IL PROCESSO TIKTOK Limes 2025-12
IL PROCESSO TIKTOK
L’applicazione cinese divide gli americani depressi, ma non può essere bandita perché i giovani ne sono dipendenti. E perché deve rientrare nelle più ampie trattative tra Pechino e Washington. Chi comprerà la piattaforma non potrà riscriverne l’algoritmo.
di Giuseppe De Ruvo
Pubblicato il 29 Dicembre 2025 alle 10:20
Pubblicato in: IL TEMPO DELLA CINA - n°12 - 2025
Cina
Usa
Scontro Usa-Cina
Tecnologia
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Asia-Pacifico
Usa E Canada
Fonte: Qin Zihang/VCG via Getty Images
Vuoi perdere il processo? Sai che cosa vuol dire?
Vuol dire semplicemente che sarai cancellato!
F. Kafka, Il Processo
1. Gli Stati Uniti d’America si sono accorti troppo tardi di cosa fosse TikTok. Convinti ingenuamente che la minaccia portata dall’applicazione cinese riguardasse il controllo dei dati degli utenti, gli americani hanno passato anni a guardare il dito e non la Luna. Perché ciò che rende TikTok una minaccia per la sicurezza nazionale statunitense è la sua capacità di agire sulle faglie che dividono l’America, promuovendo – grazie al suo algoritmo, migliore di quello delle piattaforme a stelle e strisce – contenuti divisivi o comunque capaci di approfondire l’autunno dell’American way of life sotto il profilo culturale, antropologico e politico. Obiettivo: trascinare i giovani americani fuori dalla storia e dalla realtà, mettendo al contempo in dubbio la leadership americana nelle nuove tecnologie digitali e in particolare nel mondo dei social 1 – fino a ieri terra vergine del soft power statunitense.
Dati questi obiettivi, nulla si può dire se non che la Cina abbia vinto. Sotto un triplice punto di vista.
Primo. Pare strano, perché in fin dei conti è un’applicazione di video brevi e spesso idioti, ma TikTok ha reso gli Stati Uniti, e soprattutto i giovani americani, letteralmente dipendenti da un’applicazione cinese. Risultato: in tempi di grandi trattative, chissà se culminanti in Grande Componenda, Pechino ha una carta in più da giocare. Se le negoziazioni sino-americane fossero natalizia partita di sette e mezzo, TikTok sarebbe la Matta, ovvero il dieci di denari. Può assumere qualsiasi valore tranne che zero, perché non può essere eliminato. Fuor di metafora: coi suoi 170 milioni di utenti, TikTok non può essere bannato. Farlo significherebbe «perdere i voti di praticamente tutti gli under-35» 2. La democrazia americana, o quel che ne resta, è l’assicurazione sulla vita di un’applicazione sviluppata dalla Cina comunista. Capolavoro di guerra tecnologica asimmetrica. Basato su profonda conoscenza dell’avversario. Proprio ciò che l’America non sa più fare.
Secondo, e conseguente. Grazie a TikTok e ad altre innovazioni, tecnologiche ma non solo, la Cina si sta definitivamente scrollando di dosso l’odioso epiteto di «fabbrica del mondo». Pechino si è oramai affermata potenza innovatrice, capace non solo di copiare e di produrre in scala ma anche di battere – o eguagliare – l’America nel gioco dell’invenzione. Fattore cruciale nella creazione del marchio cinese è infatti la capacità di passare dal made in China al created in China 3. In questo calderone c’è di tutto. Da Byd a DeepSeek passando per le bambole Labubu e i robot per fare la guerra. Sotto questo aspetto, TikTok è stata non solo un’apripista, ma pure il prodotto di maggior successo. Perché in Occidente è ancora possibile vivere senza macchine elettriche o acquistare una Tesla, usare ChatGpt al posto del suo equivalente cinese o comprarsi una Barbie senza rimanere fuori dal mondo. Ma provate a chiedere a un ragazzino di 16 anni se preferirebbe cancellarsi da Instagram o da TikTok. La risposta, che immaginiamo, la dice lunga sul salto di qualità compiuto dalla Repubblica Popolare negli ultimi anni.
Carta di Laura Canali - 2025
Terzo, e decisivo. Pechino si è dotata di un potentissimo strumento d’influenza, reso ancora più efficace dal non configurarsi come esplicito mezzo di propaganda del Partito comunista cinese (Pcc). Tutto il contrario. Su TikTok di cinese non si trova un bel nulla. Quel che si può trovare è americanissima solitudine, declinabile a seconda del palato nell’egoismo dello sviluppo personale (fiat ego et pereat mundus), nell’edonismo mercificante della vita urbana («what’s your body count?» 4) o nella disperazione del binge-scrolling – cattivo infinito in virtù del quale si passano ore, rigorosamente soli, alla ricerca del video perfetto 5. Ai più intellettuali vengono proposte ricette o BookTok – ovvero libri scadenti, spesso sessualmente espliciti, di cui gli adolescenti vanno pazzi. Per gli amanti della politica, ci sono i contenuti di Charlie Kirk o degli influencer wokisti – a seconda di quel che l’algoritmo decide io debba pensare. Tramite TikTok, insomma, Pechino non ha mai pensato di fare propaganda. Semplicemente, seguendo una diagnosi antica, ritiene che stressare l’attuale tendenza della (non) cultura statunitense possa accelerare il crollo degli Usa, o quantomeno favorirne un sostanziale indebolimento. Vincere senza combattere per autoconsunzione del nemico. Fentanyl digitale. America contro America 6.
Con colpevole ritardo e dopo infinite giravolte, gli Stati Uniti si sono finalmente resi conto che i problemi erano – e sono – questi. Altro che furto di dati – di cui peraltro le aziende tecnologiche americane sono campionesse mondiali. TikTok è pericolosa in quanto catalizzatrice della crisi culturale e sociale americana. E tuttavia di essa non ci si può più liberare. Non solo a causa delle succitate ragioni politiche, ma anche in virtù di una perversione, soprattutto giovanile ma in fase di generalizzazione, del sogno americano. Che Pechino, anche attraverso l’applicazione in questione, è riuscita a cavalcare, legittimare e dunque perpetrare. Perché sa quanto essa possa essere potenzialmente distruttiva.
2. Presupposto. Buona parte dei 170 milioni di utenti americani di TikTok sono figli della deindustrializzazione e dell’economia della conoscenza. La cosiddetta generazione Z, per non parlare dei ragazzi nati dopo il Duemila, è stata allevata a latte e «tu non dovrai mai lavorare». Ovvero col sogno di poter essere ciò che si vuole, monetizzando grazie alla propria persona e non col sudore della fronte. Svolta autistica, postmoderna e parossistica dell’American Dream, in virtù della quale il riconoscimento non sgorga dall’effettivo successo economico ma da quello digitale, in un contesto in cui la possibilità di riuscita materiale è peraltro sempre meno a portata di mano.
Carta di Laura Canali - 2024
Neoliberismo pienamente realizzato, che Raffaele Alberto Ventura ha acutamente raccolto sotto la nozione di «economia vocazionale». Il cui soggetto storico – novello proletariato – è la «classe disagiata» 7. Ovvero giovani ragazzi che, impossibilitati a realizzarsi lavorativamente per ragioni strutturali, vedono nelle forme digitali di riconoscimento e di autorealizzazione l’unica strada per dare un senso alla loro vita. Per realizzare la loro vocazione. Altro che weberiano Beruf. I figli dell’Occidente vorrebbero campare semplicemente essendo loro stessi, accrescendo continuamente il proprio status e arrivando, prima o poi, a essere qualcuno. TikTok si è inserito proprio in questa congiuntura. La capacità del suo algoritmo di rendere virali video prodotti da utenti con pochi followers ha portato molti a credere che, in fin dei conti, farcela era possibile, nonostante tutto. Chi la pensa diversamente è vecchio, un boomer che non sa come va il mondo della Rete 8.
Peccato che, almeno in questo caso, i vecchi abbiano ragione. Solo una minuscola percentuale degli utenti di TikTok riesce a monetizzare con la propria immagine. Gli altri non fanno altro che riempire la piattaforma cinese di dati, aumentando il traffico e contribuendo a migliorarne l’algoritmo, peraltro fruendo di contenuti tutto tranne che edificanti. I soggetti dell’economia vocazionale, i disagiati, vorrebbero essere attori protagonisti ma sono tutti inevitabilmente spettatori: «Siamo tutti artisti, content-creator, piccoli imprenditori, ma dobbiamo pagare per esserlo. Una galassia di aspiranti-qualche-cosa che non arrivano a fine mese ma intanto fanno prosperare l’economia delle piattaforme, i giostrai di questo circo infernale» 9.
Il punto essenziale è che dalla giostra di TikTok non è più possibile scendere, sebbene oramai tutti vivano sulla propria pelle la contraddizione tra «la promessa di autorealizzazione e un’organizzazione della vita che annienta ogni margine di autonomia e di creatività» 10. Il risultato di questo processo, tra false promesse e infondate aspirazioni, sarà un’epidemia di delusione. Che magari non genererà rivoluzionari – per quelli ci vuole la rabbia – ma, per l’appunto, una classe sempre più disagiata e deculturata, che continuerà nonostante tutto a spingere il masso su per la montagna disinteressandosi del mondo circostante. Bisogna immaginarsi i tiktoker felici, per parafrasare il Camus de Il mito di Sisifo. E tuttavia, conclude Ventura, «alla fine, l’acido della delusione sarà riuscito a dissolvere definitivamente tutto ciò che teneva assieme la democrazia liberale. Da adesso in poi inizia una storia diversa. Ma nessuno sa qual è» 11. Aggiungiamo noi: al Partito comunista cinese va benissimo così.
Parrebbe insomma scacco matto. TikTok, da Trump definita nel 2020 Chinese app in assonanza col Chinese virus, divide gli americani, favorisce contenuti polarizzanti e li trascina in un edonismo in cui contano solo like, visualizzazioni e l’adattamento a modelli eteronomi. I giovani americani, brat, demure, performative males o tradwife che siano, vivono – anche grazie a TikTok – in un mondo di paillettes mentre fuori c’è la morte. L’economia vocazionale, che nel pratico si traduce nell’inseguire una felicità «sempre rimandata» 12, impedisce di guardare in faccia la realtà e di farvi i conti. Segno di questa condizione è un meme, viralissimo in Rete, in cui un cagnolino sorseggia una bevanda calda mentre la stanza va a fuoco, ripetendo(si) che tutto va bene (figura). Vorremmo essere una mosca con libero accesso alle stanze dei bottoni del Partito comunista cinese. Solo per vedere l’effetto che fa.
