LA LUNGA MARCIA DI XI VERSO IL CENTRO DEL MONDO Limes 2025-12
LA LUNGA MARCIA DI XI VERSO IL CENTRO DEL MONDO
La rivoluzione innescata dalla crisi degli Usa avvantaggia il piano della Repubblica Popolare per un nuovo ordine globale. Ma potrebbe anche avvicinare Washington a Mosca. E scatenare l’ennesima guerra sino-giapponese tra Coree e Taiwan.
di Giorgio Cuscito
Pubblicato il 29 Dicembre 2025 alle 10:17
Pubblicato in: IL TEMPO DELLA CINA - n°12 - 2025
Cina
Usa
Scontro Usa-Cina
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Tecnologia
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Corea Del Nord
Corea Del Sud
Taiwan
Asia-Pacifico
Carta di Laura Canali - 2025
1. La crisi americana, le guerre in cui sono invischiati Stati Uniti, Europa e Russia e i progressi tecnologici compiuti dalla Repubblica Popolare Cinese alimentano la consapevolezza di Pechino. Elettrizzano Xi Jinping e la sua cerchia, inducendoli a relativizzare le profonde e persistenti difficoltà interne rispetto al declino dell’impero a stelle e strisce. Eppure l’ascesa della Cina al ruolo di Numero Uno, che Pechino concepisce diversamente da Washington, è disseminata di ostacoli che difficilmente Xi potrà superare solo con il progresso tecnologico.
La rivoluzione geopolitica in corso sta favorendo il «sogno» del «grande risorgimento della nazione» (carta a colori 1 - in apertura), progetto con cui la Cina vuole tornare a sentirsi «Impero al Centro» (Zhongguo) del mondo. Potenza terrestre, marittima e spaziale allo stesso tempo, dotata della «autosufficienza tecnologica» (zili gengsheng) necessaria per assicurarsi crescita economica e altissima efficienza bellica. Quindi per controllare stabilmente il nucleo geopolitico abitato dalla maggioranza etnica han, proteggerlo dalle minacce esterne e proiettarsi verso Pacifico e Atlantico via Mari Cinesi e Mar Mediterraneo. Cioè i due Medioceani attualmente in tempesta. In attesa che lo scioglimento dei ghiacci sblocchi definitivamente la rotta artica, sempre più frequentata dalla Repubblica Popolare grazie al consenso riluttante della Russia.
Carta di Laura Canali - 2025
Il nuovo documento sulla Strategia di sicurezza nazionale statunitense pubblicato a dicembre non stabilisce cosa accadrà in futuro, ma fotografa la prospettiva dell’amministrazione Trump (carta a colori 2). Esplicito «corollario» alla dottrina Monroe, il piano prevede la ricostruzione della superpotenza a stelle e strisce a partire dal continente americano. Pone immigrazione di massa, criminalità, traffico di droga, difesa dell’accesso a luoghi strategici chiave (a cominciare dal Canale di Panamá) in cima alle priorità di Washington. Per Trump il nemico è innanzitutto interno. La Russia è da volgere contro la Cina, che però non è espressamente definita minaccia (carta a colori 3).
La preservazione di un Indo-Pacifico «libero e aperto», cioè non controllato dalla Repubblica Popolare, è obiettivo secondario 1. Washington vuole «scoraggiare un conflitto per Taiwan» preservando la superiorità militare, mentre incoraggia gli alleati asiatici a spendere di più nel settore militare e a impegnarsi nella «difesa collettiva». Insomma, gli Stati Uniti non sono più certi del proprio primato bellico. Hanno bisogno di riorganizzarsi. E vogliono evitare lo scontro con la Cina.
La versione riservata del documento è ancora più drastica. Sancisce il «fallimento» dell’egemonia americana. Poi propone l’organizzazione di un meccanismo di comunicazione tra America, Repubblica Popolare, Russia, India e Giappone. Il «nucleo di cinque» (Core 5 o C5) dovrebbe riunirsi per confrontarsi su questioni strategiche, abolendo di fatto l’impalpabile G7 e fungendo da piattaforma di quella che a Limes abbiamo definito Grande Componenda. Cioè una tacita intesa tra Stati Uniti, Repubblica Popolare e Russia per evitare che il loro confronto raggiunga il livello di scontro bellico diretto 2. Posto che tutte le altre dimensioni della guerra al di sotto di esso sono lecite. A cominciare da quella cognitiva.
Carta di Laura Canali - 2025
In entrambe le versioni della Strategia di sicurezza americana, l’Europa è marginalizzata. Bisogna «farla di nuovo grande» (make Europe great again) responsabilizzandola nel contenimento di Mosca e instaurando rapporti speciali con i paesi veterocontinentali intenzionati a preservare il «tradizionale stile di vita europeo» e fortemente schierati con Washington. Tra questi vi sarebbero Austria, Ungheria, Polonia e Italia 3. Per Trump gli allineamenti pratici contano più delle alleanze formali.
Il programma, in quanto tale, difficilmente si materializzerà nella sua interezza. Anche perché non incontra la totale l’approvazione degli apparati di sicurezza. E potrebbe subire radicali mutamenti qualora i democratici vincessero le elezioni di medio termine. Soprattutto per quanto riguarda i rapporti con la Russia. Queste per Pechino rappresentano valide ragioni per coltivare ora più che mai le proprie ambizioni egemoniche in Estremo Oriente, da cui irradiare potenza in Eurasia, Africa e Americhe. Per poi penetrare le sfere d’influenza statunitense e russa tramite la Belt and Road Initiative (Bri, nuove vie della seta). Con Mosca confinata nel ruolo di scomodo socio di minoranza dell’Impero del Centro, affinché non ne minacci la sicurezza come avvenuto tra il XIX e il XX secolo. Stavolta in collaborazione con l’America (carta a colori 4).
La narrazione del Partito comunista incornicia questo complesso progetto nel quadro della tutela dell’ordine internazionale sviluppato all’indomani della seconda guerra mondiale. Ordine in cui il contributo della «nazione cinese» (che quindi includerebbe i taiwanesi) e della Russia sarebbe stato sottovalutato. Di qui la richiesta di riequilibrare il rapporto tra Washington, Mosca e Pechino palesata durante la parata militare tenuta a piazza Tiananmen per ricordare l’80° anniversario della fine di quel conflitto, che la Repubblica Popolare definisce «resistenza del popolo cinese all’aggressione giapponese nella guerra mondiale antifascista». Dicitura che indirettamente evidenzia come all’epoca pure l’Italia fosse avversaria dei cinesi. Naturalmente dopo il Giappone, loro acerrimo rivale.
Carta di Laura Canali - 2025
Per Xi l’ammorbidimento del sostegno dell’America a Taiwan risulta cruciale. L’unificazione con l’isola è tassello imprescindibile del sogno cinese. Consentirebbe a Pechino il definitivo superamento dello smembramento inferto dalle potenze occidentali, dal Giappone e dalla Russia tra le guerre dell’oppio (1839-42 e 1856-60) e la fondazione della Repubblica Popolare (1949). Soprattutto, la presa dell’isola assicurerebbe a Pechino il dominio dei Mari Cinesi e impedirebbe nuove invasioni via mare (carta a colori 5). Xi vorrebbe raggiungere questo obiettivo senza l’uso della forza, con una progressiva penetrazione nel tessuto sociale taiwanese: assorbimento volontario, magari facendo leva sull’appoggio del Kuomintang, partito d’opposizione locale particolarmente favorevole alla sintonia con Pechino.
Washington continua ad aiutare militarmente Taipei, ma Trump evita di appoggiarne pubblicamente la causa e si guarda bene dal redarguire Pechino in merito all’alterazione dello status quo attorno a Formosa. Il direttore dell’American Institute of Taiwan (l’ambasciata americana de facto sull’isola) Raymond Greene ha persino invitato a Washington la nuova segretaria del Kuomintang, Cheng Li-wun. Tutti segnali di un approccio diametralmente opposto a quello che Biden e lo stesso Trump hanno adottato nei mandati precedenti.
Carta di Laura Canali - 2025
L’avverarsi del sogno cinese è ostacolato da una molteplicità di fattori, alcuni dei quali vanno ben oltre il controllo di Xi: la capacità di Pechino di risolvere i problemi interni; l’effettiva emersione di un soft power sinico tale da persuadere potenze vicine e lontane al volere dell’Impero del Centro senza l’uso della forza; il superamento della crisi interna all’America da parte di Washington; le reazioni del Giappone, in riarmo, disorientato dai negoziati sino-statunitensi e per questo sempre più disposto a intervenire in una guerra per Taiwan; il tentativo della Russia di sfuggire alla tenaglia cinese via Artico e Asia centrale. In questa partita, l’Europa è terreno di scontro, segnato da crisi interne (a cominciare da quelle di Germania e Francia), dalle diverse visioni su come porre fine alla guerra in Ucraina, gestire il tema del riarmo e nel complesso affrontare Russia e Cina.
2. Gli Stati Uniti hanno sin qui rappresentato un modello per la Repubblica Popolare. Nel bene e nel male. Con una perfetta commistione di hard e soft power, Washington è riuscita ad affermarsi a metà del XX secolo. Tuttavia non ha sanato completamente le contraddizioni interne. Già nel 1991 Wang Huning, storico ideologo del partito e uomo fidato di Xi, ha sintetizzato pregi e difetti del primato a stelle e strisce nel libro America contro America. Un compendio per cogliere i fattori di potenza statunitensi e schivare quelli di debolezza. Undici anni prima Xi aveva compiuto un viaggio negli Stati Uniti come segretario del ministro della Difesa Geng Biao, in occasione dell’apertura delle relazioni militari sino-statunitensi. Spedizione che gli ha consentito di carpire l’importanza del primato tecnologico come volano del progresso economico e bellico su cui si è fondato il successo americano. Lo stesso «sogno cinese», di cui Wang è uno degli ideatori, evoca l’American dream. Con la differenza che il primo consiste nel trionfo della collettività cinese, mentre il secondo in quello dell’individuo che esaudisce i propri desideri abbracciando lo stile di vita statunitense.
Eppure, nel plasmare un mondo sinocentrico la Cina non intende emulare l’America. Considera il proprio modello di successo irripetibile e sottolinea che l’Occidente non ha l’esclusiva del marchio «democrazia». Assunto peraltro appetibile per il crescente numero di paesi – soprattutto nel cosiddetto Sud Globale – che guarda con occhio critico al modello americano.
Nella lettura sinica, impero è metodo di gestione armonica del rapporto tra la propria collettività e quelle altrui. Con intensità diverse a seconda del teatro geografico. I pilastri dell’approccio imperiale cinese sono lo sviluppo di una estesa rete commerciale, la lotta alla corruzione, la definizione di leggi e standard, il potenziamento delle Forze armate, il dominio dei mari, la (problematica) internazionalizzazione dello yuan. Tutti fattori che ricordano più la Pax Romana che quella americana e che ammettono l’esistenza di più poli, con gradi diversi di attrazione.
Pechino si immagina civiltà fulcro di datong, la «grande unità». Tale ordine armonico di impronta confuciana fu menzionato per la prima volta nel Libro dei riti. Il filosofo Kang Youwei lo recuperò in forma utopistica nella fase finale della dinastia Qing. Per Confucio l’ordine sociale doveva riflettere quello cosmico. In entrambi gli ambiti l’armonia deriva dall’equilibrio, rispettivamente tra corpi celesti e uomini. Ciascuno con il proprio compito nell’universo.
Sun Yat-sen, padre della Cina moderna, citò datong come scopo ultimo dei Tre princìpi del popolo. Il concetto fu incluso nell’inno nazionale della Repubblica di Cina, ancora usato da Taiwan. Mao Zedong lo impiegò poco prima della fondazione della Repubblica Popolare per affermare che il Partito comunista aveva come obiettivo l’abolizione delle classi sociali e l’ingresso dell’umanità nel regno della grande unità. La coesistenza tra teorie di Marx e di Confucio è tuttora base della pedagogia cinese, per dimostrare la continuità storica tra dinastie del passato e quella rossa retta da Xi.
