LA NUOVA MISSIONE CINESE: SFIDARE L’OCCIDENTE E SEDURRE IL RESTO DEL MONDO
LA NUOVA MISSIONE CINESE: SFIDARE L’OCCIDENTE E SEDURRE IL RESTO DEL MONDO
Stufa di restare spettatrice nell’ordine a guida occidentale, Pechino lancia iniziative ambiziose per diventare il nuovo perno dell’architettura internazionale. L’importanza del Sud Globale. L’eredità di Confucio. Cosa non hanno capito Europa e Stati Uniti.
di DONG Yifan, CUI Puge
Pubblicato il 29 Dicembre 2025 alle 10:18
Pubblicato in: IL TEMPO DELLA CINA - n°12 - 2025
Cina
Scontro Usa-Cina
Occidente
Asia-Pacifico
Carta di Laura Canali - 2025
1. La Global Governance Initiative è un’iniziativa diplomatica cinese svelata dal presidente Xi Jinping al summit Sco svoltosi tra agosto e settembre 2025 a Tianjin. Il suo obiettivo è promuovere una gestione più giusta, equa ed efficace degli affari internazionali, incoraggiando tutti i paesi a svolgere un ruolo attivo: una linea d’azione di notevole rilevanza, specialmente nell’odierno contesto geopolitico sempre più turbolento. Pechino intende offrire idee alternative per affrontare le sfide globali, superando la logica a somma zero e l’approccio unilaterale. E concretizzerà tali princìpi con gesti concreti. L’iniziativa apre infatti nuove vie per permettere agli attori del Sud Globale di far sentire la propria voce nell’architettura del sistema internazionale.
Alla fine del XX secolo, la Cina si è avvicinata alla gestione degli affari globali principalmente con il desiderio di integrarsi nell’ordine esistente. Nel 1997, il rapporto del XV Congresso del Partito comunista cinese (Pcc) ha posto l’accento sulla necessità di valorizzare il ruolo di Pechino nelle Nazioni Unite e in altre organizzazioni affini. Tale approccio è riemerso anche tre anni più tardi, quando l’allora ministro delle Finanze Xiang Huaicheng ha invocato la creazione di un quadro internazionale per sostenere la «democratizzazione della governance internazionale». Era la prima volta che le autorità cinesi esprimevano pubblicamente tale concetto. Le ricadute concrete si sono però fatte attendere, poiché la strategia cinese in quel periodo si è concentrata soprattutto sull’integrazione della Repubblica Popolare nelle strutture esistenti. Nel 2001 Pechino ha aderito all’Organizzazione mondiale del commercio e, a conti fatti, le iniziative per favorire la creazione di un «mondo armonioso» non hanno generato reali risultati. La Cina era un soggetto attivo, sì, ma ancora pienamente conforme allo stato di cose vigente.
La vera svolta si è prodotta soltanto dopo il XVIII Congresso del Pcc. In quell’occasione è stato introdotto un nuovo concetto, secondo il quale sarebbe stato possibile costruire «una comunità con un futuro condiviso per il genere umano». Pechino diventava così un attore protagonista e assumeva il concetto di «futuro condiviso» quale riferimento normativo per la gestione degli affari globali: un modo per ripensare le sfide internazionali in termini di benessere collettivo, sicurezza universale e sviluppo cooperativo. Una sfida alla politica di potenza e alla competizione a somma zero.
Da allora, il ruolo della Cina nel sistema internazionale è cambiato radicalmente. Pechino non è più semplice parte di un sistema ordinato da altri, ma è un soggetto capace di definire l’agenda internazionale. Lo testimoniano la Belt and Road Initiative (Bri o nuove vie della seta), la Global Development Initiative (Gdi), la Global Security Initiative (Gsi) e la Global Civilization Initiative (Gci): progetti presentati sotto ogni punto di vista quali beni comuni per tutto il genere umano. E in quanto tali aperti a tutti i paesi del mondo. Ciascuna iniziativa copre un ambito specifico: lo sviluppo economico, il benessere delle popolazioni, la cooperazione in materia di sicurezza, gli scambi culturali.
