COSÌ SI SALVA TAIWAN Limes 2025-12
COSÌ SI SALVA TAIWAN
Le aperture tra Usa e Cina sono un’arma a doppio taglio per Taipei, che teme l’escalation tanto quanto l’essere dispensabile. I chip come polizza sulla vita. La diplomazia per diversificare le alleanze. Il valore dell’autodifesa civile e militare: aiutati che l’America ti aiuta.
di Chen Yeong-Kang
Pubblicato il 29 Dicembre 2025 alle 10:20
Pubblicato in: IL TEMPO DELLA CINA - n°12 - 2025
Cina
Scontro Usa-Cina
Taiwan
Indo-Pacifico
Oceano Pacifico
Asia-Pacifico
Carta di Laura Canali - 2025
1. Il 30 ottobre scorso, alla base aerea di Gimhae a Busan, Corea del Sud, Donald Trump e Xi Jinping hanno concluso il loro primo faccia a faccia dal 2019 con una parziale tregua commerciale. Trump ha annunciato una riduzione dei dazi dal 57 al 47%, mentre Xi ha promesso di sospendere per un anno le restrizioni all’export di terre e metalli rari. Taiwan, l’elefante nella stanza, non figurava tra le questioni discusse: per Taipei ciò è stato fonte di speranza e di ansia.
Negli ultimi otto anni l’armamentario geopolitico statunitense si è evoluto. L’America usa dazi, controlli tecnologici e alleanze per ridisegnare le catene del valore. La Cina risponde con la coercizione militare, il condizionamento economico e le pressioni indirette. Taiwan, snodo marittimo e tecnologico, è sotto pressione in due ambiti cruciali: il confronto aeronavale e le interdipendenze nelle filiere dei semiconduttori. Il suo imperativo strategico è mantenere deterrenza, capacità di difesa e resistenza senza precipitare un’indipendenza formale. A tal fine deve alzare il costo della coercizione per l’avversario attraverso meccanismi istituzionalizzati, verificabili e riproducibili. Il vertice di Busan ha posto una sfida: restare strategicamente indispensabili e politicamente invisibili.
Carta di Laura Canali - 2025
La risposta sta nella combinazione di tre linee d’azione. Politica: cementare alleanze informali e cornici giuridiche multilaterali per assicurare che la stabilità dello Stretto di Taiwan sia parte integrante dell’architettura di sicurezza globale. Militare: sviluppare capacità di contro-interdizione e reti di resistenza civili-militari per rendere proibitivi i costi di un’aggressione. Economica: sfruttare i meccanismi daziari e le dinamiche industriali per restare insostituibili nelle filiere globali del valore.
2. Il vertice di Busan ha prodotto risultati limitati ma tangibili. Ciò che non è stato discusso, tuttavia, è altrettanto importante: fuori dal colloquio di un’ora e mezza è rimasta non solo Taiwan, come specificato dallo stesso Trump, ma anche la rimozione dei controlli all’export di chip avanzati, specie i Blackwell di Nvidia. L’accordo su TikTok è stato approvato solo in via preliminare, i dettagli (fondamentali) restano in sospeso.
Nei giorni anteriori all’incontro, funzionari taiwanesi hanno espresso in privato al dipartimento di Stato americano il timore di essere sacrificati sull’altare della convenienza economica. Queste paure non erano infondate: in precedenza Trump aveva accusato Taiwan di aver «rubato la nostra [degli Stati Uniti] industria dei chip», inquadrando la relazione tra Washington e Taipei in termini puramente transattivi. I consiglieri avrebbero suggerito a Trump di non ostacolare l’indipendenza di Taiwan, avvisandolo che ciò conferirebbe un enorme vantaggio strategico a Pechino.
Il segretario di Stato Marco Rubio ha provato a rassicurare Taipei prima del vertice, affermando: «Si teme che gli Stati Uniti puntino a un accordo commerciale con la Cina al prezzo di abbandonare Taiwan. Nessuno ci sta pensando». Il ministero degli Esteri taiwanese ha pubblicamente apprezzato la rassicurazione. Tuttavia, il summit ha prodotto un esito in chiaroscuro: Taiwan non è stata esplicitamente abbandonata, ma nemmeno confermata quale alleato strategico degli Stati Uniti. Questa ambiguità conferisce margini d’azione, ma preclude una piena sicurezza. Alla vigilia del vertice Pechino ha condotto «manovre aggressive» con bombardieri H-6K nei pressi di Taiwan: segno che la pressione militare resta indipendente dalla diplomazia.
La politica daziaria della Casa Bianca segue quattro regole. La prima è scioccare: ad aprile Trump ha imposto un dazio del 145% sulle merci cinesi, creando un contesto di massima pressione. La successiva riduzione al 47% appare una concessione, ma mantiene l’aliquota su livelli proibitivi: il consenso degli economisti, infatti, è che sopra il 30% i dazi compromettano i normali rapporti commerciali. La seconda regola è stemperare: il temporaneo ripristino dell’export cinese di terre rare scongiura il collasso delle filiere, senza però escludere ulteriori prove di forza. La boccata d’aria allenta la pressione interna su produttori e consumatori americani, ma non risolve il contenzioso. La terza regola è ridurre il rischio: affrontando separatamente le singole questioni – oppiacei, soia, semiconduttori, Taiwan – Trump gestisce il rischio politico tra vari segmenti del suo elettorato, senza un impegno generale. Infine, c’è il disaccoppiamento dall’economia cinese: l’accordo prevede clausole annuali di rinegoziazione, assicurando così che anche le questioni «risolte» restino sempre rivedibili. Ciò impedisce a Pechino di archiviare le dispute e consente a Trump di rivendicare una vittoria dietro l’altra.
Per Taiwan, questo metodo presenta un dilemma: il valore strategico dell’isola riposa in parte sull’essere una variabile, una questione irrisolta. Troppa stabilità nei rapporti sino-statunitensi può ridurre l’influenza taiwanese, troppa tensione rischia di innescare un conflitto.
Carta di Laura Canali - 2025
3. Quali sono i fini e le opzioni di America, Cina e Taiwan alla luce del vertice di Busan? Qual è l’ambiente strategico determinato dal summit?
Cominciamo dagli Stati Uniti. Washington punta a preservare l’equilibrio indo-pacifico e il primato tecnologico attraverso i dazi, i controlli alle esportazioni e le alleanze, inclusi l’Aukus (Usa, Regno Unito, Australia), il Quad (Usa, Giappone, India e Australia) e il trilaterale Usa-Giappone-Corea del Sud. Gli Stati Uniti vogliono contenere il potere tecnologico e militare cinese a un prezzo ragionevole, come attestano i nuovi dazi al 47%: abbastanza alti da imporre costi, ma non tanto da provocare un completo sganciamento delle due economie. L’approccio della seconda amministrazione Trump differisce da quello di Biden in quanto esplicitamente transattivo: negli accordi di sicurezza, ai partner dell’America è richiesta una tangibile reciprocità. L’annuncio di una ripresa dei test nucleari da parte statunitense, giustificato con asseriti progressi russi e cinesi nel campo delle armi atomiche, ricorda che i negoziati economici avvengono in un quadro di competizione militare. Gli impegni statunitensi per la difesa convenzionale di Taiwan potrebbero dunque essere vincolati alle crescenti aspettative americane di una condivisione degli oneri da parte dell’isola.