Per il presidente cinese il sogno del risorgimento non può prescindere dalla centralità del partito. Il quale a sua volta è sistema planetario in cui lui ha assunto il ruolo di Sole, o meglio «nucleo» (hexin). Xi Jinping e suo padre, il politico Xi Zhongxun, hanno giurato fedeltà al partito malgrado le traumatiche esperienze che la loro famiglia subì durante la rivoluzione culturale. Quando Zhongxun cadde in disgrazia proprio per volontà di Mao e Jinping fu relegato dal 1969 al 1975 a Liangjiahe, vicino a Yan’an (luogo simbolo della rivoluzione guidata da Mao) nella provincia dello Shaanxi. Il mito vuole che in seguito alle sofferenze patite in quel villaggio iniziò la sua scalata al potere, mentre il padre riabilitato da Deng Xiaoping divenne uno dei protagonisti della politica di riforma e apertura che innescò la crescita della Repubblica Popolare.
Carta di Laura Canali - 2025
Secondo quanto scritto nei diari del politico Li Rui, una volta Xi Jinping disse: «Mio padre mi ha trasmesso due cose: “non perseguitare le persone e di’ la verità”. La prima è possibile, la seconda no». Sintomo di come probabilmente entrambi fossero convinti che dimostrare la loro assoluta lealtà al partito e non esprimere il proprio pensiero fossero gli unici modi per sopravvivere alla durezza del mondo. Mentre l’ambiguità in merito al rispetto del precetto di Zhongxun sul non perseguitare gli altri sembra collimare con l’aspra campagna anticorruzione portata avanti per estromettere i suoi avversari 4.
Nell’èra di Xi figlio, datong ha assunto la forma di «comunità dell’umanità dal destino condiviso», cosmetica cornice delle nuove vie della seta. Ovvero il piano multidimensionale istituito nel 2013 per smaltire la sovracapacità industriale cinese e moltiplicare l’influenza della Repubblica Popolare all’estero 5.
Le nuove vie della seta sono applicazione classica del weiqi, l’antico gioco da tavolo cinese, in cui l’occupazione degli spazi con le proprie pedine (in gergo «pietre») precede l’accerchiamento di quelle altrui. Le pietre fungono al contempo da muri e linee di comunicazione. Sono punti di contatto e scambio con l’avversario. La vittoria nel weiqi è relativa, non assoluta come negli scacchi. Non è necessario annichilire l’avversario. Per vincere basta controllare più territori. Spesso capita di sacrificare il controllo di una porzione della tavola da gioco per guadagnare influenza altrove 6. In linea con la filosofia daoista, la coesistenza e l’alternanza di yin e yang (luce e oscurità, ordine e disordine) generano il dao, la «via» per conseguire l’armonia.
Negli ultimi dodici anni, Pechino ha abbinato alle nuove vie della seta e alla precedente Organizzazione per la cooperazione di Shanghai (che guida con la Russia) le quattro Iniziative globali dedicate rispettivamente a governance, sicurezza, civiltà e sviluppo. Consessi per ora fumosi, in cui la Repubblica Popolare vuole affermare i propri standard a livello internazionale e creare un contesto narrativo che legittimi i suoi interessi geopolitici. Il tutto aumentando la propria incisività nelle organizzazioni plasmate dagli Stati Uniti (Onu, Fondo monetario internazionale, Banca mondiale, Fao eccetera) e guardandosi bene dall’intervenire nelle guerre altrui come fatto in passato da Washington, poiché ciò porta via risorse, denaro e distoglie dalle priorità nazionali.
La Cina non ha i mezzi e la volontà per replicare un mondo unipolare e cimentarsi in un uso globale della propria capacità bellica. Ammettere un certo livello di caos è parte dell’approccio daoista. Specialmente se il caos fiacca i nemici. Guerra in Ucraina docet. L’invasione russa ha inizialmente danneggiato lo sviluppo delle nuove vie della seta, poi ha spinto Mosca tra le braccia di Pechino e distratto Europa e Stati Uniti dall’Indo-Pacifico. Parafrasando Sunzi, «vincere senza combattere» è il modo migliore per battere il rivale.
3. Nel 2023, Xi Jinping a colloquio con Vladimir Putin aveva fotografato la rivoluzione geopolitica in corso sottolineando l’inizio di «cambiamenti che non si vedevano da un secolo». Nella versione cinese della storia tali mutamenti non sono alterazione dello status quo. Semmai sono passi verso il suo recupero, giacché per Pechino esso risale a prima che le potenze europee, il Giappone e la Russia invadessero l’Impero del Centro.
Gli Stati Uniti, pur essendo stati il modello da cui trarre spunto, sono comunque ritenuti colpevoli di aver ostacolato la definitiva unificazione del paese. Prima lasciando irrisolto il contrasto tra Pechino e Taipei su chi governasse la Cina dopo che i giapponesi abbandonarono Taiwan alla fine della seconda guerra mondiale. Poi penetrando in Corea nel 1950. Operazione che, abbinata al dislocamento della Settima Flotta nello Stretto tra le due Cine, ha costretto Mao a rinunciare alla presa dell’isola.
La normalizzazione dei rapporti sino-statunitensi negli anni Settanta e l’ingresso della Repubblica Popolare nell’Organizzazione mondiale del commercio nel 2001 hanno cambiato la traiettoria di Pechino e sprigionato la capacità economica cinese. Washington credeva che con la (relativa) liberalizzazione del mercato, l’Impero del Centro si sarebbe democratizzato in stile occidentale. Ferita dagli attentati dell’11 settembre, nel 2001 l’America ha lanciato la guerra al terrore. All’insegna del motto «taoguang yang hui» («nascondi la luce, coltiva l’oscurità») la Repubblica Popolare ha approfittato dei conflitti in Afghanistan e Iraq per crescere silenziosamente.
Nel 2009 l’allora direttore dell’Istituto per gli Studi americani del China Institute of Contemporary International Relations (Cicir, legato ai servizi segreti) Yuan Peng ha menzionato per la prima volta i «cambiamenti che non si vedevano da un secolo» nel commentare la crisi finanziaria scoppiata a Wall Street l’anno prima. Il dibattito sulle difficoltà degli Stati Uniti è cresciuto 7. Rapidamente il concetto introdotto da Yuan ha raggiunto i vertici del partito, contribuendo alla narrazione attuale del risorgimento cinese. La Repubblica Popolare ha accumulato ricchezza tramite le esportazioni, ha sviluppato cruciali nicchie tecnologiche (vedi quella della lavorazione delle terre rare) e attinto alla capacità di innovazione americana ed europea. Al punto che la distanza tra queste e quella cinese si è assottigliata drasticamente.
Carta di Laura Canali - 2025
L’avvento di Xi ha posto fine al periodo del taoguang yanghui e fatto spazio alla formula fenfa youwei, «sforzarsi per ottenere il successo». La Repubblica Popolare ha intensificato le attività militari nei Mari Cinesi e attorno a Taiwan. Ha promosso le nuove vie della seta. Xi ha concentrato su di sé la guida dello Stato, del partito e delle Forze armate. Il progetto di occidentalizzazione della Cina non è andato a buon fine a causa della cattiva interpretazione della complessità culturale cinese, dell’opposizione del Partito comunista a un mutamento del sistema politico e dei primi segnali del tentato suicidio dell’impero americano.
4. Oggi per gli strateghi cinesi mantenere vivo il progresso tecnologico è essenziale per lo sviluppo di un mondo sinocentrico sotto tre profili.
Il primo riguarda l’aumento del benessere dei cinesi. La Repubblica Popolare è irrequieta per natura. Non può fermare il suo progresso. Deve evitare neijuan, o «involuzione» economica e sociale. Di più, deve scongiurare crisi come quelle sperimentate durante l’epidemia di Covid, quando proteste contro il governo e lo stesso Xi hanno scosso il paese e sorpreso la leadership. Pena la fine del compromesso secondo cui la popolazione accetta il primato del partito in cambio dell’aumento del benessere.
Gli investimenti nelle cosiddette «nuove forze produttive», innanzitutto nel campo dell’intelligenza artificiale e nei settori collegati (tecnologia quantistica, biotecnologie, embodied Ai, 6G e auto elettriche), mirano a creare nuovi posti di lavoro (carta a colori 6). Così da interrompere il preoccupante aumento del tasso di disoccupazione giovanile. Il quale, attestandosi attorno al 20%, innesca le ansie di milioni di neolaureati combinandosi con i timori per le lacune del sistema sanitario, immobiliare e finanziario.
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1. La crisi americana, le guerre in cui sono invischiati Stati Uniti, Europa e Russia e i progressi tecnologici compiuti dalla Repubblica Popolare Cinese alimentano la consapevolezza di Pechino. Elettrizzano Xi Jinping e la sua cerchia, inducendoli a relativizzare le profonde e persistenti difficoltà interne rispetto al declino dell’impero a stelle e strisce. Eppure l’ascesa della Cina al ruolo di Numero Uno, che Pechino concepisce diversamente da Washington, è disseminata di ostacoli che difficilmente Xi potrà superare solo con il progresso tecnologico.
La rivoluzione geopolitica in corso sta favorendo il «sogno» del «grande risorgimento della nazione» (carta a colori 1 - in apertura), progetto con cui la Cina vuole tornare a sentirsi «Impero al Centro» (Zhongguo) del mondo. Potenza terrestre, marittima e spaziale allo stesso tempo, dotata della «autosufficienza tecnologica» (zili gengsheng) necessaria per assicurarsi crescita economica e altissima efficienza bellica. Quindi per controllare stabilmente il nucleo geopolitico abitato dalla maggioranza etnica han, proteggerlo dalle minacce esterne e proiettarsi verso Pacifico e Atlantico via Mari Cinesi e Mar Mediterraneo. Cioè i due Medioceani attualmente in tempesta. In attesa che lo scioglimento dei ghiacci sblocchi definitivamente la rotta artica, sempre più frequentata dalla Repubblica Popolare grazie al consenso riluttante della Russia.
Carta di Laura Canali - 2025
Il nuovo documento sulla Strategia di sicurezza nazionale statunitense pubblicato a dicembre non stabilisce cosa accadrà in futuro, ma fotografa la prospettiva dell’amministrazione Trump (carta a colori 2). Esplicito «corollario» alla dottrina Monroe, il piano prevede la ricostruzione della superpotenza a stelle e strisce a partire dal continente americano. Pone immigrazione di massa, criminalità, traffico di droga, difesa dell’accesso a luoghi strategici chiave (a cominciare dal Canale di Panamá) in cima alle priorità di Washington. Per Trump il nemico è innanzitutto interno. La Russia è da volgere contro la Cina, che però non è espressamente definita minaccia (carta a colori 3).
La preservazione di un Indo-Pacifico «libero e aperto», cioè non controllato dalla Repubblica Popolare, è obiettivo secondario 1. Washington vuole «scoraggiare un conflitto per Taiwan» preservando la superiorità militare, mentre incoraggia gli alleati asiatici a spendere di più nel settore militare e a impegnarsi nella «difesa collettiva». Insomma, gli Stati Uniti non sono più certi del proprio primato bellico. Hanno bisogno di riorganizzarsi. E vogliono evitare lo scontro con la Cina.
La versione riservata del documento è ancora più drastica. Sancisce il «fallimento» dell’egemonia americana. Poi propone l’organizzazione di un meccanismo di comunicazione tra America, Repubblica Popolare, Russia, India e Giappone. Il «nucleo di cinque» (Core 5 o C5) dovrebbe riunirsi per confrontarsi su questioni strategiche, abolendo di fatto l’impalpabile G7 e fungendo da piattaforma di quella che a Limes abbiamo definito Grande Componenda. Cioè una tacita intesa tra Stati Uniti, Repubblica Popolare e Russia per evitare che il loro confronto raggiunga il livello di scontro bellico diretto 2. Posto che tutte le altre dimensioni della guerra al di sotto di esso sono lecite. A cominciare da quella cognitiva.
Carta di Laura Canali - 2025
In entrambe le versioni della Strategia di sicurezza americana, l’Europa è marginalizzata. Bisogna «farla di nuovo grande» (make Europe great again) responsabilizzandola nel contenimento di Mosca e instaurando rapporti speciali con i paesi veterocontinentali intenzionati a preservare il «tradizionale stile di vita europeo» e fortemente schierati con Washington. Tra questi vi sarebbero Austria, Ungheria, Polonia e Italia 3. Per Trump gli allineamenti pratici contano più delle alleanze formali.
