L’ASIA CENTRALE METTE ALLA PROVA LA STRANA COPPIA Limes 2025-12

 

L’ASIA CENTRALE METTE ALLA PROVA LA STRANA COPPIA

La progressiva sinizzazione della regione procede senza strappi, ma inquieta la Russia. Pechino e Mosca hanno interesse a sbarrare l’ingresso ad americani ed europei. Le partite energetiche ed economiche sono geopolitiche. La lingua russa resta prevalente.

di Mauro De Bonis

Pubblicato il 29 Dicembre 2025 alle 10:19

Pubblicato in: IL TEMPO DELLA CINA - n°12 - 2025

Russia

Cina

Scontro Usa-Cina

Scontro Usa-Russia

Energia

Asia-Pacifico

Russia E Csi

Carta di Laura Canali - 2022 


1. L’Asia centrale è il cuore dell’Eurasia. Cardine imprescindibile per le proiezioni geopolitiche delle potenze interessate a controllare, sfruttare e integrare il macrocontinente. Crocevia essenziale per le traiettorie energetiche e commerciali che la tagliano, o presto lo faranno, in ogni direzione possibile. Irrinunciabile Eldorado di risorse naturali di cui a vario livello sono ricche le cinque repubbliche che la compongono, strattonate con vigore perché si adeguino agli interessi dei colossi locali e di alcuni alieni.

Kazakistan, Uzbekistan, Kirghizistan, Tagikistan e Turkmenistan restano teatro di una accesa competizione tra i pesi massimi globali, ma soprattutto sono banco di prova per la tenuta della tanto sbandierata amicizia «senza limiti» tra Federazione Russa e Repubblica Popolare Cinese. Maggiori sponsor e partner degli -stan centro-asiatici, le due potenze eurasiatiche giocano qui una partita complicata, dal risultato incerto. Una danza che avvolge la strana coppia intorno a tanti interessi comuni, ma che le tiene anche a debita distanza quanto a obiettivi e peso specifico dei ballerini. Con la guerra d’Ucraina che ha assestato un colpo significativo allo slancio di Mosca verso il suo «giardino di casa» ex sovietico. Senza forse influenzare troppo le relazioni russo-cinesi, spiega a Limes Aleksandr Lukin, direttore dell’Istituto di Cina e Asia contemporanea dell’Accademia russa delle scienze, ma di certo indebolendo l’attenzione del Cremlino nei confronti dei paesi centro-asiatici, che di conseguenza si sono rivolti ad altri partner interessati.

Tra questi la Cina, che dall’inizio del conflitto in poi ha rafforzato la sua posizione strategica ed economica nella regione e avviato, secondo Aleksandr Khram­čikhin, esperto militare russo, un lento ma costante processo per sostituire la Russia come garante della sicurezza in Asia centrale. Di certo, Pechino ha superato Mosca nel volume d’affari con i cinque -stan, diventandone il primo partner commerciale dopo decenni e decenni di predominio russo. E la Repubblica Popolare ha iniziato a gareggiare con la Federazione anche nel campo della penetrazione culturale, linguistica e valoriale. Oltre a utilizzare l’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai (Sco) e altre istituzioni per gestire le sue politiche centro-asiatiche e controllare quelle russe.

Contrasti ora governabili, poi a guerra d’Ucraina finita si vedrà. La coppia sino-russa al momento ha altre priorità. Innanzitutto, respingere l’assalto occidentale a risorse naturali e connettività energetiche centro-asiatiche rilanciato a inizio novembre dal presidente americano Donald Trump, quando a Washington ha voluto incontrare i leader dei cinque -stan. Punto questo su cui Mosca e Pechino sembrano andare d’accordo, convinte che Stati Uniti e loro vassalli europei intendano prendere piede nella regione e tentare di scardinare una partnership maldigerita. Russi e cinesi convergono nel cercar di evitare che la regione ospiti altri attori protagonisti e che perda quella ritrovata ma delicata stabilità così necessaria agli interessi della coppia. Tornaconti generalmente coincidenti, spiega ancora il professor Lukin, soprattutto nel sostenere i locali regimi laici ed evitare che al potere possano arrivare movimenti islamisti radicali, oltre che nell’accelerare lo sviluppo economico dei paesi centro-asiatici, necessario per evitare che povertà e malcontento possano compromettere gli equilibri regionali.

