È ARRIVATO IL MOMENTO DEL GIAPPONE Limes 2025-12
È ARRIVATO IL MOMENTO DEL GIAPPONE
Davanti alla crisi cinese, Tōkyō deve proseguire il riarmo, approfondire l’alleanza con gli Usa e i partenariati locali. Obiettivo: evitare lo scontro con Pechino e costruire un’alternativa alla sua egemonia. La paranoia di Xi è il miglior alleato del paese insulare.
di Stephen R. NAGY
Pubblicato il 29 Dicembre 2025 alle 10:21
Pubblicato in: IL TEMPO DELLA CINA - n°12 - 2025
Giappone
Oceano Pacifico
Asia-Pacifico
Carta di Laura Canali - 2021
1. Il 2025 si è chiuso ponendo il Giappone dinnanzi a una svolta storica decisiva. Gli Stati Uniti, dal 1945 garante primario della sicurezza di Tōkyō, mostrano segnali di arretramento strategico, pur diventando paradossalmente più potenti grazie alla concentrazione industriale in Nord America e agli investimenti in partenariati minilaterali per la sicurezza economica. Allo stesso tempo, la Cina – nonostante quella che alcuni economisti definiscono «stagnazione aggregata con qualche spiraglio» 1 – riversa sempre più le proprie ansie interne all’esterno, attraverso la diplomazia coercitiva e la guerra cognitiva. Questa dinamica triangolare crea per il Giappone, sotto la guida della premier Takaichi Sanae, sfide senza precedenti e opportunità inattese.
L’attuale congiuntura può essere inserita nella tradizione strategica giapponese, che secondo lo storico Kenneth Pyle alterna momenti di accomodamento, di localizzazione, di emulazione e di acuta attenzione ai mutamenti dei rapporti di forza globali 2. Eppure, a differenza del passato, oggi Tōkyō dispone dell’autonomia necessaria a modellare l’ordine regionale, invece di limitarsi a adattarvisi. Con l’economia cinese in affanno – la disoccupazione giovanile è talmente grave che Pechino ha smesso di pubblicarne i dati dopo che, nel giugno 2023, aveva superato il 21% 3 – e con la rigidità marxista-leninista del Partito comunista cinese (Pcc) a frenare ogni flessibilità, il Giappone intravede una finestra unica per ampliare la sua visione di un Indo-Pacifico libero e aperto (free and open Indo-Pacific, Foip). Possibilmente multipolare.
2. La telefonata del 25 novembre 2025 tra Xi Jinping e Donald Trump ha rivelato più di un semplice gioco diplomatico. Al contrario, ha messo a nudo la crescente disperazione della Cina, palese nella divergenza dei comunicati successivamente rilasciati. Washington si è infatti concentrata su questioni pratiche come l’Ucraina, il fentanyl e il commercio agricolo, mentre Pechino ha portato subito Taiwan al centro della scena. Xi ha infatti affermato che «il ritorno di Taiwan alla Cina è il cuore dell’ordine internazionale del dopoguerra» e ha rilanciato la fittizia narrazione per cui – durante la seconda guerra mondiale – cinesi e americani avrebbero collaborato in funzione antigiapponese. Ovviamente omettendo che l’allora Partito comunista – oggi Partito comunista cinese – all’epoca si nascondeva nelle grotte di Yan’an.
Ma Xi non stava parlando (solo) a Trump. Il presidente cinese si rivolgeva anche al proprio pubblico. Quello del Pcc rimane infatti un regime «ansioso», terrorizzato dal collasso interno 4. Giustamente, dato che il miracolo economico cinese si sta sgretolando. Il settore immobiliare, che vale il 30% dell’economia, è in rovina. Evergrande è finita in default per oltre 300 miliardi di dollari ed è stata messa in liquidazione nel gennaio 2024 5. Country Garden, il principale costruttore del paese, affronta una crisi analoga, con 205 miliardi di dollari di debiti 6. Certo, nel 2024 il pil cinese è cresciuto del 5%, raggiungendo gli obiettivi di Pechino 7. Peccato che, secondo le stime di Rhodium Group, questo risultato sia stato raggiunto grazie a una robusta dose di manipolazione statistica. Per Rhodium, infatti, la crescita reale si avvicinerebbe al 2,8%. Anche la deflazione è proseguita per il secondo anno consecutivo, coi prezzi in flessione del 2,2% 8. Non succedeva dagli anni Sessanta. Nel 2024 gli investimenti immobiliari sono scesi del 10,6%, segnando il calo più marcato da quando, nel 1987, sono iniziate le rilevazioni. Le vendite di immobili sono diminuite del 12,9% e i nuovi cantieri del 23% 9.
Carta di Laura Canali - 2025
I giovani incarnano questa stanchezza civile con il fenomeno del tang ping, «stare sdraiati»: rifiuto della casa di proprietà, del matrimonio, dei figli e dell’estenuante ritmo di lavoro «996» (9-21, sei giorni a settimana). A oggi, oltre il 20% dei riders che lavorano per piattaforme come Ele.me e Meituan ha una laurea. E almeno 70 mila di loro – già nel 2022 – possedevano pure un master 10. Fino all’87% degli under 30 è indebitato, e il rischio di insolvenza cresce insieme alla disoccupazione e al crollo del mercato immobiliare 11. Beninteso: questi giovani non si stanno ribellando. Semplicemente si disimpegnano da un sistema che non gli offre prospettive. E tuttavia, se la generazione Z cinese si chiama fuori dalla società, manda in pezzi il patto sociale sul quale si basa l’autorità del Pcc, ovvero l’idea secondo cui il duro lavoro conduce alla prosperità.
Anche i conti dei governi locali raccontano una storia drammatica. Nel 2023 il loro debito ha raggiunto i 92 trilioni di yuan, pari al 76% del pil cinese dichiarato nel 2022 12. Le cifre ufficiali di Pechino parlano di 30 trilioni di debito centrale e 40 trilioni di debito locale, per un totale pari al 55% del pil 13. Ma si tratta solo del debito «esplicito». Quello occulto, accumulato attraverso i veicoli di finanziamento locali, ammontava a 14,3 trilioni di yuan già alla fine del 2023 14, mentre si stima che il totale reale oscilli tra i 50 e i 60 trilioni di yuan (7-8 trilioni di dollari) 15. Jeremy Mark ha rivelato che alla fine del 2025 i pagamenti arretrati, da corrispondere a fornitori e dipendenti pubblici, hanno toccato i 10 trilioni di yuan 16.
La campagna anticorruzione di Xi, che in 13 anni ha perseguito circa 4,7 milioni di funzionari, è un palese strumento di epurazione politica. Il punto non sono le riforme. Anche perché oramai i funzionari temono che qualunque decisione possa «diventare un problema in seguito». La conseguenza è la paralisi burocratica, un esempio perfetto di ciò che gli antichi cinesi chiamavano hunjun jianchen: imperatori stolti e ministri traditori che mandano in rovina un paese.
Data la crisi interna, Pechino ha dunque intensificato la sua campagna della «realtà invertita»: una guerra cognitiva radicata nell’ideologia marxista-leninista, in cui la verità serve gli obiettivi politici invece di riflettere la realtà 17. Come scriveva Lenin, «una bugia ripetuta abbastanza a lungo diventa verità», e la moralità è «interamente subordinata agli interessi della lotta di classe». In questo quadro, ogni presa di posizione internazionale diventa uno strumento di propaganda. La controversia del 2023 sul rilascio delle acque trattate di Fukushima lo ha mostrato con chiarezza: nonostante l’approvazione dell’Aiea (Agenzia internazionale per l’energia atomica) e la trasparenza di Tōkyō, Pechino ha accusato il Giappone di «avvelenare» il Pacifico, rifiutando allo stesso tempo l’invito a verificare la sicurezza delle acque. L’obiettivo non era stabilire la verità, ma danneggiare la reputazione di Tōkyō e mostrare la capacità di mobilitazione della Cina. Il Documento 9, ovvero la direttiva interna del Pcc trapelata nel 2013, rivela l’ossatura ideologica di questo approccio, mettendo in guardia contro «la democrazia costituzionale», «il nichilismo storico» e «i concetti mediatici occidentali» e ordinando ai membri del partito di «rafforzare il controllo del campo di battaglia ideologico» e di garantire che «non vi sia alcuna opportunità o spazio perché si diffondano idee o opinioni errate».
Carta di Laura Canali - 2025
Questa epistemologia rovesciata opera attraverso quella che le autorità chiamano «l’esperienza di Fengqiao», ovvero un sistema di sorveglianza che incentiva i cittadini a controllarsi a vicenda, creando un ecosistema in cui la verità fatica a sopravvivere. Unito a un sistema educativo basato sugli esami – che premia la memorizzazione delle risposte approvate invece che il pensiero critico – crea una popolazione isolata da prospettive alternative. Quando Victor Gao, vicepresidente del Center for China and Globalization di Pechino, dichiara che le riforme costituzionali a scopo difensivo del Giappone rappresentano un ritorno al «militarismo», egli non formula un argomento suscettibile di smentita fattuale. Piuttosto, crea ciò che Christopher Priest definirebbe un «mondo invertito», in cui l’aggressore si presenta come vittima, la coercizione si traveste da necessità difensiva e i fatti diventano negoziabili a seconda dell’utilità politica.