In questo delirio, che segue un chiaro disegno strategico, è evidentemente poco importante se si finisce nella bolla woke in cui, in circa 60 secondi di video, qualcuno ci spiega che è perfettamente normale vivere una «non demi curious semi binary relationship» 13, in quella conservatrice in cui Charlie Kirk sostiene che abortire a seguito di uno stupro è un crimine contro Dio o in quella che manda virale il video di Osama bin Laden che denuncia i crimini dell’America. Ciò che conta, dal punto di vista cinese, è che il processo di divisione, quello di crescita del disagio e quello di distacco dalla realtà proseguano il più a lungo possibile. In una spirale di deculturazione che nessun executive order potrà mai arrestare.
Il punto, infatti, è che il processo a TikTok, come quello a Joseph K. raccontato da Kafka, è già deciso. Con l’enorme differenza che, se ne Il Processo a essere esclusa era l’assoluzione totale 14, nell’affaire TikTok a essere impossibile è la condanna definitiva. È vero, tramite l’applicazione cinese vengono promossi fini e modelli divisivi, incompatibili con il ruolo che gli Usa vorrebbero (dovrebbero?) ricoprire. Epperò essa non può essere chiusa senza innescare scenari peggiori. Perché in questa valle di lacrime quelli dell’economia vocazionale sono gli unici scopi che oggi un giovane americano, crème della classe disagiata, può permettersi di porsi. Il sogno americano si è rotto, praticamente sotto ogni punto di vista. Sette americani su dieci non ci credono più. Ma in questo mondo in qualcosa bisognerà pur credere. E non è detto che l’America possa sopravvivere pure alla fine delle illusioni. Dunque la Chinese app, per adesso, non può morire. In nome della classe disagiata, di tutte le ragazze delulu 15 e, soprattutto, della Grande Componenda.
L’affaire TikTok è infatti un assaggio del mondo che verrà. Kafka insegnava a non guardare nella Porta della Legge. Ma noi, se non altro per dovere di cronaca, ci scopriamo in disaccordo. Vaccinati dalle illusioni, sappiamo che «tutto questo è incerto al massimo grado e magari è solo un trastullo della ragione, perché queste leggi che cerchiamo d’indovinare non esistono affatto» 16. E tuttavia, pensiamo che sia arrivato il momento di riaprire i faldoni del processo di TikTok. Non per interrogarci sull’enigma della Giustizia, ma per cercare di scrutare il mondo di domani. Consapevoli che, se sarà pace, sarà talmente sporca da non mettere a proprio agio nessuna grande potenza. TikTok è teoria e prassi della pace disagiata e disagiante. Purtroppo l’unica possibile.
3. Dopo cinque anni passati a tentare di bloccare TikTok 17, l’America ha cambiato strategia. L’obiettivo dell’amministrazione Trump è infatti quello di forzare la vendita dell’applicazione a un consorzio di imprenditori americani, lasciando a ByteDance – l’azienda cinese che l’ha sviluppata – una quota di proprietà inferiore al 20%. La scelta, per come è maturata, è tuttavia quantomeno curiosa. Buona parte dell’amministrazione Trump, infatti, è formata da persone che – nel corso dell’infinito processo a TikTok – hanno sempre ragionato, per dirla ancora con Kafka, in base al principio della «colpa sempre certa» 18.
Lo stesso presidente era di questa idea, al punto che tra 2019 e 2020 – nella fretta di bannare l’applicazione – decise di accelerare il processo utilizzando un particolare strumento giuridico, ovvero lo Ieepa (International Emergency Economic Power Act), per metterla fuori gioco nel minor tempo possibile, senza aspettare la fine dell’indagine del Cfius (Committee on Foreign Investment in the United States). La conseguenza è stato il ricorso in appello di TikTok – che non sarebbe stato possibile in caso di conclusione dell’indagine del Cfius – che è stato accolto dai giudici, i quali hanno addirittura definito la proposta di bando «arbitraria e capricciosa» 19.
Nella stessa direzione sono tradizionalmente andati anche i membri dell’apparato economico-securitario americano, i quali hanno da sempre invocato la chiusura dell’applicazione cinese. Prima in nome della sicurezza dei dati degli americani, poi – quando le criticità sono diventate più chiare – in nome della capacità di TikTok di agire sulle contraddizioni degli Usa.
Carta di Laura Canali - 2022
Sotto questo aspetto, la figura centrale e più rappresentativa è Mike Gallagher. Già capo del Comitato sul Partito comunista cinese del Congresso, Gallagher è oggi uomo chiave di Palantir, il contractor della Difesa fondato da Peter Thiel. È stato lui, nel 2023, il primo a bollare TikTok «fentanyl digitale», sostenendo che l’applicazione fosse figlia legittima di un preciso e più ampio progetto cinese. Il cui obiettivo era trasformare i giovani americani in zombie 20. Ai suoi sforzi, peraltro appoggiati anche dai democratici, si deve la legge contro TikTok del 2024, che mirava alla chiusura dell’applicazione. Anche quel processo è naufragato, ma ha mostrato l’enorme consenso attorno a questa soluzione, ben riassunto da un altro falco anti-TikTok, Marco Rubio: «Dal direttore dell’Fbi ai commissari della Fcc fino agli esperti di cibersicurezza, tutti hanno chiaro il rischio posto da TikTok. Non si tratta di video creativi – si tratta di un’app che raccoglie ogni giorno dati su decine di milioni di bambini e adulti americani. E sappiamo che viene usata per manipolare i feed e influenzare le elezioni. Sappiamo che risponde alla Repubblica Popolare Cinese. Non c’è più tempo da perdere in trattative inutili con una società marionetta del Pcc. È ora di vietare per sempre TikTok, che è controllato da Pechino» 21.
Questa posizione massimalista, peraltro, ha passato anche le forche caudine della selezione della nuova amministrazione. Infatti, sebbene Gallagher sia andato a lavorare a tempo pieno per Palantir, un altro uomo dell’azienda di Thiel – Jacob Helberg – è stato nominato responsabile della Sicurezza economica al dipartimento di Stato. In quello che è stato sostanzialmente un passaggio di consegne con Gallagher, Helberg ha definito l’applicazione cinese «una piaga che attacca i nostri bambini e il nostro tessuto sociale, una minaccia per la nostra sicurezza nazionale e probabilmente la più vasta operazione di intelligence che una potenza straniera abbia mai condotto contro gli Stati Uniti» 22.
Ora, come è possibile che – sulla base di queste premesse – gli Stati Uniti d’America stiano prendendo una strada radicalmente diversa, centrata sull’acquisizione di TikTok e non sulla sua chiusura? Ovviamente, si potrebbe ritenere che mettere TikTok nelle mani della PayPal Mafia possa portare a una riscrittura dell’algoritmo, e dunque alla soluzione di tutti i problemi. Il punto è che, per motivi tecnici ma non solo, ciò non avverrà. Come si vedrà, il consorzio di imprenditori statunitensi si limiterà infatti a «monitorare» l’algoritmo e a riallenarlo sulla base di dati americani. Ma la formula magica di TikTok rimarrà nelle sapienti mani cinesi, che hanno chiaramente specificato di non essere disposte a cedere l’algoritmo. E dunque la domanda torna in maniera ancora più radicale: perché acquisire l’applicazione lasciando operare l’algoritmo cinese e non chiuderla? Segue triplice risposta.
In primo luogo, non si può sottovalutare l’impatto che TikTok ha avuto sulla rielezione di Donald Trump. Grazie ai suggerimenti del rampollo Barron, che l’ha convinto ad andare nei podcast, e della nipotina Kai, golfista e tiktoker, il tycoon è riuscito ad aumentare esponenzialmente il suo gradimento tra i più giovani, scardinando così la narrazione secondo cui il voto a Trump fosse necessariamente un voto «da vecchi» 23. Non è dunque casuale che il presidente, appena insediatosi, abbia rimandato la chiusura dell’app, che si è fermata solo per qualche ora tra 19 e 20 gennaio, per poi riattivarsi con tanto di ringraziamenti al tycoon.
In secondo luogo, bisogna sottolineare come non tutti i tecnovassalli di Trump fossero favorevoli al blocco dell’app. Per motivi diversi. Musk, per esempio, è stato per un periodo seriamente candidato all’acquisto di TikTok. A cui aveva anche fatto, pubblicamente, un’apertura di trattative, seppur non esplicita: «Sono stato a lungo contrario al ban di TikTok, perché va contro la libertà di espressione.
Detto ciò, l’attuale situazione in cui a TikTok è permesso operare in America, mentre a X non è permesso operare in Cina, è sbilanciata. Qualcosa deve cambiare» 24. Tradotto: il capo di SpaceX si sarebbe fatto garante dell’app in cambio di un’apertura da parte del Pcc all’uso di X in Cina. La sua candidatura è stata poi avanzata a mezzo stampa da non meglio specificati funzionari cinesi, che hanno fatto il nome di Musk al Financial Times prima e a Bloomberg poi. Trump, tuttavia, non è mai stato d’accordo con questa soluzione. Musk avrebbe avuto troppo potere, dunque – in quella che all’epoca pareva una boutade – il presidente ha ridimensionato le pretese del patron di Tesla dichiarando che gli sarebbe piaciuto molto se TikTok fosse stata acquistata da un altro tecnovassallo: Larry Ellison, ottantunenne capo di Oracle, dal tycoon armato «ceo of everything».
Carta di Laura Canali - 2025
Non era una boutade. Trump già nel 2019 aveva cercato di convincere il suo vecchio amico Larry a comprarsi TikTok, magari in consorzio con Walmart. Soprattutto, a partire dalle prime schermaglie legali relative alla sicurezza dei dati, Oracle si è messa disposizione per offrire all’applicazione cinese la sua piattaforma cloud. Ed è riuscita nel suo intento. Nel darsi una ripulita, TikTok ha infatti investito circa un miliardo e mezzo di dollari nel cosiddetto Progetto Texas, che si proponeva di assicurare che i dati americani rimanessero in America, utilizzando il cloud di Oracle 25. A oggi, l’azienda di Ellison incassa circa 800 milioni di dollari all’anno da TikTok proprio per questo servizio, a fronte di un fatturato annuo totale che si aggira tra i 6 e i 7 miliardi di dollari. Ellison è dunque tutto tranne che favorevole al bando. E la cupola di Oracle non perde mai occasione di ribadire quanto i rapporti con l’azienda cinese siano buoni e cordiali 26.Infine, ed è la questione cruciale, l’amministrazione Trump intende calare il processo a TikTok nel contesto di un più ampio accordo con la Cina, che prenda in considerazione anche fattori commerciali, tecnologici, industriali e ovviamente geopolitici. Assecondare i bollenti spiriti di Gallagher, Rubio o Helberg avrebbe significato, dal punto di vista del tycoon, rinunciare a una «carta» nella partita a poker che gli Usa stanno giocando con Pechino, peraltro sancendo tramite il bando che la Cina è dotata di capacità tecnologiche che possono mettere in difficoltà gli americani. A cui gli Usa non sanno rispondere se non tramite l’eliminazione della minaccia, con tutto ciò che ne consegue in termini di tenuta sociale e credibilità internazionale.