Carta di Laura Canali - 2024 

2. Il condominio centro-asiatico offre non poche opportunità di cooperazione tra Mosca e Pechino, ma anche evidenti spazi di competizione. Per entrambe la regione è parte di un più ampio progetto eurasiatico: quello cinese dedicato al trasporto commerciale verso l’Europa, quello russo disegnato per costruire una valida alternativa «orientale» al traumatico distacco dal Vecchio Continente causa invasione di terre ucraine. Per entrambe ampliare la rispettiva influenza nella regione. Ognuno col proprio ruolo, fin qui parzialmente rispettato, che vede la Federazione nei panni del gendarme e la Repubblica Popolare del ricco investitore. Mansioni con diverse sfumature e tonalità che finora hanno retto e dato spessore a una cooperazione che dal 2022 in poi si è giovata della trasformazione dei mercati energetici eurasiatici avvenuta con la nuova postura di Mosca verso est. E permesso a Pechino di aumentare, e di molto, l’export verso alcuni paesi centro-asiatici che a loro volta hanno girato i beni sul mercato russo evitando le sanzioni imposte dall’Occidente. Anche forniture di armamenti provenienti dalla Repubblica Popolare, come la metà dei droni che il Kazakistan ha acquistato da Pechino nel 2023 e riesportato in Russia 1.

I due amici «senza limiti» restano in sintonia su intromissioni non richieste nella loro comune sfera d’interessi centro-asiatici e con modalità diverse esplicitano le rispettive preoccupazioni e intenzioni nel difendere la stabilità della regione. A fine novembre scorso, quindi dopo l’incontro dei leader degli -stan con Donald Trump, il ministro degli Esteri cinese Wang Yi non ha usato giri di parole nel ribadire come il suo paese sia disposto a sostenere con fermezza pace, stabilità e sviluppo in Asia centrale. Aggiungendo che Pechino è contraria a qualsiasi ingerenza negli affari interni degli -stan e che non permetterà a nessuno di creare divisioni o disordini nella regione 2. Al capo della diplomazia cinese ha fatto eco il presidente russo Putin dopo la sua ultima visita a Biškek, sicuro della necessità di creare un’architettura di sicurezza eurasiatica per garantire stabilità militare e geopolitica al macrocontinente 3, dunque all’Asia centrale. Per poi sottolineare il giorno dopo, attraverso una dichiarazione dell’Organizzazione del trattato di sicurezza collettiva a guida russa (la Csto, che oltre a Mosca comprende Bielorussia, la ribelle Armenia e i centro-asiatici Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan), la preoccupazione per i rischi strategici che potrà comportare l’avanzamento di infrastrutture militari di paesi appartenenti ad altre alleanze verso i confini degli Stati membri 4.

Ma una vera e propria cooperazione militare tra Russia e Cina ancora non è prevista – se mai lo sarà – e per far fronte a sfide che possano compromettere armi in pugno i rispettivi progetti eurasiatici ognuno si organizza per proprio conto. A parte alcune esercitazioni congiunte in ambito Sco le due potenze eurasiatiche preferiscono impegnarsi con modalità differenti. Mosca soprattutto attraverso la succitata Csto, Pechino con addestramenti bilaterali che coinvolgono eserciti, truppe transfrontaliere, forze di polizia e paramilitari dei paesi centro-asiatici. Un impegno bellico quello cinese che si fa vieppiù sostenuto con l’obiettivo primario di difendere i faraonici investimenti – dunque la massiccia influenza – nella regione, oltre a tenerne lontane minacce interne come terrorismo, criminalità o separatismo ed esterne legate a interessi di paesi non considerati amici. Esemplare il colpo assestato a Delhi pochi giorni prima del vertice Usa-Asia centrale di Washington, ovvero la chiusura della base militare tagika di Ayni a quelle forze indiane che l’avevano gestita per quasi vent’anni 5. La decisione presa da Dušanbe, che ospita la più popolata base militare russa all’estero oltre a non meglio identificate strutture militari cinesi ed è indebitato fino al collo con Pechino, rappresenta una dura battuta d’arresto per le aspirazioni eurasiatiche di Modi. Alcune letture dell’accaduto lo inquadrano come successo strategico della coppia sino-russa. In realtà, come conferma Lorenzo Di Muro, esperto di Limes per le questioni indiane, è la dimostrazione di quanto la bilancia della potenza in Asia centrale penda a favore della Cina, a scapito della Russia. A Mosca non dava certo noia un avamposto regionale di Delhi per riequilibrare un minimo lo strapotere cinese. A Pechino certamente sì, visto che la base era soprattutto una centrale d’intelligence a ridosso del Xinjiang, del confine settentrionale del Pakistan e del Kashmir, aree critiche per il Drago.