3. La dichiarazione del 7 novembre del primo ministro Takaichi, secondo cui un’azione militare cinese contro Taiwan potrebbe configurare per il Giappone una «situazione di crisi esistenziale», ha scatenato la prevedibile furia di Pechino. Eppure, questa chiarezza segna una cesura rispetto alla tradizionale ambiguità della comunicazione strategica giapponese. Affermando senza giri di parole che il 90% delle importazioni energetiche del paese passa attraverso lo Stretto di Taiwan, Takaichi ha espresso una fredda verità, non una provocazione. La questione taiwanese è particolarmente spinosa per Pechino. Un sondaggio dell’Election Study Center della National Chengchi University mostra che, nel giugno 2025, oltre il 60% della popolazione dell’isola si identificava come «taiwanese» e solo meno del 3% come «cinese». Anche l’identità ibrida – «taiwanese e cinese» – è scesa attorno al 30%. Per Xi Jinping, questi numeri rappresentano un fallimento. L’assorbimento pacifico di Taiwan diventa ogni anno più irrealistico.
Takaichi ha ereditato e ampliato la visione Foip di Abe Shinzō rafforzando le partnership di sicurezza con i paesi dell’Asean, con l’India, la Corea del Sud, l’Australia e il Canada. Il 27 dicembre 2024 il governo ha incrementato del 9,4% le spese per la Difesa 18, stanziando 8,7 trilioni di yen (55,1 miliardi di dollari) per il 2025. Si tratta del terzo anno del Programma di rafforzamento della Difesa, che prevede 273 miliardi di dollari di investimenti militari entro il 2027. Nel 2024 la spesa ha raggiunto l’1,6% del pil, con l’obiettivo di arrivare al 2% entro il 2027.
Il budget riflette potenziamenti tangibili. Il ministero della Difesa ha stanziato 11,4 milioni di dollari per dotare il cacciatorpediniere Aegis Chokai di missili da crociera Tomahawk entro la fine del 2025. L’intenzione è equipaggiare con questi sistemi tutti e otto i cacciatorpediniere Aegis 19. Circa 939 miliardi di yen (5,92 miliardi di dollari) sono destinati alle capacità di difesa a lunga gittata, mentre il Giappone ha acquistato il drone Mq-9b Sea Guardian di General Atomics, allocando 41,5 miliardi di yen (261 milioni di dollari) per due unità.
Carta di Laura Canali - 2025
Pur non formando un’alleanza militare sul modello Nato, queste strutture minilaterali – Quad, Aukus, la cooperazione Giappone-Usa-Corea del Sud – creano quello che l’ex viceministro degli Esteri Yasuhide Nakayama definisce «frangiflutti contro la dipendenza eccessiva dalla Cina». L’approccio di Tōkyō incarna allora alla perfezione il quadro interpretativo di Pyle sull’adattamento strategico: niente confronto diretto (che alimenterebbe la narrazione cinese), né accomodamento (che segnalerebbe debolezza). Il Giappone punta invece a una forma di «hedging strategico» simile a quella praticata dalla Finlandia durante la guerra fredda. L’obiettivo è rendere troppo costosa per gli avversari un’eventuale aggressione, così evitando lo scontro. Come la Singapore di Lee Kuan Yew, Tōkyō cerca allora di posizionarsi come hub indo-pacifico indispensabile a livello d’intelligence, logistico, di cooperazione tecnologica e di coordinamento diplomatico.
Peraltro, le difficoltà economiche della Cina aprono spazio strategico al Giappone. Secondo il Sipri, tra 2014 e 2024 Pechino ha aumentato la spesa militare del 72%. E tuttavia, questa espansione poggia su fondamenta sempre più fragili. Le entrate derivanti dalla vendita di terreni – vitali per i governi locali – sono scese a 6,7 trilioni di yuan nel 2022, il 23% in meno rispetto al 2021, e rappresentano ormai solo il 24% delle entrate locali, contro il 30% dell’anno precedente. La manifattura cinese affronta una triplice pressione: i dazi e le restrizioni tecnologiche statunitensi, la delocalizzazione di molte aziende verso il Sud-Est asiatico e l’India (Apple che sposta parte della produzione di iPhone, Tesla che amplia stabilimenti altrove) e l’aumento del costo del lavoro cui non segue un corrispondente aumento della produttività. Dall’inizio del 2025, dozzine di imprenditori immobiliari cinesi hanno ottenuto l’approvazione per piani di ristrutturazione del debito, eliminando oltre 1,2 trilioni di yuan (167 miliardi di dollari) di passività.
A complicare tutto c’è la demografia. La popolazione in età lavorativa ha raggiunto il picco nel 2015 e ora si riduce di 5-10 milioni di persone l’anno. L’eredità della politica del figlio unico fa sì che ogni adulto debba sostenere due genitori e fino a quattro nonni: una piramide rovesciata che schiaccia consumi e potenziale di crescita. Le esportazioni sono aumentate nel finale del 2024, contribuendo per circa il 30% alla crescita economica complessiva – la quota più alta dagli anni Novanta – e portando l’avanzo commerciale vicino ai mille miliardi di dollari 20. Ma gran parte di questo boom deriva dal tentativo delle aziende di anticipare le spedizioni prima dei dazi del 60% minacciati dal presidente Trump, e difficilmente manterrà slancio oltre il primo trimestre del 2025 21.
4. La strategia del Giappone è plasmata anche dal paradosso americano. Infatti, pur dando l’impressione di star arretrando dall’internazionalismo liberale e dagli impegni multilaterali, l’America sta diventando più potente attraverso una sorta di «ingaggio selettivo». Concentrando la capacità industriale nel Nord America con il Chips Act e l’Inflation Reduction Act, gli Usa sfruttano il loro peso economico per spingere gli alleati ad aumentare le spese per la difesa. Inoltre, abbandonando posizioni dogmatiche su clima e questioni culturali, Washington persegue i propri interessi con maggiore durezza rispetto al suo «momento unipolare».
Carta di Laura Canali - 2025
La chiamata immediata del presidente Trump alla premier Takaichi dopo aver parlato con Xi ha dimostrato che le manovre tra Stati Uniti e Cina non scuoteranno le fondamenta dell’alleanza tra Washington e Tōkyō. L’avvertimento dell’ex ambasciatore Yamagami Shingo sulla «magia cinese» – ovvero l’idea che Pechino possa usare incentivi su Ucraina, commercio e Taiwan per catturare l’America – si è rivelato profetico: il coordinamento tra Washington e Tōkyō si è intensificato invece di indebolirsi. Questo approccio statunitense crea spazio per il Giappone, che può esercitare autonomia strategica senza incrinare la coesione dell’alleanza. Mentre gli Stati Uniti chiedono agli alleati maggiori investimenti militari e più responsabilità regionali, il Giappone può ampliare il proprio ruolo senza dare l’impressione di sfidare la primazia americana.
Contrastare la «realtà invertita» della Cina richiede un lavoro paziente e sistematico. Come ha dimostrato il premier Kishida durante la controversia su Fukushima, una spiegazione calma e basata sui fatti batte le denunce isteriche. Il Giappone deve ampliare gli scambi educativi che portino studenti cinesi a conoscere la società giapponese reale, ovvero quella fondata su una democrazia pacifista che ha rinunciato alla guerra da otto decenni e che non ha nulla a che fare con la caricatura militarista dipinta dai media di Stato cinesi. Altrettanto importante è un impegno più profondo nei confronti delle diverse anime che compongono la «Grande Cina». Tōkyō deve impegnarsi per la Taiwan democratica, per le regioni di lingua cantonese, per le comunità hakka e hokkien, per i musulmani hui, per la cultura tibetana e per quella uigura. Insomma, il Giappone deve promuovere e far rispettare quel pluralismo che la narrazione omogeneizzante del Pcc cerca di cancellare.
Come ha osservato Lawrence Wong di Singapore commentando la campagna di disinformazione lanciata da Pechino dopo le dichiarazioni di Takaichi su Taiwan, «il Giappone è il partner più affidabile del Sud-Est asiatico». Questa fiducia, costruita in decenni di aiuti allo sviluppo, investimenti e rispetto della sovranità costituisce la base per una coalizione regionale. A differenza della Belt and Road Initiative cinese, spesso fonte di dipendenza debitoria, le partnership infrastrutturali giapponesi privilegiano trasparenza, standard ambientali e sviluppo delle capacità locali.