L’America si trova dunque dinnanzi a una situazione particolarmente complessa: tutti, tranne forse Larry Ellison, pensano che l’app andrebbe bandita, ma farlo significherebbe privarsi di una leva nei negoziati con Pechino e ufficializzare di non essere stati in grado di contrastarla. Occorre dunque tentare una soluzione diversa, che possa permettere a Washington di dichiarare vittoria senza tuttavia far finire la partita. Facendo felici sia i falchi sia le colombe sia Pechino.
Carta di Laura Canali - 2025
Con buona pace dei giuristi, torniamo ancora a Kafka. Perché quando qualcuno vuole eternare una situazione fingendo di averla risolta non c’è niente di meglio che affidarsi alla legge. Talmente vaga e ambigua da generare una congiuntura in cui «un vero valore hanno solo le oneste relazioni personali. (…) Così soltanto si può influire sull’andamento del processo» 27. Arte degli affari in purezza, con caratteristiche kafkiane. Del resto, Joseph K. era un banchiere, e «il processo era soltanto un grosso affare!» 28.
4. La legge che nessuno rispetterà ha un nome pomposo: Protecting Americans from Foreign Adversary Controlled Applications Act (Pafacaa). Essa, pur essendo stata pensata ad hoc per TikTok, impedisce a qualsiasi «avversario – persona o entità – cinese, russo, iraniano o nordcoreano» di detenere più del 20% delle quote di proprietà di un’applicazione che gli Usa ritengono critica per la loro sicurezza nazionale. Non solo. Oltre a vendere le quote in eccesso, i proprietari di queste app devono anche rinunciare a ogni «relazione operativa» con la piattaforma in questione, specie per quanto riguarda «le operazioni di un algoritmo di raccomandazione». Chi non dovesse adattarsi a questa normativa, ovvero chi dovesse rifiutarsi di cedere agli Usa il controllo operativo, andrebbe incontro al bando.
Apparentemente, dunque, la legge è molto dura. Essa obbliga le piattaforme straniere a rinunciare a ogni responsabilità operativa, anche in termini di proprietà, o a chiudere bottega. E tuttavia le cose, come sempre, sono decisamente più fluide. Perché per gli amici o i compagni di Componenda le leggi s’interpretano e non si applicano. Infatti, pur proponendo pene draconiane, il Pafacaa inaugura una duplice zona grigia, pensata proprio per lasciare a Washington e Pechino un enorme margine di manovra.
Intanto, la legge non regola in alcun modo la procedura di selezione degli attori che sarebbero interessati ad acquisire le quote dell’applicazione. La scelta è sotto ogni aspetto politica e totalmente slegata dalle dinamiche di mercato. Ciò, nel caso TikTok, è di fondamentale importanza, perché permette a Trump di mantenere un equilibrio fra i suoi tecnovassalli e di evitare che la piattaforma venga acquisita da soggetti con legami troppo stretti con Pechino. Tradotto: TikTok non deve finire nelle mani di Elon Musk.
Sotto questo aspetto, il consorzio guidato da Larry Ellison e Marc Andreessen – peraltro con il supporto finanziario del fondo emiratino MgX, membro pure del progetto Stargate sull’intelligenza artificiale 29 – è apparso come la scelta più naturale. Oracle già lavora con TikTok, mentre la semplice presenza di Andreessen, ideologo accelerazionista dei tecnovassalli e falco anticinese 30, permette al tycoon di ricoprire l’affare con una patina nazionalista. Anche perché se il 20% di TikTok rimarrà in mano pechinese, il nuovo consorzio statunitense acquisirà solo il 35%. Non per amor di democrazia, ma semplicemente perché il restante 45% dell’app era già di proprietà di diversi fondi di venture capital americani, tra cui Sequoia e addirittura SoftBank – il fondo di Masayoshi Son incaricato anche di raccogliere i 500 miliardi necessari per il progetto Stargate. Soprattutto, tra gli azionisti non solo di TikTok ma pure di ByteDance spicca il fondo della Pennsylvania Susquehanna, che avrebbe addirittura il 15% della società. Uno dei due cofondatori, Arthur Dantchik, siede nel consiglio d’amministrazione di ByteDance, mentre l’altro, Jeffrey Yass, è uno dei top doner del Partito repubblicano e, ironicamente ma non troppo, anche della piattaforma social di Donald Trump, ovvero Truth 31.
Carta di Laura Canali - 2025
Insomma, a livello finanziario, TikTok era già un po’ americano. Il Pafacaa istituzionalizza e approfondisce questa dimensione, permettendo al contempo a Larry Ellison di intensificare la sua scalata all’ecosistema mediatico americano, dato che il ceo of everything ha appena aiutato il figlio ad acquisire la piattaforma di streaming Paramount e sta ingaggiando una dura battaglia con Netflix per acquistare Warner Bros, ovviamente col placet del suo vecchio amico Donald.
E tuttavia, la vaghezza del Pafacaa permette a Trump non solo di utilizzare la cessione di TikTok per gestire le relazioni tra i suoi tecnovassalli. Questo è un elemento senz’altro importante, ma decisamente secondario rispetto all’obiettivo principale, che è quello di integrare il processo infinito a TikTok nelle più ampie trattative sino-americane. In breve: la legge, che pure deve esistere, immediatamente sancisce la sua inutilità attribuendo al presidente il privilegio di registrare la conformità a norma del deal tra ByteDance e i compratori americani, senza ulteriori scrutini. Prima di pronunciarsi, il tycoon non dovrà dunque passare dai tribunali. Gli basterà confrontarsi esclusivamente con le tre parti in causa: sé stesso, gli imprenditori da lui scelti e TikTok, ovvero il Partito comunista cinese per interposta persona. Pronunciato il fiat, il deal sarà realtà. Et pereat lex.
Sulla Terra, ciò significa che – allo stato dell’arte – ByteDance non rinuncerà in alcun modo a svolgere un «ruolo operativo». L’algoritmo di TikTok non sarà ceduto agli Usa, e del resto questo non era scritto da nessuna parte. Ciò che Oracle farà sarà ricevere da Pechino una sorta di locazione del software, che potrà essere riallenato su dati «sicuri» ma non riscritto da zero. Non a caso, quando la stampa americana ha iniziato a descrivere l’accordo tra Ellison, Trump e TikTok in termini di cessione dell’algoritmo, dalla Cina è arrivata una moltitudine di precisazioni, riassumibili in questi termini: Pechino concederà a Washington al massimo una licenza d’uso, ma non cederà mai l’algoritmo alle aziende americane. «Piuttosto chiudiamo» 32. Bessent, segretario al Tesoro, ha di fatto confermato questa versione, affermando che l’app sarà certamente controllata da investitori americani ma manterrà alcune «caratteristiche cinesi». I falchi mormorano, segnalando come questo sia «il supremo affare in cui Trump se l’è fatta sotto (“Taco trade”, Trump always chickens out). Dopo tutti questi casini, la Cina si tiene l’algoritmo» 33.
È legale tutto questo? In punto di diritto la risposta è semplicemente negativa 34. E tuttavia, sarebbe erroneo giudicare questo processo con gli occhi del giurista. L’affaire TikTok non ha nulla a che vedere con la Giustizia. La quale, se esiste, assomiglia all’icona che il pittore Titorelli mostra nel suo studio a Joseph K. Creatura bendata, dunque cieca, e con le ali ai piedi, quindi sempre pronta a scappare via 35. Cose dell’altro mondo. Il punto è che se anche riuscissimo, per miracolo divino, a bussare – toc-toc – alla Porta della Legge di TikTok, non scopriremmo altro che la sua infondatezza. Meglio: il suo essere puro strumento, utilizzabile come fioretto o come spada. A seconda di come andranno le grandi trattative tra Washington e Pechino.
5. Se guardiamo il Pafacaa sotto specie geopolitica e non con gli occhi ingenui di chi ritiene che il mondo sia retto da impersonale nomos basileus, è impossibile non notare come le zone grigie che esso istituisce siano geopoliticamente coloratissime. Il fatto stesso che l’aderenza del deal alla legge sia vidimato dal presidente offre un tasso d’arbitrarietà fondamentale. Infatti, se i rapporti tra Washington e Pechino dovessero irrigidirsi, l’ambiguità del Pafacaa permetterebbe comunque agli Usa di intervenire. Perché in fin dei conti la legge esiste. E ByteDance, per quanto d’accordo con Washington, la sta infrangendo, dato che continuerà ad avere responsabilità operative legate al funzionamento dell’algoritmo. Insomma, è perfettamente possibile che, in caso di stallo su qualche altro dossier, il processo a TikTok venga riesumato. Verranno avanzate nuove minacce di chiusura dell’applicazione, i falchi torneranno a far sentire la loro voce, si ricomincerà a parlare di fentanyl digitale. Qualcuno chiederà a Larry Ellison o a qualche altro tecnovassallo di riscrivere l’algoritmo di TikTok, mettendoli in sommo imbarazzo perché, se avessero saputo farlo, l’avrebbero certamente già fatto.
E tuttavia, finché le grandi trattative sino-americane andranno bene Washington potrà far finta di non guardare la legge, magari ottenendo dalla Cina – come del resto sta avvenendo – concessioni in altri ambiti, terre rare in primis 36. E se le cose dovessero andare benissimo, l’accordo quadro concluso tra Washington e Pechino su TikTok potrebbe anche applicarsi ad altre tecnologie che la Cina desidera introdurre nel mercato occidentale: dall’automotive alla robotica, passando per le batterie 37. Per farlo, basterebbe infatti creare una sussidiaria a maggioranza americana dell’azienda originale, con quota cinese inferiore al 20%, a cui affidare la licenza d’uso e di vendita di un determinato prodotto. Ovviamente con tutti i controlli di sicurezza del caso. Il risultato sarebbe benefico per entrambe le parti in causa: Washington potrebbe mettere le mani su tecnologie che fatica a produrre in casa, arricchendo qualche tecnovassallo e – perché no, dato che è cambiato il mondo – anche dedicandosi a un po’ di sano spionaggio industriale. Esattamente ciò che Pechino ha fatto con Tesla. Il tutto legittimando queste operazioni con una retorica nazionalista, molto coerente col progetto Maga. Del resto, come ha detto Xi Jinping, il sogno cinese e quello di rendere l’America di nuovo grande sono perfettamente compatibili 38.
