e governi locali, confermando l’espansione di una vera e propria «diplomazia di partito». Tra il 2021 e il 2022, oltre 21 mila funzionari e membri di partiti africani hanno partecipato a programmi di formazione organizzati dall’Institute for International Business Officials del ministero del Commercio cinese in cooperazione con la Scuola centrale del Partito comunista, con un terzo dei partecipanti proveniente dall’Africa. Inoltre, le delegazioni africane in visita a Pechino sono aumentate significativamente, consolidando legami personali e professionali volti a costruire un network politico duraturo. Questo fenomeno evidenzia non soltanto un trasferimento di know-how tecnico e amministrativo, ma anche una proiezione ideologica e culturale volta a modellare la percezione delle classi dirigenti africane riguardo ai princìpi di governance e alla legittimità di forme autoritarie di governo.

Carta di Laura Canali - 2025
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2. La diplomazia di partito cinese ha tre obiettivi principali: promuovere gli interessi fondamentali della propria politica estera, garantendo sicurezza energetica, accesso alle risorse naturali e sostegno politico internazionale; diffondere una narrazione alternativa sul ruolo globale della Cina, proponendo un modello di sviluppo diverso da quello occidentale ed enfatizzando sovranità nazionale, sviluppo economico e stabilità politica; normalizzare e legittimare il sistema autoritario nazionale, facendolo percepire come efficace e replicabile in contesti africani attraverso visite, scambi e formazione politica. Questi obiettivi sono perseguiti attraverso visite di alto livello, programmi di formazione, work­shop, seminari, visite di studio in Cina, sostegno finanziario e cooperazione tecnica, nonché dialogo multilaterale nei forum regionali e internazionali. In tal senso, la diplomazia cinese combina strumenti soft e hard, integrando incentivi economici con un intenso lavoro di costruzione di consenso politico e ideologico.

Geograficamente, il Pcc adotta strategie differenziate: in Africa meridionale e orientale mantiene relazioni strette con i partiti al governo per consolidare alleanze strategiche, mentre in Nord Africa interagisce con una gamma più ampia di forze politiche, sia al governo sia all’opposizione, con l’obiettivo di costruire contatti e influenzare decisioni future. L’approccio pragmatico combina il consolidamento delle alleanze strategiche con la costruzione di reti politiche più ampie, rafforzando la cooperazione con i partiti africani e consolidando l’influenza cinese. L’analisi di questi schemi mostra come Pechino operi con una logica di lungo periodo, costruendo capacità di influenza che trascendono la singola amministrazione o ciclo politico, puntando a generare continuità e fedeltà istituzionale verso la Repubblica Popolare Cinese.

L’espansione della diplomazia di partito ha avuto effetti positivi, come il rafforzamento delle reti politiche locali, il miglioramento dell’immagine internazionale della Cina e la maggiore legittimazione delle relazioni bilaterali. Tuttavia, presenta anche sfide e limiti: gli effetti sulla governance africana sono variabili, esiste il rischio di percezione di ingerenza politica e vi è concorrenza con altri attori internazionali. Inoltre, la replicabilità del modello cinese in contesti locali diversi non è garantita. In alcune realtà africane, le dinamiche socioculturali, le strutture tribali e le tradizioni politiche possono entrare in tensione con i princìpi di centralizzazione e disciplina partitica promossi da Pechino, generando possibili frizioni e resistenze locali.

Oltre alla diplomazia di partito, la Cina ha esteso la propria influenza all’istruzione superiore, alla cooperazione culturale e alla formazione tecnica. Al Focac 2024 Pechino ha annunciato la formazione di circa quarantamila istruttori africani nei successivi tre anni, prevedendo investimenti in istituti tecnici, laboratori tecnologici, centri linguistici. Insomma, un progetto di «cosviluppo» che coinvolge istruzione, cultura e formazione anche attraverso i Luban Workshops (seminari che prendono il nome da Lu Ban, o appunto Luban, leggendario artigiano, inventore e maestro costruttore dell’antica Cina, vissuto circa 2.500 anni fa, figura emblematica riverita come «padre della carpenteria e dell’architettura cinese» e simbolo di eccellenza, ingegnosità e maestria artigianale).