La relazione triangolare tra Stati Uniti, Giappone e Cina assomiglia sempre più a una piramide invertita. Alla base c’è l’alleanza Usa-Giappone, che combina peso simbolico, cooperazione operativa e risorse collettive. Il loro pil complessivo supera i 27 mila miliardi di dollari, a fronte dei 18,42-18,77 trilioni dell’economia cinese. Le loro capacità tecnologiche – dai semiconduttori all’intelligenza artificiale – rimangono superiori, nonostante i progressi cinesi. Soprattutto, Tōkyō e Washington possiedono ciò che manca a Pechino: veri alleati e partner che condividono valori e interessi.
La Cina si ritrova invece in cima alla piramide, in una posizione apparentemente dominante ma strutturalmente instabile e sempre più isolata. La sua diplomazia dei «lupi guerrieri» ha alienato i vicini, dall’India all’Australia. La coercizione economica – contro la Corea del Sud per il Thaad (Terminal High Altitude Area Defense), contro l’Australia sulle indagini Covid e contro la Lituania per la questione Taiwan – è certamente una dimostrazione di forza, che tuttavia distrugge la capacità di Pechino di generare fiducia. E mentre l’enfasi del Documento 9 sulla purezza ideologica e sul rifiuto dei «valori universali» si approfondisce, il particolarismo culturale e la rigidità marxista-leninista riducono la flessibilità del governo e della cultura politica cinesi.
Le autorità militari di Pechino, peraltro, sono rimaste profondamente scosse quando l’amministrazione Trump ha condotto in segreto attacchi contro impianti nucleari iraniani. L’operazione ha mostrato capacità di intelligence e di attacco che l’Esercito popolare di liberazione (Epl) non è in grado di eguagliare. Se gli Stati Uniti sono capaci di superare così agevolmente le difese iraniane e distruggere strutture nucleari senza che la Cina ne sia nemmeno al corrente, quali speranze può nutrire l’Epl in caso di una crisi su Taiwan in cui gli Usa godrebbero pure del pieno sostegno del Giappone? Il bilanciamento militare attorno a Taipei – che da anni la Cina cerca di mutare a suo favore – non ha ancora permesso a Pechino di raggiungere una superiorità decisiva. A differenza dell’oceano, nello Stretto di Taiwan la potenza quantitativa non si traduce automaticamente in un vantaggio. In queste acque strette e complesse, la superiorità americana nei sottomarini, la potenza aerea alleata e le capacità difensive taiwanesi potrebbero bloccare un’invasione cinese e, in alcuni casi, produrre esiti catastrofici.
5. Questo non significa che la Cina sia irrilevante. Un’economia da quasi 19 mila miliardi di dollari e 1,4 miliardi di abitanti resta formidabile. Ma la stagnazione strutturale, il declino demografico e l’irrigidimento ideologico la rendono sempre più fragile e introversa. La risposta del Pcc – più controllo, nazionalismo e coercizione – accelera il circolo vizioso. Come recita un proverbio sanscrito: «La pazienza è il mezzo per ogni obiettivo». Coltivando pazienza strategica mentre costruisce alternative all’egemonia cinese, Tōkyō può contribuire a realizzare l’Indo-Pacifico multipolare che immagina. Come il salice che si piega ma non si spezza sotto la neve, il Giappone deve rimanere flessibile ma tenace. Gli alberi rigidi si spezzano, il salice invece torna a ergersi più forte. Con partnership sagge, comunicazione chiara e flessibilità strategica, il paese del Sol Levante può resistere alle pressioni e al tempo stesso costruire un’architettura regionale duratura.L’attuale fase storica non è segnata dalla mera competizione tra grandi potenze. È qualcosa di più. Siamo dinnanzi a una svolta nella storia delle civiltà. La crisi interna della Cina ne alimenta l’aggressività esterna, ma proprio questa aggressività rivela la fragilità sottostante. Gli Stati Uniti, nonostante un apparente ritiro, stanno concentrando potere per un ingaggio selettivo. Il Giappone, non più mero reattore alle forze esterne, oggi ha la capacità di influenzare gli equilibri regionali.
La metafora della piramide coglie perfettamente questa dinamica: la posizione cinese al vertice sembra dominante ma è precaria – dipende da una crescita che non può sostenere, da una legittimità che fatica a mantenere e da un rispetto che non può ottenere con la coercizione. La base Usa-Giappone offre invece stabilità: valori condivisi, capacità complementari e benefici reciproci che sopravvivono ai cambi di leadership e alle dispute temporanee.
Come ha rivelato la telefonata tra Trump e Xi, Pechino recita per il pubblico interno perché ne ha timore. Mentre i giovani «restano sdraiati» e i governi locali affogano nei debiti e mentre Taiwan si allontana dal sogno dell’unificazione e i vicini si compattano nella diffidenza, la Cina rischia di trovarsi esattamente nella situazione che la sua storia avrebbe dovuto insegnarle a evitare: il dominio di imperatori stolti e ministri traditori che, con superbia e inganno, distruggono i paesi. Il compito del Giappone non è sconfiggere la Cina, ma offrire alternative: dimostrare che la prosperità non richiede autoritarismo, che la sicurezza nasce dal diritto e non dalla forza, che la diversità rafforza invece di minacciare. Mantenendo salde le basi dell’alleanza con gli Usa e costruendo partenariati regionali, articolando princìpi chiari ed evitando confronti inutili, il Giappone può contribuire a spostare il baricentro dell’Indo-Pacifico verso un multipolarismo sostenibile.
Il Drago soffia fuoco, è vero. Ma lo fa per ansia, non perché è potente. La costruzione paziente di alternative, l’insistenza sulla verità e una leadership fondata sui princìpi possono trasformare l’ordine regionale. Il momento del Giappone è arrivato. Non per dominare, ma per guidare la costruzione di un Indo-Pacifico che serva gli interessi legittimi di tutte le nazioni e contenga chi cerchi di imporre la propria egemonia attraverso la coercizione. Nel navigare tra la concentrazione del potere americano e la disperazione cinese, Tōkyō traccia una rotta verso un ordine regionale che rispecchi gli insegnamenti di Pyle: accomodamento quando necessario, emulazione dei modelli di successo, adattamento ai contesti indo-pacifici e acuta attenzione ai mutamenti nei rapporti di forza. Il tutto mentre le fondamenta dell’assertività di Pechino continuano a erodersi. Il salice si piega ma resiste. La tenacia crea la possibilità di plasmare la foresta di domani.
(traduzione di Giuseppe De Ruvo)
Note:
1. A.J. Nathan, A. Scobell, China’s Search for Security, New York 2012, Columbia University Press.
2. K. Pyle, Japan Rising: The Resurgence of Japanese Power and Purpose, New York 2007, PublicAffairs, pp. 42–65.
3. «China Youth Unemployment Rate», Trading Economics, 2025.
4. A.J. Nathan, A. Scobell, op. cit.
5. G. Carbonaro, «China’s Property Market Death Spiral», Newsweek, 19/8/2025.
6. «Understanding China’s Real Estate Crisis», The Global Treasurer, 29/4/2024.
7. «National Economy Witnessed Steady Progress amidst Stability with Major Development Targets Achieved Successfully in 2024», China National Bureau of Statistics, 17/1/2025.
8. R. Farmer, «China’s Economy Rallies to Reach Growth Target, 2025 Outlook Remains Uncertain», US-China Business Council, 24/1/2025.
9. Ibidem.
10. B. Bram, «The 19 Percent Revisited: How Youth Unemployment Has Changed Chinese Society», The Asia Society Policy Institute, 3/9/2025.
11. Ibidem.
12. J. Yuan, «The Enigma of China’s Debt Crisis – Explained», The Fair Observer, 25/4/2025.
13. Ibidem.
14. Ibidem.
15. E. Cheng, «China reviews plan to increase local government debt», Cnbc, 4/11/2024.
16. J. Mark, «Beijing extends and pretends to deal with its mountain of local government debt», Atlantic Council, 31/7/2025.
17. S. Nagy, «The Chinese Communist Party’s “Inverted World”: Beijing’s blatant distortions of reality are rooted in Marxist ideology», The Japan Times, 26/11/2025.
18. K. Takahashi, «Japan Approves 9.4 Percent Increase in Defense Spending for FY2024», The Diplomat, 27/12/2024.
19. Ibidem.
20. R. Farmer, op. cit.
21. Ibidem.
È ARRIVATO IL MOMENTO DEL GIAPPONE
Davanti alla crisi cinese, Tōkyō deve proseguire il riarmo, approfondire l’alleanza con gli Usa e i partenariati locali. Obiettivo: evitare lo scontro con Pechino e costruire un’alternativa alla sua egemonia. La paranoia di Xi è il miglior alleato del paese insulare.
di Stephen R. NAGY
Pubblicato il 29 Dicembre 2025 alle 10:21
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Giappone
Cina
Scontro Usa-Cina
Indo-Pacifico
Oceano Pacifico
Asia-Pacifico
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1. Il 2025 si è chiuso ponendo il Giappone dinnanzi a una svolta storica decisiva. Gli Stati Uniti, dal 1945 garante primario della sicurezza di Tōkyō, mostrano segnali di arretramento strategico, pur diventando paradossalmente più potenti grazie alla concentrazione industriale in Nord America e agli investimenti in partenariati minilaterali per la sicurezza economica. Allo stesso tempo, la Cina – nonostante quella che alcuni economisti definiscono «stagnazione aggregata con qualche spiraglio» 1 – riversa sempre più le proprie ansie interne all’esterno, attraverso la diplomazia coercitiva e la guerra cognitiva. Questa dinamica triangolare crea per il Giappone, sotto la guida della premier Takaichi Sanae, sfide senza precedenti e opportunità inattese.