Carta di Laura Canali - 2025
La Global Governance Initiative, in questo senso, ha una peculiarità: descrive il mondo che la Cina intende costruire. Le altre quattro iniziative sono invece votate a individuare gli strumenti concreti per raggiungere l’obiettivo. Dal punto di vista di Pechino, la riforma della gestione degli affari internazionali passa attraverso lo sviluppo nazionale cinese, tassello indispensabile per istituire un ordine più equo e giusto. Le necessità globali sono insomma strettamente legate alla stabilità e alla crescita della Repubblica Popolare a lungo termine.
2. La Global Governance Initiative ha valore storico. Costituisce la naturale prosecuzione dei concetti e delle pratiche con cui la Cina, a partire dagli anni Novanta, si è fatta spazio nel mondo della globalizzazione. Di più: incarna l’attuale concezione cinese del mondo, frutto dell’interazione tra pensiero politico tradizionale ed esperienza moderna. Pur concentrandosi principalmente sullo sviluppo e sull’apertura economica, Pechino considera da tempo di importanza fondamentale le questioni riguardanti il mantenimento della pace internazionale e la ricerca di un ordine economico più giusto. Quando nel 1984 Deng Xiaoping ha incontrato il presidente brasiliano João Figueiredo, si è premurato di sottolineare che la salvaguardia della pace mondiale richiedeva una ferma opposizione alle tendenze egemoniche e alla politica di potenza. Dal suo punto di vista, l’opposizione Nord-Sud derivava dall’ampliarsi del divario tra le economie prospere e tutto il resto. Una spaccatura irrisolvibile col semplice dialogo: soltanto una collaborazione tra i paesi in via di sviluppo avrebbe potuto cambiare le carte in tavola.
Qualche anno più tardi, l’impostazione di Deng ha finalmente assunto carattere istituzionale. Nel 1987, al XIII Congresso del Pcc, Pechino si è assunta l’impegno di adeguare il proprio quadro diplomatico attorno a due temi – pace e sviluppo – considerati essenziali. La classe dirigente cinese ha elaborato un approccio fondato su coesistenza pacifica, mutuo beneficio e sviluppo collettivo. E per questa ragione ha ricevuto l’apprezzamento di tanti paesi.
3. La filosofia politica e l’etica di Confucio costituiscono un caposaldo della Global Governance Initiative. «Ren» in cinese mandarino può significare sia «umanità» sia «benevolenza». Nel pensiero confuciano antico tale concetto è stato collegato al sentimento di compassione universale: una preoccupazione innata per la sofferenza altrui, che va ben oltre la cerchia ristretta di familiari e conoscenti. Questo orientamento etico riflette l’idea tradizionale secondo cui «quando la Grande Via prevale, il mondo appartiene a tutti». Nella visione cinese l’ordine politico si fonda sull’inclusività, sulla responsabilità collettiva e sulla legittimità morale. Non sul dominio di una singola potenza.
Questa tradizione intellettuale concepisce la gestione degli affari globali non come il controllo del mondo da parte di un singolo Stato o sistema di potere, ma come una forma di amministrazione condivisa, esercitata con criteri morali e azioni collettive. Pechino immagina un processo cooperativo guidato dai princìpi della Carta delle Nazioni Unite e dalle altre norme ampiamente riconosciute. In questa visione i paesi del Sud Globale devono svolgere un ruolo attivo, se non altro perché rappresentano la maggioranza della popolazione mondiale. L’approccio della Repubblica Popolare mira quindi a istituire una forma di «governance con ordine e ragione», in cui la legittimità deriva dal consenso e dall’uguaglianza.
L’idea cinese che la gestione degli affari globali debba poggiare sull’autorità morale, e non sul potere coercitivo, ha una base etica. È la nozione confuciana di «governo attraverso la virtù», dove l’accento sulla benevolenza giustifica il richiamo a uno sviluppo centrato sulle persone, sulla prosperità comune, sulla sicurezza collettiva. È un tratto che si ritrova in tutte le iniziative internazionali della Repubblica Popolare. La governance globale non è solo una risorsa strategica, ma un progetto morale incentrato su armonia, benessere e partecipazione. Solo attraverso le lenti confuciane si può comprendere come la Global Governance Initiative sia uno strumento privilegiato per riorientare l’ordine internazionale, passando dalla competizione a somma zero a modalità più cooperative.