A queste controversie strategiche vanno sommate quelle economiche. Settore dove la Repubblica Popolare si è imposta col passare degli anni: se a inizio secolo l’interscambio commerciale tra Mosca e paesi centro-asiatici superava di oltre cinque volte quello tra Pechino e gli -stan, oggi al contrario quello cinese è oltre il doppio del russo 6. E a fine 2024 se gli scambi complessivi tra Russia e Asia centrale superavano i 47 miliardi di dollari, quelli della Cina con i cinque ex sovietici raggiungevano quota 94,7 7. Cifre che rendono chiari i rapporti di forza in questo settore così vitale per Mosca, che per voce del suo primo ministro Mišustin avvertiva sulla possibile ombra cinese nei progetti di integrazione dell’Unione economica eurasiatica (Uee) 8. E più in generale sull’espansione nei mercati di una regione in cui Mosca l’aveva sempre fatta da padrona.

Carta di Laura Canali - 2025 

3. Mosca non molla la presa. E di certo non può farlo se vuole portare a termine i progetti eurasiatici imbastiti dopo la frattura con l’Occidente. I paesi dell’Asia centrale ne rappresentano uno snodo imprescindibile. Un resoconto redatto dal governo della Federazione Russa a inizio 2024 sull’integrazione del macrocontinente in un nuovo mondo multipolare dedica una parte dello studio alla regione centro-asiatica bollandola come «rischiosa» ma «centrale» e illustrandone problemi e vantaggi. Si annoverano le attrattive, come risorse naturali, crescita demografica, mercato emergente e posizionamento geografico. Ma anche il pericolo che una ritrovata consapevolezza del proprio rilievo geopolitico possa spingere i cinque -stan ad allontanarsi ulteriormente da Mosca. Modifica della visione del mondo, rilettura della storia comune, limitazioni all’utilizzo della lingua russa in favore dell’inglese e ricezione di standard educativi occidentali sono alcuni dei punti che il rapporto presenta come tentativi di distacco. Consapevoli della vulnerabilità russa, dei rischi rappresentati dalle sanzioni per i paesi centro-asiatici e dei loro tentativi di integrazione con altre organizzazioni o potenze, i relatori del documento suggeriscono alcune linee guida per riacquistare influenza e fiducia nella regione. A partire dal riconoscere gli -stan soggetti indipendenti, dunque partner a pieno titolo da recuperare rispettando i tempi che il nuovo approccio richiederà. Ma anche puntando sul comune passato e sui vantaggi economici e logistici che un rinnovato binomio russo-centro-asiatico potrà sviluppare con successo 9. Insomma, ripartire dai pezzi forti di una cooperazione imbastita nei decenni tra le due entità. Sfruttando appieno quei settori nei quali Pechino è ancora leggermente indietro rispetto a Mosca, nonostante l’inesorabile cavalcata cinese registrata fin qui nella regione.