Carta di Laura Canali - 2025
Grazie a operazioni di questo genere la Cina potrebbe presentarsi al mondo come potenza capace di esportare tecnologia – mica giocattoli – pure ai gloriosi Stati Uniti d’America, continuando così a creare dipendenze e divisioni nel nemico mentre persegue un sempre crescente grado di autonomia tecnologica. Del resto, mentre lottava per rimanere in America, ByteDance obbediva agli ordini del Pcc, che gli ordinava di utilizzare chip di Huawei e non di Nvidia per allenare i suoi algoritmi 39. Peraltro, cedere sulla proprietà delle aziende tecnologiche potrebbe permettere alla Repubblica Popolare di aprirsi margini di trattativa in altri settori commerciali, come già avvenuto per quanto riguarda i dazi (ridotti dal 57% al 47%), le importazioni di semi di soia statunitensi (25 milioni di tonnellate in tre anni), l’acquisto di tecnologie duali e la riduzione delle tasse portuali che Washington aveva applicato alle navi cinesi 40.
Il punto è che Pechino, in vista di questi vantaggi, può serenamente rinunciare alla maggioranza delle quote di TikTok. Ciò che interessa alla Repubblica Popolare è infatti che il suo algoritmo continui a dividere e a far soffrire gli americani. E questo, nonostante i proclami, non possono impedirlo né Oracle né le leggi. Insorgeranno gli ingegneri dinnanzi a cotanta filosofica brutalità, ma la verità è che se soffri e odi – e negli Usa si soffre e si odia – un algoritmo di machine learning, capace esclusivamente di riprodurre l’identico, imparerà solo a farti soffrire e odiare. Puoi riallenarlo su tutti i dati americani che vuoi, ma se la realtà è terribile il risultato sarà sempre lo stesso: disperazione, divisione e deculturazione. L’algoritmo di TikTok non è imbattibile per chissà quale stregoneria tecnologica pechinese. Tutto il contrario. Esso è imbattibile perché si nutre di americanissimo odio e occidentalissima disperazione. E li riproduce alla massima potenza.
6. In questo contesto, buttare TikTok nel calderone della Grande Componenda è probabilmente il massimo che Washington poteva fare. Per guadagnare tempo sperando che Ellison e i mistici della PayPal Mafia riescano a trovare un antidoto al fentanyl digitale, magari strappando concessioni in altri ambiti e rimandando uno scontro frontale che non vuole nessuno. E tuttavia, la Chinese app ha plasticamente mostrato come il vero nemico dell’America sia l’America. E dunque, oltre ai negoziati infiniti con Pechino, Washington dovrebbe avere il coraggio e l’umiltà di processare sé stessa. Smettendo di incolpare del suo male gli algoritmi e rendendosi conto che l’arte degli affari non è sufficiente per mantenere la primazia o per trovare un modus vivendi con Pechino.
L’America ha fatto il processo a TikTok, ma anche TikTok ha fatto il processo all’America. Chiamato a testimoniare, il suo algoritmo ha restituito un’immagine precisissima della (non) società statunitense. Washington è dunque davanti a una scelta. Può ascoltare la diagnosi del nemico o fare finta di nulla, proseguendo in una spirale di autodistruzione sociale, culturale e quindi strategica che pare non avere fine.
Fare previsioni è ovviamente impossibile. E tuttavia, dato che siamo in tema, vogliamo concludere con le parole di un giudice. Il nostro uomo si chiama John G. Roberts, nato a Buffalo il 27 gennaio 1955. Un paio di settimane prima del suo settantesimo compleanno, il 10 gennaio 2025, era in udienza. Perché è il presidente della Corte suprema americana. Deve decidere, insieme ai suoi colleghi, se il Pafacaa è in contrasto col primo emendamento. L’argomentazione dei sostenitori del provvedimento è che TikTok sviluppi pratiche di manipolazione segrete, le quali evidentemente non sono protette dal primo emendamento.
Immaginate quest’uomo. Ha 70 anni, di sicuro non ha mai aperto TikTok. Deve capire cosa sta succedendo. Dunque fa tantissime domande. Chiede in cosa consista questa manipolazione segreta. Qualcuno dice che ha a che fare con la regolarità delle elezioni. Qualcuno parla del furto dei dati. Eppoi, finalmente, viene tirato fuori l’argomento decisivo: TikTok è uno strumento del Pcc pensato per dividere gli americani. Roberts, settantenne, mai stato su TikTok, fa un respiro sommesso e, con l’espressione triste di chi ha capito che è troppo tardi, chiosa: «Beh, allora direi che stavano comunque vincendo» 41. La Corte respinge le accuse d’incostituzionalità presentate da ByteDance. Ma le parole del presidente valgono più di ogni sentenza. Se avesse potuto fare il processo all’America invece che a TikTok, l’avrebbe senz’altro condannata.
Note:
1. Cfr. G. De Ruvo, «Geopolitica della bassezza: TikTok e la post-storicizzazione dei giovani americani», Limes, 10/2021, «La riscoperta del futuro», pp. 139-144; Id., Da Hegel a TikTok. Metafisica e geopolitica del capitalismo digitale, Monza 2022, Ebs; Id., «TikTok vs Silicon Valley», Limes, 4/2023, «Il bluff globale», pp. 69-80.
2. Così Gina Raimondo.
3. G. Cuscito, «Labubu e il soft power della Cina», limesonline.com, 2/7/2025.
4. Domanda surreale con cui influencer e creator vari chiedono alla gente con quante persone sono andate a letto. Curiosamente, la stessa espressione viene utilizzata per indicare la conta dei morti a seguito di eventi cataclismatici o guerre. Signum temporum.
5. «How TikTok keeps its users scrolling for hours a day», The Washington Post, 7/10/2025.
6. Questa la tesi fondamentale di Wang Huning, elaborata già nel 1991 a seguito di un viaggio negli Usa nel celeberrimo America against America. Per un’applicazione di questa teoria alle questioni tecnologiche, cfr. A. Aresu, La Cina ha vinto, Milano 2025, Feltrinelli.
7. R.A. Ventura, Teoria della classe disagiata, Roma 2017, minimum fax.
8. V. Marino, “Sei vecchio”. I mondi digitali della generazione Z, Roma 2023, nottetempo.
9. R. A. Ventura, La conquista dell’infelicità, Torino 2025, Einaudi, p. 127.
10. Ivi, p. 11.
11. Ivi, p. 211.
12. Ivi, p. 12.
13. Il copyright è della cantante Ariana Grande e dell’attrice Cynthia Erivo, che hanno definito in questi termini la loro storia d’amore. La traduzione letterale dei significanti è «relazione non curiosa e semibinaria». Il significato tuttavia ci sfugge.
14. F. Kafka, Il processo, Milano 1973, Adelphi, pp. 172-175.
15. Con questa espressione – abbreviazione di «delusional» – si intendono quelle persone che si illudono costantemente, creando scenari di vita fantasiosi, utopistici ma comunque irrealizzabili, per la cui mancata realizzazione staranno male. Si veda comunque Y. Addae, «Who Are You Calling ‘Delulu’?», The New York Times, 23/11/2023.
16. F. Kafka, «La questione delle leggi», in Id., I racconti, Torino 2025, Einaudi, p. 514.
17. Per una ricostruzione dal 2019 al 2022, cfr. G. De Ruvo, Da Hegel a TikTok, cit. Dal 2022 al 2025 si veda invece A. Aresu, «La storia infinita di TikTok», substack, 18/5/2025.
18. F. Kafka, «Nella colonia penale», in Id., I racconti, cit., p. 180.
19. Su questa vicenda giudiziaria, G. De Ruvo, «Raccolta dati, intelligenza artificiale e sicurezza nazionale: l’uso geopolitico degli strumenti giuridici americani come freno alla data governance globale. Il caso TikTok come paradigma», Rivista italiana di informatica e di diritto, 1/2022.
20. G. Cain, «How China Got Our Kids Hooked on ‘Digital Fentanyl’», The Free Press, 16/11/2022.
21. Cit in Z. Rogers, «“Digital fentanyl”: Bipartisan legislation would ban TikTok in America», Komo News, 13/12/2022.
22. Cit. in S. Biddle, «Tech Official Pushing TikTok Ban Could Reap Windfall From U.S-China Cold War», The Intercept, 21/3/2024.
23. «How young voters helped to put Trump in the White House», The Economist, 27/5/2025.
24. Così Musk su X il 19/1/2025.
25. M. Perault, S. Sacks, «Project Texas: The Details of TikTok’s Plan to Remain Operational in the United States», Lawfare, 26/1/2023.
26. «US TikTok ban could hit Oracle’s revenue and profit, cloud provider warns», South China Morning Post, 25/6/2024.
27. F. Kafka, Il processo, cit., pp. 131-132.
28. Ivi, p. 141.
29. G. De Ruvo, «Stargate e l’autoscontro delle stelle rosse», Limes, 1/2025, «L’ordine del caos», pp. 39-52.
30. Sulla sua figura, Id., «Il grande piano dei tecnovassalli, ultimi mistici dell’Occidente», Limes, 4/2025, «Assalto all’Oceano Cosmo», pp. 85-101.
31. Su questo, A. Aresu, «La storia infinita di TikTok», cit.
32. K. Wu, J. Zhu, «ByteDance prefers TikTok shutdown in US if legal options fail, sources say», Reuters, 26/4/2024.
33. «Beijing says TikTok’s US app will use Chinese algorithm», Financial Times, 16/9/2025.
34. K. Klonick, A.Z. Rozenshtein, «A TikTok “Deal”?», Lawfare, 26/9/2025.
35. F. Kafka, Il processo, cit. pp. 160-161.
36. K. Brasher, «China’s Pause on Rare Earth Controls: What to Know», The New York Times, 30/10/2025.
37. Questa l’intuizione, senz’altro da monitorare, di Kevin Xu, «The TikTok Template», Interconnected Blog, 17/9/2025.
38. «Xi says China's development goes hand in hand with Trump's vision to “Make America Great Again”», Xinhua, 30/10/2025.