La Cina punta a impedire l’indipendenza formale di Taiwan, consolidare le capacità d’interdizione militare entro la prima catena di isole e raggiungere l’autosufficienza tecnologica. Prima del vertice di Busan le sue tattiche includevano restrizioni all’export di terre e metalli rari e dazi di rappresaglia al 125% sulle merci americane. Dopo il vertice, oltre a sospendere per un anno le restrizioni all’export Pechino ha ripreso a importare prodotti agricoli statunitensi: concessioni tattiche che non pregiudicano gli obiettivi strategici. Intanto, la pressione militare su Taiwan non accenna a diminuire. Alla vigilia del summit è addirittura aumentata, mentre la preoccupazione per le «politiche indipendentiste» del premier taiwanese Lai Ching-te che sarebbe stata espressa da Xi a Busan (ma Trump non lo ha confermato) indica che l’isola resta al centro del calcolo cinese. Pechino vuole alterare gradualmente i rapporti di forza nello Stretto attraverso una pressione continua e relativamente moderata, sotto la soglia del conflitto aperto. La tregua commerciale siglata a Busan indica che la Cina scinde l’interesse economico immediato dagli obiettivi territoriali di medio-lungo periodo, prendendosi tutto il tempo necessario per isolare Taipei.
Quest’ultima mira a evitare la guerra preservando lo status quo, un ordinamento democratico e la centralità tecnologica attraverso la difesa asimmetrica, la tenacia sociale e alleanze informali. Il governo Lai si è impegnato a innalzare la spesa militare al 3,3% del pil entro il 2026 e al 5% entro il 2030: più di gran parte dei paesi Nato. Questa strategia di autoaiuto prende atto che il sostegno americano, pur sostanziale, è sempre più condizionato alla dimostrazione di volontà e capacità da parte taiwanese. Dopo Busan, Taipei è in un limbo: non abbandonata ma non rassicurata, deve dimostrarsi indispensabile piuttosto che sperare passivamente di essere protetta. Ciò implica convertire la sua potenziale vulnerabilità in comprovata tenacia, trasformandosi da peso in risorsa. A tal fine, deve mostrare di possedere tre qualità: essere difendibile a costi accettabili per scongiurare l’aggressione cinese; essere insostituibile nelle filiere di semiconduttori e nel suo essere «l’altra Cina» democratica; essere capace di assorbire gli shock e di riprendersi in fretta da eventuali colpi, il che richiede di estendere la resilienza dall’ambito strettamente militare a quello energetico, medico, finanziario, delle comunicazioni e dei trasporti.
Questa vitale partita a tre si gioca in un’arena fisicamente individuata dalla prima catena di isole e dal Mar Cinese Meridionale, alla quale si applicano quadri normativi che si rifanno principalmente all’Unclos (la convenzione Onu sul diritto del mare), all’Organizzazione mondiale del commercio e a strumenti emergenti, come l’Indo-Pacific Economic Framework (Ipef). La sfida per Taiwan è inquadrare la stabilità dello Stretto in cornici multilaterali più ampie, rendendo la propria tutela inseparabile dall’ordine regionale e globale. Dopo Busan, ciò implica essere più visibile: se il negoziato bilaterale sino-statunitense risolve dispute economiche emarginando Taipei, questa deve assicurare il coinvolgimento di altri fori come il G7, il Parlamento europeo o l’Ipef. L’obiettivo è rendersi troppo importante da poter essere ignorata.
Sotto il profilo geoeconomico il confronto ruota attorno a dazi, minerali critici, strumenti (software per la progettazione dei chip, macchine per la litografia ultravioletta, gas speciali), norme di accesso al mercato e sussidi. Taiwan occupa una posizione unica: è al contempo beneficiata e minacciata dalla riorganizzazione delle filiere. Gli incentivi statunitensi al friend-shoring offrono opportunità per l’investimento taiwanese in America, Giappone ed Europa, ma l’accesso al mercato e la dipendenza dalla componentistica della Cina creano vulnerabilità. Le imprese taiwanesi possono proporsi come alternative esenti da dazi ai fornitori cinesi, ma devono gestire le richieste statunitensi di spostamento della produzione negli Usa e di condivisione delle tecnologie. La strategia di Taipei deve contemperare il ritorno economico immediato e il mantenimento della leadership tecnologica nel lungo periodo.
Carta di Laura Canali - 2024
4. L’esclusione di Taiwan dal vertice di Busan pone una sfida e un’opportunità. La sfida è chiara: essere omessi da un dialogo ad alto livello tra Stati Uniti e Cina comporta il rischio di essere emarginati. L’opportunità sta nel cambiare prospettiva: invece di perseguire l’inclusione in meccanismi bilaterali dove non trova posto, Taipei può puntare a rendere inaggirabile la questione taiwanese istituzionalizzandola.
La stabilità dello Stretto dev’essere un interesse globale, non una questione relegata ai rapporti sino-statunitensi. A tal fine va citata nei comunicati finali di G7, Unione Europea, Ipef e altri organismi internazionali. Questo implica un impegno diplomatico costante con le capitali europee, facendo leva sui comuni valori democratici e sull’interdipendenza economica, ma anche un coordinamento con Giappone e Australia per assicurarsi che i comunicati relativi all’Indo-Pacifico menzionino sempre lo Stretto.
Il fatto che Taiwan manchi di alleanze formali comporta doverne costruire di informali: equivalenti basati sulla collaborazione settoriale. Espandere rapidamente la cooperazione con Stati Uniti, Giappone e Australia in ambiti quali la risposta alle emergenze mediche e ai disastri, la cibersicurezza, l’energia e la ricognizione marittima crea interdipendenze senza gli obblighi formali associati ai trattati. La Cina impiega il diritto e le istituzioni legali in modo strategico per normalizzare le pretese su Taiwan: inquadra le operazioni della sua Guardia costiera quali attività di «tutela della legalità», si appella a norme interne per accampare autorità e diritti oltre i propri confini, usa incursioni nella Zona per la difesa aerea taiwanese per creare precedenti. La risposta di Taipei deve includere contestazioni legali predefinite delle posizioni, delle azioni e delle tattiche cinesi. A tale scopo occorrono database aggiornati dei precedenti internazionali, coordinamento con esperti legali di paesi amici, risposte rapide e pubbliche alle pretese cinesi prima che la loro reiterazione le legittimi. Serve un protocollo di contrasto che includa dialoghi trimestrali Taipei-Washington a livello (almeno) di viceministri, la richiesta ai funzionari statunitensi di riaffermare pubblicamente almeno due volte l’anno l’impegno per Taiwan, meccanismi di coordinamento con Giappone e Australia indipendenti dagli sviluppi della relazione Cina-Usa. Se l’America non ribadisce l’impegno per Taiwan entro sei mesi da un vertice di alto livello con Pechino, Taipei dovrebbe attivare canali diplomatici alternativi e prendere in considerazione azioni militari dimostrative per segnalare la propria preoccupazione senza criticare apertamente Washington.
Taiwan dovrebbe anche proporre meccanismi di verifica in cambio di un trattamento differenziato sui dazi. Tali misure potrebbero includere riduzioni dei dazi su prodotti agricoli, attrezzature energetiche e sistemi di difesa statunitensi in cambio di un’esenzione dai dazi di semiconduttori e macchine utensili avanzate taiwanesi; un meccanismo di certificazione per garantire che i beni scambiati non siano prodotti con lavoro forzato e rispettino gli standard di sicurezza; l’uso del meccanismo di esclusione commerciale statunitense (Section 301) per formalizzare lo status di Taiwan quale (sub)fornitore affidabile. L’approccio converte il valore economico dell’isola dalla dipendenza passiva («avete bisogno dei nostri chip») al partenariato attivo («vi garantiamo l’integrità della filiera e la condivisione dei vostri valori»).