Il programma, in quanto tale, difficilmente si materializzerà nella sua interezza. Anche perché non incontra la totale l’approvazione degli apparati di sicurezza. E potrebbe subire radicali mutamenti qualora i democratici vincessero le elezioni di medio termine. Soprattutto per quanto riguarda i rapporti con la Russia. Queste per Pechino rappresentano valide ragioni per coltivare ora più che mai le proprie ambizioni egemoniche in Estremo Oriente, da cui irradiare potenza in Eurasia, Africa e Americhe. Per poi penetrare le sfere d’influenza statunitense e russa tramite la Belt and Road Initiative (Bri, nuove vie della seta). Con Mosca confinata nel ruolo di scomodo socio di minoranza dell’Impero del Centro, affinché non ne minacci la sicurezza come avvenuto tra il XIX e il XX secolo. Stavolta in collaborazione con l’America (carta a colori 4).
La narrazione del Partito comunista incornicia questo complesso progetto nel quadro della tutela dell’ordine internazionale sviluppato all’indomani della seconda guerra mondiale. Ordine in cui il contributo della «nazione cinese» (che quindi includerebbe i taiwanesi) e della Russia sarebbe stato sottovalutato. Di qui la richiesta di riequilibrare il rapporto tra Washington, Mosca e Pechino palesata durante la parata militare tenuta a piazza Tiananmen per ricordare l’80° anniversario della fine di quel conflitto, che la Repubblica Popolare definisce «resistenza del popolo cinese all’aggressione giapponese nella guerra mondiale antifascista». Dicitura che indirettamente evidenzia come all’epoca pure l’Italia fosse avversaria dei cinesi. Naturalmente dopo il Giappone, loro acerrimo rivale.
Carta di Laura Canali - 2025
Per Xi l’ammorbidimento del sostegno dell’America a Taiwan risulta cruciale. L’unificazione con l’isola è tassello imprescindibile del sogno cinese. Consentirebbe a Pechino il definitivo superamento dello smembramento inferto dalle potenze occidentali, dal Giappone e dalla Russia tra le guerre dell’oppio (1839-42 e 1856-60) e la fondazione della Repubblica Popolare (1949). Soprattutto, la presa dell’isola assicurerebbe a Pechino il dominio dei Mari Cinesi e impedirebbe nuove invasioni via mare (carta a colori 5). Xi vorrebbe raggiungere questo obiettivo senza l’uso della forza, con una progressiva penetrazione nel tessuto sociale taiwanese: assorbimento volontario, magari facendo leva sull’appoggio del Kuomintang, partito d’opposizione locale particolarmente favorevole alla sintonia con Pechino.
Washington continua ad aiutare militarmente Taipei, ma Trump evita di appoggiarne pubblicamente la causa e si guarda bene dal redarguire Pechino in merito all’alterazione dello status quo attorno a Formosa. Il direttore dell’American Institute of Taiwan (l’ambasciata americana de facto sull’isola) Raymond Greene ha persino invitato a Washington la nuova segretaria del Kuomintang, Cheng Li-wun. Tutti segnali di un approccio diametralmente opposto a quello che Biden e lo stesso Trump hanno adottato nei mandati precedenti.
Carta di Laura Canali - 2025
L’avverarsi del sogno cinese è ostacolato da una molteplicità di fattori, alcuni dei quali vanno ben oltre il controllo di Xi: la capacità di Pechino di risolvere i problemi interni; l’effettiva emersione di un soft power sinico tale da persuadere potenze vicine e lontane al volere dell’Impero del Centro senza l’uso della forza; il superamento della crisi interna all’America da parte di Washington; le reazioni del Giappone, in riarmo, disorientato dai negoziati sino-statunitensi e per questo sempre più disposto a intervenire in una guerra per Taiwan; il tentativo della Russia di sfuggire alla tenaglia cinese via Artico e Asia centrale. In questa partita, l’Europa è terreno di scontro, segnato da crisi interne (a cominciare da quelle di Germania e Francia), dalle diverse visioni su come porre fine alla guerra in Ucraina, gestire il tema del riarmo e nel complesso affrontare Russia e Cina.
2. Gli Stati Uniti hanno sin qui rappresentato un modello per la Repubblica Popolare. Nel bene e nel male. Con una perfetta commistione di hard e soft power, Washington è riuscita ad affermarsi a metà del XX secolo. Tuttavia non ha sanato completamente le contraddizioni interne. Già nel 1991 Wang Huning, storico ideologo del partito e uomo fidato di Xi, ha sintetizzato pregi e difetti del primato a stelle e strisce nel libro America contro America. Un compendio per cogliere i fattori di potenza statunitensi e schivare quelli di debolezza. Undici anni prima Xi aveva compiuto un viaggio negli Stati Uniti come segretario del ministro della Difesa Geng Biao, in occasione dell’apertura delle relazioni militari sino-statunitensi. Spedizione che gli ha consentito di carpire l’importanza del primato tecnologico come volano del progresso economico e bellico su cui si è fondato il successo americano. Lo stesso «sogno cinese», di cui Wang è uno degli ideatori, evoca l’American dream. Con la differenza che il primo consiste nel trionfo della collettività cinese, mentre il secondo in quello dell’individuo che esaudisce i propri desideri abbracciando lo stile di vita statunitense.
Eppure, nel plasmare un mondo sinocentrico la Cina non intende emulare l’America. Considera il proprio modello di successo irripetibile e sottolinea che l’Occidente non ha l’esclusiva del marchio «democrazia». Assunto peraltro appetibile per il crescente numero di paesi – soprattutto nel cosiddetto Sud Globale – che guarda con occhio critico al modello americano.
Nella lettura sinica, impero è metodo di gestione armonica del rapporto tra la propria collettività e quelle altrui. Con intensità diverse a seconda del teatro geografico. I pilastri dell’approccio imperiale cinese sono lo sviluppo di una estesa rete commerciale, la lotta alla corruzione, la definizione di leggi e standard, il potenziamento delle Forze armate, il dominio dei mari, la (problematica) internazionalizzazione dello yuan. Tutti fattori che ricordano più la Pax Romana che quella americana e che ammettono l’esistenza di più poli, con gradi diversi di attrazione.
Pechino si immagina civiltà fulcro di datong, la «grande unità». Tale ordine armonico di impronta confuciana fu menzionato per la prima volta nel Libro dei riti. Il filosofo Kang Youwei lo recuperò in forma utopistica nella fase finale della dinastia Qing. Per Confucio l’ordine sociale doveva riflettere quello cosmico. In entrambi gli ambiti l’armonia deriva dall’equilibrio, rispettivamente tra corpi celesti e uomini. Ciascuno con il proprio compito nell’universo.
Sun Yat-sen, padre della Cina moderna, citò datong come scopo ultimo dei Tre princìpi del popolo. Il concetto fu incluso nell’inno nazionale della Repubblica di Cina, ancora usato da Taiwan. Mao Zedong lo impiegò poco prima della fondazione della Repubblica Popolare per affermare che il Partito comunista aveva come obiettivo l’abolizione delle classi sociali e l’ingresso dell’umanità nel regno della grande unità. La coesistenza tra teorie di Marx e di Confucio è tuttora base della pedagogia cinese, per dimostrare la continuità storica tra dinastie del passato e quella rossa retta da Xi.
Per il presidente cinese il sogno del risorgimento non può prescindere dalla centralità del partito. Il quale a sua volta è sistema planetario in cui lui ha assunto il ruolo di Sole, o meglio «nucleo» (hexin). Xi Jinping e suo padre, il politico Xi Zhongxun, hanno giurato fedeltà al partito malgrado le traumatiche esperienze che la loro famiglia subì durante la rivoluzione culturale. Quando Zhongxun cadde in disgrazia proprio per volontà di Mao e Jinping fu relegato dal 1969 al 1975 a Liangjiahe, vicino a Yan’an (luogo simbolo della rivoluzione guidata da Mao) nella provincia dello Shaanxi. Il mito vuole che in seguito alle sofferenze patite in quel villaggio iniziò la sua scalata al potere, mentre il padre riabilitato da Deng Xiaoping divenne uno dei protagonisti della politica di riforma e apertura che innescò la crescita della Repubblica Popolare.
Carta di Laura Canali - 2025
Secondo quanto scritto nei diari del politico Li Rui, una volta Xi Jinping disse: «Mio padre mi ha trasmesso due cose: “non perseguitare le persone e di’ la verità”. La prima è possibile, la seconda no». Sintomo di come probabilmente entrambi fossero convinti che dimostrare la loro assoluta lealtà al partito e non esprimere il proprio pensiero fossero gli unici modi per sopravvivere alla durezza del mondo. Mentre l’ambiguità in merito al rispetto del precetto di Zhongxun sul non perseguitare gli altri sembra collimare con l’aspra campagna anticorruzione portata avanti per estromettere i suoi avversari 4.
Nell’èra di Xi figlio, datong ha assunto la forma di «comunità dell’umanità dal destino condiviso», cosmetica cornice delle nuove vie della seta. Ovvero il piano multidimensionale istituito nel 2013 per smaltire la sovracapacità industriale cinese e moltiplicare l’influenza della Repubblica Popolare all’estero 5.
Le nuove vie della seta sono applicazione classica del weiqi, l’antico gioco da tavolo cinese, in cui l’occupazione degli spazi con le proprie pedine (in gergo «pietre») precede l’accerchiamento di quelle altrui. Le pietre fungono al contempo da muri e linee di comunicazione. Sono punti di contatto e scambio con l’avversario. La vittoria nel weiqi è relativa, non assoluta come negli scacchi. Non è necessario annichilire l’avversario. Per vincere basta controllare più territori. Spesso capita di sacrificare il controllo di una porzione della tavola da gioco per guadagnare influenza altrove 6. In linea con la filosofia daoista, la coesistenza e l’alternanza di yin e yang (luce e oscurità, ordine e disordine) generano il dao, la «via» per conseguire l’armonia.
Negli ultimi dodici anni, Pechino ha abbinato alle nuove vie della seta e alla precedente Organizzazione per la cooperazione di Shanghai (che guida con la Russia) le quattro Iniziative globali dedicate rispettivamente a governance, sicurezza, civiltà e sviluppo. Consessi per ora fumosi, in cui la Repubblica Popolare vuole affermare i propri standard a livello internazionale e creare un contesto narrativo che legittimi i suoi interessi geopolitici. Il tutto aumentando la propria incisività nelle organizzazioni plasmate dagli Stati Uniti (Onu, Fondo monetario internazionale, Banca mondiale, Fao eccetera) e guardandosi bene dall’intervenire nelle guerre altrui come fatto in passato da Washington, poiché ciò porta via risorse, denaro e distoglie dalle priorità nazionali.
La Cina non ha i mezzi e la volontà per replicare un mondo unipolare e cimentarsi in un uso globale della propria capacità bellica. Ammettere un certo livello di caos è parte dell’approccio daoista. Specialmente se il caos fiacca i nemici. Guerra in Ucraina docet. L’invasione russa ha inizialmente danneggiato lo sviluppo delle nuove vie della seta, poi ha spinto Mosca tra le braccia di Pechino e distratto Europa e Stati Uniti dall’Indo-Pacifico. Parafrasando Sunzi, «vincere senza combattere» è il modo migliore per battere il rivale.
3. Nel 2023, Xi Jinping a colloquio con Vladimir Putin aveva fotografato la rivoluzione geopolitica in corso sottolineando l’inizio di «cambiamenti che non si vedevano da un secolo». Nella versione cinese della storia tali mutamenti non sono alterazione dello status quo. Semmai sono passi verso il suo recupero, giacché per Pechino esso risale a prima che le potenze europee, il Giappone e la Russia invadessero l’Impero del Centro.
Gli Stati Uniti, pur essendo stati il modello da cui trarre spunto, sono comunque ritenuti colpevoli di aver ostacolato la definitiva unificazione del paese. Prima lasciando irrisolto il contrasto tra Pechino e Taipei su chi governasse la Cina dopo che i giapponesi abbandonarono Taiwan alla fine della seconda guerra mondiale. Poi penetrando in Corea nel 1950. Operazione che, abbinata al dislocamento della Settima Flotta nello Stretto tra le due Cine, ha costretto Mao a rinunciare alla presa dell’isola.
La normalizzazione dei rapporti sino-statunitensi negli anni Settanta e l’ingresso della Repubblica Popolare nell’Organizzazione mondiale del commercio nel 2001 hanno cambiato la traiettoria di Pechino e sprigionato la capacità economica cinese. Washington credeva che con la (relativa) liberalizzazione del mercato, l’Impero del Centro si sarebbe democratizzato in stile occidentale. Ferita dagli attentati dell’11 settembre, nel 2001 l’America ha lanciato la guerra al terrore. All’insegna del motto «taoguang yang hui» («nascondi la luce, coltiva l’oscurità») la Repubblica Popolare ha approfittato dei conflitti in Afghanistan e Iraq per crescere silenziosamente.