L’attuale congiuntura può essere inserita nella tradizione strategica giapponese, che secondo lo storico Kenneth Pyle alterna momenti di accomodamento, di localizzazione, di emulazione e di acuta attenzione ai mutamenti dei rapporti di forza globali 2. Eppure, a differenza del passato, oggi Tōkyō dispone dell’autonomia necessaria a modellare l’ordine regionale, invece di limitarsi a adattarvisi. Con l’economia cinese in affanno – la disoccupazione giovanile è talmente grave che Pechino ha smesso di pubblicarne i dati dopo che, nel giugno 2023, aveva superato il 21% 3 – e con la rigidità marxista-leninista del Partito comunista cinese (Pcc) a frenare ogni flessibilità, il Giappone intravede una finestra unica per ampliare la sua visione di un Indo-Pacifico libero e aperto (free and open Indo-Pacific, Foip). Possibilmente multipolare.
2. La telefonata del 25 novembre 2025 tra Xi Jinping e Donald Trump ha rivelato più di un semplice gioco diplomatico. Al contrario, ha messo a nudo la crescente disperazione della Cina, palese nella divergenza dei comunicati successivamente rilasciati. Washington si è infatti concentrata su questioni pratiche come l’Ucraina, il fentanyl e il commercio agricolo, mentre Pechino ha portato subito Taiwan al centro della scena. Xi ha infatti affermato che «il ritorno di Taiwan alla Cina è il cuore dell’ordine internazionale del dopoguerra» e ha rilanciato la fittizia narrazione per cui – durante la seconda guerra mondiale – cinesi e americani avrebbero collaborato in funzione antigiapponese. Ovviamente omettendo che l’allora Partito comunista – oggi Partito comunista cinese – all’epoca si nascondeva nelle grotte di Yan’an.
Ma Xi non stava parlando (solo) a Trump. Il presidente cinese si rivolgeva anche al proprio pubblico. Quello del Pcc rimane infatti un regime «ansioso», terrorizzato dal collasso interno 4. Giustamente, dato che il miracolo economico cinese si sta sgretolando. Il settore immobiliare, che vale il 30% dell’economia, è in rovina. Evergrande è finita in default per oltre 300 miliardi di dollari ed è stata messa in liquidazione nel gennaio 2024 5. Country Garden, il principale costruttore del paese, affronta una crisi analoga, con 205 miliardi di dollari di debiti 6. Certo, nel 2024 il pil cinese è cresciuto del 5%, raggiungendo gli obiettivi di Pechino 7. Peccato che, secondo le stime di Rhodium Group, questo risultato sia stato raggiunto grazie a una robusta dose di manipolazione statistica. Per Rhodium, infatti, la crescita reale si avvicinerebbe al 2,8%. Anche la deflazione è proseguita per il secondo anno consecutivo, coi prezzi in flessione del 2,2% 8. Non succedeva dagli anni Sessanta. Nel 2024 gli investimenti immobiliari sono scesi del 10,6%, segnando il calo più marcato da quando, nel 1987, sono iniziate le rilevazioni. Le vendite di immobili sono diminuite del 12,9% e i nuovi cantieri del 23% 9.
Carta di Laura Canali - 2025
I giovani incarnano questa stanchezza civile con il fenomeno del tang ping, «stare sdraiati»: rifiuto della casa di proprietà, del matrimonio, dei figli e dell’estenuante ritmo di lavoro «996» (9-21, sei giorni a settimana). A oggi, oltre il 20% dei riders che lavorano per piattaforme come Ele.me e Meituan ha una laurea. E almeno 70 mila di loro – già nel 2022 – possedevano pure un master 10. Fino all’87% degli under 30 è indebitato, e il rischio di insolvenza cresce insieme alla disoccupazione e al crollo del mercato immobiliare 11. Beninteso: questi giovani non si stanno ribellando. Semplicemente si disimpegnano da un sistema che non gli offre prospettive. E tuttavia, se la generazione Z cinese si chiama fuori dalla società, manda in pezzi il patto sociale sul quale si basa l’autorità del Pcc, ovvero l’idea secondo cui il duro lavoro conduce alla prosperità.
Anche i conti dei governi locali raccontano una storia drammatica. Nel 2023 il loro debito ha raggiunto i 92 trilioni di yuan, pari al 76% del pil cinese dichiarato nel 2022 12. Le cifre ufficiali di Pechino parlano di 30 trilioni di debito centrale e 40 trilioni di debito locale, per un totale pari al 55% del pil 13. Ma si tratta solo del debito «esplicito». Quello occulto, accumulato attraverso i veicoli di finanziamento locali, ammontava a 14,3 trilioni di yuan già alla fine del 2023 14, mentre si stima che il totale reale oscilli tra i 50 e i 60 trilioni di yuan (7-8 trilioni di dollari) 15. Jeremy Mark ha rivelato che alla fine del 2025 i pagamenti arretrati, da corrispondere a fornitori e dipendenti pubblici, hanno toccato i 10 trilioni di yuan 16.
La campagna anticorruzione di Xi, che in 13 anni ha perseguito circa 4,7 milioni di funzionari, è un palese strumento di epurazione politica. Il punto non sono le riforme. Anche perché oramai i funzionari temono che qualunque decisione possa «diventare un problema in seguito». La conseguenza è la paralisi burocratica, un esempio perfetto di ciò che gli antichi cinesi chiamavano hunjun jianchen: imperatori stolti e ministri traditori che mandano in rovina un paese.
Data la crisi interna, Pechino ha dunque intensificato la sua campagna della «realtà invertita»: una guerra cognitiva radicata nell’ideologia marxista-leninista, in cui la verità serve gli obiettivi politici invece di riflettere la realtà 17. Come scriveva Lenin, «una bugia ripetuta abbastanza a lungo diventa verità», e la moralità è «interamente subordinata agli interessi della lotta di classe». In questo quadro, ogni presa di posizione internazionale diventa uno strumento di propaganda. La controversia del 2023 sul rilascio delle acque trattate di Fukushima lo ha mostrato con chiarezza: nonostante l’approvazione dell’Aiea (Agenzia internazionale per l’energia atomica) e la trasparenza di Tōkyō, Pechino ha accusato il Giappone di «avvelenare» il Pacifico, rifiutando allo stesso tempo l’invito a verificare la sicurezza delle acque. L’obiettivo non era stabilire la verità, ma danneggiare la reputazione di Tōkyō e mostrare la capacità di mobilitazione della Cina. Il Documento 9, ovvero la direttiva interna del Pcc trapelata nel 2013, rivela l’ossatura ideologica di questo approccio, mettendo in guardia contro «la democrazia costituzionale», «il nichilismo storico» e «i concetti mediatici occidentali» e ordinando ai membri del partito di «rafforzare il controllo del campo di battaglia ideologico» e di garantire che «non vi sia alcuna opportunità o spazio perché si diffondano idee o opinioni errate».
Carta di Laura Canali - 2025
Questa epistemologia rovesciata opera attraverso quella che le autorità chiamano «l’esperienza di Fengqiao», ovvero un sistema di sorveglianza che incentiva i cittadini a controllarsi a vicenda, creando un ecosistema in cui la verità fatica a sopravvivere. Unito a un sistema educativo basato sugli esami – che premia la memorizzazione delle risposte approvate invece che il pensiero critico – crea una popolazione isolata da prospettive alternative. Quando Victor Gao, vicepresidente del Center for China and Globalization di Pechino, dichiara che le riforme costituzionali a scopo difensivo del Giappone rappresentano un ritorno al «militarismo», egli non formula un argomento suscettibile di smentita fattuale. Piuttosto, crea ciò che Christopher Priest definirebbe un «mondo invertito», in cui l’aggressore si presenta come vittima, la coercizione si traveste da necessità difensiva e i fatti diventano negoziabili a seconda dell’utilità politica.
3. La dichiarazione del 7 novembre del primo ministro Takaichi, secondo cui un’azione militare cinese contro Taiwan potrebbe configurare per il Giappone una «situazione di crisi esistenziale», ha scatenato la prevedibile furia di Pechino. Eppure, questa chiarezza segna una cesura rispetto alla tradizionale ambiguità della comunicazione strategica giapponese. Affermando senza giri di parole che il 90% delle importazioni energetiche del paese passa attraverso lo Stretto di Taiwan, Takaichi ha espresso una fredda verità, non una provocazione. La questione taiwanese è particolarmente spinosa per Pechino. Un sondaggio dell’Election Study Center della National Chengchi University mostra che, nel giugno 2025, oltre il 60% della popolazione dell’isola si identificava come «taiwanese» e solo meno del 3% come «cinese». Anche l’identità ibrida – «taiwanese e cinese» – è scesa attorno al 30%. Per Xi Jinping, questi numeri rappresentano un fallimento. L’assorbimento pacifico di Taiwan diventa ogni anno più irrealistico.