39. «Chinese regulators block ByteDance from using Nvidia chips», Reuters, 26/11/2025
40. G. Cuscito, «Il primo round l’ha vinto Xi», limesonline.com, 31/10/2025.
41. «TikTok, Inc. v. Garland, Att'y Gen.», Supreme Court of the United States, 10/1/2025.
IL PROCESSO TIKTOK

Vuoi perdere il processo? Sai che cosa vuol dire?
Vuol dire semplicemente che sarai cancellato!
F. Kafka, Il Processo
1. Gli Stati Uniti d’America si sono accorti troppo tardi di cosa fosse TikTok. Convinti ingenuamente che la minaccia portata dall’applicazione cinese riguardasse il controllo dei dati degli utenti, gli americani hanno passato anni a guardare il dito e non la Luna. Perché ciò che rende TikTok una minaccia per la sicurezza nazionale statunitense è la sua capacità di agire sulle faglie che dividono l’America, promuovendo – grazie al suo algoritmo, migliore di quello delle piattaforme a stelle e strisce – contenuti divisivi o comunque capaci di approfondire l’autunno dell’American way of life sotto il profilo culturale, antropologico e politico. Obiettivo: trascinare i giovani americani fuori dalla storia e dalla realtà, mettendo al contempo in dubbio la leadership americana nelle nuove tecnologie digitali e in particolare nel mondo dei social 1 – fino a ieri terra vergine del soft power statunitense.
Dati questi obiettivi, nulla si può dire se non che la Cina abbia vinto. Sotto un triplice punto di vista.
Primo. Pare strano, perché in fin dei conti è un’applicazione di video brevi e spesso idioti, ma TikTok ha reso gli Stati Uniti, e soprattutto i giovani americani, letteralmente dipendenti da un’applicazione cinese. Risultato: in tempi di grandi trattative, chissà se culminanti in Grande Componenda, Pechino ha una carta in più da giocare. Se le negoziazioni sino-americane fossero natalizia partita di sette e mezzo, TikTok sarebbe la Matta, ovvero il dieci di denari. Può assumere qualsiasi valore tranne che zero, perché non può essere eliminato. Fuor di metafora: coi suoi 170 milioni di utenti, TikTok non può essere bannato. Farlo significherebbe «perdere i voti di praticamente tutti gli under-35» 2. La democrazia americana, o quel che ne resta, è l’assicurazione sulla vita di un’applicazione sviluppata dalla Cina comunista. Capolavoro di guerra tecnologica asimmetrica. Basato su profonda conoscenza dell’avversario. Proprio ciò che l’America non sa più fare.
Secondo, e conseguente. Grazie a TikTok e ad altre innovazioni, tecnologiche ma non solo, la Cina si sta definitivamente scrollando di dosso l’odioso epiteto di «fabbrica del mondo». Pechino si è oramai affermata potenza innovatrice, capace non solo di copiare e di produrre in scala ma anche di battere – o eguagliare – l’America nel gioco dell’invenzione. Fattore cruciale nella creazione del marchio cinese è infatti la capacità di passare dal made in China al created in China 3. In questo calderone c’è di tutto. Da Byd a DeepSeek passando per le bambole Labubu e i robot per fare la guerra. Sotto questo aspetto, TikTok è stata non solo un’apripista, ma pure il prodotto di maggior successo. Perché in Occidente è ancora possibile vivere senza macchine elettriche o acquistare una Tesla, usare ChatGpt al posto del suo equivalente cinese o comprarsi una Barbie senza rimanere fuori dal mondo. Ma provate a chiedere a un ragazzino di 16 anni se preferirebbe cancellarsi da Instagram o da TikTok. La risposta, che immaginiamo, la dice lunga sul salto di qualità compiuto dalla Repubblica Popolare negli ultimi anni.

Terzo, e decisivo. Pechino si è dotata di un potentissimo strumento d’influenza, reso ancora più efficace dal non configurarsi come esplicito mezzo di propaganda del Partito comunista cinese (Pcc). Tutto il contrario. Su TikTok di cinese non si trova un bel nulla. Quel che si può trovare è americanissima solitudine, declinabile a seconda del palato nell’egoismo dello sviluppo personale (fiat ego et pereat mundus), nell’edonismo mercificante della vita urbana («what’s your body count?» 4) o nella disperazione del binge-scrolling – cattivo infinito in virtù del quale si passano ore, rigorosamente soli, alla ricerca del video perfetto 5. Ai più intellettuali vengono proposte ricette o BookTok – ovvero libri scadenti, spesso sessualmente espliciti, di cui gli adolescenti vanno pazzi. Per gli amanti della politica, ci sono i contenuti di Charlie Kirk o degli influencer wokisti – a seconda di quel che l’algoritmo decide io debba pensare. Tramite TikTok, insomma, Pechino non ha mai pensato di fare propaganda. Semplicemente, seguendo una diagnosi antica, ritiene che stressare l’attuale tendenza della (non) cultura statunitense possa accelerare il crollo degli Usa, o quantomeno favorirne un sostanziale indebolimento. Vincere senza combattere per autoconsunzione del nemico. Fentanyl digitale. America contro America 6.
Con colpevole ritardo e dopo infinite giravolte, gli Stati Uniti si sono finalmente resi conto che i problemi erano – e sono – questi. Altro che furto di dati – di cui peraltro le aziende tecnologiche americane sono campionesse mondiali. TikTok è pericolosa in quanto catalizzatrice della crisi culturale e sociale americana. E tuttavia di essa non ci si può più liberare. Non solo a causa delle succitate ragioni politiche, ma anche in virtù di una perversione, soprattutto giovanile ma in fase di generalizzazione, del sogno americano. Che Pechino, anche attraverso l’applicazione in questione, è riuscita a cavalcare, legittimare e dunque perpetrare. Perché sa quanto essa possa essere potenzialmente distruttiva.
2. Presupposto. Buona parte dei 170 milioni di utenti americani di TikTok sono figli della deindustrializzazione e dell’economia della conoscenza. La cosiddetta generazione Z, per non parlare dei ragazzi nati dopo il Duemila, è stata allevata a latte e «tu non dovrai mai lavorare». Ovvero col sogno di poter essere ciò che si vuole, monetizzando grazie alla propria persona e non col sudore della fronte. Svolta autistica, postmoderna e parossistica dell’American Dream, in virtù della quale il riconoscimento non sgorga dall’effettivo successo economico ma da quello digitale, in un contesto in cui la possibilità di riuscita materiale è peraltro sempre meno a portata di mano.

Neoliberismo pienamente realizzato, che Raffaele Alberto Ventura ha acutamente raccolto sotto la nozione di «economia vocazionale». Il cui soggetto storico – novello proletariato – è la «classe disagiata» 7. Ovvero giovani ragazzi che, impossibilitati a realizzarsi lavorativamente per ragioni strutturali, vedono nelle forme digitali di riconoscimento e di autorealizzazione l’unica strada per dare un senso alla loro vita. Per realizzare la loro vocazione. Altro che weberiano Beruf. I figli dell’Occidente vorrebbero campare semplicemente essendo loro stessi, accrescendo continuamente il proprio status e arrivando, prima o poi, a essere qualcuno. TikTok si è inserito proprio in questa congiuntura. La capacità del suo algoritmo di rendere virali video prodotti da utenti con pochi followers ha portato molti a credere che, in fin dei conti, farcela era possibile, nonostante tutto. Chi la pensa diversamente è vecchio, un boomer che non sa come va il mondo della Rete 8.
Peccato che, almeno in questo caso, i vecchi abbiano ragione. Solo una minuscola percentuale degli utenti di TikTok riesce a monetizzare con la propria immagine. Gli altri non fanno altro che riempire la piattaforma cinese di dati, aumentando il traffico e contribuendo a migliorarne l’algoritmo, peraltro fruendo di contenuti tutto tranne che edificanti. I soggetti dell’economia vocazionale, i disagiati, vorrebbero essere attori protagonisti ma sono tutti inevitabilmente spettatori: «Siamo tutti artisti, content-creator, piccoli imprenditori, ma dobbiamo pagare per esserlo. Una galassia di aspiranti-qualche-cosa che non arrivano a fine mese ma intanto fanno prosperare l’economia delle piattaforme, i giostrai di questo circo infernale» 9.
Il punto essenziale è che dalla giostra di TikTok non è più possibile scendere, sebbene oramai tutti vivano sulla propria pelle la contraddizione tra «la promessa di autorealizzazione e un’organizzazione della vita che annienta ogni margine di autonomia e di creatività» 10. Il risultato di questo processo, tra false promesse e infondate aspirazioni, sarà un’epidemia di delusione. Che magari non genererà rivoluzionari – per quelli ci vuole la rabbia – ma, per l’appunto, una classe sempre più disagiata e deculturata, che continuerà nonostante tutto a spingere il masso su per la montagna disinteressandosi del mondo circostante. Bisogna immaginarsi i tiktoker felici, per parafrasare il Camus de Il mito di Sisifo. E tuttavia, conclude Ventura, «alla fine, l’acido della delusione sarà riuscito a dissolvere definitivamente tutto ciò che teneva assieme la democrazia liberale. Da adesso in poi inizia una storia diversa. Ma nessuno sa qual è» 11. Aggiungiamo noi: al Partito comunista cinese va benissimo così.
Parrebbe insomma scacco matto. TikTok, da Trump definita nel 2020 Chinese app in assonanza col Chinese virus, divide gli americani, favorisce contenuti polarizzanti e li trascina in un edonismo in cui contano solo like, visualizzazioni e l’adattamento a modelli eteronomi. I giovani americani, brat, demure, performative males o tradwife che siano, vivono – anche grazie a TikTok – in un mondo di paillettes mentre fuori c’è la morte. L’economia vocazionale, che nel pratico si traduce nell’inseguire una felicità «sempre rimandata» 12, impedisce di guardare in faccia la realtà e di farvi i conti. Segno di questa condizione è un meme, viralissimo in Rete, in cui un cagnolino sorseggia una bevanda calda mentre la stanza va a fuoco, ripetendo(si) che tutto va bene (figura). Vorremmo essere una mosca con libero accesso alle stanze dei bottoni del Partito comunista cinese. Solo per vedere l’effetto che fa.