In ogni caso, Taipei deve mantenere sul proprio territorio ricerca, sviluppo e produzione dei chip più avanzati, diversificando la produzione degli altri tra Usa, Giappone, paesi Asean (Associazione delle nazioni del Sud-Est asiatico), India e Unione Europea. In questo modo la leadership tecnologica taiwanese sarebbe preservata, ma si ridurrebbero le conseguenze catastrofiche di un conflitto o di un embargo. Fondamentali sono i protocolli di trasferimento della produzione in 72 ore: se gli impianti di Taiwan si fermano devono essere disponibili altrove macchinari, tecnici e processi validati per assicurare che la produzione continui in paesi alleati. Esercitazioni costanti, pianificate e non, dovrebbero testare questi protocolli.
Taipei deve anche istituire meccanismi assicurativi pubblico-privato per coprire i costi di un aumento dei premi marittimi, il rischio politico e le interruzioni del ciclo produttivo. Quando nel 2022 i premi schizzarono in alto del 60%, al picco delle tensioni nello Stretto, le filiere subirono ripercussioni immediate. Un meccanismo assicurativo finanziato congiuntamente da governi, aziende e partner internazionali assorbirebbe simili shock. Si creerebbe un «premio di stabilità»: le aziende che operano a o con Taiwan avrebbero certezza dei loro costi assicurativi a prescindere dalla volatilità geopolitica, rendendo l’isola più attrattiva delle possibili alternative soggette a rischi simili, ma prive di analoghi meccanismi.
Oltre ai semiconduttori, Taiwan deve dominare le tecnologie complementari: software di progettazione automatizzati, assemblaggio avanzato, semiconduttori energetici e sistemi di resilienza cibernetica. Ciò crea dipendenze multiple, invece di una singola esposizione. Se la competizione tra Cina e Stati Uniti s’incentra unicamente sui chip di punta, il più ampio ecosistema tecnologico taiwanese assicura all’isola di restare indispensabile.
5. Il fatto che dopo il vertice di Busan i bombardieri cinesi continuino a volare nei pressi di Taiwan conferma che la coercizione militare è indipendente dai rapporti economici. Taipei non può dare per scontato che i progressi diplomatici si traducano in una ridotta pressione militare. L’impegno di Lai a spendere il 5% del pil per la difesa entro il 2030 riflette questa realtà: Taiwan dev’essere difendibile per poter essere difesa.
Il concetto taiwanese di difesa deve puntare a surclassare le capacità cinesi in vari ambiti. Innanzi tutto, l’osservazione. Integrando intelligence civile e militare, sorveglianza e riconoscimento attraverso i satelliti commerciali, dati raccolti dai sistemi di identificazione automatica e sensori delle reti 5G, si possono monitorare costantemente i movimenti dell’esercito cinese. Tale capacità è eliminabile solo attaccando le infrastrutture civili, dunque a costi politico-militari elevati.
Secondo, la catena di comando. Strutture di comando decentrate con ridondanza di satelliti in orbita bassa e sistemi di allerta capaci di funzionare senza connessione Internet assicurano continuità operativa anche se le reti di comunicazione sono compromesse. Esercitazioni regolari dovrebbero validare questi sistemi di backup.
Carta di Laura Canali - 2025
Terzo, le capacità di contrattacco. Missili costieri antinave mobili, artiglieria di precisione a lunga gittata, stormi di droni e difese antidrone innalzano molto i costi di un attacco. L’obiettivo non è sconfiggere l’Esercito popolare di liberazione (Epl) in combattimento, ma renderne ogni operazione proibitiva in termini di costi (umani e materiali) e di tempo.
Quarto, la pubblicizzazione della deterrenza. Taiwan dovrebbe condurre annualmente esercitazioni «antisbarco» alla presenza di osservatori statunitensi, giapponesi, filippini e di altri partner. Queste manovre dovrebbero palesare le seguenti capacità: rendere uno sbarco anfibio estremamente pericoloso con l’uso massiccio di mine e siluri, attuare un fuoco di sbarramento con missili antinave Hsiung Feng, dispiegare flotte di droni sottomarini per minacciare le imbarcazioni nemiche e sistemi terrestri antisbarco che rallentino un’invasione. Il messaggio strategico complessivo dev’essere chiaro: lo Stretto è la tomba delle operazioni anfibie. Questa dimostrazione di forza deve dissuadere la Cina da qualsiasi invasione e dimostrare agli alleati che Taiwan è difendibile.
Taipei deve assicurare che le sue reti energetiche, di comunicazione, mediche, di trasporto e finanziarie possano operare in situazione di crisi. Ogni rete necessita di un piano operativo che dettagli il funzionamento minimo in caso di emergenza e predisponga protocolli di aiuto interurbano. Sul fronte energetico, occorre ridondanza (tra gas naturale, carbone e rinnovabili) e autosufficienza con un margine di 72 ore. Le telecomunicazioni devono garantire la banda larga in caso di guerra attraverso backup satellitare, reti wireless nodali a livello locale e infrastruttura di fibra ottica rafforzata. Il sistema medico deve predisporre scorte distribuite sul territorio, logistica digitalizzata per garantire l’allocazione rapida delle risorse, esercitazioni trimestrali che simulino emergenze sanitarie di massa con il coinvolgimento di personale medico civile e militare. Quanto ai trasporti, occorrono protocolli di instradamento alternativo per le filiere critiche, veicoli da trasporto preposizionati e coordinamento civile-militare per garantire la logistica in tempo di crisi. Infine, i sistemi di pagamento devono poter funzionare anche offline e le rispettive infrastrutture vanno disperse sul territorio per garantire la ridondanza.Taiwan dovrebbe inoltre pubblicizzare in modo sistematico e standardizzato ogni incursione della Guardia costiera o di milizie cinesi, riportandone dettagliatamente coordinate, orario e mezzi coinvolti. La notizia va data attraverso canali ufficiali e con prove audiovisive, così da delegittimare gradualmente le operazioni coperte cinesi denunciandole per ciò che sono: routine, non incidenti sporadici.
La visita di Trump a Pechino prevista nell’aprile 2026 presenta rischi e opportunità per Taiwan, che deve prepararsi a diversi scenari. La prima ipotesi è un accordo sino-americano in cui Taiwan sia pedina negoziale. Ciò potrebbe comportare un ridotto sostegno statunitense a Taipei in cambio di concessioni economiche cinesi, scambi tecnologici, cooperazione o altri incentivi. Segnali in tal senso potrebbero essere una ridotta vendita di armi da parte americana, riferimenti più sfumati alla questione taiwanese nelle dichiarazioni di Washington, maggiori critiche di Trump alla spesa militare di Taipei, la priorità alla produzione di chip in America rispetto alla collaborazione con Taiwan. In questo caso, il governo taiwanese dovrebbe intensificare i contatti con europei e giapponesi, condurre esercitazioni militari di alto profilo, incrementare subito la spesa militare ed enfatizzare l’adesione dell’isola ai valori democratici, oltre alla sua rilevanza economico-industriale.