Nel 2009 l’allora direttore dell’Istituto per gli Studi americani del China Institute of Contemporary International Relations (Cicir, legato ai servizi segreti) Yuan Peng ha menzionato per la prima volta i «cambiamenti che non si vedevano da un secolo» nel commentare la crisi finanziaria scoppiata a Wall Street l’anno prima. Il dibattito sulle difficoltà degli Stati Uniti è cresciuto 7. Rapidamente il concetto introdotto da Yuan ha raggiunto i vertici del partito, contribuendo alla narrazione attuale del risorgimento cinese. La Repubblica Popolare ha accumulato ricchezza tramite le esportazioni, ha sviluppato cruciali nicchie tecnologiche (vedi quella della lavorazione delle terre rare) e attinto alla capacità di innovazione americana ed europea. Al punto che la distanza tra queste e quella cinese si è assottigliata drasticamente.
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L’avvento di Xi ha posto fine al periodo del taoguang yanghui e fatto spazio alla formula fenfa youwei, «sforzarsi per ottenere il successo». La Repubblica Popolare ha intensificato le attività militari nei Mari Cinesi e attorno a Taiwan. Ha promosso le nuove vie della seta. Xi ha concentrato su di sé la guida dello Stato, del partito e delle Forze armate. Il progetto di occidentalizzazione della Cina non è andato a buon fine a causa della cattiva interpretazione della complessità culturale cinese, dell’opposizione del Partito comunista a un mutamento del sistema politico e dei primi segnali del tentato suicidio dell’impero americano.
4. Oggi per gli strateghi cinesi mantenere vivo il progresso tecnologico è essenziale per lo sviluppo di un mondo sinocentrico sotto tre profili.
Il primo riguarda l’aumento del benessere dei cinesi. La Repubblica Popolare è irrequieta per natura. Non può fermare il suo progresso. Deve evitare neijuan, o «involuzione» economica e sociale. Di più, deve scongiurare crisi come quelle sperimentate durante l’epidemia di Covid, quando proteste contro il governo e lo stesso Xi hanno scosso il paese e sorpreso la leadership. Pena la fine del compromesso secondo cui la popolazione accetta il primato del partito in cambio dell’aumento del benessere.
Gli investimenti nelle cosiddette «nuove forze produttive», innanzitutto nel campo dell’intelligenza artificiale e nei settori collegati (tecnologia quantistica, biotecnologie, embodied Ai, 6G e auto elettriche), mirano a creare nuovi posti di lavoro (carta a colori 6). Così da interrompere il preoccupante aumento del tasso di disoccupazione giovanile. Il quale, attestandosi attorno al 20%, innesca le ansie di milioni di neolaureati combinandosi con i timori per le lacune del sistema sanitario, immobiliare e finanziario.
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Tali fattori accrescono lo stress sociale e contribuiscono al declino demografico. Nel lungo periodo l’innalzamento dell’età mediana può determinare una diminuzione della forza lavoro. In più una popolazione meno giovane e rivolta al futuro potrebbe essere meno pronta ad affrontare momenti di crisi o addirittura scenari di guerra. In linea teorica, il potenziamento di nuovi settori lavorativi potrebbe migliorare le condizioni economiche, innescare nuova crescita e quindi favorire l’aumento dei consumi interni.
Senza lo sviluppo di un mercato domestico tale da ridimensionare la dipendenza dalle esportazioni, la Repubblica Popolare è esposta alle oscillazioni dei mercati altrui, a possibili sanzioni delle potenze rivali e addirittura, per mano dell’America, al blocco dello Stretto di Malacca, da cui fluisce la stragrande maggioranza delle merci cinesi. Circostanze che potrebbero verificarsi in caso di guerra nell’Indo-Pacifico, ripercuotendosi sulla stabilità interna della Repubblica Popolare. Non c’è risorgimento senza ringiovanimento. Ciò spiega l’intenso dibattito in corso nella Repubblica Popolare sull’allocazione di nuovi investimenti, sulla riforma del sistema di residenza (hukou, che vincola i servizi per il cittadino al luogo in cui si è registrati), sugli incentivi alle coppie affinché facciano più figli e sul rischio dello scoppio della bolla immobiliare.
A tali sfide si aggiunge la necessità di elevare il benessere nelle aree rurali. Pechino avrà pure eliminato statisticamente la povertà assoluta nel 2020, ma la qualità della vita nelle campagne non è paragonabile a quella nelle città. Secondo la Banca mondiale, il 15,2% della popolazione (oltre 200 milioni di abitanti) vive ancora con meno di 8,30 dollari al giorno. Nei secoli, l’Impero del Centro ha subìto cicliche disgregazioni. Il partito vuole evitare che ve ne siano altre.
Questo attribuisce un ruolo fondamentale pure alle regioni periferiche abitate dalle minoranze (carta a colori 7). Dopo la fondazione della Repubblica Popolare, Pechino ha abbinato pugno di ferro e pedagogia per controllare saldamente Tibet, Xinjiang e Mongolia Interna, ma ancora oggi non può escludere che l’acredine maturata da tibetani, uiguri (musulmani e turcofoni), mongoli e perfino hongkonghesi verso il potere centrale generi nuovamente alta instabilità. Condizione inammissibile per la leadership, che reputa queste regioni come cuscinetti a protezione del nucleo abitato han e contemporaneamente ponti verso l’Ovest.
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In secondo luogo la tecnologia è essenziale per il successo militare. Qualsiasi scenario bellico attorno a Taiwan (blocco dei porti, accerchiamento completo, bombardamento dell’isola e sbarco) richiede la sinergia tra le varie branche dell’Esercito popolare di liberazione (Epl) e strumenti spaziali e navali di altissima qualità. Da due anni, università e centri di ricerca vicini alle Forze armate simulano operazioni per mettere fuori uso satelliti nemici e in particolare la costellazione Starlink di Elon Musk. Neutralizzare tali vettori è cruciale per impedire a Washington e Taipei di conoscere le mosse dell’Epl. Mentre l’entrata in azione della portaerei Fujian (la più evoluta delle tre di cui dispone Pechino) conta soprattutto nell’ambito dell’estensione del raggio della Marina cinese nel cuore del Pacifico per ostruire il supporto americano a Taiwan e rappresentare un nuovo potenziale rischio per la sicurezza della costa occidentale degli Stati Uniti (carta a colori 8).
La Repubblica Popolare ha superato l’America nel numero totale di navi militari (370 contro poco meno di 300). Il divario aumenterà, visto che la capacità della cantieristica navale cinese è 200 volte superiore a quella americana 8. Ma la proiezione a lungo raggio dell’Epl non è affatto stabile. Pechino ha otto portaerei in meno di Washington. Inoltre non può ancora proteggere costantemente le proprie linee di rifornimento passanti per i Mari Cinesi e per lo Stretto di Malacca, presidiato dall’America. Senza contare che non vi sono percorsi terrestri adeguatamente affidabili per aggirare tale collo di bottiglia. Il più indicato, il corridoio dal Xinjiang al porto pakistano di Gwadar, è ciclicamente colpito dai ribelli baluci. Infine, la Repubblica Popolare ha attualmente solo due basi navali all’estero, rispettivamente a Gibuti e in Cambogia. Mentre la Marina americana è posizionata in oltre venti paesi.
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Poi vi sono dubbi sulla reale prontezza dell’Epl. Soprattutto alla luce delle cicliche epurazioni che colpiscono alti funzionari delle Forze armate. L’ultima ondata ha riguardato nove ufficiali legati al Fujian (provincia prospiciente Taiwan), con cui Xi ha costruito un rapporto personale mentre faceva carriera nel Sud della Repubblica Popolare tra gli anni Ottanta e Duemila. A ciò si aggiunga la riforma dell’intelligence tecnologica voluta da Xi nel 2024, solo nove anni dopo quella complessiva delle Forze armate. Gli sforzi compiuti per migliorare il coordinamento informativo nell’ambito delle operazioni congiunte non soddisfano le aspettative del presidente. Eppoi la Cina non combatte una guerra dal 1979. Significa che ha poca esperienza di combattimento reale e le occasioni per testare le sue armi sono state sin qui poche: una ragione di più per cercare l’unificazione con Taiwan senza azzardare lo sbarco.
5. La terza funzione della tecnologia è la sublimazione del soft power. Il drastico assottigliamento del divario con l’America è vanto per la Repubblica Popolare. Aziende come Byd, DeepSeek, Huawei, Alibaba, Unitree Robotics, ByteDance (creatrice di TikTok) Xiaomi e Pop Mart (produttrice delle celebri bambole Labubu) sono celebrate dal partito come simbolo del passaggio del paese da fabbrica del mondo a incubatore di innovazione. Di pari passo, la diffusione di film e videogiochi made in China contribuisce al più o meno inconsapevole assorbimento all’estero di elementi culturali dell’Impero del Centro 9. Si pensi alle pellicole prodotte nella Repubblica Popolare come Operazione Mar Rosso, Sky Fighter e Sky Hunter (molto simili all’americano Top Gun), ai videogiochi in stile Call of Duty dedicati alla seconda guerra sino-giapponese. Oppure al popolare Black Myth: Wukong, che si ispira al classico della letteratura cinese Viaggio in Occidente, e al film d’animazione Ne Zha, personaggio citato nel romanzo La canonizzazione degli dei risalente alla dinastia Ming (1368-1644).
Il successo delle Labubu è peculiare poiché si tratta di un prodotto che non ha nulla a che fare con la cultura tradizionale cinese. Le loro sembianze elfiche originano dalle favole nordiche e la loro commercializzazione trae ispirazione dai metodi usati in Giappone: il momento più importante è l’apertura in diretta delle confezioni (l’unboxing) su TikTok per scoprire quale versione della bambola è stata collezionata. L’acquisto diventa un gioco. Il fenomeno è poi sublimato dalla popolarità che questi oggetti hanno tra celebrità asiatiche e occidentali, come il gruppo k-pop Blackpink, Rihanna e David Beckham. Non dovremmo sorprenderci se le Labubu diventassero ambasciatrici di iniziative internazionali cinesi 10.
È certamente presto per sancire il trionfo del soft power della Repubblica Popolare. Non lo è per riflettere sul declino di quello degli Stati Uniti, dove il 70% non crede più nel «sogno americano» 11. Secondo l’ultimo rapporto del Censis, è di questa opinione pure il 74% degli italiani. Il 62% dei nostri concittadini ritiene che l’Unione Europea non abbia un ruolo determinante nelle partite globali. Il 55% pensa che la spinta innovatrice occidentale si sia esaurita e che essa ora appartenga a Cina e India 12.
Pechino cavalca questa dinamica nel quadro dell’irrobustimento delle capacità tecnologiche. Sta aprendo le porte a studiosi, accademici e scienziati stranieri e promuove una moltitudine di iniziative internazionali. Approccio opposto a quello di Washington, che invece vorrebbe limitare l’accesso di stranieri agli atenei a stelle e strisce. Con il rischio di bloccare il proprio processo innovativo, visto il corposo contributo di ingegneri cinesi al progresso americano nel campo dell’intelligenza artificiale.
6. Per non compromettere l’acerbo soft power cinese, convincere i taiwanesi ad accettare l’unificazione senza fare la guerra sarebbe lo scenario migliore. Anche perché renderebbe più difficile qualsiasi opposizione americana o giapponese. Ragion per cui i sondaggi sugli umori locali sono ora più che mai terreno di scontro tra le propagande di Pechino e Taipei. Secondo una ricerca della National Chengchi University la maggioranza dei taiwanesi preferirebbe mantenere lo status quo. Le divergenze emergono sul farlo indefinitamente (34,6%), decidere in futuro se dichiarare l’indipendenza (26,5%) o muoversi subito verso di essa (21,5%). Solo il 4,3% la vorrebbe immediatamente. L’1,1% anela all’unificazione ora, il 5,3% in un secondo momento 13.