Takaichi ha ereditato e ampliato la visione Foip di Abe Shinzō rafforzando le partnership di sicurezza con i paesi dell’Asean, con l’India, la Corea del Sud, l’Australia e il Canada. Il 27 dicembre 2024 il governo ha incrementato del 9,4% le spese per la Difesa 18, stanziando 8,7 trilioni di yen (55,1 miliardi di dollari) per il 2025. Si tratta del terzo anno del Programma di rafforzamento della Difesa, che prevede 273 miliardi di dollari di investimenti militari entro il 2027. Nel 2024 la spesa ha raggiunto l’1,6% del pil, con l’obiettivo di arrivare al 2% entro il 2027.
Il budget riflette potenziamenti tangibili. Il ministero della Difesa ha stanziato 11,4 milioni di dollari per dotare il cacciatorpediniere Aegis Chokai di missili da crociera Tomahawk entro la fine del 2025. L’intenzione è equipaggiare con questi sistemi tutti e otto i cacciatorpediniere Aegis 19. Circa 939 miliardi di yen (5,92 miliardi di dollari) sono destinati alle capacità di difesa a lunga gittata, mentre il Giappone ha acquistato il drone Mq-9b Sea Guardian di General Atomics, allocando 41,5 miliardi di yen (261 milioni di dollari) per due unità.
Carta di Laura Canali - 2025
Pur non formando un’alleanza militare sul modello Nato, queste strutture minilaterali – Quad, Aukus, la cooperazione Giappone-Usa-Corea del Sud – creano quello che l’ex viceministro degli Esteri Yasuhide Nakayama definisce «frangiflutti contro la dipendenza eccessiva dalla Cina». L’approccio di Tōkyō incarna allora alla perfezione il quadro interpretativo di Pyle sull’adattamento strategico: niente confronto diretto (che alimenterebbe la narrazione cinese), né accomodamento (che segnalerebbe debolezza). Il Giappone punta invece a una forma di «hedging strategico» simile a quella praticata dalla Finlandia durante la guerra fredda. L’obiettivo è rendere troppo costosa per gli avversari un’eventuale aggressione, così evitando lo scontro. Come la Singapore di Lee Kuan Yew, Tōkyō cerca allora di posizionarsi come hub indo-pacifico indispensabile a livello d’intelligence, logistico, di cooperazione tecnologica e di coordinamento diplomatico.
Peraltro, le difficoltà economiche della Cina aprono spazio strategico al Giappone. Secondo il Sipri, tra 2014 e 2024 Pechino ha aumentato la spesa militare del 72%. E tuttavia, questa espansione poggia su fondamenta sempre più fragili. Le entrate derivanti dalla vendita di terreni – vitali per i governi locali – sono scese a 6,7 trilioni di yuan nel 2022, il 23% in meno rispetto al 2021, e rappresentano ormai solo il 24% delle entrate locali, contro il 30% dell’anno precedente. La manifattura cinese affronta una triplice pressione: i dazi e le restrizioni tecnologiche statunitensi, la delocalizzazione di molte aziende verso il Sud-Est asiatico e l’India (Apple che sposta parte della produzione di iPhone, Tesla che amplia stabilimenti altrove) e l’aumento del costo del lavoro cui non segue un corrispondente aumento della produttività. Dall’inizio del 2025, dozzine di imprenditori immobiliari cinesi hanno ottenuto l’approvazione per piani di ristrutturazione del debito, eliminando oltre 1,2 trilioni di yuan (167 miliardi di dollari) di passività.
A complicare tutto c’è la demografia. La popolazione in età lavorativa ha raggiunto il picco nel 2015 e ora si riduce di 5-10 milioni di persone l’anno. L’eredità della politica del figlio unico fa sì che ogni adulto debba sostenere due genitori e fino a quattro nonni: una piramide rovesciata che schiaccia consumi e potenziale di crescita. Le esportazioni sono aumentate nel finale del 2024, contribuendo per circa il 30% alla crescita economica complessiva – la quota più alta dagli anni Novanta – e portando l’avanzo commerciale vicino ai mille miliardi di dollari 20. Ma gran parte di questo boom deriva dal tentativo delle aziende di anticipare le spedizioni prima dei dazi del 60% minacciati dal presidente Trump, e difficilmente manterrà slancio oltre il primo trimestre del 2025 21.
4. La strategia del Giappone è plasmata anche dal paradosso americano. Infatti, pur dando l’impressione di star arretrando dall’internazionalismo liberale e dagli impegni multilaterali, l’America sta diventando più potente attraverso una sorta di «ingaggio selettivo». Concentrando la capacità industriale nel Nord America con il Chips Act e l’Inflation Reduction Act, gli Usa sfruttano il loro peso economico per spingere gli alleati ad aumentare le spese per la difesa. Inoltre, abbandonando posizioni dogmatiche su clima e questioni culturali, Washington persegue i propri interessi con maggiore durezza rispetto al suo «momento unipolare».
Carta di Laura Canali - 2025
La chiamata immediata del presidente Trump alla premier Takaichi dopo aver parlato con Xi ha dimostrato che le manovre tra Stati Uniti e Cina non scuoteranno le fondamenta dell’alleanza tra Washington e Tōkyō. L’avvertimento dell’ex ambasciatore Yamagami Shingo sulla «magia cinese» – ovvero l’idea che Pechino possa usare incentivi su Ucraina, commercio e Taiwan per catturare l’America – si è rivelato profetico: il coordinamento tra Washington e Tōkyō si è intensificato invece di indebolirsi. Questo approccio statunitense crea spazio per il Giappone, che può esercitare autonomia strategica senza incrinare la coesione dell’alleanza. Mentre gli Stati Uniti chiedono agli alleati maggiori investimenti militari e più responsabilità regionali, il Giappone può ampliare il proprio ruolo senza dare l’impressione di sfidare la primazia americana.
Contrastare la «realtà invertita» della Cina richiede un lavoro paziente e sistematico. Come ha dimostrato il premier Kishida durante la controversia su Fukushima, una spiegazione calma e basata sui fatti batte le denunce isteriche. Il Giappone deve ampliare gli scambi educativi che portino studenti cinesi a conoscere la società giapponese reale, ovvero quella fondata su una democrazia pacifista che ha rinunciato alla guerra da otto decenni e che non ha nulla a che fare con la caricatura militarista dipinta dai media di Stato cinesi. Altrettanto importante è un impegno più profondo nei confronti delle diverse anime che compongono la «Grande Cina». Tōkyō deve impegnarsi per la Taiwan democratica, per le regioni di lingua cantonese, per le comunità hakka e hokkien, per i musulmani hui, per la cultura tibetana e per quella uigura. Insomma, il Giappone deve promuovere e far rispettare quel pluralismo che la narrazione omogeneizzante del Pcc cerca di cancellare.
Come ha osservato Lawrence Wong di Singapore commentando la campagna di disinformazione lanciata da Pechino dopo le dichiarazioni di Takaichi su Taiwan, «il Giappone è il partner più affidabile del Sud-Est asiatico». Questa fiducia, costruita in decenni di aiuti allo sviluppo, investimenti e rispetto della sovranità costituisce la base per una coalizione regionale. A differenza della Belt and Road Initiative cinese, spesso fonte di dipendenza debitoria, le partnership infrastrutturali giapponesi privilegiano trasparenza, standard ambientali e sviluppo delle capacità locali.
La relazione triangolare tra Stati Uniti, Giappone e Cina assomiglia sempre più a una piramide invertita. Alla base c’è l’alleanza Usa-Giappone, che combina peso simbolico, cooperazione operativa e risorse collettive. Il loro pil complessivo supera i 27 mila miliardi di dollari, a fronte dei 18,42-18,77 trilioni dell’economia cinese. Le loro capacità tecnologiche – dai semiconduttori all’intelligenza artificiale – rimangono superiori, nonostante i progressi cinesi. Soprattutto, Tōkyō e Washington possiedono ciò che manca a Pechino: veri alleati e partner che condividono valori e interessi.
La Cina si ritrova invece in cima alla piramide, in una posizione apparentemente dominante ma strutturalmente instabile e sempre più isolata. La sua diplomazia dei «lupi guerrieri» ha alienato i vicini, dall’India all’Australia. La coercizione economica – contro la Corea del Sud per il Thaad (Terminal High Altitude Area Defense), contro l’Australia sulle indagini Covid e contro la Lituania per la questione Taiwan – è certamente una dimostrazione di forza, che tuttavia distrugge la capacità di Pechino di generare fiducia. E mentre l’enfasi del Documento 9 sulla purezza ideologica e sul rifiuto dei «valori universali» si approfondisce, il particolarismo culturale e la rigidità marxista-leninista riducono la flessibilità del governo e della cultura politica cinesi.