Un secondo scenario vede la permanenza dello status quo, ma con alcuni caveat. La relazione sino-statunitense si stabilizza senza esplicite concessioni americane su Taiwan, ma il sostegno di Washington è sempre più condizionato: a Taipei si chiede un contributo maggiore alla propria difesa, oltre che trasferimenti negli Usa di tecnologia e produzioni. Gli indicatori potrebbero includere il mancato incremento della vendita di armi americane, una maggiore pressione su Taipei affinché aumenti la spesa militare, la richiesta a Tsmc di condividere proprie tecnologie con partner statunitensi, un maggiore scrutinio dei legami economici tra Taiwan e Cina. La risposta taiwanese dovrebbe contemplare un aumento della spesa militare che ecceda le aspettative statunitensi, l’offerta di partenariati tecnologici senza però cedere tecnologie critiche, il rafforzamento dei legami multilaterali per diversificare le opzioni di sicurezza.
Un ulteriore scenario è quello dell’escalation controllata. Percependo l’ambiguità o la distrazione statunitense, la Cina incrementa sensibilmente le operazioni coperte per mettere alla prova la risolutezza di Taipei e la garanzia di Washington. Tra le azioni possibili figurano simulazioni di embargo, l’abbordaggio di navi taiwanesi da parte della Guardia costiera cinese, attacchi cibernetici a infrastrutture chiave. I possibili segnali: un aumento di frequenza e intensità delle esercitazioni militari cinesi nei pressi di Taiwan, l’istituzione di «zone d’ispezione» della Guardia costiera cinese, attacchi cibernetici a reti del governo taiwanese, restrizioni commerciali verso l’isola. Taiwan dovrebbe denunciare in modo dettagliato e tempestivo ogni azione cinese, attivare i protocolli di resilienza, condurre esercitazioni di contro-interdizione, coordinare risposte internazionali condivise attraverso canali multilaterali e dimostrare la volontà di resistere senza precipitare un conflitto aperto.
6. Le sfide strategiche connesse a Taiwan travalicano il Pacifico occidentale. Gli attori europei hanno interesse alla stabilità dello stretto che separa l’isola dalla Cina. Interessi la cui tutela è resa ancor più urgente dalle dinamiche successive al vertice di Busan.
L’industria europea – specie automotive, energie rinnovabili e manifattura avanzata – dipende dalla fornitura di semiconduttori taiwanesi. Circa il 90% dei chip logici e il 70% di quelli usati nei veicoli provengono dall’isola. Un conflitto nello Stretto di Taiwan devasterebbe le catene del valore europee più dello shock energetico indotto dalla guerra ucraina. Inoltre, il 40% del commercio mondiale passa dallo Stretto e dal Mar Cinese Meridionale: un conflitto in quelle acque, specie se prolungato, imporrebbe a importatori ed esportatori europei costi paragonabili o superiori al blocco del Canale di Suez.
Gli europei possono contribuire alla sicurezza di Taiwan anche senza impegnarsi militarmente. Possono predisporre pacchetti di sanzioni per punire azioni cinesi contro l’isola, contribuendo alla deterrenza. Possono predisporre piani di risposta umanitaria a favore di Taiwan in caso di attacco: forniture mediche, sostegno ai rifugiati, assistenza alla ricostruzione. Possono istituire programmi congiunti per diversificare gli approvvigionamenti critici, specie di semiconduttori, terre rare e materiali avanzati. Possono varare partenariati nel campo della sicurezza informatica per proteggere infrastrutture chiave da attacchi cinesi, traendone lezioni da applicare alla difesa europea.
L’esperienza ucraina offre insegnamenti preziosi a Taiwan. Kiev ha sottostimato la volontà russa d’invadere fino a poche settimane prima dell’attacco; Taiwan deve dare per certa la volontà cinese e prepararsi in modo costante, non episodico. La resistenza diffusa dell’Ucraina ha sorpreso la Russia, ma il suo costo sociale è stato immenso; le reti taiwanesi puntano a minimizzare l’impatto civile, mantenendo però l’isola funzionante. L’Ucraina è riuscita a combattere anche grazie ai meccanismi di coordinamento della Nato; le alleanze informali di Taiwan creano equivalenti funzionali senza strutture formali. A differenza dell’Ucraina, l’insularità di Taiwan rende l’embargo la prima minaccia: Taipei non può contare su territori confinanti per approvvigionarsi, il che acuisce la necessità di fare scorte per garantirsi l’autosufficienza.
Il vertice di Busan del 30 ottobre scorso ha cristallizzato il paradosso di Taiwan: abbastanza importante da rilevare nelle relazioni sino-statunitensi, ma omessa nel dialogo diretto. Taipei non può limitarsi a sperare che le tensioni tra Usa e Cina le conservino il sostegno americano, o che una distensione preservi lo status quo. Nel primo caso, il rischio è un conflitto con esiti disastrosi; nel secondo, è diventare sacrificabile a fini negoziali. All’investimento militare deve affiancarsi una diplomazia che riduca la dipendenza dalla garanzia statunitense e riforme per rendere l’economia più resistente.
I recenti sviluppi sembrano favorire almeno in parte questo corso. Le dichiarazioni della nuova premier giapponese Takaichi Sanae in parlamento sul fatto che una crisi a Taiwan «metterebbe in pericolo la sopravvivenza del Giappone» aprono le porte a un eventuale intervento militare di Tōkyō. Il discorso di Takaichi ha suscitato la forte reazione di Pechino, che ha lanciato una campagna su più fronti – economia, commercio, turismo, opinione pubblica, difesa – per costringere il Giappone a scusarsi e a ritrattare, scontrandosi però con un fermo rifiuto.
Il primo ministro nipponico ha ereditato dal predecessore Abe Shinzō la politica di un «Indo-Pacifico libero e aperto», il cui fulcro è l’alleanza con gli Stati Uniti e le cui appendici sono costituite dal Quad e dall’intesa trilaterale con Washington e Seoul. Pur continuando a sostenere la necessità di costruire una relazione stabile e reciprocamente vantaggiosa con la Cina, la premier ha abbandonato la tradizionale ambiguità su Taiwan, a costo di causare una crisi diplomatica.
Date le ruggini storiche, difficilmente le tensioni strutturali tra Tōkyō e Pechino saranno sciolte a breve. I futuri sviluppi dipenderanno molto da come il Giappone rivedrà la propria Strategia di sicurezza nazionale e da eventuali cambiamenti sulla sua postura nucleare (attualmente il paese non possiede atomiche, solo centrali a uso civile). È comunque probabile che la Cina adotti una politica cauta, per non causare un conflitto di cui porterebbe la responsabilità. A Pechino si presenta però la ghiotta occasione di mostrare i muscoli: esercitazioni militari, embargo sulle importazioni di pesce giapponese, misure industriali e azioni diplomatiche sono tutti aspetti di una «mobilitazione» in cui la Cina vede un’opportunità.
Taiwan non ha legami formali con il Giappone: Takaichi ha espresso gratitudine per il sostegno del popolo taiwanese, ma non ha assunto impegni formali a sviluppare le relazioni bilaterali. Le chance che Taipei entri nella Cptpp (Comprehensive and Progressive Agreement for Trans-Pacific Partnership), in cui il Giappone riveste un ruolo centrale, potrebbero tuttavia aumentare e con esse la collaborazione con Tōkyō.