Carta di Laura Canali - 2019 

In attesa che si realizzino le previsioni del citato Khramčikhin, al momento è la Federazione e non la Repubblica Popolare il principale partner e garante dei paesi centro-asiatici. Titolare di due basi militari, in terra kirghiza e tagika, Mosca guida la Csto, che con tutti i suoli limiti resta il più importante organismo di sicurezza regionale. La struttura offre ai suoi membri la possibilità di sfruttare la rete di formazione militare russa 10 e soprattutto acquistare armi ed equipaggiamenti made in Russia a prezzi scontati. Offerta ribadita da Vladimir Putin al termine del vertice Csto di fine novembre scorso in quel di Biškek, quando elencando le priorità dell’organizzazione ha auspicato il rafforzamento della cooperazione tra affiliati, basata sulle capacità delle rispettive industrie di difesa e su esercitazioni militari che non dovranno riguardare solo la collaborazione tra Forze armate ma anche tra servizi di sicurezza 11. Iniziative congiunte come antiterrorismo e difesa delle frontiere già approvate tra Russia e -stan durante il vertice di ottobre in Tagikistan 12.

4. Prima e dopo il summit di Washington, il Cremlino ha organizzato diversi incontri con i cinque centro-asiatici, a dimostrazione di quanto tenga alla loro collaborazione. E a distanziarli il più possibile da sirene occidentali e cinesi, soprattutto in campo economico. Settore nel quale Mosca continua ancora a dire la sua, sia nel già ricordato campo degli armamenti sia in quello energetico. Così, a metà novembre, Putin e il presidente kazako Tokaev prima hanno firmato una dichiarazione che eleva il rapporto bilaterale a partenariato e alleanza strategica globale, poi hanno ufficializzato la costruzione della prima centrale nucleare in Kazakistan, realizzata da un consorzio internazionale guidato dalla russa Rosatom 13. La stessa azienda che porterà a termine anche il primo impianto atomico in Uzbekistan 14. E, una volta deciso, realizzerà una prima centrale nucleare di piccole dimensioni in Kirghizistan, come annunciato da Putin a fine novembre dopo l’incontro col collega kirghizo Japarov 15. Ma se il capo del Cremlino è apparso soddisfatto dei risultati in campo militare e atomico, lo è stato certamente meno per quelli ottenuti tra Mosca e -stan in fatturato commerciale e investimenti russi, settori in cui la Cina è solitaria capolista con svariati punti di distacco sulla seconda. E il malessere presidenziale è sfociato in ramanzina durante il vertice di Dušanbe, dove Putin si è detto insoddisfatto per i soli 20 miliardi di dollari investiti dai russi nella regione, pensando ai circa 75 già investiti da Pechino 16. Poi, diretto agli -stan ha criticato lo scarso volume di scambi, specie se confrontato con quello che la Federazione realizza con la Bielorussia, che ha circa un decimo degli abitanti dei cinque centro-asiatici messi assieme 17.

Si tratta di una popolazione di oltre 80 milioni di persone, parte delle quali emigra in Russia soprattutto per lavoro. Una fenomenale arma di influenza per Mosca rispetto a Pechino, visto il valore delle rimesse per le casse dei paesi di provenienza. Soprattutto per Uzbekistan, Tagikistan e Kirghizistan, che nel 2024 hanno raggiunto le percentuali più alte di migranti tra i circa 6,3 milioni di persone arrivate in Russia, per metà in cerca di occupazione 18. E le cui rimesse hanno rappresentato il 48% del pil tagiko, il 24% di quello kirghizo e il 14% dell’uzbeko 19. Eppure i flussi migratori dagli -stan sono in calo, un po’ per timore di essere spediti in prima linea, soprattutto per le politiche migratorie adottate dalla Federazione. Misure inasprite dopo l’attentato al Crocus City Hall di Mosca del marzo 2024 a opera di terroristi di origine tagika. Le autorità russe possono quindi limitare la circolazione e i permessi e di fatto godere di maggior influenza sulle esigenze migratorie dei governi centro-asiatici. Così, nel suo ultimo incontro col presidente kirghizo, Putin ha spiegato che il Cremlino si adopera perché il sistema migratorio tuteli gli interessi dei russi e della loro economia, così come quelli dei cittadini del Kirghizistan in Russia per lavoro. Ma, aggiunge, è necessario che i migranti siano preparati, soprattutto nella padronanza della lingua russa, fin dalla tenera età 20.