Le autorità militari di Pechino, peraltro, sono rimaste profondamente scosse quando l’amministrazione Trump ha condotto in segreto attacchi contro impianti nucleari iraniani. L’operazione ha mostrato capacità di intelligence e di attacco che l’Esercito popolare di liberazione (Epl) non è in grado di eguagliare. Se gli Stati Uniti sono capaci di superare così agevolmente le difese iraniane e distruggere strutture nucleari senza che la Cina ne sia nemmeno al corrente, quali speranze può nutrire l’Epl in caso di una crisi su Taiwan in cui gli Usa godrebbero pure del pieno sostegno del Giappone? Il bilanciamento militare attorno a Taipei – che da anni la Cina cerca di mutare a suo favore – non ha ancora permesso a Pechino di raggiungere una superiorità decisiva. A differenza dell’oceano, nello Stretto di Taiwan la potenza quantitativa non si traduce automaticamente in un vantaggio. In queste acque strette e complesse, la superiorità americana nei sottomarini, la potenza aerea alleata e le capacità difensive taiwanesi potrebbero bloccare un’invasione cinese e, in alcuni casi, produrre esiti catastrofici.
5. Questo non significa che la Cina sia irrilevante. Un’economia da quasi 19 mila miliardi di dollariÈ ARRIVATO IL MOMENTO DEL GIAPPONE

1. Il 2025 si è chiuso ponendo il Giappone dinnanzi a una svolta storica decisiva. Gli Stati Uniti, dal 1945 garante primario della sicurezza di Tōkyō, mostrano segnali di arretramento strategico, pur diventando paradossalmente più potenti grazie alla concentrazione industriale in Nord America e agli investimenti in partenariati minilaterali per la sicurezza economica. Allo stesso tempo, la Cina – nonostante quella che alcuni economisti definiscono «stagnazione aggregata con qualche spiraglio» 1 – riversa sempre più le proprie ansie interne all’esterno, attraverso la diplomazia coercitiva e la guerra cognitiva. Questa dinamica triangolare crea per il Giappone, sotto la guida della premier Takaichi Sanae, sfide senza precedenti e opportunità inattese.
L’attuale congiuntura può essere inserita nella tradizione strategica giapponese, che secondo lo storico Kenneth Pyle alterna momenti di accomodamento, di localizzazione, di emulazione e di acuta attenzione ai mutamenti dei rapporti di forza globali 2. Eppure, a differenza del passato, oggi Tōkyō dispone dell’autonomia necessaria a modellare l’ordine regionale, invece di limitarsi a adattarvisi. Con l’economia cinese in affanno – la disoccupazione giovanile è talmente grave che Pechino ha smesso di pubblicarne i dati dopo che, nel giugno 2023, aveva superato il 21% 3 – e con la rigidità marxista-leninista del Partito comunista cinese (Pcc) a frenare ogni flessibilità, il Giappone intravede una finestra unica per ampliare la sua visione di un Indo-Pacifico libero e aperto (free and open Indo-Pacific, Foip). Possibilmente multipolare.
2. La telefonata del 25 novembre 2025 tra Xi Jinping e Donald Trump ha rivelato più di un semplice gioco diplomatico. Al contrario, ha messo a nudo la crescente disperazione della Cina, palese nella divergenza dei comunicati successivamente rilasciati. Washington si è infatti concentrata su questioni pratiche come l’Ucraina, il fentanyl e il commercio agricolo, mentre Pechino ha portato subito Taiwan al centro della scena. Xi ha infatti affermato che «il ritorno di Taiwan alla Cina è il cuore dell’ordine internazionale del dopoguerra» e ha rilanciato la fittizia narrazione per cui – durante la seconda guerra mondiale – cinesi e americani avrebbero collaborato in funzione antigiapponese. Ovviamente omettendo che l’allora Partito comunista – oggi Partito comunista cinese – all’epoca si nascondeva nelle grotte di Yan’an.
Ma Xi non stava parlando (solo) a Trump. Il presidente cinese si rivolgeva anche al proprio pubblico. Quello del Pcc rimane infatti un regime «ansioso», terrorizzato dal collasso interno 4. Giustamente, dato che il miracolo economico cinese si sta sgretolando. Il settore immobiliare, che vale il 30% dell’economia, è in rovina. Evergrande è finita in default per oltre 300 miliardi di dollari ed è stata messa in liquidazione nel gennaio 2024 5. Country Garden, il principale costruttore del paese, affronta una crisi analoga, con 205 miliardi di dollari di debiti 6. Certo, nel 2024 il pil cinese è cresciuto del 5%, raggiungendo gli obiettivi di Pechino 7. Peccato che, secondo le stime di Rhodium Group, questo risultato sia stato raggiunto grazie a una robusta dose di manipolazione statistica. Per Rhodium, infatti, la crescita reale si avvicinerebbe al 2,8%. Anche la deflazione è proseguita per il secondo anno consecutivo, coi prezzi in flessione del 2,2% 8. Non succedeva dagli anni Sessanta. Nel 2024 gli investimenti immobiliari sono scesi del 10,6%, segnando il calo più marcato da quando, nel 1987, sono iniziate le rilevazioni. Le vendite di immobili sono diminuite del 12,9% e i nuovi cantieri del 23% 9.

I giovani incarnano questa stanchezza civile con il fenomeno del tang ping, «stare sdraiati»: rifiuto della casa di proprietà, del matrimonio, dei figli e dell’estenuante ritmo di lavoro «996» (9-21, sei giorni a settimana). A oggi, oltre il 20% dei riders che lavorano per piattaforme come Ele.me e Meituan ha una laurea. E almeno 70 mila di loro – già nel 2022 – possedevano pure un master 10. Fino all’87% degli under 30 è indebitato, e il rischio di insolvenza cresce insieme alla disoccupazione e al crollo del mercato immobiliare 11. Beninteso: questi giovani non si stanno ribellando. Semplicemente si disimpegnano da un sistema che non gli offre prospettive. E tuttavia, se la generazione Z cinese si chiama fuori dalla società, manda in pezzi il patto sociale sul quale si basa l’autorità del Pcc, ovvero l’idea secondo cui il duro lavoro conduce alla prosperità.
Anche i conti dei governi locali raccontano una storia drammatica. Nel 2023 il loro debito ha raggiunto i 92 trilioni di yuan, pari al 76% del pil cinese dichiarato nel 2022 12. Le cifre ufficiali di Pechino parlano di 30 trilioni di debito centrale e 40 trilioni di debito locale, per un totale pari al 55% del pil 13. Ma si tratta solo del debito «esplicito». Quello occulto, accumulato attraverso i veicoli di finanziamento locali, ammontava a 14,3 trilioni di yuan già alla fine del 2023 14, mentre si stima che il totale reale oscilli tra i 50 e i 60 trilioni di yuan (7-8 trilioni di dollari) 15. Jeremy Mark ha rivelato che alla fine del 2025 i pagamenti arretrati, da corrispondere a fornitori e dipendenti pubblici, hanno toccato i 10 trilioni di yuan 16.
La campagna anticorruzione di Xi, che in 13 anni ha perseguito circa 4,7 milioni di funzionari, è un palese strumento di epurazione politica. Il punto non sono le riforme. Anche perché oramai i funzionari temono che qualunque decisione possa «diventare un problema in seguito». La conseguenza è la paralisi burocratica, un esempio perfetto di ciò che gli antichi cinesi chiamavano hunjun jianchen: imperatori stolti e ministri traditori che mandano in rovina un paese.
Data la crisi interna, Pechino ha dunque intensificato la sua campagna della «realtà invertita»: una guerra cognitiva radicata nell’ideologia marxista-leninista, in cui la verità serve gli obiettivi politici invece di riflettere la realtà 17. Come scriveva Lenin, «una bugia ripetuta abbastanza a lungo diventa verità», e la moralità è «interamente subordinata agli interessi della lotta di classe». In questo quadro, ogni presa di posizione internazionale diventa uno strumento di propaganda. La controversia del 2023 sul rilascio delle acque trattate di Fukushima lo ha mostrato con chiarezza: nonostante l’approvazione dell’Aiea (Agenzia internazionale per l’energia atomica) e la trasparenza di Tōkyō, Pechino ha accusato il Giappone di «avvelenare» il Pacifico, rifiutando allo stesso tempo l’invito a verificare la sicurezza delle acque. L’obiettivo non era stabilire la verità, ma danneggiare la reputazione di Tōkyō e mostrare la capacità di mobilitazione della Cina. Il Documento 9, ovvero la direttiva interna del Pcc trapelata nel 2013, rivela l’ossatura ideologica di questo approccio, mettendo in guardia contro «la democrazia costituzionale», «il nichilismo storico» e «i concetti mediatici occidentali» e ordinando ai membri del partito di «rafforzare il controllo del campo di battaglia ideologico» e di garantire che «non vi sia alcuna opportunità o spazio perché si diffondano idee o opinioni errate».