La posizione nelle filiere tecnologiche consente a Taiwan di internazionalizzare la propria sicurezza, coinvolgendo Giappone, europei e altri soggetti che dipendono dai chip taiwanesi. L’isola deve puntare sul connubio tra forza e indispensabilità: troppo preziosa per essere persa, troppo tenace per essere ricattata. Nella consapevolezza che da sola non può farcela.
(traduzione di Fabrizio Maronta)
COSÌ SI SALVA TAIWAN

1. Il 30 ottobre scorso, alla base aerea di Gimhae a Busan, Corea del Sud, Donald Trump e Xi Jinping hanno concluso il loro primo faccia a faccia dal 2019 con una parziale tregua commerciale. Trump ha annunciato una riduzione dei dazi dal 57 al 47%, mentre Xi ha promesso di sospendere per un anno le restrizioni all’export di terre e metalli rari. Taiwan, l’elefante nella stanza, non figurava tra le questioni discusse: per Taipei ciò è stato fonte di speranza e di ansia.
Negli ultimi otto anni l’armamentario geopolitico statunitense si è evoluto. L’America usa dazi, controlli tecnologici e alleanze per ridisegnare le catene del valore. La Cina risponde con la coercizione militare, il condizionamento economico e le pressioni indirette. Taiwan, snodo marittimo e tecnologico, è sotto pressione in due ambiti cruciali: il confronto aeronavale e le interdipendenze nelle filiere dei semiconduttori. Il suo imperativo strategico è mantenere deterrenza, capacità di difesa e resistenza senza precipitare un’indipendenza formale. A tal fine deve alzare il costo della coercizione per l’avversario attraverso meccanismi istituzionalizzati, verificabili e riproducibili. Il vertice di Busan ha posto una sfida: restare strategicamente indispensabili e politicamente invisibili.

La risposta sta nella combinazione di tre linee d’azione. Politica: cementare alleanze informali e cornici giuridiche multilaterali per assicurare che la stabilità dello Stretto di Taiwan sia parte integrante dell’architettura di sicurezza globale. Militare: sviluppare capacità di contro-interdizione e reti di resistenza civili-militari per rendere proibitivi i costi di un’aggressione. Economica: sfruttare i meccanismi daziari e le dinamiche industriali per restare insostituibili nelle filiere globali del valore.
2. Il vertice di Busan ha prodotto risultati limitati ma tangibili. Ciò che non è stato discusso, tuttavia, è altrettanto importante: fuori dal colloquio di un’ora e mezza è rimasta non solo Taiwan, come specificato dallo stesso Trump, ma anche la rimozione dei controlli all’export di chip avanzati, specie i Blackwell di Nvidia. L’accordo su TikTok è stato approvato solo in via preliminare, i dettagli (fondamentali) restano in sospeso.
Nei giorni anteriori all’incontro, funzionari taiwanesi hanno espresso in privato al dipartimento di Stato americano il timore di essere sacrificati sull’altare della convenienza economica. Queste paure non erano infondate: in precedenza Trump aveva accusato Taiwan di aver «rubato la nostra [degli Stati Uniti] industria dei chip», inquadrando la relazione tra Washington e Taipei in termini puramente transattivi. I consiglieri avrebbero suggerito a Trump di non ostacolare l’indipendenza di Taiwan, avvisandolo che ciò conferirebbe un enorme vantaggio strategico a Pechino.
Il segretario di Stato Marco Rubio ha provato a rassicurare Taipei prima del vertice, affermando: «Si teme che gli Stati Uniti puntino a un accordo commerciale con la Cina al prezzo di abbandonare Taiwan. Nessuno ci sta pensando». Il ministero degli Esteri taiwanese ha pubblicamente apprezzato la rassicurazione. Tuttavia, il summit ha prodotto un esito in chiaroscuro: Taiwan non è stata esplicitamente abbandonata, ma nemmeno confermata quale alleato strategico degli Stati Uniti. Questa ambiguità conferisce margini d’azione, ma preclude una piena sicurezza. Alla vigilia del vertice Pechino ha condotto «manovre aggressive» con bombardieri H-6K nei pressi di Taiwan: segno che la pressione militare resta indipendente dalla diplomazia.
La politica daziaria della Casa Bianca segue quattro regole. La prima è scioccare: ad aprile Trump ha imposto un dazio del 145% sulle merci cinesi, creando un contesto di massima pressione. La successiva riduzione al 47% appare una concessione, ma mantiene l’aliquota su livelli proibitivi: il consenso degli economisti, infatti, è che sopra il 30% i dazi compromettano i normali rapporti commerciali. La seconda regola è stemperare: il temporaneo ripristino dell’export cinese di terre rare scongiura il collasso delle filiere, senza però escludere ulteriori prove di forza. La boccata d’aria allenta la pressione interna su produttori e consumatori americani, ma non risolve il contenzioso. La terza regola è ridurre il rischio: affrontando separatamente le singole questioni – oppiacei, soia, semiconduttori, Taiwan – Trump gestisce il rischio politico tra vari segmenti del suo elettorato, senza un impegno generale. Infine, c’è il disaccoppiamento dall’economia cinese: l’accordo prevede clausole annuali di rinegoziazione, assicurando così che anche le questioni «risolte» restino sempre rivedibili. Ciò impedisce a Pechino di archiviare le dispute e consente a Trump di rivendicare una vittoria dietro l’altra.
Per Taiwan, questo metodo presenta un dilemma: il valore strategico dell’isola riposa in parte sull’essere una variabile, una questione irrisolta. Troppa stabilità nei rapporti sino-statunitensi può ridurre l’influenza taiwanese, troppa tensione rischia di innescare un conflitto.

3. Quali sono i fini e le opzioni di America, Cina e Taiwan alla luce del vertice di Busan? Qual è l’ambiente strategico determinato dal summit?
Cominciamo dagli Stati Uniti. Washington punta a preservare l’equilibrio indo-pacifico e il primato tecnologico attraverso i dazi, i controlli alle esportazioni e le alleanze, inclusi l’Aukus (Usa, Regno Unito, Australia), il Quad (Usa, Giappone, India e Australia) e il trilaterale Usa-Giappone-Corea del Sud. Gli Stati Uniti vogliono contenere il potere tecnologico e militare cinese a un prezzo ragionevole, come attestano i nuovi dazi al 47%: abbastanza alti da imporre costi, ma non tanto da provocare un completo sganciamento delle due economie. L’approccio della seconda amministrazione Trump differisce da quello di Biden in quanto esplicitamente transattivo: negli accordi di sicurezza, ai partner dell’America è richiesta una tangibile reciprocità. L’annuncio di una ripresa dei test nucleari da parte statunitense, giustificato con asseriti progressi russi e cinesi nel campo delle armi atomiche, ricorda che i negoziati economici avvengono in un quadro di competizione militare. Gli impegni statunitensi per la difesa convenzionale di Taiwan potrebbero dunque essere vincolati alle crescenti aspettative americane di una condivisione degli oneri da parte dell’isola.