In questo delirio, che segue un chiaro disegno strategico, è evidentemente poco importante se si finisce nella bolla woke in cui, in circa 60 secondi di video, qualcuno ci spiega che è perfettamente normale vivere una «non demi curious semi binary relationship» 13, in quella conservatrice in cui Charlie Kirk sostiene che abortire a seguito di uno stupro è un crimine contro Dio o in quella che manda virale il video di Osama bin Laden che denuncia i crimini dell’America. Ciò che conta, dal punto di vista cinese, è che il processo di divisione, quello di crescita del disagio e quello di distacco dalla realtà proseguano il più a lungo possibile. In una spirale di deculturazione che nessun executive order potrà mai arrestare.
Il punto, infatti, è che il processo a TikTok, come quello a Joseph K. raccontato da Kafka, è già deciso. Con l’enorme differenza che, se ne Il Processo a essere esclusa era l’assoluzione totale 14, nell’affaire TikTok a essere impossibile è la condanna definitiva. È vero, tramite l’applicazione cinese vengono promossi fini e modelli divisivi, incompatibili con il ruolo che gli Usa vorrebbero (dovrebbero?) ricoprire. Epperò essa non può essere chiusa senza innescare scenari peggiori. Perché in questa valle di lacrime quelli dell’economia vocazionale sono gli unici scopi che oggi un giovane americano, crème della classe disagiata, può permettersi di porsi. Il sogno americano si è rotto, praticamente sotto ogni punto di vista. Sette americani su dieci non ci credono più. Ma in questo mondo in qualcosa bisognerà pur credere. E non è detto che l’America possa sopravvivere pure alla fine delle illusioni. Dunque la Chinese app, per adesso, non può morire. In nome della classe disagiata, di tutte le ragazze delulu 15 e, soprattutto, della Grande Componenda.
L’affaire TikTok è infatti un assaggio del mondo che verrà. Kafka insegnava a non guardare nella Porta della Legge. Ma noi, se non altro per dovere di cronaca, ci scopriamo in disaccordo. Vaccinati dalle illusioni, sappiamo che «tutto questo è incerto al massimo grado e magari è solo un trastullo della ragione, perché queste leggi che cerchiamo d’indovinare non esistono affatto» 16. E tuttavia, pensiamo che sia arrivato il momento di riaprire i faldoni del processo di TikTok. Non per interrogarci sull’enigma della Giustizia, ma per cercare di scrutare il mondo di domani. Consapevoli che, se sarà pace, sarà talmente sporca da non mettere a proprio agio nessuna grande potenza. TikTok è teoria e prassi della pace disagiata e disagiante. Purtroppo l’unica possibile.
3. Dopo cinque anni passati a tentare di bloccare TikTok 17, l’America ha cambiato strategia. L’obiettivo dell’amministrazione Trump è infatti quello di forzare la vendita dell’applicazione a un consorzio di imprenditori americani, lasciando a ByteDance – l’azienda cinese che l’ha sviluppata – una quota di proprietà inferiore al 20%. La scelta, per come è maturata, è tuttavia quantomeno curiosa. Buona parte dell’amministrazione Trump, infatti, è formata da persone che – nel corso dell’infinito processo a TikTok – hanno sempre ragionato, per dirla ancora con Kafka, in base al principio della «colpa sempre certa» 18.
Lo stesso presidente era di questa idea, al punto che tra 2019 e 2020 – nella fretta di bannare l’applicazione – decise di accelerare il processo utilizzando un particolare strumento giuridico, ovvero lo Ieepa (International Emergency Economic Power Act), per metterla fuori gioco nel minor tempo possibile, senza aspettare la fine dell’indagine del Cfius (Committee on Foreign Investment in the United States). La conseguenza è stato il ricorso in appello di TikTok – che non sarebbe stato possibile in caso di conclusione dell’indagine del Cfius – che è stato accolto dai giudici, i quali hanno addirittura definito la proposta di bando «arbitraria e capricciosa» 19.
Nella stessa direzione sono tradizionalmente andati anche i membri dell’apparato economico-securitario americano, i quali hanno da sempre invocato la chiusura dell’applicazione cinese. Prima in nome della sicurezza dei dati degli americani, poi – quando le criticità sono diventate più chiare – in nome della capacità di TikTok di agire sulle contraddizioni degli Usa.

Sotto questo aspetto, la figura centrale e più rappresentativa è Mike Gallagher. Già capo del Comitato sul Partito comunista cinese del Congresso, Gallagher è oggi uomo chiave di Palantir, il contractor della Difesa fondato da Peter Thiel. È stato lui, nel 2023, il primo a bollare TikTok «fentanyl digitale», sostenendo che l’applicazione fosse figlia legittima di un preciso e più ampio progetto cinese. Il cui obiettivo era trasformare i giovani americani in zombie 20. Ai suoi sforzi, peraltro appoggiati anche dai democratici, si deve la legge contro TikTok del 2024, che mirava alla chiusura dell’applicazione. Anche quel processo è naufragato, ma ha mostrato l’enorme consenso attorno a questa soluzione, ben riassunto da un altro falco anti-TikTok, Marco Rubio: «Dal direttore dell’Fbi ai commissari della Fcc fino agli esperti di cibersicurezza, tutti hanno chiaro il rischio posto da TikTok. Non si tratta di video creativi – si tratta di un’app che raccoglie ogni giorno dati su decine di milioni di bambini e adulti americani. E sappiamo che viene usata per manipolare i feed e influenzare le elezioni. Sappiamo che risponde alla Repubblica Popolare Cinese. Non c’è più tempo da perdere in trattative inutili con una società marionetta del Pcc. È ora di vietare per sempre TikTok, che è controllato da Pechino» 21.
Questa posizione massimalista, peraltro, ha passato anche le forche caudine della selezione della nuova amministrazione. Infatti, sebbene Gallagher sia andato a lavorare a tempo pieno per Palantir, un altro uomo dell’azienda di Thiel – Jacob Helberg – è stato nominato responsabile della Sicurezza economica al dipartimento di Stato. In quello che è stato sostanzialmente un passaggio di consegne con Gallagher, Helberg ha definito l’applicazione cinese «una piaga che attacca i nostri bambini e il nostro tessuto sociale, una minaccia per la nostra sicurezza nazionale e probabilmente la più vasta operazione di intelligence che una potenza straniera abbia mai condotto contro gli Stati Uniti» 22.
Ora, come è possibile che – sulla base di queste premesse – gli Stati Uniti d’America stiano prendendo una strada radicalmente diversa, centrata sull’acquisizione di TikTok e non sulla sua chiusura? Ovviamente, si potrebbe ritenere che mettere TikTok nelle mani della PayPal Mafia possa portare a una riscrittura dell’algoritmo, e dunque alla soluzione di tutti i problemi. Il punto è che, per motivi tecnici ma non solo, ciò non avverrà. Come si vedrà, il consorzio di imprenditori statunitensi si limiterà infatti a «monitorare» l’algoritmo e a riallenarlo sulla base di dati americani. Ma la formula magica di TikTok rimarrà nelle sapienti mani cinesi, che hanno chiaramente specificato di non essere disposte a cedere l’algoritmo. E dunque la domanda torna in maniera ancora più radicale: perché acquisire l’applicazione lasciando operare l’algoritmo cinese e non chiuderla? Segue triplice risposta.
In primo luogo, non si può sottovalutare l’impatto che TikTok ha avuto sulla rielezione di Donald Trump. Grazie ai suggerimenti del rampollo Barron, che l’ha convinto ad andare nei podcast, e della nipotina Kai, golfista e tiktoker, il tycoon è riuscito ad aumentare esponenzialmente il suo gradimento tra i più giovani, scardinando così la narrazione secondo cui il voto a Trump fosse necessariamente un voto «da vecchi» 23. Non è dunque casuale che il presidente, appena insediatosi, abbia rimandato la chiusura dell’app, che si è fermata solo per qualche ora tra 19 e 20 gennaio, per poi riattivarsi con tanto di ringraziamenti al tycoon.
In secondo luogo, bisogna sottolineare come non tutti i tecnovassalli di Trump fossero favorevoli al blocco dell’app. Per motivi diversi. Musk, per esempio, è stato per un periodo seriamente candidato all’acquisto di TikTok. A cui aveva anche fatto, pubblicamente, un’apertura di trattative, seppur non esplicita: «Sono stato a lungo contrario al ban di TikTok, perché va contro la libertà di espressione.
Detto ciò, l’attuale situazione in cui a TikTok è permesso operare in America, mentre a X non è permesso operare in Cina, è sbilanciata. Qualcosa deve cambiare» 24. Tradotto: il capo di SpaceX si sarebbe fatto garante dell’app in cambio di un’apertura da parte del Pcc all’uso di X in Cina. La sua candidatura è stata poi avanzata a mezzo stampa da non meglio specificati funzionari cinesi, che hanno fatto il nome di Musk al Financial Times prima e a Bloomberg poi. Trump, tuttavia, non è mai stato d’accordo con questa soluzione. Musk avrebbe avuto troppo potere, dunque – in quella che all’epoca pareva una boutade – il presidente ha ridimensionato le pretese del patron di Tesla dichiarando che gli sarebbe piaciuto molto se TikTok fosse stata acquistata da un altro tecnovassallo: Larry Ellison, ottantunenne capo di Oracle, dal tycoon armato «ceo of everything».

Non era una boutade. Trump già nel 2019 aveva cercato di convincere il suo vecchio amico Larry a comprarsi TikTok, magari in consorzio con Walmart. Soprattutto, a partire dalle prime schermaglie legali relative alla sicurezza dei dati, Oracle si è messa disposizione per offrire all’applicazione cinese la sua piattaforma cloud. Ed è riuscita nel suo intento. Nel darsi una ripulita, TikTok ha infatti investito circa un miliardo e mezzo di dollari nel cosiddetto Progetto Texas, che si proponeva di assicurare che i dati americani rimanessero in America, utilizzando il cloud di Oracle 25. A oggi, l’azienda di Ellison incassa circa 800 milioni di dollari all’anno da TikTok proprio per questo servizio, a fronte di un fatturato annuo totale che si aggira tra i 6 e i 7 miliardi di dollari. Ellison è dunque tutto tranne che favorevole al bando. E la cupola di Oracle non perde mai occasione di ribadire quanto i rapporti con l’azienda cinese siano buoni e cordiali 26.