Carta di Laura Canali - 2025
4. L’iniziativa cinese non riflette soltanto le idee ristrette della Cina sulla forma che dovrebbe assumere il nuovo ordine, ma assomma anche alcune preoccupazioni condivise dalla maggior parte dei paesi, tra cui figurano senz’altro quelli del Sud Globale. Ecco perché la Global Governance Initiative gode di ampio consenso nel mondo. Sono tre, in particolare, i problemi che la Global Governance Initiative riscontra nell’attuale architettura internazionale, per le quali Pechino formula cinque proposte chiave.
Primo, non c’è gestione collettiva degli affari mondiali senza rispetto per la sovranità nazionale. Il successo che l’Onu ha ottenuto nel corso dei decenni deriva proprio dall’aver creato un sistema basato sull’uguaglianza delle sovranità e sulla non ingerenza negli affari interni. Oggi si nota però una crescente diffusione dell’unilateralismo. Conflitti regionali e blocchi contrapposti erodono gli interessi di sicurezza di tutto il sistema. In questo contesto pericoloso, un rafforzamento del ruolo delle Nazioni Unite rappresenta una soluzione utile a preservare l’ordine e la pace. Al contempo, occorre garantire ai paesi in via di sviluppo la possibilità di compiere scelte autonome e perseguire una crescente prosperità.
Secondo, bisogna stabilire un’«autentica legalità internazionale» e un «autentico multilateralismo». La legittimità delle Nazioni Unite è generalmente riconosciuta dalle soggettività statuali di tutto il mondo. Ma esistono profonde divergenze nell’interpretazione del diritto internazionale tra Occidente e Sud Globale. I paesi occidentali enfatizzano spesso l’idea di un ordine fondato sulle regole ed etichettano come revisioniste le proposte di riforma avanzate da chi non appartiene alla loro cerchia ristretta, preferendo promuovere i propri piani attraverso piattaforme come il G7. La Global Governance Initiative punta invece a raccogliere un consenso più ampio. Pechino rivendica che i valori alla base dell’Onu si traducano in azioni concrete. Dalla prospettiva cinese, il multilateralismo dovrebbe fondarsi su consultazioni ampie, non su architetture regionali che coinvolgono solo un gruppo esclusivo di attori, a discapito di altri. Insomma, le regole e gli assetti globali non possono essere imposti unilateralmente da una minoranza di Stati.
Terzo, la gestione dell’ordine internazionale deve essere «centrata sulle persone», riflettendone le esigenze sociali. Si tratta di un approccio in continuità con quanto sostenuto da tempo dal Partito comunista cinese, per il quale il benessere delle popolazioni e l’equità sociale sono aspetti prioritari. In effetti molti paesi – più o meno sviluppati – hanno introdotto considerazioni analoghe nella loro visione di «governance globale». Ci sono però alcune differenze d’approccio. I paesi in via di sviluppo si concentrano maggiormente sul reddito, sulle infrastrutture, sull’istruzione, sulla sanità e su altri aspetti centrali della vita quotidiana. L’Unione Europea, invece, sostiene posizioni sul clima che prevedono «il sostegno alle regioni e ai gruppi più vulnerabili».
5. La Repubblica Popolare ha tradotto la sua visione in azioni concrete. Ha promosso lo storico ampliamento dei Brics, sostenuto l’ingresso dell’Unione Africana nel G20 e trasformato l’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai nella più grande architettura regionale al mondo, per territorio e popolazione. Ha istituito, assieme a una trentina di paesi, l’Organizzazione internazionale per la mediazione, con l’obiettivo di offrire canali diversificati per risolvere le controversie e arricchire la pratica della legalità internazionale. E sostiene la creazione di una organizzazione internazionale per la cooperazione globale in materia di intelligenza artificiale. Sono iniziative che andrebbero integrate nelle strutture esistenti, contribuendo alla formazione di un sistema più rappresentativo.
Carta di Laura Canali - 2025
Nel campo della sicurezza, Pechino vuole superare la concezione ristretta dello hard power e puntare su un paradigma onnicomprensivo, nel quale lo sviluppo e la cooperazione costituiscono due aspetti fondamentali. Il Global Public Security Cooperation Forum, che si tiene a Lianyungang, nella provincia cinese del Jiangsu, serve precisamente a tradurre in pratica politica tali princìpi normativi: nel vertice del 2025, la Cina ha presentato un programma centrato su cinque punti, affiancandoli ad altrettante linee d’azione operative.