Ovvero, si continui a studiare il russo nelle scuole dei paesi centro-asiatici, per mantenere in vita un vettore di peso essenziale per la presa di Mosca sulla regione. Lo studio e l’utilizzo dell’idioma che fu di Tolstoj e Dostoevskij è capitolo che il Cremlino intende sviluppare appieno, forte di una storica consuetudine che Pechino non ha, minacciata però dalla sempre più frequente promozione dell’inglese. La conoscenza della lingua di Mosca resta comunque estesa tra la popolazione degli -stan, come dimostra la scelta dei leader uzbeko e turkmeno di dialogare in russo col presidente Trump durante l’incontro alla Casa Bianca, coi colleghi di Kirghizistan e Tagikistan che hanno preferito le rispettive lingue madri, mentre Tokaev ha scelto l’inglese 21. Qualche giorno dopo però, proprio il presidente kazako, in un suo articolo pubblicato su Rossijskaja Gazeta prima dell’incontro con Putin, tesse le lodi del russo, lingua ufficiale nel paese centro-asiatico, come parte integrante della vita sociale e politica, fino a proporre la creazione di una organizzazione internazionale per la sua diffusione 22. Stesso copione per l’incontro tra Putin e Japarov di fine novembre, col capo del Cremlino che ringrazia per lo status ufficiale della sua lingua madre in terra kirghiza e ribadisce il sostegno alla leadership locale per la promozione dello studio del russo 23. 

Mantenere alto l’interesse per lingua e cultura russa nei paesi centro-asiatici significa però investire nell’insegnamento e nel ruolo delle università. Anche in questo campo Mosca parte avvantaggiata per eredità storica. Nel 2025 conta oltre 270 mila studenti provenienti dai cinque -stan iscritti nelle università russe 24. In Kazakistan, preso come esempio, sono presenti nove filiali di altrettanti istituti universitari russi e Astana ha aperto una prima sede universitaria distaccata nella Federazione. Tra i due paesi, snocciola Tokaev, sono in vigore oltre 1.450 accordi universitari con doppie lauree e ricerca congiunta 25. Un trend positivo per la Federazione, consapevole dell’importanza di mantenere una profonda penetrazione in questo campo e di agevolare la creazione di istituti connessi e scambi culturali con tutte e cinque le repubbliche ex sovietiche.

5. Mentre collaborano e competono in Asia centrale, Federazione Russa e Repubblica Popolare Cinese dovranno guardarsi dal rinnovato interesse americano per la regione. L’incontro di Washington tra il presidente Trump e i cinque -stan ha mostrato che gli Usa sono interessati solo all’economia. Investimenti, terre rare e corridoi commerciali i punti discussi con i leader centro-asiatici, questa volta meno pressati dalle lezioni su democrazia e diritti umani impartite finora dalla Casa Bianca. La chiusura di strutture preposte alla loro promozione, come Usaid e Ned, da parte del leader statunitense ha rilassato l’atmosfera e reso i suoi ospiti più propensi all’accordo. Gli elogi per il presidente a stelle e strisce hanno rasentato l’adulazione, ma non sono stati molto diversi da quelli riservati al capo del Cremlino e a Xi Jinping. Segnale di quanto i cinque ex sovietici siano consapevoli di essere oggetto di competizione geopolitica tra le tre grandi potenze del pianeta.

Lo slancio americano è stato ufficialmente letto da Mosca senza grande preoccupazione.  Ma la proiezione centro-asiatica americana è di carattere geopolitico e punta a complicare i progetti regionali della Federazione, quelli dell’alleato cinese e la tenuta della coppia sino-russa. Gli Stati Uniti, secondo il professor Lukin, hanno cercato da sempre di indebolire l’influenza della Russia in Asia centrale. Una politica secolare profondamente radicata nel pensiero geopolitico occidentale. Ma gli attuali leader statunitensi non la pensano in questi termini e Donald Trump è più preoccupato della possibile vittoria della Cina nella competizione economica che di contenere la Russia. Il suo obiettivo in questa regione e altrove è limitare l’espansione economica e indebolire i legami tra i paesi centro-asiatici e Pechino. Mentre dell’influenza di una Russia economicamente molto più debole a Trump non importa granché.