La Cina punta a impedire l’indipendenza formale di Taiwan, consolidare le capacità d’interdizione militare entro la prima catena di isole e raggiungere l’autosufficienza tecnologica. Prima del vertice di Busan le sue tattiche includevano restrizioni all’export di terre e metalli rari e dazi di rappresaglia al 125% sulle merci americane. Dopo il vertice, oltre a sospendere per un anno le restrizioni all’export Pechino ha ripreso a importare prodotti agricoli statunitensi: concessioni tattiche che non pregiudicano gli obiettivi strategici. Intanto, la pressione militare su Taiwan non accenna a diminuire. Alla vigilia del summit è addirittura aumentata, mentre la preoccupazione per le «politiche indipendentiste» del premier taiwanese Lai Ching-te che sarebbe stata espressa da Xi a Busan (ma Trump non lo ha confermato) indica che l’isola resta al centro del calcolo cinese. Pechino vuole alterare gradualmente i rapporti di forza nello Stretto attraverso una pressione continua e relativamente moderata, sotto la soglia del conflitto aperto. La tregua commerciale siglata a Busan indica che la Cina scinde l’interesse economico immediato dagli obiettivi territoriali di medio-lungo periodo, prendendosi tutto il tempo necessario per isolare Taipei.
Quest’ultima mira a evitare la guerra preservando lo status quo, un ordinamento democratico e la centralità tecnologica attraverso la difesa asimmetrica, la tenacia sociale e alleanze informali. Il governo Lai si è impegnato a innalzare la spesa militare al 3,3% del pil entro il 2026 e al 5% entro il 2030: più di gran parte dei paesi Nato. Questa strategia di autoaiuto prende atto che il sostegno americano, pur sostanziale, è sempre più condizionato alla dimostrazione di volontà e capacità da parte taiwanese. Dopo Busan, Taipei è in un limbo: non abbandonata ma non rassicurata, deve dimostrarsi indispensabile piuttosto che sperare passivamente di essere protetta. Ciò implica convertire la sua potenziale vulnerabilità in comprovata tenacia, trasformandosi da peso in risorsa. A tal fine, deve mostrare di possedere tre qualità: essere difendibile a costi accettabili per scongiurare l’aggressione cinese; essere insostituibile nelle filiere di semiconduttori e nel suo essere «l’altra Cina» democratica; essere capace di assorbire gli shock e di riprendersi in fretta da eventuali colpi, il che richiede di estendere la resilienza dall’ambito strettamente militare a quello energetico, medico, finanziario, delle comunicazioni e dei trasporti.
Questa vitale partita a tre si gioca in un’arena fisicamente individuata dalla prima catena di isole e dal Mar Cinese Meridionale, alla quale si applicano quadri normativi che si rifanno principalmente all’Unclos (la convenzione Onu sul diritto del mare), all’Organizzazione mondiale del commercio e a strumenti emergenti, come l’Indo-Pacific Economic Framework (Ipef). La sfida per Taiwan è inquadrare la stabilità dello Stretto in cornici multilaterali più ampie, rendendo la propria tutela inseparabile dall’ordine regionale e globale. Dopo Busan, ciò implica essere più visibile: se il negoziato bilaterale sino-statunitense risolve dispute economiche emarginando Taipei, questa deve assicurare il coinvolgimento di altri fori come il G7, il Parlamento europeo o l’Ipef. L’obiettivo è rendersi troppo importante da poter essere ignorata.
Sotto il profilo geoeconomico il confronto ruota attorno a dazi, minerali critici, strumenti (software per la progettazione dei chip, macchine per la litografia ultravioletta, gas speciali), norme di accesso al mercato e sussidi. Taiwan occupa una posizione unica: è al contempo beneficiata e minacciata dalla riorganizzazione delle filiere. Gli incentivi statunitensi al friend-shoring offrono opportunità per l’investimento taiwanese in America, Giappone ed Europa, ma l’accesso al mercato e la dipendenza dalla componentistica della Cina creano vulnerabilità. Le imprese taiwanesi possono proporsi come alternative esenti da dazi ai fornitori cinesi, ma devono gestire le richieste statunitensi di spostamento della produzione negli Usa e di condivisione delle tecnologie. La strategia di Taipei deve contemperare il ritorno economico immediato e il mantenimento della leadership tecnologica nel lungo periodo.

4. L’esclusione di Taiwan dal vertice di Busan pone una sfida e un’opportunità. La sfida è chiara: essere omessi da un dialogo ad alto livello tra Stati Uniti e Cina comporta il rischio di essere emarginati. L’opportunità sta nel cambiare prospettiva: invece di perseguire l’inclusione in meccanismi bilaterali dove non trova posto, Taipei può puntare a rendere inaggirabile la questione taiwanese istituzionalizzandola.
La stabilità dello Stretto dev’essere un interesse globale, non una questione relegata ai rapporti sino-statunitensi. A tal fine va citata nei comunicati finali di G7, Unione Europea, Ipef e altri organismi internazionali. Questo implica un impegno diplomatico costante con le capitali europee, facendo leva sui comuni valori democratici e sull’interdipendenza economica, ma anche un coordinamento con Giappone e Australia per assicurarsi che i comunicati relativi all’Indo-Pacifico menzionino sempre lo Stretto.
Il fatto che Taiwan manchi di alleanze formali comporta doverne costruire di informali: equivalenti basati sulla collaborazione settoriale. Espandere rapidamente la cooperazione con Stati Uniti, Giappone e Australia in ambiti quali la risposta alle emergenze mediche e ai disastri, la cibersicurezza, l’energia e la ricognizione marittima crea interdipendenze senza gli obblighi formali associati ai trattati. La Cina impiega il diritto e le istituzioni legali in modo strategico per normalizzare le pretese su Taiwan: inquadra le operazioni della sua Guardia costiera quali attività di «tutela della legalità», si appella a norme interne per accampare autorità e diritti oltre i propri confini, usa incursioni nella Zona per la difesa aerea taiwanese per creare precedenti. La risposta di Taipei deve includere contestazioni legali predefinite delle posizioni, delle azioni e delle tattiche cinesi. A tale scopo occorrono database aggiornati dei precedenti internazionali, coordinamento con esperti legali di paesi amici, risposte rapide e pubbliche alle pretese cinesi prima che la loro reiterazione le legittimi. Serve un protocollo di contrasto che includa dialoghi trimestrali Taipei-Washington a livello (almeno) di viceministri, la richiesta ai funzionari statunitensi di riaffermare pubblicamente almeno due volte l’anno l’impegno per Taiwan, meccanismi di coordinamento con Giappone e Australia indipendenti dagli sviluppi della relazione Cina-Usa. Se l’America non ribadisce l’impegno per Taiwan entro sei mesi da un vertice di alto livello con Pechino, Taipei dovrebbe attivare canali diplomatici alternativi e prendere in considerazione azioni militari dimostrative per segnalare la propria preoccupazione senza criticare apertamente Washington.
Taiwan dovrebbe anche proporre meccanismi di verifica in cambio di un trattamento differenziato sui dazi. Tali misure potrebbero includere riduzioni dei dazi su prodotti agricoli, attrezzature energetiche e sistemi di difesa statunitensi in cambio di un’esenzione dai dazi di semiconduttori e macchine utensili avanzate taiwanesi; un meccanismo di certificazione per garantire che i beni scambiati non siano prodotti con lavoro forzato e rispettino gli standard di sicurezza; l’uso del meccanismo di esclusione commerciale statunitense (Section 301) per formalizzare lo status di Taiwan quale (sub)fornitore affidabile. L’approccio converte il valore economico dell’isola dalla dipendenza passiva («avete bisogno dei nostri chip») al partenariato attivo («vi garantiamo l’integrità della filiera e la condivisione dei vostri valori»).