La Repubblica Popolare è poi attenta alle sfide alla sicurezza non convenzionali, come le catastrofi naturali, la gestione delle emergenze e l’intelligenza artificiale – un aspetto, quello dei rischi posti dalla nuova èra digitale, che Pechino ha voluto incorporare tra gli indicatori del Global Public Security Index, accennando peraltro all’istituzione di una Global Ai Governance Initiative.
La Cina ha dimostrato uno spiccato senso di responsabilità riguardo alla gestione dei fenomeni climatici. Il sistema vigente è contraddistinto da una notevole incertezza, anche a causa del ritiro degli Stati Uniti dagli accordi di Parigi, che ha compromesso diverse iniziative. Inoltre, l’impegno finanziario dell’Unione Europea ha subìto pressioni considerevoli a causa della guerra in Ucraina. È in tale contesto che Pechino ha assunto un ruolo attivo. Nel settembre 2025, al vertice delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico, Xi ha annunciato che nei prossimi dieci anni la Repubblica Popolare ridurrà le emissioni nette di gas serra del 7-10% rispetto al picco – un target che potrebbe persino essere superato. Il fabbisogno energetico cinese, allora, sarà coperto per il 30% da fonti non fossili, con una capacità di energia eolica e solare fissata a 3,6 miliardi di kilowatt. Le riserve forestali supereranno i 24 miliardi di metri cubi. I veicoli a energia pulita rappresenteranno la maggioranza delle nuove immatricolazioni. Il sistema nazionale di scambio delle emissioni verrà ampliato ai settori più inquinanti. E la società cinese sarà sempre più capace di far fronte all’impatto del cambiamento climatico.
Carta di Laura Canali - 2025
Pechino sostiene anche il Sud Globale. Ha firmato 54 accordi di cooperazione climatica con 42 paesi in via di sviluppo, realizzato oltre 70 progetti congiunti e formato più di 2.300 esperti. Dal 2016 a oggi, la Cina ha mobilitato oltre 177 miliardi di renminbi (circa 21,5 miliardi di euro, n.d.t.) in finanziamenti legati al clima, provvedendo alla fornitura del 70% delle unità fotovoltaiche e del 60% delle apparecchiature eoliche impiegate attualmente nel mondo.
Nel campo economico, la Repubblica Popolare ha promosso riforme per affrontare i deficit di sviluppo e l’instabilità delle catene di approvvigionamento. Con l’obiettivo di gestire la vulnerabilità debitoria di molti paesi, Pechino ha sostenuto il riassetto finanziario dello Zambia, guidato lo sviluppo del Belt and Road Debt Sustainability Framework, istituzionalizzato l’accordo di riserva contingente dei Brics e fatto leva sul G20 per istituire un quadro comune sul trattamento del debito. Parallelamente, la Cina ha incrementato i propri investimenti esteri: sia la China Development Bank sia l’Export-Import Bank of China hanno istituito linee di finanziamento da 350 miliardi di renminbi (circa 44 miliardi di euro, n.d.t.). E il fondo per le nuove vie della seta ha aggiunto 80 miliardi di renminbi (circa 10 miliardi di euro, n.d.t.) per sostenere progetti in località di interesse attraverso meccanismi di mercato. Un’altra iniziativa degna di nota è la Global Development Initiative, che punta ad applicare i princìpi della via della seta agli «investimenti verdi», con l’obiettivo di formare 100 mila esperti in paesi partner entro il 2030, promuovere l’innovazione tecnologica e la cooperazione scientifica, ridurre il divario digitale e condividere know-how sulla trasformazione industriale.
La Global Governance Initiative ha anche una dimensione regionale, poiché Pechino intende attenersi al principio dell’«ampia consultazione». Solo attraverso un «contributo collettivo» è possibile raggiungere «benefici condivisi». A ottobre, durante la 32a riunione informale dei leader dell’Apec, Xi ha proposto la creazione di una Comunità dell’Asia-Pacifico fondata su apertura, inclusività e cooperazione. Nel suo discorso, intitolato «Costruzione di un’economia asiatico-pacifica aperta, inclusiva e a beneficio di tutti», il leader cinese ha delineato un nuovo progetto di gestione delle dinamiche regionali. Con cinque proposte concrete: lavorare insieme per salvaguardare il sistema commerciale multilaterale, costruire un contesto economico aperto nella regione, salvaguardare le catene industriali e di approvvigionamento, favorire la trasformazione verde e digitale, promuovere uno sviluppo vantaggioso per tutti. Un piano che ha ottenuto ottimi riscontri. La Cina continuerà a sostenere il multilateralismo. Perché perfezionare la gestione degli affari globali significa costruire un mondo migliore.