Questa epistemologia rovesciata opera attraverso quella che le autorità chiamano «l’esperienza di Fengqiao», ovvero un sistema di sorveglianza che incentiva i cittadini a controllarsi a vicenda, creando un ecosistema in cui la verità fatica a sopravvivere. Unito a un sistema educativo basato sugli esami – che premia la memorizzazione delle risposte approvate invece che il pensiero critico – crea una popolazione isolata da prospettive alternative. Quando Victor Gao, vicepresidente del Center for China and Globalization di Pechino, dichiara che le riforme costituzionali a scopo difensivo del Giappone rappresentano un ritorno al «militarismo», egli non formula un argomento suscettibile di smentita fattuale. Piuttosto, crea ciò che Christopher Priest definirebbe un «mondo invertito», in cui l’aggressore si presenta come vittima, la coercizione si traveste da necessità difensiva e i fatti diventano negoziabili a seconda dell’utilità politica.
3. La dichiarazione del 7 novembre del primo ministro Takaichi, secondo cui un’azione militare cinese contro Taiwan potrebbe configurare per il Giappone una «situazione di crisi esistenziale», ha scatenato la prevedibile furia di Pechino. Eppure, questa chiarezza segna una cesura rispetto alla tradizionale ambiguità della comunicazione strategica giapponese. Affermando senza giri di parole che il 90% delle importazioni energetiche del paese passa attraverso lo Stretto di Taiwan, Takaichi ha espresso una fredda verità, non una provocazione. La questione taiwanese è particolarmente spinosa per Pechino. Un sondaggio dell’Election Study Center della National Chengchi University mostra che, nel giugno 2025, oltre il 60% della popolazione dell’isola si identificava come «taiwanese» e solo meno del 3% come «cinese». Anche l’identità ibrida – «taiwanese e cinese» – è scesa attorno al 30%. Per Xi Jinping, questi numeri rappresentano un fallimento. L’assorbimento pacifico di Taiwan diventa ogni anno più irrealistico.
Takaichi ha ereditato e ampliato la visione Foip di Abe Shinzō rafforzando le partnership di sicurezza con i paesi dell’Asean, con l’India, la Corea del Sud, l’Australia e il Canada. Il 27 dicembre 2024 il governo ha incrementato del 9,4% le spese per la Difesa 18, stanziando 8,7 trilioni di yen (55,1 miliardi di dollari) per il 2025. Si tratta del terzo anno del Programma di rafforzamento della Difesa, che prevede 273 miliardi di dollari di investimenti militari entro il 2027. Nel 2024 la spesa ha raggiunto l’1,6% del pil, con l’obiettivo di arrivare al 2% entro il 2027.
Il budget riflette potenziamenti tangibili. Il ministero della Difesa ha stanziato 11,4 milioni di dollari per dotare il cacciatorpediniere Aegis Chokai di missili da crociera Tomahawk entro la fine del 2025. L’intenzione è equipaggiare con questi sistemi tutti e otto i cacciatorpediniere Aegis 19. Circa 939 miliardi di yen (5,92 miliardi di dollari) sono destinati alle capacità di difesa a lunga gittata, mentre il Giappone ha acquistato il drone Mq-9b Sea Guardian di General Atomics, allocando 41,5 miliardi di yen (261 milioni di dollari) per due unità.

Pur non formando un’alleanza militare sul modello Nato, queste strutture minilaterali – Quad, Aukus, la cooperazione Giappone-Usa-Corea del Sud – creano quello che l’ex viceministro degli Esteri Yasuhide Nakayama definisce «frangiflutti contro la dipendenza eccessiva dalla Cina». L’approccio di Tōkyō incarna allora alla perfezione il quadro interpretativo di Pyle sull’adattamento strategico: niente confronto diretto (che alimenterebbe la narrazione cinese), né accomodamento (che segnalerebbe debolezza). Il Giappone punta invece a una forma di «hedging strategico» simile a quella praticata dalla Finlandia durante la guerra fredda. L’obiettivo è rendere troppo costosa per gli avversari un’eventuale aggressione, così evitando lo scontro. Come la Singapore di Lee Kuan Yew, Tōkyō cerca allora di posizionarsi come hub indo-pacifico indispensabile a livello d’intelligence, logistico, di cooperazione tecnologica e di coordinamento diplomatico.
Peraltro, le difficoltà economiche della Cina aprono spazio strategico al Giappone. Secondo il Sipri, tra 2014 e 2024 Pechino ha aumentato la spesa militare del 72%. E tuttavia, questa espansione poggia su fondamenta sempre più fragili. Le entrate derivanti dalla vendita di terreni – vitali per i governi locali – sono scese a 6,7 trilioni di yuan nel 2022, il 23% in meno rispetto al 2021, e rappresentano ormai solo il 24% delle entrate locali, contro il 30% dell’anno precedente. La manifattura cinese affronta una triplice pressione: i dazi e le restrizioni tecnologiche statunitensi, la delocalizzazione di molte aziende verso il Sud-Est asiatico e l’India (Apple che sposta parte della produzione di iPhone, Tesla che amplia stabilimenti altrove) e l’aumento del costo del lavoro cui non segue un corrispondente aumento della produttività. Dall’inizio del 2025, dozzine di imprenditori immobiliari cinesi hanno ottenuto l’approvazione per piani di ristrutturazione del debito, eliminando oltre 1,2 trilioni di yuan (167 miliardi di dollari) di passività.
A complicare tutto c’è la demografia. La popolazione in età lavorativa ha raggiunto il picco nel 2015 e ora si riduce di 5-10 milioni di persone l’anno. L’eredità della politica del figlio unico fa sì che ogni adulto debba sostenere due genitori e fino a quattro nonni: una piramide rovesciata che schiaccia consumi e potenziale di crescita. Le esportazioni sono aumentate nel finale del 2024, contribuendo per circa il 30% alla crescita economica complessiva – la quota più alta dagli anni Novanta – e portando l’avanzo commerciale vicino ai mille miliardi di dollari 20. Ma gran parte di questo boom deriva dal tentativo delle aziende di anticipare le spedizioni prima dei dazi del 60% minacciati dal presidente Trump, e difficilmente manterrà slancio oltre il primo trimestre del 2025 21.
4. La strategia del Giappone è plasmata anche dal paradosso americano. Infatti, pur dando l’impressione di star arretrando dall’internazionalismo liberale e dagli impegni multilaterali, l’America sta diventando più potente attraverso una sorta di «ingaggio selettivo». Concentrando la capacità industriale nel Nord America con il Chips Act e l’Inflation Reduction Act, gli Usa sfruttano il loro peso economico per spingere gli alleati ad aumentare le spese per la difesa. Inoltre, abbandonando posizioni dogmatiche su clima e questioni culturali, Washington persegue i propri interessi con maggiore durezza rispetto al suo «momento unipolare».

La chiamata immediata del presidente Trump alla premier Takaichi dopo aver parlato con Xi ha dimostrato che le manovre tra Stati Uniti e Cina non scuoteranno le fondamenta dell’alleanza tra Washington e Tōkyō. L’avvertimento dell’ex ambasciatore Yamagami Shingo sulla «magia cinese» – ovvero l’idea che Pechino possa usare incentivi su Ucraina, commercio e Taiwan per catturare l’America – si è rivelato profetico: il coordinamento tra Washington e Tōkyō si è intensificato invece di indebolirsi. Questo approccio statunitense crea spazio per il Giappone, che può esercitare autonomia strategica senza incrinare la coesione dell’alleanza. Mentre gli Stati Uniti chiedono agli alleati maggiori investimenti militari e più responsabilità regionali, il Giappone può ampliare il proprio ruolo senza dare l’impressione di sfidare la primazia americana.
Contrastare la «realtà invertita» della Cina richiede un lavoro paziente e sistematico. Come ha dimostrato il premier Kishida durante la controversia su Fukushima, una spiegazione calma e basata sui fatti batte le denunce isteriche. Il Giappone deve ampliare gli scambi educativi che portino studenti cinesi a conoscere la società giapponese reale, ovvero quella fondata su una democrazia pacifista che ha rinunciato alla guerra da otto decenni e che non ha nulla a che fare con la caricatura militarista dipinta dai media di Stato cinesi. Altrettanto importante è un impegno più profondo nei confronti delle diverse anime che compongono la «Grande Cina». Tōkyō deve impegnarsi per la Taiwan democratica, per le regioni di lingua cantonese, per le comunità hakka e hokkien, per i musulmani hui, per la cultura tibetana e per quella uigura. Insomma, il Giappone deve promuovere e far rispettare quel pluralismo che la narrazione omogeneizzante del Pcc cerca di cancellare.