Infine, ed è la questione cruciale, l’amministrazione Trump intende calare il processo a TikTok nel contesto di un più ampio accordo con la Cina, che prenda in considerazione anche fattori commerciali, tecnologici, industriali e ovviamente geopolitici. Assecondare i bollenti spiriti di Gallagher, Rubio o Helberg avrebbe significato, dal punto di vista del tycoon, rinunciare a una «carta» nella partita a poker che gli Usa stanno giocando con Pechino, peraltro sancendo tramite il bando che la Cina è dotata di capacità tecnologiche che possono mettere in difficoltà gli americani. A cui gli Usa non sanno rispondere se non tramite l’eliminazione della minaccia, con tutto ciò che ne consegue in termini di tenuta sociale e credibilità internazionale.
L’America si trova dunque dinnanzi a una situazione particolarmente complessa: tutti, tranne forse Larry Ellison, pensano che l’app andrebbe bandita, ma farlo significherebbe privarsi di una leva nei negoziati con Pechino e ufficializzare di non essere stati in grado di contrastarla. Occorre dunque tentare una soluzione diversa, che possa permettere a Washington di dichiarare vittoria senza tuttavia far finire la partita. Facendo felici sia i falchi sia le colombe sia Pechino.

Con buona pace dei giuristi, torniamo ancora a Kafka. Perché quando qualcuno vuole eternare una situazione fingendo di averla risolta non c’è niente di meglio che affidarsi alla legge. Talmente vaga e ambigua da generare una congiuntura in cui «un vero valore hanno solo le oneste relazioni personali. (…) Così soltanto si può influire sull’andamento del processo» 27. Arte degli affari in purezza, con caratteristiche kafkiane. Del resto, Joseph K. era un banchiere, e «il processo era soltanto un grosso affare!» 28.
4. La legge che nessuno rispetterà ha un nome pomposo: Protecting Americans from Foreign Adversary Controlled Applications Act (Pafacaa). Essa, pur essendo stata pensata ad hoc per TikTok, impedisce a qualsiasi «avversario – persona o entità – cinese, russo, iraniano o nordcoreano» di detenere più del 20% delle quote di proprietà di un’applicazione che gli Usa ritengono critica per la loro sicurezza nazionale. Non solo. Oltre a vendere le quote in eccesso, i proprietari di queste app devono anche rinunciare a ogni «relazione operativa» con la piattaforma in questione, specie per quanto riguarda «le operazioni di un algoritmo di raccomandazione». Chi non dovesse adattarsi a questa normativa, ovvero chi dovesse rifiutarsi di cedere agli Usa il controllo operativo, andrebbe incontro al bando.
Apparentemente, dunque, la legge è molto dura. Essa obbliga le piattaforme straniere a rinunciare a ogni responsabilità operativa, anche in termini di proprietà, o a chiudere bottega. E tuttavia le cose, come sempre, sono decisamente più fluide. Perché per gli amici o i compagni di Componenda le leggi s’interpretano e non si applicano. Infatti, pur proponendo pene draconiane, il Pafacaa inaugura una duplice zona grigia, pensata proprio per lasciare a Washington e Pechino un enorme margine di manovra.
Intanto, la legge non regola in alcun modo la procedura di selezione degli attori che sarebbero interessati ad acquisire le quote dell’applicazione. La scelta è sotto ogni aspetto politica e totalmente slegata dalle dinamiche di mercato. Ciò, nel caso TikTok, è di fondamentale importanza, perché permette a Trump di mantenere un equilibrio fra i suoi tecnovassalli e di evitare che la piattaforma venga acquisita da soggetti con legami troppo stretti con Pechino. Tradotto: TikTok non deve finire nelle mani di Elon Musk.
Sotto questo aspetto, il consorzio guidato da Larry Ellison e Marc Andreessen – peraltro con il supporto finanziario del fondo emiratino MgX, membro pure del progetto Stargate sull’intelligenza artificiale 29 – è apparso come la scelta più naturale. Oracle già lavora con TikTok, mentre la semplice presenza di Andreessen, ideologo accelerazionista dei tecnovassalli e falco anticinese 30, permette al tycoon di ricoprire l’affare con una patina nazionalista. Anche perché se il 20% di TikTok rimarrà in mano pechinese, il nuovo consorzio statunitense acquisirà solo il 35%. Non per amor di democrazia, ma semplicemente perché il restante 45% dell’app era già di proprietà di diversi fondi di venture capital americani, tra cui Sequoia e addirittura SoftBank – il fondo di Masayoshi Son incaricato anche di raccogliere i 500 miliardi necessari per il progetto Stargate. Soprattutto, tra gli azionisti non solo di TikTok ma pure di ByteDance spicca il fondo della Pennsylvania Susquehanna, che avrebbe addirittura il 15% della società. Uno dei due cofondatori, Arthur Dantchik, siede nel consiglio d’amministrazione di ByteDance, mentre l’altro, Jeffrey Yass, è uno dei top doner del Partito repubblicano e, ironicamente ma non troppo, anche della piattaforma social di Donald Trump, ovvero Truth 31.

Insomma, a livello finanziario, TikTok era già un po’ americano. Il Pafacaa istituzionalizza e approfondisce questa dimensione, permettendo al contempo a Larry Ellison di intensificare la sua scalata all’ecosistema mediatico americano, dato che il ceo of everything ha appena aiutato il figlio ad acquisire la piattaforma di streaming Paramount e sta ingaggiando una dura battaglia con Netflix per acquistare Warner Bros, ovviamente col placet del suo vecchio amico Donald.
E tuttavia, la vaghezza del Pafacaa permette a Trump non solo di utilizzare la cessione di TikTok per gestire le relazioni tra i suoi tecnovassalli. Questo è un elemento senz’altro importante, ma decisamente secondario rispetto all’obiettivo principale, che è quello di integrare il processo infinito a TikTok nelle più ampie trattative sino-americane. In breve: la legge, che pure deve esistere, immediatamente sancisce la sua inutilità attribuendo al presidente il privilegio di registrare la conformità a norma del deal tra ByteDance e i compratori americani, senza ulteriori scrutini. Prima di pronunciarsi, il tycoon non dovrà dunque passare dai tribunali. Gli basterà confrontarsi esclusivamente con le tre parti in causa: sé stesso, gli imprenditori da lui scelti e TikTok, ovvero il Partito comunista cinese per interposta persona. Pronunciato il fiat, il deal sarà realtà. Et pereat lex.
Sulla Terra, ciò significa che – allo stato dell’arte – ByteDance non rinuncerà in alcun modo a svolgere un «ruolo operativo». L’algoritmo di TikTok non sarà ceduto agli Usa, e del resto questo non era scritto da nessuna parte. Ciò che Oracle farà sarà ricevere da Pechino una sorta di locazione del software, che potrà essere riallenato su dati «sicuri» ma non riscritto da zero. Non a caso, quando la stampa americana ha iniziato a descrivere l’accordo tra Ellison, Trump e TikTok in termini di cessione dell’algoritmo, dalla Cina è arrivata una moltitudine di precisazioni, riassumibili in questi termini: Pechino concederà a Washington al massimo una licenza d’uso, ma non cederà mai l’algoritmo alle aziende americane. «Piuttosto chiudiamo» 32. Bessent, segretario al Tesoro, ha di fatto confermato questa versione, affermando che l’app sarà certamente controllata da investitori americani ma manterrà alcune «caratteristiche cinesi». I falchi mormorano, segnalando come questo sia «il supremo affare in cui Trump se l’è fatta sotto (“Taco trade”, Trump always chickens out). Dopo tutti questi casini, la Cina si tiene l’algoritmo» 33.
È legale tutto questo? In punto di diritto la risposta è semplicemente negativa 34. E tuttavia, sarebbe erroneo giudicare questo processo con gli occhi del giurista. L’affaire TikTok non ha nulla a che vedere con la Giustizia. La quale, se esiste, assomiglia all’icona che il pittore Titorelli mostra nel suo studio a Joseph K. Creatura bendata, dunque cieca, e con le ali ai piedi, quindi sempre pronta a scappare via 35. Cose dell’altro mondo. Il punto è che se anche riuscissimo, per miracolo divino, a bussare – toc-toc – alla Porta della Legge di TikTok, non scopriremmo altro che la sua infondatezza. Meglio: il suo essere puro strumento, utilizzabile come fioretto o come spada. A seconda di come andranno le grandi trattative tra Washington e Pechino.
5. Se guardiamo il Pafacaa sotto specie geopolitica e non con gli occhi ingenui di chi ritiene che il mondo sia retto da impersonale nomos basileus, è impossibile non notare come le zone grigie che esso istituisce siano geopoliticamente coloratissime. Il fatto stesso che l’aderenza del deal alla legge sia vidimato dal presidente offre un tasso d’arbitrarietà fondamentale. Infatti, se i rapporti tra Washington e Pechino dovessero irrigidirsi, l’ambiguità del Pafacaa permetterebbe comunque agli Usa di intervenire. Perché in fin dei conti la legge esiste. E ByteDance, per quanto d’accordo con Washington, la sta infrangendo, dato che continuerà ad avere responsabilità operative legate al funzionamento dell’algoritmo. Insomma, è perfettamente possibile che, in caso di stallo su qualche altro dossier, il processo a TikTok venga riesumato. Verranno avanzate nuove minacce di chiusura dell’applicazione, i falchi torneranno a far sentire la loro voce, si ricomincerà a parlare di fentanyl digitale. Qualcuno chiederà a Larry Ellison o a qualche altro tecnovassallo di riscrivere l’algoritmo di TikTok, mettendoli in sommo imbarazzo perché, se avessero saputo farlo, l’avrebbero certamente già fatto.
E tuttavia, finché le grandi trattative sino-americane andranno bene Washington potrà far finta di non guardare la legge, magari ottenendo dalla Cina – come del resto sta avvenendo – concessioni in altri ambiti, terre rare in primis 36. E se le cose dovessero andare benissimo, l’accordo quadro concluso tra Washington e Pechino su TikTok potrebbe anche applicarsi ad altre tecnologie che la Cina desidera introdurre nel mercato occidentale: dall’automotive alla robotica, passando per le batterie 37. Per farlo, basterebbe infatti creare una sussidiaria a maggioranza americana dell’azienda originale, con quota cinese inferiore al 20%, a cui affidare la licenza d’uso e di vendita di un determinato prodotto. Ovviamente con tutti i controlli di sicurezza del caso. Il risultato sarebbe benefico per entrambe le parti in causa: Washington potrebbe mettere le mani su tecnologie che fatica a produrre in casa, arricchendo qualche tecnovassallo e – perché no, dato che è cambiato il mondo – anche dedicandosi a un po’ di sano spionaggio industriale. Esattamente ciò che Pechino ha fatto con Tesla. Il tutto legittimando queste operazioni con una retorica nazionalista, molto coerente col progetto Maga. Del resto, come ha detto Xi Jinping, il sogno cinese e quello di rendere l’America di nuovo grande sono perfettamente compatibili 38.