Allo stesso tempo, secondo una ricerca della Taiwanese Public Opinion Foundation il 57% degli intervistati non vede più l’America come un partner affidabile 14. Inoltre, la resistenza taiwanese a un attacco cinese non è così scontata. Secondo una ricerca del centro My Formosa, il 52% dei giovani non combatterebbe per difendere l’isola (un aumento dell’8,4% rispetto a due anni fa), mentre il 41% è di parere opposto. Il 58% degli intervistati ha detto che il modo migliore per prevenire il conflitto è ristabilire le comunicazioni tra Pechino e Taipei e facilitare gli scambi tra le rispettive popolazioni. Il 60% ritiene che il conflitto sia evitabile 15. Questi risultati contrastano con quelli riscontrati dall’Institute for National Defense and Security Research (Indsr), secondo cui tra il 2021 e il 2024 la quantità di cittadini taiwanesi disposti a combattere è oscillata tra il 74 e l’81%.
La battaglia per l’anima degli abitanti è ancora aperta. E potrebbe accendersi con l’avvicinarsi delle elezioni presidenziali taiwanesi nel 2028. L’anno prima terminerà il terzo mandato di Xi alla guida della Repubblica Popolare (potrebbe seguire il quarto) e Pechino celebrerà il centesimo anniversario della fondazione dell’Esercito popolare di liberazione. In quel biennio, la Cina potrebbe intensificare la penetrazione politica ed economica nell’isola e perfino azzardare un blocco navale, con il proposito di dividere la popolazione taiwanese. Nella speranza che un ritorno del Kuomintang al governo consenta di negoziare l’unificazione.
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7. Le prove di coesistenza sino-statunitensi mettono in agitazione gli alleati di Washington nell’Indo-Pacifico, a cominciare dal Giappone, e rischiano di gettare indirettamente le basi di un conflitto eminentemente asiatico. La premier nipponica Takaichi Sanae ha stabilito che un eventuale attacco della Cina a Taiwan «minaccerebbe la sopravvivenza» del suo paese. Dal punto di vista legale tale espressione consentirebbe a Tōkyō di dispiegare le Forze di autodifesa (le cui operazioni sono vincolate dalla costituzione pacifista) anche se il Giappone non è direttamente colpito dalla Cina.
L’affermazione di Takaichi non è stata estemporanea. Il governo nipponico teme che l’accondiscendenza statunitense verso Xi lo incoraggi ad accelerare la presa di Taiwan. Per il paese del Sol Levante significherebbe dipendere da Pechino per l’accesso ai commerci marittimi mondiali via Mari Cinesi e Stretto di Malacca. Di qui il posizionamento di un sistema missilistico terra-aria sull’isola di Yonaguni, a un centinaio di chilometri dalle coste settentrionali taiwanesi.
Tra le contromisure commerciali e diplomatiche attuate da Pechino contro Tōkyō spicca la lettera inviata dall’ambasciatore presso le Nazioni Unite Fu Cong, il quale menziona i trattati che il Giappone violerebbe con un intervento a Taiwan. Scopo: giustificare con il diritto internazionale un possibile contrattacco della Repubblica Popolare al Giappone. Non a caso nel dibattito pubblico cinese è riemerso il tema degli articoli 53, 77 e 107 della Carta delle Nazioni Unite, le cosiddette enemy clauses, che autorizzano azioni coercitive da parte dei vincitori della seconda guerra mondiale contro gli sconfitti «Stati nemici». Tra questi, oltre al Giappone figurano anche Italia e Germania. Negli anni Novanta Tōkyō tentò di far abrogare quegli articoli. Per Roma la vicenda non ha sin qui meritato attenzione per via della obsolescenza delle clausole. Ora potrebbero tornare pericolosamente d’attualità.
Le turbolenze sino-nipponiche possono propagarsi nel resto della regione, in particolare nella penisola coreana. Il paese del Sol Levante osserva con scetticismo l’accordo grazie al quale Washington venderà a Seoul tecnologia per la fabbricazione di sottomarini a propulsione nucleare. Peraltro la Russia sta offrendo il medesimo supporto alla Corea del Nord. Il consolidamento delle loro relazioni serve innanzitutto a destabilizzare la Cina sul fronte orientale e quindi a ostacolarne il tentativo di diventare la potenza dominante nell’Indo-Pacifico. Tale dinamica e il complessivo desiderio americano di armare gli alleati regionali aumenta il rischio di pericolosi incidenti per mare e nell’aria.
Oggi nella Repubblica Popolare circola l’idea per cui sia più probabile un’altra guerra in Europa come degenerazione dell’invasione della Russia in Ucraina piuttosto che uno scontro aperto tra Usa e Cina. Eppure è del tutto probabile che il tentativo di composizione temporanea degli interessi di Washington, Pechino e Mosca inneschi conflitti in entrambi i teatri.
8. «Che tu possa vivere tempi interessanti» è una maledizione erroneamente attribuita alla cultura sinica. Si diffuse probabilmente all’inizio del XX secolo nel Regno Unito grazie ad alcuni scritti riferiti a sir Austen Chamberlain (fratello del noto primo ministro britannico Neville) e ai suoi contatti con un connazionale diplomatico di stanza in Cina. La frase è diventata famosa al punto da essere citata anche da personaggi illustri come il presidente americano John F. Kennedy in piena guerra fredda. Sempre Kennedy fu protagonista di un’altra erronea interpretazione della cultura sinica, secondo cui nella parola cinese per «crisi» vi sarebbe quella che significa «opportunità». Il concetto è molto più profondo. Nel termine weiji («crisi») coesistono le parole «pericolo» (wei) e «punto cruciale» (ji). Significa che l’instabilità può tradursi in una svolta positiva o negativa. In linea con la filosofia daoista.
I tempi in cui viviamo sono certamente «interessanti», ma la parabola declinante dell’America è il risultato di un sabotaggio autoinflitto e della mancata comprensione delle ambizioni cinesi, non della capacità della Repubblica Popolare di trasformarsi in seconda potenza al mondo nell’arco di cinquant’anni. La crisi degli Occidenti – l’americano e l’europeo – può tradursi nel «punto cruciale» che desidera Pechino. Oppure può accrescere il caos tra i due Medioceani in maniera tale da contagiare anche l’Impero del Centro, lontano dall’aver risolto le sue sfide interne. Altro che datong.
Da questo momento cruciale possono pure emergere nuove opportunità per americani ed europei. I «cambiamenti che non si vedevano da un secolo» impongono la definizione di una strategia nazionale italiana che parta dai tratti essenziali della geopolitica del nostro paese. A cominciare dalla marittimità e dal legame securitario con gli Stati Uniti. La ridefinizione della collaborazione con Washington dovrebbe sfociare in un piano d’azione incentrato sul nostro ruolo nella preservazione della stabilità nel Medioceano europeo. Nel quale condividiamo con l’America l’urgenza di contenere la contemporanea presenza russa, turca e cinese.
Roma ha lasciato le nuove vie della seta nel 2023 e contestualmente ha stretto rapporti con Giappone e India in ambito securitario. Tuttavia Pechino non intende rinunciare alla sua presenza in Italia, né alle capacità tecnologiche nostrane. Specialmente in campi come Spazio, dimensione sottomarina e agroalimentare. Prova ne sono i 31 accordi firmati recentemente da università italiane e cinesi, alcune delle quali contribuiscono esplicitamente al potenziamento della macchina militare dell’Impero del Centro 16. L’attenzione della Repubblica Popolare per il nostro paese è confermata pure dalla presenza qui di 11 «stazioni di polizia d’oltremare». Vale a dire di un imprecisato numero di funzionari del ministero della Pubblica sicurezza (responsabile delle attività di polizia e dell’intelligence interna) incaricato di controllare la comunità cinese, di riportare in patria presunti fuggitivi e di raccogliere informazioni nella Penisola. Naturalmente tenuto conto del nostro fondamentale ruolo di piattaforma tra cuore dell’Europa e Africa, dove la Cina ha messo radici da tempo.
Bisogna superare in fretta il disorientamento determinato dalla rivoluzione geopolitica in corso. Stabilire cosa possiamo volere e quali sono le priorità. Considerando, tra le altre cose, che la crisi americana non definirà automaticamente la formazione di un mondo sinocentrico.
Note:
1. «National Security Strategy of the United States of America», whitehouse.gov, novembre 2025.
2. Per approfondire, si veda l’editoriale di Limes, 1/2025, «L’ordine del caos».
3. M. Myers, «Make Europe Great Again and more from a longer version of the National Security Strategy», defenseone.com, 9/12/2025.
4. J. Torigian, The Party’s interests come first: the life of Xi Zhongxun, Stanford 2025, Stanford University Press.
5. J. Xi, «Tianxia yijia» («Una famiglia nel mondo»), China Daily, 19/5/2018.
6. Cfr. G. Cuscito, «Circonda e influenza. Xi usa il weiqi per superare l’America», Limes, 7/2025, «La pace sporca», pp. 131-140.
7. P. Yuan, «Jinrong weiji yu Meiguo jingji baquan: Lishi yu zhengzhi de jiedu» («Crisi finanziaria ed egemonia economica degli Stati Uniti. Un’interpretazione storica e politica»), Relazioni internazionali moderne, n. 5/2009, cicir.cn.
8. K.W.K. Tan, «China has the capacity to build Pla combat ships at 200 times the rate that the US can, per leaked US Navy intelligence», businessinsider.com, 15/9/2023.
9. G. Cuscito «Labubu e il soft power della Cina», limesonline.com, 2/7/2025.
10. G. Zhong, «Labubu, China’s cool new culture ambassador», China Daily, 25/6/2025.
11. J. Walker, «Belief in the American dream hits record low», axios.com, 2/9/2025.
12. «L’Italia nell’età selvaggia», Censis, 5/12/2025.
13. «Taiwan Independence vs. Unification with the Mainland (1994/12~2025/06)», Election Study Center, National Chengchi University, 7/7/2025.
14. «Mei Zhong liang da qiangquan chongji xia de Taiwan minyi» («L’opinione pubblica taiwanese in merito all’impatto delle due potenze, Stati Uniti e Cina», Taiwan Public Opinion Foundation, aprile 2025.
15. «Meili dao min diao: 2025 Nian 10 yue guozheng min diao» («Sondaggio Formosa: sondaggio sulla politica nazionale, 10/2025»), my-formosa.com.tw, 27/10/2025.
16. «Italia e Cina, Bernini a Pechino per rafforzamento cooperazione scientifica, tecnologica e accademica», mur.gov.it, 13/11/2025.
LA LUNGA MARCIA DI XI VERSO IL CENTRO DEL MONDO

1. La crisi americana, le guerre in cui sono invischiati Stati Uniti, Europa e Russia e i progressi tecnologici compiuti dalla Repubblica Popolare Cinese alimentano la consapevolezza di Pechino. Elettrizzano Xi Jinping e la sua cerchia, inducendoli a relativizzare le profonde e persistenti difficoltà interne rispetto al declino dell’impero a stelle e strisce. Eppure l’ascesa della Cina al ruolo di Numero Uno, che Pechino concepisce diversamente da Washington, è disseminata di ostacoli che difficilmente Xi potrà superare solo con il progresso tecnologico.
La rivoluzione geopolitica in corso sta favorendo il «sogno» del «grande risorgimento della nazione» (carta a colori 1 - in apertura), progetto con cui la Cina vuole tornare a sentirsi «Impero al Centro» (Zhongguo) del mondo. Potenza terrestre, marittima e spaziale allo stesso tempo, dotata della «autosufficienza tecnologica» (zili gengsheng) necessaria per assicurarsi crescita economica e altissima efficienza bellica. Quindi per controllare stabilmente il nucleo geopolitico abitato dalla maggioranza etnica han, proteggerlo dalle minacce esterne e proiettarsi verso Pacifico e Atlantico via Mari Cinesi e Mar Mediterraneo. Cioè i due Medioceani attualmente in tempesta. In attesa che lo scioglimento dei ghiacci sblocchi definitivamente la rotta artica, sempre più frequentata dalla Repubblica Popolare grazie al consenso riluttante della Russia.

Il nuovo documento sulla Strategia di sicurezza nazionale statunitense pubblicato a dicembre non stabilisce cosa accadrà in futuro, ma fotografa la prospettiva dell’amministrazione Trump (carta a colori 2). Esplicito «corollario» alla dottrina Monroe, il piano prevede la ricostruzione della superpotenza a stelle e strisce a partire dal continente americano. Pone immigrazione di massa, criminalità, traffico di droga, difesa dell’accesso a luoghi strategici chiave (a cominciare dal Canale di Panamá) in cima alle priorità di Washington. Per Trump il nemico è innanzitutto interno. La Russia è da volgere contro la Cina, che però non è espressamente definita minaccia (carta a colori 3).