(traduzione di Giacomo Mariotto)
LA NUOVA MISSIONE CINESE: SFIDARE L’OCCIDENTE E SEDURRE IL RESTO DEL MONDO

1. La Global Governance Initiative è un’iniziativa diplomatica cinese svelata dal presidente Xi Jinping al summit Sco svoltosi tra agosto e settembre 2025 a Tianjin. Il suo obiettivo è promuovere una gestione più giusta, equa ed efficace degli affari internazionali, incoraggiando tutti i paesi a svolgere un ruolo attivo: una linea d’azione di notevole rilevanza, specialmente nell’odierno contesto geopolitico sempre più turbolento. Pechino intende offrire idee alternative per affrontare le sfide globali, superando la logica a somma zero e l’approccio unilaterale. E concretizzerà tali princìpi con gesti concreti. L’iniziativa apre infatti nuove vie per permettere agli attori del Sud Globale di far sentire la propria voce nell’architettura del sistema internazionale.
Alla fine del XX secolo, la Cina si è avvicinata alla gestione degli affari globali principalmente con il desiderio di integrarsi nell’ordine esistente. Nel 1997, il rapporto del XV Congresso del Partito comunista cinese (Pcc) ha posto l’accento sulla necessità di valorizzare il ruolo di Pechino nelle Nazioni Unite e in altre organizzazioni affini. Tale approccio è riemerso anche tre anni più tardi, quando l’allora ministro delle Finanze Xiang Huaicheng ha invocato la creazione di un quadro internazionale per sostenere la «democratizzazione della governance internazionale». Era la prima volta che le autorità cinesi esprimevano pubblicamente tale concetto. Le ricadute concrete si sono però fatte attendere, poiché la strategia cinese in quel periodo si è concentrata soprattutto sull’integrazione della Repubblica Popolare nelle strutture esistenti. Nel 2001 Pechino ha aderito all’Organizzazione mondiale del commercio e, a conti fatti, le iniziative per favorire la creazione di un «mondo armonioso» non hanno generato reali risultati. La Cina era un soggetto attivo, sì, ma ancora pienamente conforme allo stato di cose vigente.
La vera svolta si è prodotta soltanto dopo il XVIII Congresso del Pcc. In quell’occasione è stato introdotto un nuovo concetto, secondo il quale sarebbe stato possibile costruire «una comunità con un futuro condiviso per il genere umano». Pechino diventava così un attore protagonista e assumeva il concetto di «futuro condiviso» quale riferimento normativo per la gestione degli affari globali: un modo per ripensare le sfide internazionali in termini di benessere collettivo, sicurezza universale e sviluppo cooperativo. Una sfida alla politica di potenza e alla competizione a somma zero.
Da allora, il ruolo della Cina nel sistema internazionale è cambiato radicalmente. Pechino non è più semplice parte di un sistema ordinato da altri, ma è un soggetto capace di definire l’agenda internazionale. Lo testimoniano la Belt and Road Initiative (Bri o nuove vie della seta), la Global Development Initiative (Gdi), la Global Security Initiative (Gsi) e la Global Civilization Initiative (Gci): progetti presentati sotto ogni punto di vista quali beni comuni per tutto il genere umano. E in quanto tali aperti a tutti i paesi del mondo. Ciascuna iniziativa copre un ambito specifico: lo sviluppo economico, il benessere delle popolazioni, la cooperazione in materia di sicurezza, gli scambi culturali.

La Global Governance Initiative, in questo senso, ha una peculiarità: descrive il mondo che la Cina intende costruire. Le altre quattro iniziative sono invece votate a individuare gli strumenti concreti per raggiungere l’obiettivo. Dal punto di vista di Pechino, la riforma della gestione degli affari internazionali passa attraverso lo sviluppo nazionale cinese, tassello indispensabile per istituire un ordine più equo e giusto. Le necessità globali sono insomma strettamente legate alla stabilità e alla crescita della Repubblica Popolare a lungo termine.