3. Nonostante queste iniziative, la domanda di democrazia, partecipazione politica e controllo civico rimane forte in gran parte del continente. Analisti e studiosi africani segnalano come l’espansione delle scuole di partito e delle iniziative formative del Pcc possa ostacolare la maturazione democratica, la libertà di espressione e l’autonomia politica nazionale, invitando a forme alternative di cooperazione basate su trasparenza e partecipazione. La tensione tra la crescente penetrazione del soft power politico-istituzionale cinese e le aspirazioni democratiche africane delineerà scenari complessi nei prossimi decenni: sebbene la cooperazione infrastrutturale ed economica rimanga centrale, la dimensione ideologica e la formazione delle dirigenze politiche possono essere incompatibili con pluralismo, responsabilità istituzionale e partecipazione civica.

Carta di Laura Canali - 2025
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Pur dichiarando di non voler esportare il proprio modello politico, la creazione sistematica di scuole, istituti e reti partitiche suggerisce l’obiettivo di costruire una comunità di governance sino-africana basata su valori e logiche politiche convergenti. La relazione Cina-Africa si configura così come un progetto in continua evoluzione, che va oltre ferrovie, porti e dighe, includendo curriculum, programmi di formazione partitica, reti transnazionali e nuovi esponenti politici formati secondo il paradigma cinese. Questo comporta un impatto significativo sulle aspirazioni democratiche e sulla sovranità popolare, rendendo la sfida africana contemporanea non soltanto economica, ma anche questione di autodeterminazione politica, capacità di conciliare sviluppo, rappresentanza e democrazia.

Il rischio concreto è che l’adozione dei metodi del Partito comunista cinese possa produrre una maggiore oppressione sociale e minacciare la stabilità interetnica dei paesi africani, poiché la formazione politica mira a radicare il primato del partito e il suo controllo sociopolitico. La diplomazia cinese si configura quindi come strumento strategico, pragmatico e di ampia portata, che trasforma la cooperazione economica in operazione geopolitica volta alla conversione al modello di Pechino di quanti gestiscono il potere, alla diffusione dell’autoritarismo e alla creazione di una rete politica sino-africana, con effetti potenzialmente duraturi sulle istituzioni e sui leader locali.

In una prospettiva comparativa, la diplomazia di partito cinese si contrappone ai modelli democratici africani, caratterizzati da pluralismo politico, separazione dei poteri, trasparenza e partecipazione civica. La centralità del Pcc e la promozione di una governance autoritaria pongono interrogativi sulla compatibilità tra il modello politico cinese e i princìpi costituzionali africani. La pressione ideologica esercitata attraverso la formazione delle élite può minare le istituzioni democratiche emergenti, limitare la libertà di espressione e ridurre la responsabilità politica, creando tensioni tra le aspirazioni locali e l’influenza straniera. Un’analisi critica suggerisce che la competizione tra i modelli di governance non è solo economica, ma profondamente politica e culturale. Dunque richiede agli attori africani e agli osservatori internazionali di sviluppare strategie di risposta basate sulla promozione della trasparenza, della partecipazione civica e della resilienza istituzionale, per garantire che lo sviluppo e la cooperazione internazionale non compromettano i princìpi democratici e la sovranità popolare.

In definitiva, la politica cinese in Africa rappresenta una complessa intersezione tra sviluppo infrastrutturale, diplomazia economica e formazione ideologica. Pechino non è più soltanto un partner commerciale o un prestatore di fondi, ma un attore politico-ideologico capace di plasmare strutture di potere e di influenzare la prossima generazione di leader locali. Il futuro della relazione Cina-Africa sarà quindi determinato non solo dalle dinamiche economiche, ma anche dalla capacità dei paesi africani di bilanciare aspirazioni di sviluppo con princìpi democratici, pluralismo politico e autodeterminazione.

 

 


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