La preservazione di un Indo-Pacifico «libero e aperto», cioè non controllato dalla Repubblica Popolare, è obiettivo secondario 1. Washington vuole «scoraggiare un conflitto per Taiwan» preservando la superiorità militare, mentre incoraggia gli alleati asiatici a spendere di più nel settore militare e a impegnarsi nella «difesa collettiva». Insomma, gli Stati Uniti non sono più certi del proprio primato bellico. Hanno bisogno di riorganizzarsi. E vogliono evitare lo scontro con la Cina.
La versione riservata del documento è ancora più drastica. Sancisce il «fallimento» dell’egemonia americana. Poi propone l’organizzazione di un meccanismo di comunicazione tra America, Repubblica Popolare, Russia, India e Giappone. Il «nucleo di cinque» (Core 5 o C5) dovrebbe riunirsi per confrontarsi su questioni strategiche, abolendo di fatto l’impalpabile G7 e fungendo da piattaforma di quella che a Limes abbiamo definito Grande Componenda. Cioè una tacita intesa tra Stati Uniti, Repubblica Popolare e Russia per evitare che il loro confronto raggiunga il livello di scontro bellico diretto 2. Posto che tutte le altre dimensioni della guerra al di sotto di esso sono lecite. A cominciare da quella cognitiva.

In entrambe le versioni della Strategia di sicurezza americana, l’Europa è marginalizzata. Bisogna «farla di nuovo grande» (make Europe great again) responsabilizzandola nel contenimento di Mosca e instaurando rapporti speciali con i paesi veterocontinentali intenzionati a preservare il «tradizionale stile di vita europeo» e fortemente schierati con Washington. Tra questi vi sarebbero Austria, Ungheria, Polonia e Italia 3. Per Trump gli allineamenti pratici contano più delle alleanze formali.
Il programma, in quanto tale, difficilmente si materializzerà nella sua interezza. Anche perché non incontra la totale l’approvazione degli apparati di sicurezza. E potrebbe subire radicali mutamenti qualora i democratici vincessero le elezioni di medio termine. Soprattutto per quanto riguarda i rapporti con la Russia. Queste per Pechino rappresentano valide ragioni per coltivare ora più che mai le proprie ambizioni egemoniche in Estremo Oriente, da cui irradiare potenza in Eurasia, Africa e Americhe. Per poi penetrare le sfere d’influenza statunitense e russa tramite la Belt and Road Initiative (Bri, nuove vie della seta). Con Mosca confinata nel ruolo di scomodo socio di minoranza dell’Impero del Centro, affinché non ne minacci la sicurezza come avvenuto tra il XIX e il XX secolo. Stavolta in collaborazione con l’America (carta a colori 4).
La narrazione del Partito comunista incornicia questo complesso progetto nel quadro della tutela dell’ordine internazionale sviluppato all’indomani della seconda guerra mondiale. Ordine in cui il contributo della «nazione cinese» (che quindi includerebbe i taiwanesi) e della Russia sarebbe stato sottovalutato. Di qui la richiesta di riequilibrare il rapporto tra Washington, Mosca e Pechino palesata durante la parata militare tenuta a piazza Tiananmen per ricordare l’80° anniversario della fine di quel conflitto, che la Repubblica Popolare definisce «resistenza del popolo cinese all’aggressione giapponese nella guerra mondiale antifascista». Dicitura che indirettamente evidenzia come all’epoca pure l’Italia fosse avversaria dei cinesi. Naturalmente dopo il Giappone, loro acerrimo rivale.

Per Xi l’ammorbidimento del sostegno dell’America a Taiwan risulta cruciale. L’unificazione con l’isola è tassello imprescindibile del sogno cinese. Consentirebbe a Pechino il definitivo superamento dello smembramento inferto dalle potenze occidentali, dal Giappone e dalla Russia tra le guerre dell’oppio (1839-42 e 1856-60) e la fondazione della Repubblica Popolare (1949). Soprattutto, la presa dell’isola assicurerebbe a Pechino il dominio dei Mari Cinesi e impedirebbe nuove invasioni via mare (carta a colori 5). Xi vorrebbe raggiungere questo obiettivo senza l’uso della forza, con una progressiva penetrazione nel tessuto sociale taiwanese: assorbimento volontario, magari facendo leva sull’appoggio del Kuomintang, partito d’opposizione locale particolarmente favorevole alla sintonia con Pechino.
Washington continua ad aiutare militarmente Taipei, ma Trump evita di appoggiarne pubblicamente la causa e si guarda bene dal redarguire Pechino in merito all’alterazione dello status quo attorno a Formosa. Il direttore dell’American Institute of Taiwan (l’ambasciata americana de facto sull’isola) Raymond Greene ha persino invitato a Washington la nuova segretaria del Kuomintang, Cheng Li-wun. Tutti segnali di un approccio diametralmente opposto a quello che Biden e lo stesso Trump hanno adottato nei mandati precedenti.

L’avverarsi del sogno cinese è ostacolato da una molteplicità di fattori, alcuni dei quali vanno ben oltre il controllo di Xi: la capacità di Pechino di risolvere i problemi interni; l’effettiva emersione di un soft power sinico tale da persuadere potenze vicine e lontane al volere dell’Impero del Centro senza l’uso della forza; il superamento della crisi interna all’America da parte di Washington; le reazioni del Giappone, in riarmo, disorientato dai negoziati sino-statunitensi e per questo sempre più disposto a intervenire in una guerra per Taiwan; il tentativo della Russia di sfuggire alla tenaglia cinese via Artico e Asia centrale. In questa partita, l’Europa è terreno di scontro, segnato da crisi interne (a cominciare da quelle di Germania e Francia), dalle diverse visioni su come porre fine alla guerra in Ucraina, gestire il tema del riarmo e nel complesso affrontare Russia e Cina.
2. Gli Stati Uniti hanno sin qui rappresentato un modello per la Repubblica Popolare. Nel bene e nel male. Con una perfetta commistione di hard e soft power, Washington è riuscita ad affermarsi a metà del XX secolo. Tuttavia non ha sanato completamente le contraddizioni interne. Già nel 1991 Wang Huning, storico ideologo del partito e uomo fidato di Xi, ha sintetizzato pregi e difetti del primato a stelle e strisce nel libro America contro America. Un compendio per cogliere i fattori di potenza statunitensi e schivare quelli di debolezza. Undici anni prima Xi aveva compiuto un viaggio negli Stati Uniti come segretario del ministro della Difesa Geng Biao, in occasione dell’apertura delle relazioni militari sino-statunitensi. Spedizione che gli ha consentito di carpire l’importanza del primato tecnologico come volano del progresso economico e bellico su cui si è fondato il successo americano. Lo stesso «sogno cinese», di cui Wang è uno degli ideatori, evoca l’American dream. Con la differenza che il primo consiste nel trionfo della collettività cinese, mentre il secondo in quello dell’individuo che esaudisce i propri desideri abbracciando lo stile di vita statunitense.
Eppure, nel plasmare un mondo sinocentrico la Cina non intende emulare l’America. Considera il proprio modello di successo irripetibile e sottolinea che l’Occidente non ha l’esclusiva del marchio «democrazia». Assunto peraltro appetibile per il crescente numero di paesi – soprattutto nel cosiddetto Sud Globale – che guarda con occhio critico al modello americano.
Nella lettura sinica, impero è metodo di gestione armonica del rapporto tra la propria collettività e quelle altrui. Con intensità diverse a seconda del teatro geografico. I pilastri dell’approccio imperiale cinese sono lo sviluppo di una estesa rete commerciale, la lotta alla corruzione, la definizione di leggi e standard, il potenziamento delle Forze armate, il dominio dei mari, la (problematica) internazionalizzazione dello yuan. Tutti fattori che ricordano più la Pax Romana che quella americana e che ammettono l’esistenza di più poli, con gradi diversi di attrazione.
Pechino si immagina civiltà fulcro di datong, la «grande unità». Tale ordine armonico di impronta confuciana fu menzionato per la prima volta nel Libro dei riti. Il filosofo Kang Youwei lo recuperò in forma utopistica nella fase finale della dinastia Qing. Per Confucio l’ordine sociale doveva riflettere quello cosmico. In entrambi gli ambiti l’armonia deriva dall’equilibrio, rispettivamente tra corpi celesti e uomini. Ciascuno con il proprio compito nell’universo.
Sun Yat-sen, padre della Cina moderna, citò datong come scopo ultimo dei Tre princìpi del popolo. Il concetto fu incluso nell’inno nazionale della Repubblica di Cina, ancora usato da Taiwan. Mao Zedong lo impiegò poco prima della fondazione della Repubblica Popolare per affermare che il Partito comunista aveva come obiettivo l’abolizione delle classi sociali e l’ingresso dell’umanità nel regno della grande unità. La coesistenza tra teorie di Marx e di Confucio è tuttora base della pedagogia cinese, per dimostrare la continuità storica tra dinastie del passato e quella rossa retta da Xi.
Per il presidente cinese il sogno del risorgimento non può prescindere dalla centralità del partito. Il quale a sua volta è sistema planetario in cui lui ha assunto il ruolo di Sole, o meglio «nucleo» (hexin). Xi Jinping e suo padre, il politico Xi Zhongxun, hanno giurato fedeltà al partito malgrado le traumatiche esperienze che la loro famiglia subì durante la rivoluzione culturale. Quando Zhongxun cadde in disgrazia proprio per volontà di Mao e Jinping fu relegato dal 1969 al 1975 a Liangjiahe, vicino a Yan’an (luogo simbolo della rivoluzione guidata da Mao) nella provincia dello Shaanxi. Il mito vuole che in seguito alle sofferenze patite in quel villaggio iniziò la sua scalata al potere, mentre il padre riabilitato da Deng Xiaoping divenne uno dei protagonisti della politica di riforma e apertura che innescò la crescita della Repubblica Popolare.

Secondo quanto scritto nei diari del politico Li Rui, una volta Xi Jinping disse: «Mio padre mi ha trasmesso due cose: “non perseguitare le persone e di’ la verità”. La prima è possibile, la seconda no». Sintomo di come probabilmente entrambi fossero convinti che dimostrare la loro assoluta lealtà al partito e non esprimere il proprio pensiero fossero gli unici modi per sopravvivere alla durezza del mondo. Mentre l’ambiguità in merito al rispetto del precetto di Zhongxun sul non perseguitare gli altri sembra collimare con l’aspra campagna anticorruzione portata avanti per estromettere i suoi avversari 4.
Nell’èra di Xi figlio, datong ha assunto la forma di «comunità dell’umanità dal destino condiviso», cosmetica cornice delle nuove vie della seta. Ovvero il piano multidimensionale istituito nel 2013 per smaltire la sovracapacità industriale cinese e moltiplicare l’influenza della Repubblica Popolare all’estero 5.
Le nuove vie della seta sono applicazione classica del weiqi, l’antico gioco da tavolo cinese, in cui l’occupazione degli spazi con le proprie pedine (in gergo «pietre») precede l’accerchiamento di quelle altrui. Le pietre fungono al contempo da muri e linee di comunicazione. Sono punti di contatto e scambio con l’avversario. La vittoria nel weiqi è relativa, non assoluta come negli scacchi. Non è necessario annichilire l’avversario. Per vincere basta controllare più territori. Spesso capita di sacrificare il controllo di una porzione della tavola da gioco per guadagnare influenza altrove 6. In linea con la filosofia daoista, la coesistenza e l’alternanza di yin e yang (luce e oscurità, ordine e disordine) generano il dao, la «via» per conseguire l’armonia.
Negli ultimi dodici anni, Pechino ha abbinato alle nuove vie della seta e alla precedente Organizzazione per la cooperazione di Shanghai (che guida con la Russia) le quattro Iniziative globali dedicate rispettivamente a governance, sicurezza, civiltà e sviluppo. Consessi per ora fumosi, in cui la Repubblica Popolare vuole affermare i propri standard a livello internazionale e creare un contesto narrativo che legittimi i suoi interessi geopolitici. Il tutto aumentando la propria incisività nelle organizzazioni plasmate dagli Stati Uniti (Onu, Fondo monetario internazionale, Banca mondiale, Fao eccetera) e guardandosi bene dall’intervenire nelle guerre altrui come fatto in passato da Washington, poiché ciò porta via risorse, denaro e distoglie dalle priorità nazionali.