2. La Global Governance Initiative ha valore storico. Costituisce la naturale prosecuzione dei concetti e delle pratiche con cui la Cina, a partire dagli anni Novanta, si è fatta spazio nel mondo della globalizzazione. Di più: incarna l’attuale concezione cinese del mondo, frutto dell’interazione tra pensiero politico tradizionale ed esperienza moderna. Pur concentrandosi principalmente sullo sviluppo e sull’apertura economica, Pechino considera da tempo di importanza fondamentale le questioni riguardanti il mantenimento della pace internazionale e la ricerca di un ordine economico più giusto. Quando nel 1984 Deng Xiaoping ha incontrato il presidente brasiliano João Figueiredo, si è premurato di sottolineare che la salvaguardia della pace mondiale richiedeva una ferma opposizione alle tendenze egemoniche e alla politica di potenza. Dal suo punto di vista, l’opposizione Nord-Sud derivava dall’ampliarsi del divario tra le economie prospere e tutto il resto. Una spaccatura irrisolvibile col semplice dialogo: soltanto una collaborazione tra i paesi in via di sviluppo avrebbe potuto cambiare le carte in tavola.
Qualche anno più tardi, l’impostazione di Deng ha finalmente assunto carattere istituzionale. Nel 1987, al XIII Congresso del Pcc, Pechino si è assunta l’impegno di adeguare il proprio quadro diplomatico attorno a due temi – pace e sviluppo – considerati essenziali. La classe dirigente cinese ha elaborato un approccio fondato su coesistenza pacifica, mutuo beneficio e sviluppo collettivo. E per questa ragione ha ricevuto l’apprezzamento di tanti paesi.
3. La filosofia politica e l’etica di Confucio costituiscono un caposaldo della Global Governance Initiative. «Ren» in cinese mandarino può significare sia «umanità» sia «benevolenza». Nel pensiero confuciano antico tale concetto è stato collegato al sentimento di compassione universale: una preoccupazione innata per la sofferenza altrui, che va ben oltre la cerchia ristretta di familiari e conoscenti. Questo orientamento etico riflette l’idea tradizionale secondo cui «quando la Grande Via prevale, il mondo appartiene a tutti». Nella visione cinese l’ordine politico si fonda sull’inclusività, sulla responsabilità collettiva e sulla legittimità morale. Non sul dominio di una singola potenza.
Questa tradizione intellettuale concepisce la gestione degli affari globali non come il controllo del mondo da parte di un singolo Stato o sistema di potere, ma come una forma di amministrazione condivisa, esercitata con criteri morali e azioni collettive. Pechino immagina un processo cooperativo guidato dai princìpi della Carta delle Nazioni Unite e dalle altre norme ampiamente riconosciute. In questa visione i paesi del Sud Globale devono svolgere un ruolo attivo, se non altro perché rappresentano la maggioranza della popolazione mondiale. L’approccio della Repubblica Popolare mira quindi a istituire una forma di «governance con ordine e ragione», in cui la legittimità deriva dal consenso e dall’uguaglianza.
L’idea cinese che la gestione degli affari globali debba poggiare sull’autorità morale, e non sul potere coercitivo, ha una base etica. È la nozione confuciana di «governo attraverso la virtù», dove l’accento sulla benevolenza giustifica il richiamo a uno sviluppo centrato sulle persone, sulla prosperità comune, sulla sicurezza collettiva. È un tratto che si ritrova in tutte le iniziative internazionali della Repubblica Popolare. La governance globale non è solo una risorsa strategica, ma un progetto morale incentrato su armonia, benessere e partecipazione. Solo attraverso le lenti confuciane si può comprendere come la Global Governance Initiative sia uno strumento privilegiato per riorientare l’ordine internazionale, passando dalla competizione a somma zero a modalità più cooperative.

4. L’iniziativa cinese non riflette soltanto le idee ristrette della Cina sulla forma che dovrebbe assumere il nuovo ordine, ma assomma anche alcune preoccupazioni condivise dalla maggior parte dei paesi, tra cui figurano senz’altro quelli del Sud Globale. Ecco perché la Global Governance Initiative gode di ampio consenso nel mondo. Sono tre, in particolare, i problemi che la Global Governance Initiative riscontra nell’attuale architettura internazionale, per le quali Pechino formula cinque proposte chiave.