Grazie a operazioni di questo genere la Cina potrebbe presentarsi al mondo come potenza capace di esportare tecnologia – mica giocattoli – pure ai gloriosi Stati Uniti d’America, continuando così a creare dipendenze e divisioni nel nemico mentre persegue un sempre crescente grado di autonomia tecnologica. Del resto, mentre lottava per rimanere in America, ByteDance obbediva agli ordini del Pcc, che gli ordinava di utilizzare chip di Huawei e non di Nvidia per allenare i suoi algoritmi 39. Peraltro, cedere sulla proprietà delle aziende tecnologiche potrebbe permettere alla Repubblica Popolare di aprirsi margini di trattativa in altri settori commerciali, come già avvenuto per quanto riguarda i dazi (ridotti dal 57% al 47%), le importazioni di semi di soia statunitensi (25 milioni di tonnellate in tre anni), l’acquisto di tecnologie duali e la riduzione delle tasse portuali che Washington aveva applicato alle navi cinesi 40.
Il punto è che Pechino, in vista di questi vantaggi, può serenamente rinunciare alla maggioranza delle quote di TikTok. Ciò che interessa alla Repubblica Popolare è infatti che il suo algoritmo continui a dividere e a far soffrire gli americani. E questo, nonostante i proclami, non possono impedirlo né Oracle né le leggi. Insorgeranno gli ingegneri dinnanzi a cotanta filosofica brutalità, ma la verità è che se soffri e odi – e negli Usa si soffre e si odia – un algoritmo di machine learning, capace esclusivamente di riprodurre l’identico, imparerà solo a farti soffrire e odiare. Puoi riallenarlo su tutti i dati americani che vuoi, ma se la realtà è terribile il risultato sarà sempre lo stesso: disperazione, divisione e deculturazione. L’algoritmo di TikTok non è imbattibile per chissà quale stregoneria tecnologica pechinese. Tutto il contrario. Esso è imbattibile perché si nutre di americanissimo odio e occidentalissima disperazione. E li riproduce alla massima potenza.
6. In questo contesto, buttare TikTok nel calderone della Grande Componenda è probabilmente il massimo che Washington poteva fare. Per guadagnare tempo sperando che Ellison e i mistici della PayPal Mafia riescano a trovare un antidoto al fentanyl digitale, magari strappando concessioni in altri ambiti e rimandando uno scontro frontale che non vuole nessuno. E tuttavia, la Chinese app ha plasticamente mostrato come il vero nemico dell’America sia l’America. E dunque, oltre ai negoziati infiniti con Pechino, Washington dovrebbe avere il coraggio e l’umiltà di processare sé stessa. Smettendo di incolpare del suo male gli algoritmi e rendendosi conto che l’arte degli affari non è sufficiente per mantenere la primazia o per trovare un modus vivendi con Pechino.
L’America ha fatto il processo a TikTok, ma anche TikTok ha fatto il processo all’America. Chiamato a testimoniare, il suo algoritmo ha restituito un’immagine precisissima della (non) società statunitense. Washington è dunque davanti a una scelta. Può ascoltare la diagnosi del nemico o fare finta di nulla, proseguendo in una spirale di autodistruzione sociale, culturale e quindi strategica che pare non avere fine.
Fare previsioni è ovviamente impossibile. E tuttavia, dato che siamo in tema, vogliamo concludere con le parole di un giudice. Il nostro uomo si chiama John G. Roberts, nato a Buffalo il 27 gennaio 1955. Un paio di settimane prima del suo settantesimo compleanno, il 10 gennaio 2025, era in udienza. Perché è il presidente della Corte suprema americana. Deve decidere, insieme ai suoi colleghi, se il Pafacaa è in contrasto col primo emendamento. L’argomentazione dei sostenitori del provvedimento è che TikTok sviluppi pratiche di manipolazione segrete, le quali evidentemente non sono protette dal primo emendamento.
Immaginate quest’uomo. Ha 70 anni, di sicuro non ha mai aperto TikTok. Deve capire cosa sta succedendo. Dunque fa tantissime domande. Chiede in cosa consista questa manipolazione segreta. Qualcuno dice che ha a che fare con la regolarità delle elezioni. Qualcuno parla del furto dei dati. Eppoi, finalmente, viene tirato fuori l’argomento decisivo: TikTok è uno strumento del Pcc pensato per dividere gli americani. Roberts, settantenne, mai stato su TikTok, fa un respiro sommesso e, con l’espressione triste di chi ha capito che è troppo tardi, chiosa: «Beh, allora direi che stavano comunque vincendo» 41. La Corte respinge le accuse d’incostituzionalità presentate da ByteDance. Ma le parole del presidente valgono più di ogni sentenza. Se avesse potuto fare il processo all’America invece che a TikTok, l’avrebbe senz’altro condannata.
Note:
1. Cfr. G. De Ruvo, «Geopolitica della bassezza: TikTok e la post-storicizzazione dei giovani americani», Limes, 10/2021, «La riscoperta del futuro», pp. 139-144; Id., Da Hegel a TikTok. Metafisica e geopolitica del capitalismo digitale, Monza 2022, Ebs; Id., «TikTok vs Silicon Valley», Limes, 4/2023, «Il bluff globale», pp. 69-80.
2. Così Gina Raimondo.
3. G. Cuscito, «Labubu e il soft power della Cina», limesonline.com, 2/7/2025.
4. Domanda surreale con cui influencer e creator vari chiedono alla gente con quante persone sono andate a letto. Curiosamente, la stessa espressione viene utilizzata per indicare la conta dei morti a seguito di eventi cataclismatici o guerre. Signum temporum.
5. «How TikTok keeps its users scrolling for hours a day», The Washington Post, 7/10/2025.
6. Questa la tesi fondamentale di Wang Huning, elaborata già nel 1991 a seguito di un viaggio negli Usa nel celeberrimo America against America. Per un’applicazione di questa teoria alle questioni tecnologiche, cfr. A. Aresu, La Cina ha vinto, Milano 2025, Feltrinelli.
7. R.A. Ventura, Teoria della classe disagiata, Roma 2017, minimum fax.
8. V. Marino, “Sei vecchio”. I mondi digitali della generazione Z, Roma 2023, nottetempo.
9. R. A. Ventura, La conquista dell’infelicità, Torino 2025, Einaudi, p. 127.
10. Ivi, p. 11.
11. Ivi, p. 211.
12. Ivi, p. 12.
13. Il copyright è della cantante Ariana Grande e dell’attrice Cynthia Erivo, che hanno definito in questi termini la loro storia d’amore. La traduzione letterale dei significanti è «relazione non curiosa e semibinaria». Il significato tuttavia ci sfugge.
14. F. Kafka, Il processo, Milano 1973, Adelphi, pp. 172-175.
15. Con questa espressione – abbreviazione di «delusional» – si intendono quelle persone che si illudono costantemente, creando scenari di vita fantasiosi, utopistici ma comunque irrealizzabili, per la cui mancata realizzazione staranno male. Si veda comunque Y. Addae, «Who Are You Calling ‘Delulu’?», The New York Times, 23/11/2023.
16. F. Kafka, «La questione delle leggi», in Id., I racconti, Torino 2025, Einaudi, p. 514.
17. Per una ricostruzione dal 2019 al 2022, cfr. G. De Ruvo, Da Hegel a TikTok, cit. Dal 2022 al 2025 si veda invece A. Aresu, «La storia infinita di TikTok», substack, 18/5/2025.
18. F. Kafka, «Nella colonia penale», in Id., I racconti, cit., p. 180.
19. Su questa vicenda giudiziaria, G. De Ruvo, «Raccolta dati, intelligenza artificiale e sicurezza nazionale: l’uso geopolitico degli strumenti giuridici americani come freno alla data governance globale. Il caso TikTok come paradigma», Rivista italiana di informatica e di diritto, 1/2022.
20. G. Cain, «How China Got Our Kids Hooked on ‘Digital Fentanyl’», The Free Press, 16/11/2022.
21. Cit in Z. Rogers, «“Digital fentanyl”: Bipartisan legislation would ban TikTok in America», Komo News, 13/12/2022.
22. Cit. in S. Biddle, «Tech Official Pushing TikTok Ban Could Reap Windfall From U.S-China Cold War», The Intercept, 21/3/2024.
23. «How young voters helped to put Trump in the White House», The Economist, 27/5/2025.
24. Così Musk su X il 19/1/2025.
25. M. Perault, S. Sacks, «Project Texas: The Details of TikTok’s Plan to Remain Operational in the United States», Lawfare, 26/1/2023.
26. «US TikTok ban could hit Oracle’s revenue and profit, cloud provider warns», South China Morning Post, 25/6/2024.
27. F. Kafka, Il processo, cit., pp. 131-132.
28. Ivi, p. 141.
29. G. De Ruvo, «Stargate e l’autoscontro delle stelle rosse», Limes, 1/2025, «L’ordine del caos», pp. 39-52.
30. Sulla sua figura, Id., «Il grande piano dei tecnovassalli, ultimi mistici dell’Occidente», Limes, 4/2025, «Assalto all’Oceano Cosmo», pp. 85-101.
31. Su questo, A. Aresu, «La storia infinita di TikTok», cit.
32. K. Wu, J. Zhu, «ByteDance prefers TikTok shutdown in US if legal options fail, sources say», Reuters, 26/4/2024.
33. «Beijing says TikTok’s US app will use Chinese algorithm», Financial Times, 16/9/2025.
34. K. Klonick, A.Z. Rozenshtein, «A TikTok “Deal”?», Lawfare, 26/9/2025.
35. F. Kafka, Il processo, cit. pp. 160-161.
36. K. Brasher, «China’s Pause on Rare Earth Controls: What to Know», The New York Times, 30/10/2025.
37. Questa l’intuizione, senz’altro da monitorare, di Kevin Xu, «The TikTok Template», Interconnected Blog, 17/9/2025.
38. «Xi says China's development goes hand in hand with Trump's vision to “Make America Great Again”», Xinhua, 30/10/2025.
39. «Chinese regulators block ByteDance from using Nvidia chips», Reuters, 26/11/2025
40. G. Cuscito, «Il primo round l’ha vinto Xi», limesonline.com, 31/10/2025.
41. «TikTok, Inc. v. Garland, Att'y Gen.», Supreme Court of the United States, 10/1/2025.
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