In ogni caso, Taipei deve mantenere sul proprio territorio ricerca, sviluppo e produzione dei chip più avanzati, diversificando la produzione degli altri tra Usa, Giappone, paesi Asean (Associazione delle nazioni del Sud-Est asiatico), India e Unione Europea. In questo modo la leadership tecnologica taiwanese sarebbe preservata, ma si ridurrebbero le conseguenze catastrofiche di un conflitto o di un embargo. Fondamentali sono i protocolli di trasferimento della produzione in 72 ore: se gli impianti di Taiwan si fermano devono essere disponibili altrove macchinari, tecnici e processi validati per assicurare che la produzione continui in paesi alleati. Esercitazioni costanti, pianificate e non, dovrebbero testare questi protocolli.
Taipei deve anche istituire meccanismi assicurativi pubblico-privato per coprire i costi di un aumento dei premi marittimi, il rischio politico e le interruzioni del ciclo produttivo. Quando nel 2022 i premi schizzarono in alto del 60%, al picco delle tensioni nello Stretto, le filiere subirono ripercussioni immediate. Un meccanismo assicurativo finanziato congiuntamente da governi, aziende e partner internazionali assorbirebbe simili shock. Si creerebbe un «premio di stabilità»: le aziende che operano a o con Taiwan avrebbero certezza dei loro costi assicurativi a prescindere dalla volatilità geopolitica, rendendo l’isola più attrattiva delle possibili alternative soggette a rischi simili, ma prive di analoghi meccanismi.
Oltre ai semiconduttori, Taiwan deve dominare le tecnologie complementari: software di progettazione automatizzati, assemblaggio avanzato, semiconduttori energetici e sistemi di resilienza cibernetica. Ciò crea dipendenze multiple, invece di una singola esposizione. Se la competizione tra Cina e Stati Uniti s’incentra unicamente sui chip di punta, il più ampio ecosistema tecnologico taiwanese assicura all’isola di restare indispensabile.
5. Il fatto che dopo il vertice di Busan i bombardieri cinesi continuino a volare nei pressi di Taiwan conferma che la coercizione militare è indipendente dai rapporti economici. Taipei non può dare per scontato che i progressi diplomatici si traducano in una ridotta pressione militare. L’impegno di Lai a spendere il 5% del pil per la difesa entro il 2030 riflette questa realtà: Taiwan dev’essere difendibile per poter essere difesa.
Il concetto taiwanese di difesa deve puntare a surclassare le capacità cinesi in vari ambiti. Innanzi tutto, l’osservazione. Integrando intelligence civile e militare, sorveglianza e riconoscimento attraverso i satelliti commerciali, dati raccolti dai sistemi di identificazione automatica e sensori delle reti 5G, si possono monitorare costantemente i movimenti dell’esercito cinese. Tale capacità è eliminabile solo attaccando le infrastrutture civili, dunque a costi politico-militari elevati.
Secondo, la catena di comando. Strutture di comando decentrate con ridondanza di satelliti in orbita bassa e sistemi di allerta capaci di funzionare senza connessione Internet assicurano continuità operativa anche se le reti di comunicazione sono compromesse. Esercitazioni regolari dovrebbero validare questi sistemi di backup.

Terzo, le capacità di contrattacco. Missili costieri antinave mobili, artiglieria di precisione a lunga gittata, stormi di droni e difese antidrone innalzano molto i costi di un attacco. L’obiettivo non è sconfiggere l’Esercito popolare di liberazione (Epl) in combattimento, ma renderne ogni operazione proibitiva in termini di costi (umani e materiali) e di tempo.
Quarto, la pubblicizzazione della deterrenza. Taiwan dovrebbe condurre annualmente esercitazioni «antisbarco» alla presenza di osservatori statunitensi, giapponesi, filippini e di altri partner. Queste manovre dovrebbero palesare le seguenti capacità: rendere uno sbarco anfibio estremamente pericoloso con l’uso massiccio di mine e siluri, attuare un fuoco di sbarramento con missili antinave Hsiung Feng, dispiegare flotte di droni sottomarini per minacciare le imbarcazioni nemiche e sistemi terrestri antisbarco che rallentino un’invasione. Il messaggio strategico complessivo dev’essere chiaro: lo Stretto è la tomba delle operazioni anfibie. Questa dimostrazione di forza deve dissuadere la Cina da qualsiasi invasione e dimostrare agli alleati che Taiwan è difendibile.
Taipei deve assicurare che le sue reti energetiche, di comunicazione, mediche, di trasporto e finanziarie possano operare in situazione di crisi. Ogni rete necessita di un piano operativo che dettagli il funzionamento minimo in caso di emergenza e predisponga protocolli di aiuto interurbano. Sul fronte energetico, occorre ridondanza (tra gas naturale, carbone e rinnovabili) e autosufficienza con un margine di 72 ore. Le telecomunicazioni devono garantire la banda larga in caso di guerra attraverso backup satellitare, reti wireless nodali a livello locale e infrastruttura di fibra ottica rafforzata. Il sistema medico deve predisporre scorte distribuite sul territorio, logistica digitalizzata per garantire l’allocazione rapida delle risorse, esercitazioni trimestrali che simulino emergenze sanitarie di massa con il coinvolgimento di personale medico civile e militare. Quanto ai trasporti, occorrono protocolli di instradamento alternativo per le filiere critiche, veicoli da trasporto preposizionati e coordinamento civile-militare per garantire la logistica in tempo di crisi. Infine, i sistemi di pagamento devono poter funzionare anche offline e le rispettive infrastrutture vanno disperse sul territorio per garantire la ridondanza.
Taiwan dovrebbe inoltre pubblicizzare in modo sistematico e standardizzato ogni incursione della Guardia costiera o di milizie cinesi, riportandone dettagliatamente coordinate, orario e mezzi coinvolti. La notizia va data attraverso canali ufficiali e con prove audiovisive, così da delegittimare gradualmente le operazioni coperte cinesi denunciandole per ciò che sono: routine, non incidenti sporadici.
La visita di Trump a Pechino prevista nell’aprile 2026 presenta rischi e opportunità per Taiwan, che deve prepararsi a diversi scenari. La prima ipotesi è un accordo sino-americano in cui Taiwan sia pedina negoziale. Ciò potrebbe comportare un ridotto sostegno statunitense a Taipei in cambio di concessioni economiche cinesi, scambi tecnologici, cooperazione o altri incentivi. Segnali in tal senso potrebbero essere una ridotta vendita di armi da parte americana, riferimenti più sfumati alla questione taiwanese nelle dichiarazioni di Washington, maggiori critiche di Trump alla spesa militare di Taipei, la priorità alla produzione di chip in America rispetto alla collaborazione con Taiwan. In questo caso, il governo taiwanese dovrebbe intensificare i contatti con europei e giapponesi, condurre esercitazioni militari di alto profilo, incrementare subito la spesa militare ed enfatizzare l’adesione dell’isola ai valori democratici, oltre alla sua rilevanza economico-industriale.