Primo, non c’è gestione collettiva degli affari mondiali senza rispetto per la sovranità nazionale. Il successo che l’Onu ha ottenuto nel corso dei decenni deriva proprio dall’aver creato un sistema basato sull’uguaglianza delle sovranità e sulla non ingerenza negli affari interni. Oggi si nota però una crescente diffusione dell’unilateralismo. Conflitti regionali e blocchi contrapposti erodono gli interessi di sicurezza di tutto il sistema. In questo contesto pericoloso, un rafforzamento del ruolo delle Nazioni Unite rappresenta una soluzione utile a preservare l’ordine e la pace. Al contempo, occorre garantire ai paesi in via di sviluppo la possibilità di compiere scelte autonome e perseguire una crescente prosperità.
Secondo, bisogna stabilire un’«autentica legalità internazionale» e un «autentico multilateralismo». La legittimità delle Nazioni Unite è generalmente riconosciuta dalle soggettività statuali di tutto il mondo. Ma esistono profonde divergenze nell’interpretazione del diritto internazionale tra Occidente e Sud Globale. I paesi occidentali enfatizzano spesso l’idea di un ordine fondato sulle regole ed etichettano come revisioniste le proposte di riforma avanzate da chi non appartiene alla loro cerchia ristretta, preferendo promuovere i propri piani attraverso piattaforme come il G7. La Global Governance Initiative punta invece a raccogliere un consenso più ampio. Pechino rivendica che i valori alla base dell’Onu si traducano in azioni concrete. Dalla prospettiva cinese, il multilateralismo dovrebbe fondarsi su consultazioni ampie, non su architetture regionali che coinvolgono solo un gruppo esclusivo di attori, a discapito di altri. Insomma, le regole e gli assetti globali non possono essere imposti unilateralmente da una minoranza di Stati.
Terzo, la gestione dell’ordine internazionale deve essere «centrata sulle persone», riflettendone le esigenze sociali. Si tratta di un approccio in continuità con quanto sostenuto da tempo dal Partito comunista cinese, per il quale il benessere delle popolazioni e l’equità sociale sono aspetti prioritari. In effetti molti paesi – più o meno sviluppati – hanno introdotto considerazioni analoghe nella loro visione di «governance globale». Ci sono però alcune differenze d’approccio. I paesi in via di sviluppo si concentrano maggiormente sul reddito, sulle infrastrutture, sull’istruzione, sulla sanità e su altri aspetti centrali della vita quotidiana. L’Unione Europea, invece, sostiene posizioni sul clima che prevedono «il sostegno alle regioni e ai gruppi più vulnerabili».
5. La Repubblica Popolare ha tradotto la sua visione in azioni concrete. Ha promosso lo storico ampliamento dei Brics, sostenuto l’ingresso dell’Unione Africana nel G20 e trasformato l’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai nella più grande architettura regionale al mondo, per territorio e popolazione. Ha istituito, assieme a una trentina di paesi, l’Organizzazione internazionale per la mediazione, con l’obiettivo di offrire canali diversificati per risolvere le controversie e arricchire la pratica della legalità internazionale. E sostiene la creazione di una organizzazione internazionale per la cooperazione globale in materia di intelligenza artificiale. Sono iniziative che andrebbero integrate nelle strutture esistenti, contribuendo alla formazione di un sistema più rappresentativo.

Nel campo della sicurezza, Pechino vuole superare la concezione ristretta dello hard power e puntare su un paradigma onnicomprensivo, nel quale lo sviluppo e la cooperazione costituiscono due aspetti fondamentali. Il Global Public Security Cooperation Forum, che si tiene a Lianyungang, nella provincia cinese del Jiangsu, serve precisamente a tradurre in pratica politica tali princìpi normativi: nel vertice del 2025, la Cina ha presentato un programma centrato su cinque punti, affiancandoli ad altrettante linee d’azione operative.
La Repubblica Popolare è poi attenta alle sfide alla sicurezza non convenzionali, come le catastrofi naturali, la gestione delle emergenze e l’intelligenza artificiale – un aspetto, quello dei rischi posti dalla nuova èra digitale, che Pechino ha voluto incorporare tra gli indicatori del Global Public Security Index, accennando peraltro all’istituzione di una Global Ai Governance Initiative.