La Cina non ha i mezzi e la volontà per replicare un mondo unipolare e cimentarsi in un uso globale della propria capacità bellica. Ammettere un certo livello di caos è parte dell’approccio daoista. Specialmente se il caos fiacca i nemici. Guerra in Ucraina docet. L’invasione russa ha inizialmente danneggiato lo sviluppo delle nuove vie della seta, poi ha spinto Mosca tra le braccia di Pechino e distratto Europa e Stati Uniti dall’Indo-Pacifico. Parafrasando Sunzi, «vincere senza combattere» è il modo migliore per battere il rivale.
3. Nel 2023, Xi Jinping a colloquio con Vladimir Putin aveva fotografato la rivoluzione geopolitica in corso sottolineando l’inizio di «cambiamenti che non si vedevano da un secolo». Nella versione cinese della storia tali mutamenti non sono alterazione dello status quo. Semmai sono passi verso il suo recupero, giacché per Pechino esso risale a prima che le potenze europee, il Giappone e la Russia invadessero l’Impero del Centro.
Gli Stati Uniti, pur essendo stati il modello da cui trarre spunto, sono comunque ritenuti colpevoli di aver ostacolato la definitiva unificazione del paese. Prima lasciando irrisolto il contrasto tra Pechino e Taipei su chi governasse la Cina dopo che i giapponesi abbandonarono Taiwan alla fine della seconda guerra mondiale. Poi penetrando in Corea nel 1950. Operazione che, abbinata al dislocamento della Settima Flotta nello Stretto tra le due Cine, ha costretto Mao a rinunciare alla presa dell’isola.
La normalizzazione dei rapporti sino-statunitensi negli anni Settanta e l’ingresso della Repubblica Popolare nell’Organizzazione mondiale del commercio nel 2001 hanno cambiato la traiettoria di Pechino e sprigionato la capacità economica cinese. Washington credeva che con la (relativa) liberalizzazione del mercato, l’Impero del Centro si sarebbe democratizzato in stile occidentale. Ferita dagli attentati dell’11 settembre, nel 2001 l’America ha lanciato la guerra al terrore. All’insegna del motto «taoguang yang hui» («nascondi la luce, coltiva l’oscurità») la Repubblica Popolare ha approfittato dei conflitti in Afghanistan e Iraq per crescere silenziosamente.
Nel 2009 l’allora direttore dell’Istituto per gli Studi americani del China Institute of Contemporary International Relations (Cicir, legato ai servizi segreti) Yuan Peng ha menzionato per la prima volta i «cambiamenti che non si vedevano da un secolo» nel commentare la crisi finanziaria scoppiata a Wall Street l’anno prima. Il dibattito sulle difficoltà degli Stati Uniti è cresciuto 7. Rapidamente il concetto introdotto da Yuan ha raggiunto i vertici del partito, contribuendo alla narrazione attuale del risorgimento cinese. La Repubblica Popolare ha accumulato ricchezza tramite le esportazioni, ha sviluppato cruciali nicchie tecnologiche (vedi quella della lavorazione delle terre rare) e attinto alla capacità di innovazione americana ed europea. Al punto che la distanza tra queste e quella cinese si è assottigliata drasticamente.

L’avvento di Xi ha posto fine al periodo del taoguang yanghui e fatto spazio alla formula fenfa youwei, «sforzarsi per ottenere il successo». La Repubblica Popolare ha intensificato le attività militari nei Mari Cinesi e attorno a Taiwan. Ha promosso le nuove vie della seta. Xi ha concentrato su di sé la guida dello Stato, del partito e delle Forze armate. Il progetto di occidentalizzazione della Cina non è andato a buon fine a causa della cattiva interpretazione della complessità culturale cinese, dell’opposizione del Partito comunista a un mutamento del sistema politico e dei primi segnali del tentato suicidio dell’impero americano.
4. Oggi per gli strateghi cinesi mantenere vivo il progresso tecnologico è essenziale per lo sviluppo di un mondo sinocentrico sotto tre profili.
Il primo riguarda l’aumento del benessere dei cinesi. La Repubblica Popolare è irrequieta per natura. Non può fermare il suo progresso. Deve evitare neijuan, o «involuzione» economica e sociale. Di più, deve scongiurare crisi come quelle sperimentate durante l’epidemia di Covid, quando proteste contro il governo e lo stesso Xi hanno scosso il paese e sorpreso la leadership. Pena la fine del compromesso secondo cui la popolazione accetta il primato del partito in cambio dell’aumento del benessere.
Gli investimenti nelle cosiddette «nuove forze produttive», innanzitutto nel campo dell’intelligenza artificiale e nei settori collegati (tecnologia quantistica, biotecnologie, embodied Ai, 6G e auto elettriche), mirano a creare nuovi posti di lavoro (carta a colori 6). Così da interrompere il preoccupante aumento del tasso di disoccupazione giovanile. Il quale, attestandosi attorno al 20%, innesca le ansie di milioni di neolaureati combinandosi con i timori per le lacune del sistema sanitario, immobiliare e finanziario.

Tali fattori accrescono lo stress sociale e contribuiscono al declino demografico. Nel lungo periodo l’innalzamento dell’età mediana può determinare una diminuzione della forza lavoro. In più una popolazione meno giovane e rivolta al futuro potrebbe essere meno pronta ad affrontare momenti di crisi o addirittura scenari di guerra. In linea teorica, il potenziamento di nuovi settori lavorativi potrebbe migliorare le condizioni economiche, innescare nuova crescita e quindi favorire l’aumento dei consumi interni.
Senza lo sviluppo di un mercato domestico tale da ridimensionare la dipendenza dalle esportazioni, la Repubblica Popolare è esposta alle oscillazioni dei mercati altrui, a possibili sanzioni delle potenze rivali e addirittura, per mano dell’America, al blocco dello Stretto di Malacca, da cui fluisce la stragrande maggioranza delle merci cinesi. Circostanze che potrebbero verificarsi in caso di guerra nell’Indo-Pacifico, ripercuotendosi sulla stabilità interna della Repubblica Popolare. Non c’è risorgimento senza ringiovanimento. Ciò spiega l’intenso dibattito in corso nella Repubblica Popolare sull’allocazione di nuovi investimenti, sulla riforma del sistema di residenza (hukou, che vincola i servizi per il cittadino al luogo in cui si è registrati), sugli incentivi alle coppie affinché facciano più figli e sul rischio dello scoppio della bolla immobiliare.
A tali sfide si aggiunge la necessità di elevare il benessere nelle aree rurali. Pechino avrà pure eliminato statisticamente la povertà assoluta nel 2020, ma la qualità della vita nelle campagne non è paragonabile a quella nelle città. Secondo la Banca mondiale, il 15,2% della popolazione (oltre 200 milioni di abitanti) vive ancora con meno di 8,30 dollari al giorno. Nei secoli, l’Impero del Centro ha subìto cicliche disgregazioni. Il partito vuole evitare che ve ne siano altre.
Questo attribuisce un ruolo fondamentale pure alle regioni periferiche abitate dalle minoranze (carta a colori 7). Dopo la fondazione della Repubblica Popolare, Pechino ha abbinato pugno di ferro e pedagogia per controllare saldamente Tibet, Xinjiang e Mongolia Interna, ma ancora oggi non può escludere che l’acredine maturata da tibetani, uiguri (musulmani e turcofoni), mongoli e perfino hongkonghesi verso il potere centrale generi nuovamente alta instabilità. Condizione inammissibile per la leadership, che reputa queste regioni come cuscinetti a protezione del nucleo abitato han e contemporaneamente ponti verso l’Ovest.

In secondo luogo la tecnologia è essenziale per il successo militare. Qualsiasi scenario bellico attorno a Taiwan (blocco dei porti, accerchiamento completo, bombardamento dell’isola e sbarco) richiede la sinergia tra le varie branche dell’Esercito popolare di liberazione (Epl) e strumenti spaziali e navali di altissima qualità. Da due anni, università e centri di ricerca vicini alle Forze armate simulano operazioni per mettere fuori uso satelliti nemici e in particolare la costellazione Starlink di Elon Musk. Neutralizzare tali vettori è cruciale per impedire a Washington e Taipei di conoscere le mosse dell’Epl. Mentre l’entrata in azione della portaerei Fujian (la più evoluta delle tre di cui dispone Pechino) conta soprattutto nell’ambito dell’estensione del raggio della Marina cinese nel cuore del Pacifico per ostruire il supporto americano a Taiwan e rappresentare un nuovo potenziale rischio per la sicurezza della costa occidentale degli Stati Uniti (carta a colori 8).
La Repubblica Popolare ha superato l’America nel numero totale di navi militari (370 contro poco meno di 300). Il divario aumenterà, visto che la capacità della cantieristica navale cinese è 200 volte superiore a quella americana 8. Ma la proiezione a lungo raggio dell’Epl non è affatto stabile. Pechino ha otto portaerei in meno di Washington. Inoltre non può ancora proteggere costantemente le proprie linee di rifornimento passanti per i Mari Cinesi e per lo Stretto di Malacca, presidiato dall’America. Senza contare che non vi sono percorsi terrestri adeguatamente affidabili per aggirare tale collo di bottiglia. Il più indicato, il corridoio dal Xinjiang al porto pakistano di Gwadar, è ciclicamente colpito dai ribelli baluci. Infine, la Repubblica Popolare ha attualmente solo due basi navali all’estero, rispettivamente a Gibuti e in Cambogia. Mentre la Marina americana è posizionata in oltre venti paesi.

Poi vi sono dubbi sulla reale prontezza dell’Epl. Soprattutto alla luce delle cicliche epurazioni che colpiscono alti funzionari delle Forze armate. L’ultima ondata ha riguardato nove ufficiali legati al Fujian (provincia prospiciente Taiwan), con cui Xi ha costruito un rapporto personale mentre faceva carriera nel Sud della Repubblica Popolare tra gli anni Ottanta e Duemila. A ciò si aggiunga la riforma dell’intelligence tecnologica voluta da Xi nel 2024, solo nove anni dopo quella complessiva delle Forze armate. Gli sforzi compiuti per migliorare il coordinamento informativo nell’ambito delle operazioni congiunte non soddisfano le aspettative del presidente. Eppoi la Cina non combatte una guerra dal 1979. Significa che ha poca esperienza di combattimento reale e le occasioni per testare le sue armi sono state sin qui poche: una ragione di più per cercare l’unificazione con Taiwan senza azzardare lo sbarco.
5. La terza funzione della tecnologia è la sublimazione del soft power. Il drastico assottigliamento del divario con l’America è vanto per la Repubblica Popolare. Aziende come Byd, DeepSeek, Huawei, Alibaba, Unitree Robotics, ByteDance (creatrice di TikTok) Xiaomi e Pop Mart (produttrice delle celebri bambole Labubu) sono celebrate dal partito come simbolo del passaggio del paese da fabbrica del mondo a incubatore di innovazione. Di pari passo, la diffusione di film e videogiochi made in China contribuisce al più o meno inconsapevole assorbimento all’estero di elementi culturali dell’Impero del Centro 9. Si pensi alle pellicole prodotte nella Repubblica Popolare come Operazione Mar Rosso, Sky Fighter e Sky Hunter (molto simili all’americano Top Gun), ai videogiochi in stile Call of Duty dedicati alla seconda guerra sino-giapponese. Oppure al popolare Black Myth: Wukong, che si ispira al classico della letteratura cinese Viaggio in Occidente, e al film d’animazione Ne Zha, personaggio citato nel romanzo La canonizzazione degli dei risalente alla dinastia Ming (1368-1644).
Il successo delle Labubu è peculiare poiché si tratta di un prodotto che non ha nulla a che fare con la cultura tradizionale cinese. Le loro sembianze elfiche originano dalle favole nordiche e la loro commercializzazione trae ispirazione dai metodi usati in Giappone: il momento più importante è l’apertura in diretta delle confezioni (l’unboxing) su TikTok per scoprire quale versione della bambola è stata collezionata. L’acquisto diventa un gioco. Il fenomeno è poi sublimato dalla popolarità che questi oggetti hanno tra celebrità asiatiche e occidentali, come il gruppo k-pop Blackpink, Rihanna e David Beckham. Non dovremmo sorprenderci se le Labubu diventassero ambasciatrici di iniziative internazionali cinesi 10.