Un secondo scenario vede la permanenza dello status quo, ma con alcuni caveat. La relazione sino-statunitense si stabilizza senza esplicite concessioni americane su Taiwan, ma il sostegno di Washington è sempre più condizionato: a Taipei si chiede un contributo maggiore alla propria difesa, oltre che trasferimenti negli Usa di tecnologia e produzioni. Gli indicatori potrebbero includere il mancato incremento della vendita di armi americane, una maggiore pressione su Taipei affinché aumenti la spesa militare, la richiesta a Tsmc di condividere proprie tecnologie con partner statunitensi, un maggiore scrutinio dei legami economici tra Taiwan e Cina. La risposta taiwanese dovrebbe contemplare un aumento della spesa militare che ecceda le aspettative statunitensi, l’offerta di partenariati tecnologici senza però cedere tecnologie critiche, il rafforzamento dei legami multilaterali per diversificare le opzioni di sicurezza.
Un ulteriore scenario è quello dell’escalation controllata. Percependo l’ambiguità o la distrazione statunitense, la Cina incrementa sensibilmente le operazioni coperte per mettere alla prova la risolutezza di Taipei e la garanzia di Washington. Tra le azioni possibili figurano simulazioni di embargo, l’abbordaggio di navi taiwanesi da parte della Guardia costiera cinese, attacchi cibernetici a infrastrutture chiave. I possibili segnali: un aumento di frequenza e intensità delle esercitazioni militari cinesi nei pressi di Taiwan, l’istituzione di «zone d’ispezione» della Guardia costiera cinese, attacchi cibernetici a reti del governo taiwanese, restrizioni commerciali verso l’isola. Taiwan dovrebbe denunciare in modo dettagliato e tempestivo ogni azione cinese, attivare i protocolli di resilienza, condurre esercitazioni di contro-interdizione, coordinare risposte internazionali condivise attraverso canali multilaterali e dimostrare la volontà di resistere senza precipitare un conflitto aperto.
6. Le sfide strategiche connesse a Taiwan travalicano il Pacifico occidentale. Gli attori europei hanno interesse alla stabilità dello stretto che separa l’isola dalla Cina. Interessi la cui tutela è resa ancor più urgente dalle dinamiche successive al vertice di Busan.
L’industria europea – specie automotive, energie rinnovabili e manifattura avanzata – dipende dalla fornitura di semiconduttori taiwanesi. Circa il 90% dei chip logici e il 70% di quelli usati nei veicoli provengono dall’isola. Un conflitto nello Stretto di Taiwan devasterebbe le catene del valore europee più dello shock energetico indotto dalla guerra ucraina. Inoltre, il 40% del commercio mondiale passa dallo Stretto e dal Mar Cinese Meridionale: un conflitto in quelle acque, specie se prolungato, imporrebbe a importatori ed esportatori europei costi paragonabili o superiori al blocco del Canale di Suez.
Gli europei possono contribuire alla sicurezza di Taiwan anche senza impegnarsi militarmente. Possono predisporre pacchetti di sanzioni per punire azioni cinesi contro l’isola, contribuendo alla deterrenza. Possono predisporre piani di risposta umanitaria a favore di Taiwan in caso di attacco: forniture mediche, sostegno ai rifugiati, assistenza alla ricostruzione. Possono istituire programmi congiunti per diversificare gli approvvigionamenti critici, specie di semiconduttori, terre rare e materiali avanzati. Possono varare partenariati nel campo della sicurezza informatica per proteggere infrastrutture chiave da attacchi cinesi, traendone lezioni da applicare alla difesa europea.
L’esperienza ucraina offre insegnamenti preziosi a Taiwan. Kiev ha sottostimato la volontà russa d’invadere fino a poche settimane prima dell’attacco; Taiwan deve dare per certa la volontà cinese e prepararsi in modo costante, non episodico. La resistenza diffusa dell’Ucraina ha sorpreso la Russia, ma il suo costo sociale è stato immenso; le reti taiwanesi puntano a minimizzare l’impatto civile, mantenendo però l’isola funzionante. L’Ucraina è riuscita a combattere anche grazie ai meccanismi di coordinamento della Nato; le alleanze informali di Taiwan creano equivalenti funzionali senza strutture formali. A differenza dell’Ucraina, l’insularità di Taiwan rende l’embargo la prima minaccia: Taipei non può contare su territori confinanti per approvvigionarsi, il che acuisce la necessità di fare scorte per garantirsi l’autosufficienza.
Il vertice di Busan del 30 ottobre scorso ha cristallizzato il paradosso di Taiwan: abbastanza importante da rilevare nelle relazioni sino-statunitensi, ma omessa nel dialogo diretto. Taipei non può limitarsi a sperare che le tensioni tra Usa e Cina le conservino il sostegno americano, o che una distensione preservi lo status quo. Nel primo caso, il rischio è un conflitto con esiti disastrosi; nel secondo, è diventare sacrificabile a fini negoziali. All’investimento militare deve affiancarsi una diplomazia che riduca la dipendenza dalla garanzia statunitense e riforme per rendere l’economia più resistente.
I recenti sviluppi sembrano favorire almeno in parte questo corso. Le dichiarazioni della nuova premier giapponese Takaichi Sanae in parlamento sul fatto che una crisi a Taiwan «metterebbe in pericolo la sopravvivenza del Giappone» aprono le porte a un eventuale intervento militare di Tōkyō. Il discorso di Takaichi ha suscitato la forte reazione di Pechino, che ha lanciato una campagna su più fronti – economia, commercio, turismo, opinione pubblica, difesa – per costringere il Giappone a scusarsi e a ritrattare, scontrandosi però con un fermo rifiuto.
Il primo ministro nipponico ha ereditato dal predecessore Abe Shinzō la politica di un «Indo-Pacifico libero e aperto», il cui fulcro è l’alleanza con gli Stati Uniti e le cui appendici sono costituite dal Quad e dall’intesa trilaterale con Washington e Seoul. Pur continuando a sostenere la necessità di costruire una relazione stabile e reciprocamente vantaggiosa con la Cina, la premier ha abbandonato la tradizionale ambiguità su Taiwan, a costo di causare una crisi diplomatica.
Date le ruggini storiche, difficilmente le tensioni strutturali tra Tōkyō e Pechino saranno sciolte a breve. I futuri sviluppi dipenderanno molto da come il Giappone rivedrà la propria Strategia di sicurezza nazionale e da eventuali cambiamenti sulla sua postura nucleare (attualmente il paese non possiede atomiche, solo centrali a uso civile). È comunque probabile che la Cina adotti una politica cauta, per non causare un conflitto di cui porterebbe la responsabilità. A Pechino si presenta però la ghiotta occasione di mostrare i muscoli: esercitazioni militari, embargo sulle importazioni di pesce giapponese, misure industriali e azioni diplomatiche sono tutti aspetti di una «mobilitazione» in cui la Cina vede un’opportunità.
Taiwan non ha legami formali con il Giappone: Takaichi ha espresso gratitudine per il sostegno del popolo taiwanese, ma non ha assunto impegni formali a sviluppare le relazioni bilaterali. Le chance che Taipei entri nella Cptpp (Comprehensive and Progressive Agreement for Trans-Pacific Partnership), in cui il Giappone riveste un ruolo centrale, potrebbero tuttavia aumentare e con esse la collaborazione con Tōkyō.
La posizione nelle filiere tecnologiche consente a Taiwan di internazionalizzare la propria sicurezza, coinvolgendo Giappone, europei e altri soggetti che dipendono dai chip taiwanesi. L’isola deve puntare sul connubio tra forza e indispensabilità: troppo preziosa per essere persa, troppo tenace per essere ricattata. Nella consapevolezza che da sola non può farcela.
(traduzione di Fabrizio Maronta)
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