La Cina ha dimostrato uno spiccato senso di responsabilità riguardo alla gestione dei fenomeni climatici. Il sistema vigente è contraddistinto da una notevole incertezza, anche a causa del ritiro degli Stati Uniti dagli accordi di Parigi, che ha compromesso diverse iniziative. Inoltre, l’impegno finanziario dell’Unione Europea ha subìto pressioni considerevoli a causa della guerra in Ucraina. È in tale contesto che Pechino ha assunto un ruolo attivo. Nel settembre 2025, al vertice delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico, Xi ha annunciato che nei prossimi dieci anni la Repubblica Popolare ridurrà le emissioni nette di gas serra del 7-10% rispetto al picco – un target che potrebbe persino essere superato. Il fabbisogno energetico cinese, allora, sarà coperto per il 30% da fonti non fossili, con una capacità di energia eolica e solare fissata a 3,6 miliardi di kilowatt. Le riserve forestali supereranno i 24 miliardi di metri cubi. I veicoli a energia pulita rappresenteranno la maggioranza delle nuove immatricolazioni. Il sistema nazionale di scambio delle emissioni verrà ampliato ai settori più inquinanti. E la società cinese sarà sempre più capace di far fronte all’impatto del cambiamento climatico.

Pechino sostiene anche il Sud Globale. Ha firmato 54 accordi di cooperazione climatica con 42 paesi in via di sviluppo, realizzato oltre 70 progetti congiunti e formato più di 2.300 esperti. Dal 2016 a oggi, la Cina ha mobilitato oltre 177 miliardi di renminbi (circa 21,5 miliardi di euro, n.d.t.) in finanziamenti legati al clima, provvedendo alla fornitura del 70% delle unità fotovoltaiche e del 60% delle apparecchiature eoliche impiegate attualmente nel mondo.
Nel campo economico, la Repubblica Popolare ha promosso riforme per affrontare i deficit di sviluppo e l’instabilità delle catene di approvvigionamento. Con l’obiettivo di gestire la vulnerabilità debitoria di molti paesi, Pechino ha sostenuto il riassetto finanziario dello Zambia, guidato lo sviluppo del Belt and Road Debt Sustainability Framework, istituzionalizzato l’accordo di riserva contingente dei Brics e fatto leva sul G20 per istituire un quadro comune sul trattamento del debito. Parallelamente, la Cina ha incrementato i propri investimenti esteri: sia la China Development Bank sia l’Export-Import Bank of China hanno istituito linee di finanziamento da 350 miliardi di renminbi (circa 44 miliardi di euro, n.d.t.). E il fondo per le nuove vie della seta ha aggiunto 80 miliardi di renminbi (circa 10 miliardi di euro, n.d.t.) per sostenere progetti in località di interesse attraverso meccanismi di mercato. Un’altra iniziativa degna di nota è la Global Development Initiative, che punta ad applicare i princìpi della via della seta agli «investimenti verdi», con l’obiettivo di formare 100 mila esperti in paesi partner entro il 2030, promuovere l’innovazione tecnologica e la cooperazione scientifica, ridurre il divario digitale e condividere know-how sulla trasformazione industriale.
La Global Governance Initiative ha anche una dimensione regionale, poiché Pechino intende attenersi al principio dell’«ampia consultazione». Solo attraverso un «contributo collettivo» è possibile raggiungere «benefici condivisi». A ottobre, durante la 32a riunione informale dei leader dell’Apec, Xi ha proposto la creazione di una Comunità dell’Asia-Pacifico fondata su apertura, inclusività e cooperazione. Nel suo discorso, intitolato «Costruzione di un’economia asiatico-pacifica aperta, inclusiva e a beneficio di tutti», il leader cinese ha delineato un nuovo progetto di gestione delle dinamiche regionali. Con cinque proposte concrete: lavorare insieme per salvaguardare il sistema commerciale multilaterale, costruire un contesto economico aperto nella regione, salvaguardare le catene industriali e di approvvigionamento, favorire la trasformazione verde e digitale, promuovere uno sviluppo vantaggioso per tutti. Un piano che ha ottenuto ottimi riscontri. La Cina continuerà a sostenere il multilateralismo. Perché perfezionare la gestione degli affari globali significa costruire un mondo migliore.
(traduzione di Giacomo Mariotto)
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