È certamente presto per sancire il trionfo del soft power della Repubblica Popolare. Non lo è per riflettere sul declino di quello degli Stati Uniti, dove il 70% non crede più nel «sogno americano» 11. Secondo l’ultimo rapporto del Censis, è di questa opinione pure il 74% degli italiani. Il 62% dei nostri concittadini ritiene che l’Unione Europea non abbia un ruolo determinante nelle partite globali. Il 55% pensa che la spinta innovatrice occidentale si sia esaurita e che essa ora appartenga a Cina e India 12.
Pechino cavalca questa dinamica nel quadro dell’irrobustimento delle capacità tecnologiche. Sta aprendo le porte a studiosi, accademici e scienziati stranieri e promuove una moltitudine di iniziative internazionali. Approccio opposto a quello di Washington, che invece vorrebbe limitare l’accesso di stranieri agli atenei a stelle e strisce. Con il rischio di bloccare il proprio processo innovativo, visto il corposo contributo di ingegneri cinesi al progresso americano nel campo dell’intelligenza artificiale.
6. Per non compromettere l’acerbo soft power cinese, convincere i taiwanesi ad accettare l’unificazione senza fare la guerra sarebbe lo scenario migliore. Anche perché renderebbe più difficile qualsiasi opposizione americana o giapponese. Ragion per cui i sondaggi sugli umori locali sono ora più che mai terreno di scontro tra le propagande di Pechino e Taipei. Secondo una ricerca della National Chengchi University la maggioranza dei taiwanesi preferirebbe mantenere lo status quo. Le divergenze emergono sul farlo indefinitamente (34,6%), decidere in futuro se dichiarare l’indipendenza (26,5%) o muoversi subito verso di essa (21,5%). Solo il 4,3% la vorrebbe immediatamente. L’1,1% anela all’unificazione ora, il 5,3% in un secondo momento 13.
Allo stesso tempo, secondo una ricerca della Taiwanese Public Opinion Foundation il 57% degli intervistati non vede più l’America come un partner affidabile 14. Inoltre, la resistenza taiwanese a un attacco cinese non è così scontata. Secondo una ricerca del centro My Formosa, il 52% dei giovani non combatterebbe per difendere l’isola (un aumento dell’8,4% rispetto a due anni fa), mentre il 41% è di parere opposto. Il 58% degli intervistati ha detto che il modo migliore per prevenire il conflitto è ristabilire le comunicazioni tra Pechino e Taipei e facilitare gli scambi tra le rispettive popolazioni. Il 60% ritiene che il conflitto sia evitabile 15. Questi risultati contrastano con quelli riscontrati dall’Institute for National Defense and Security Research (Indsr), secondo cui tra il 2021 e il 2024 la quantità di cittadini taiwanesi disposti a combattere è oscillata tra il 74 e l’81%.
La battaglia per l’anima degli abitanti è ancora aperta. E potrebbe accendersi con l’avvicinarsi delle elezioni presidenziali taiwanesi nel 2028. L’anno prima terminerà il terzo mandato di Xi alla guida della Repubblica Popolare (potrebbe seguire il quarto) e Pechino celebrerà il centesimo anniversario della fondazione dell’Esercito popolare di liberazione. In quel biennio, la Cina potrebbe intensificare la penetrazione politica ed economica nell’isola e perfino azzardare un blocco navale, con il proposito di dividere la popolazione taiwanese. Nella speranza che un ritorno del Kuomintang al governo consenta di negoziare l’unificazione.

7. Le prove di coesistenza sino-statunitensi mettono in agitazione gli alleati di Washington nell’Indo-Pacifico, a cominciare dal Giappone, e rischiano di gettare indirettamente le basi di un conflitto eminentemente asiatico. La premier nipponica Takaichi Sanae ha stabilito che un eventuale attacco della Cina a Taiwan «minaccerebbe la sopravvivenza» del suo paese. Dal punto di vista legale tale espressione consentirebbe a Tōkyō di dispiegare le Forze di autodifesa (le cui operazioni sono vincolate dalla costituzione pacifista) anche se il Giappone non è direttamente colpito dalla Cina.
L’affermazione di Takaichi non è stata estemporanea. Il governo nipponico teme che l’accondiscendenza statunitense verso Xi lo incoraggi ad accelerare la presa di Taiwan. Per il paese del Sol Levante significherebbe dipendere da Pechino per l’accesso ai commerci marittimi mondiali via Mari Cinesi e Stretto di Malacca. Di qui il posizionamento di un sistema missilistico terra-aria sull’isola di Yonaguni, a un centinaio di chilometri dalle coste settentrionali taiwanesi.
Tra le contromisure commerciali e diplomatiche attuate da Pechino contro Tōkyō spicca la lettera inviata dall’ambasciatore presso le Nazioni Unite Fu Cong, il quale menziona i trattati che il Giappone violerebbe con un intervento a Taiwan. Scopo: giustificare con il diritto internazionale un possibile contrattacco della Repubblica Popolare al Giappone. Non a caso nel dibattito pubblico cinese è riemerso il tema degli articoli 53, 77 e 107 della Carta delle Nazioni Unite, le cosiddette enemy clauses, che autorizzano azioni coercitive da parte dei vincitori della seconda guerra mondiale contro gli sconfitti «Stati nemici». Tra questi, oltre al Giappone figurano anche Italia e Germania. Negli anni Novanta Tōkyō tentò di far abrogare quegli articoli. Per Roma la vicenda non ha sin qui meritato attenzione per via della obsolescenza delle clausole. Ora potrebbero tornare pericolosamente d’attualità.
Le turbolenze sino-nipponiche possono propagarsi nel resto della regione, in particolare nella penisola coreana. Il paese del Sol Levante osserva con scetticismo l’accordo grazie al quale Washington venderà a Seoul tecnologia per la fabbricazione di sottomarini a propulsione nucleare. Peraltro la Russia sta offrendo il medesimo supporto alla Corea del Nord. Il consolidamento delle loro relazioni serve innanzitutto a destabilizzare la Cina sul fronte orientale e quindi a ostacolarne il tentativo di diventare la potenza dominante nell’Indo-Pacifico. Tale dinamica e il complessivo desiderio americano di armare gli alleati regionali aumenta il rischio di pericolosi incidenti per mare e nell’aria.
Oggi nella Repubblica Popolare circola l’idea per cui sia più probabile un’altra guerra in Europa come degenerazione dell’invasione della Russia in Ucraina piuttosto che uno scontro aperto tra Usa e Cina. Eppure è del tutto probabile che il tentativo di composizione temporanea degli interessi di Washington, Pechino e Mosca inneschi conflitti in entrambi i teatri.
8. «Che tu possa vivere tempi interessanti» è una maledizione erroneamente attribuita alla cultura sinica. Si diffuse probabilmente all’inizio del XX secolo nel Regno Unito grazie ad alcuni scritti riferiti a sir Austen Chamberlain (fratello del noto primo ministro britannico Neville) e ai suoi contatti con un connazionale diplomatico di stanza in Cina. La frase è diventata famosa al punto da essere citata anche da personaggi illustri come il presidente americano John F. Kennedy in piena guerra fredda. Sempre Kennedy fu protagonista di un’altra erronea interpretazione della cultura sinica, secondo cui nella parola cinese per «crisi» vi sarebbe quella che significa «opportunità». Il concetto è molto più profondo. Nel termine weiji («crisi») coesistono le parole «pericolo» (wei) e «punto cruciale» (ji). Significa che l’instabilità può tradursi in una svolta positiva o negativa. In linea con la filosofia daoista.
I tempi in cui viviamo sono certamente «interessanti», ma la parabola declinante dell’America è il risultato di un sabotaggio autoinflitto e della mancata comprensione delle ambizioni cinesi, non della capacità della Repubblica Popolare di trasformarsi in seconda potenza al mondo nell’arco di cinquant’anni. La crisi degli Occidenti – l’americano e l’europeo – può tradursi nel «punto cruciale» che desidera Pechino. Oppure può accrescere il caos tra i due Medioceani in maniera tale da contagiare anche l’Impero del Centro, lontano dall’aver risolto le sue sfide interne. Altro che datong.
Da questo momento cruciale possono pure emergere nuove opportunità per americani ed europei. I «cambiamenti che non si vedevano da un secolo» impongono la definizione di una strategia nazionale italiana che parta dai tratti essenziali della geopolitica del nostro paese. A cominciare dalla marittimità e dal legame securitario con gli Stati Uniti. La ridefinizione della collaborazione con Washington dovrebbe sfociare in un piano d’azione incentrato sul nostro ruolo nella preservazione della stabilità nel Medioceano europeo. Nel quale condividiamo con l’America l’urgenza di contenere la contemporanea presenza russa, turca e cinese.
Roma ha lasciato le nuove vie della seta nel 2023 e contestualmente ha stretto rapporti con Giappone e India in ambito securitario. Tuttavia Pechino non intende rinunciare alla sua presenza in Italia, né alle capacità tecnologiche nostrane. Specialmente in campi come Spazio, dimensione sottomarina e agroalimentare. Prova ne sono i 31 accordi firmati recentemente da università italiane e cinesi, alcune delle quali contribuiscono esplicitamente al potenziamento della macchina militare dell’Impero del Centro 16. L’attenzione della Repubblica Popolare per il nostro paese è confermata pure dalla presenza qui di 11 «stazioni di polizia d’oltremare». Vale a dire di un imprecisato numero di funzionari del ministero della Pubblica sicurezza (responsabile delle attività di polizia e dell’intelligence interna) incaricato di controllare la comunità cinese, di riportare in patria presunti fuggitivi e di raccogliere informazioni nella Penisola. Naturalmente tenuto conto del nostro fondamentale ruolo di piattaforma tra cuore dell’Europa e Africa, dove la Cina ha messo radici da tempo.
Bisogna superare in fretta il disorientamento determinato dalla rivoluzione geopolitica in corso. Stabilire cosa possiamo volere e quali sono le priorità. Considerando, tra le altre cose, che la crisi americana non definirà automaticamente la formazione di un mondo sinocentrico.
Note:
1. «National Security Strategy of the United States of America», whitehouse.gov, novembre 2025.
2. Per approfondire, si veda l’editoriale di Limes, 1/2025, «L’ordine del caos».
3. M. Myers, «Make Europe Great Again and more from a longer version of the National Security Strategy», defenseone.com, 9/12/2025.
4. J. Torigian, The Party’s interests come first: the life of Xi Zhongxun, Stanford 2025, Stanford University Press.
5. J. Xi, «Tianxia yijia» («Una famiglia nel mondo»), China Daily, 19/5/2018.
6. Cfr. G. Cuscito, «Circonda e influenza. Xi usa il weiqi per superare l’America», Limes, 7/2025, «La pace sporca», pp. 131-140.
7. P. Yuan, «Jinrong weiji yu Meiguo jingji baquan: Lishi yu zhengzhi de jiedu» («Crisi finanziaria ed egemonia economica degli Stati Uniti. Un’interpretazione storica e politica»), Relazioni internazionali moderne, n. 5/2009, cicir.cn.
8. K.W.K. Tan, «China has the capacity to build Pla combat ships at 200 times the rate that the US can, per leaked US Navy intelligence», businessinsider.com, 15/9/2023.
9. G. Cuscito «Labubu e il soft power della Cina», limesonline.com, 2/7/2025.
10. G. Zhong, «Labubu, China’s cool new culture ambassador», China Daily, 25/6/2025.
11. J. Walker, «Belief in the American dream hits record low», axios.com, 2/9/2025.
12. «L’Italia nell’età selvaggia», Censis, 5/12/2025.
13. «Taiwan Independence vs. Unification with the Mainland (1994/12~2025/06)», Election Study Center, National Chengchi University, 7/7/2025.
14. «Mei Zhong liang da qiangquan chongji xia de Taiwan minyi» («L’opinione pubblica taiwanese in merito all’impatto delle due potenze, Stati Uniti e Cina», Taiwan Public Opinion Foundation, aprile 2025.
15. «Meili dao min diao: 2025 Nian 10 yue guozheng min diao» («Sondaggio Formosa: sondaggio sulla politica nazionale, 10/2025»), my-formosa.com.tw, 27/10/2025.
16. «Italia e Cina, Bernini a Pechino per rafforzamento cooperazione scientifica, tecnologica e accademica», mur.gov.it, 13/11/2025.
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