Come ha osservato Lawrence Wong di Singapore commentando la campagna di disinformazione lanciata da Pechino dopo le dichiarazioni di Takaichi su Taiwan, «il Giappone è il partner più affidabile del Sud-Est asiatico». Questa fiducia, costruita in decenni di aiuti allo sviluppo, investimenti e rispetto della sovranità costituisce la base per una coalizione regionale. A differenza della Belt and Road Initiative cinese, spesso fonte di dipendenza debitoria, le partnership infrastrutturali giapponesi privilegiano trasparenza, standard ambientali e sviluppo delle capacità locali.
La relazione triangolare tra Stati Uniti, Giappone e Cina assomiglia sempre più a una piramide invertita. Alla base c’è l’alleanza Usa-Giappone, che combina peso simbolico, cooperazione operativa e risorse collettive. Il loro pil complessivo supera i 27 mila miliardi di dollari, a fronte dei 18,42-18,77 trilioni dell’economia cinese. Le loro capacità tecnologiche – dai semiconduttori all’intelligenza artificiale – rimangono superiori, nonostante i progressi cinesi. Soprattutto, Tōkyō e Washington possiedono ciò che manca a Pechino: veri alleati e partner che condividono valori e interessi.
La Cina si ritrova invece in cima alla piramide, in una posizione apparentemente dominante ma strutturalmente instabile e sempre più isolata. La sua diplomazia dei «lupi guerrieri» ha alienato i vicini, dall’India all’Australia. La coercizione economica – contro la Corea del Sud per il Thaad (Terminal High Altitude Area Defense), contro l’Australia sulle indagini Covid e contro la Lituania per la questione Taiwan – è certamente una dimostrazione di forza, che tuttavia distrugge la capacità di Pechino di generare fiducia. E mentre l’enfasi del Documento 9 sulla purezza ideologica e sul rifiuto dei «valori universali» si approfondisce, il particolarismo culturale e la rigidità marxista-leninista riducono la flessibilità del governo e della cultura politica cinesi.
Le autorità militari di Pechino, peraltro, sono rimaste profondamente scosse quando l’amministrazione Trump ha condotto in segreto attacchi contro impianti nucleari iraniani. L’operazione ha mostrato capacità di intelligence e di attacco che l’Esercito popolare di liberazione (Epl) non è in grado di eguagliare. Se gli Stati Uniti sono capaci di superare così agevolmente le difese iraniane e distruggere strutture nucleari senza che la Cina ne sia nemmeno al corrente, quali speranze può nutrire l’Epl in caso di una crisi su Taiwan in cui gli Usa godrebbero pure del pieno sostegno del Giappone? Il bilanciamento militare attorno a Taipei – che da anni la Cina cerca di mutare a suo favore – non ha ancora permesso a Pechino di raggiungere una superiorità decisiva. A differenza dell’oceano, nello Stretto di Taiwan la potenza quantitativa non si traduce automaticamente in un vantaggio. In queste acque strette e complesse, la superiorità americana nei sottomarini, la potenza aerea alleata e le capacità difensive taiwanesi potrebbero bloccare un’invasione cinese e, in alcuni casi, produrre esiti catastrofici.
5. Questo non significa che la Cina sia irrilevante. Un’economia da quasi 19 mila miliardi di dollari e 1,4 miliardi di abitanti resta formidabile. Ma la stagnazione strutturale, il declino demografico e l’irrigidimento ideologico la rendono sempre più fragile e introversa. La risposta del Pcc – più controllo, nazionalismo e coercizione – accelera il circolo vizioso. Come recita un proverbio sanscrito: «La pazienza è il mezzo per ogni obiettivo». Coltivando pazienza strategica mentre costruisce alternative all’egemonia cinese, Tōkyō può contribuire a realizzare l’Indo-Pacifico multipolare che immagina. Come il salice che si piega ma non si spezza sotto la neve, il Giappone deve rimanere flessibile ma tenace. Gli alberi rigidi si spezzano, il salice invece torna a ergersi più forte. Con partnership sagge, comunicazione chiara e flessibilità strategica, il paese del Sol Levante può resistere alle pressioni e al tempo stesso costruire un’architettura regionale duratura.
L’attuale fase storica non è segnata dalla mera competizione tra grandi potenze. È qualcosa di più. Siamo dinnanzi a una svolta nella storia delle civiltà. La crisi interna della Cina ne alimenta l’aggressività esterna, ma proprio questa aggressività rivela la fragilità sottostante. Gli Stati Uniti, nonostante un apparente ritiro, stanno concentrando potere per un ingaggio selettivo. Il Giappone, non più mero reattore alle forze esterne, oggi ha la capacità di influenzare gli equilibri regionali.
La metafora della piramide coglie perfettamente questa dinamica: la posizione cinese al vertice sembra dominante ma è precaria – dipende da una crescita che non può sostenere, da una legittimità che fatica a mantenere e da un rispetto che non può ottenere con la coercizione. La base Usa-Giappone offre invece stabilità: valori condivisi, capacità complementari e benefici reciproci che sopravvivono ai cambi di leadership e alle dispute temporanee.
Come ha rivelato la telefonata tra Trump e Xi, Pechino recita per il pubblico interno perché ne ha timore. Mentre i giovani «restano sdraiati» e i governi locali affogano nei debiti e mentre Taiwan si allontana dal sogno dell’unificazione e i vicini si compattano nella diffidenza, la Cina rischia di trovarsi esattamente nella situazione che la sua storia avrebbe dovuto insegnarle a evitare: il dominio di imperatori stolti e ministri traditori che, con superbia e inganno, distruggono i paesi. Il compito del Giappone non è sconfiggere la Cina, ma offrire alternative: dimostrare che la prosperità non richiede autoritarismo, che la sicurezza nasce dal diritto e non dalla forza, che la diversità rafforza invece di minacciare. Mantenendo salde le basi dell’alleanza con gli Usa e costruendo partenariati regionali, articolando princìpi chiari ed evitando confronti inutili, il Giappone può contribuire a spostare il baricentro dell’Indo-Pacifico verso un multipolarismo sostenibile.
Il Drago soffia fuoco, è vero. Ma lo fa per ansia, non perché è potente. La costruzione paziente di alternative, l’insistenza sulla verità e una leadership fondata sui princìpi possono trasformare l’ordine regionale. Il momento del Giappone è arrivato. Non per dominare, ma per guidare la costruzione di un Indo-Pacifico che serva gli interessi legittimi di tutte le nazioni e contenga chi cerchi di imporre la propria egemonia attraverso la coercizione. Nel navigare tra la concentrazione del potere americano e la disperazione cinese, Tōkyō traccia una rotta verso un ordine regionale che rispecchi gli insegnamenti di Pyle: accomodamento quando necessario, emulazione dei modelli di successo, adattamento ai contesti indo-pacifici e acuta attenzione ai mutamenti nei rapporti di forza. Il tutto mentre le fondamenta dell’assertività di Pechino continuano a erodersi. Il salice si piega ma resiste. La tenacia crea la possibilità di plasmare la foresta di domani.
(traduzione di Giuseppe De Ruvo)
Note:
1. A.J. Nathan, A. Scobell, China’s Search for Security, New York 2012, Columbia University Press.
2. K. Pyle, Japan Rising: The Resurgence of Japanese Power and Purpose, New York 2007, PublicAffairs, pp. 42–65.
3. «China Youth Unemployment Rate», Trading Economics, 2025.
4. A.J. Nathan, A. Scobell, op. cit.
5. G. Carbonaro, «China’s Property Market Death Spiral», Newsweek, 19/8/2025.
6. «Understanding China’s Real Estate Crisis», The Global Treasurer, 29/4/2024.
7. «National Economy Witnessed Steady Progress amidst Stability with Major Development Targets Achieved Successfully in 2024», China National Bureau of Statistics, 17/1/2025.
8. R. Farmer, «China’s Economy Rallies to Reach Growth Target, 2025 Outlook Remains Uncertain», US-China Business Council, 24/1/2025.
9. Ibidem.
10. B. Bram, «The 19 Percent Revisited: How Youth Unemployment Has Changed Chinese Society», The Asia Society Policy Institute, 3/9/2025.
11. Ibidem.
12. J. Yuan, «The Enigma of China’s Debt Crisis – Explained», The Fair Observer, 25/4/2025.
13. Ibidem.
14. Ibidem.
15. E. Cheng, «China reviews plan to increase local government debt», Cnbc, 4/11/2024.
16. J. Mark, «Beijing extends and pretends to deal with its mountain of local government debt», Atlantic Council, 31/7/2025.
17. S. Nagy, «The Chinese Communist Party’s “Inverted World”: Beijing’s blatant distortions of reality are rooted in Marxist ideology», The Japan Times, 26/11/2025.
18. K. Takahashi, «Japan Approves 9.4 Percent Increase in Defense Spending for FY2024», The Diplomat, 27/12/2024.
19. Ibidem.
20. R. Farmer, op. cit.
21. Ibidem.
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