Carta di Laura Canali - 2025 

Il livello di penetrazione americana nella regione non è però al momento paragonabile a quello russo o cinese. Il fatturato commerciale tra Stati Uniti e paesi centro-asiatici nel 2024 non è andato oltre i 7,2 miliardi di dollari 26. Investire in un’area controllata in ogni settore dai due amici «senza limiti», ciascuno con le sue urgenze ma entrambi pronti a ostacolare iniziative terze, non sarà compito facile. Inoltre, occorrerà attendere le sorti della guerra d’Ucraina per meglio definire i futuri rapporti di forza nella regione. Di certo, sostiene Aleksandr Khramčikhin, gli Stati Uniti intendono spodestare Russia e Cina dalla regione, ma le loro iniziative non offrono reali prospettive. Mosca dovrà invece guardarsi da Pechino, avverte, perché la Repubblica Popolare non agirà in modo troppo aggressivo ma si affiderà a una penetrazione lenta e strisciante, al termine della quale la Federazione Russa, e tutti gli altri, si troveranno improvvisamente di fronte al fatto compiuto.

 

Note:

1. R. Weitz, «Sino-Russian Interactions Regarding Central Asia: Preliminary Summary», Hudson Institute, 21/7/2025.

2. Zhou Jin, «China won’t allow Japan to turn back the wheel of history, says Wang Yi», chinadaily.com, 23/11/2025.

3. «Russian, Kyrgyz leaders highlight need for military stability in Eurasia», Tass, 26/11/2025.

4. «CSTO concerned about military infrastructure of certain countries approaching its borders», Tass, 27/11/2025.

5. «Tajikistan Expels India from Ayni Air Base After Russian and Chinese Pressure: A New Great Game in Central Asia», Defence Security Asia, 3/11/2025.

6. L. Halligan, «China’s influence is vast. It has taken over “Russia’s backyard”», The Telegraph, 19/10/2025.

7. N. Gasymov, R. Romanov, «Kakie interesy presledujut SŠA v Central’noj Azii» («Quali interessi gli Usa perseguono in Asia centrale»), Vedomosti, 7/11/2025.

8. R. Weitz, op. cit.

9. «Evrazijskaja integracija v mnogopoljarnom mire», Koordinacionnyj centr Pravitel’stvo Rossijskoj Federacii, («Integrazione eurasiatica in un mondo multipolare», Centro di coordinamento del governo della Federazione Russa), 26/4/2024.

10. R. Weitz, op. cit.

11. «Answers to media questions - Following the state visit to Kyrgyzstan and the CSTO summit, Vladimir Putin answered questions from Russian journalists», Kremlin, 27/11/2025.

12. «CIS and Russia-Central Asia Summits: Regional Dynamics and Moscow’s Strategy», Special Eurasia, 18/10/2025.

13. A. Birbayeva, «Kazakhstan, Russia Sign Landmark Comprehensive Alliance Declaration», The Astana Times, 12/11/2025.

14. «Uzbekistan progressing work on first nuclear power plant», World nuclear news, 2/12/2025.

15. «Press statements by President of Russia and President of Kyrgyzstan», Kremlin, 26/11/2025.

16. Y. Mikhailidi, «C5+1 moment: Can America match China’s power in Central Asia?», Daily Sabah, 7/11/2025.

17. A. Matveev, «Russia Seeks to Reassert Role at Central Asia Summit, but Kazakhstan and Uzbekistan Push Their Own Agendas», The Times of Central Asia, 10/10/2025.

18. «V MVD raskryli čislo pribyvšikh v 2024 godu migrantov» («Il ministero dell’Interno ha reso noto il numero di migranti arrivati nel 2024»), Rbk, 19/6/2025.

19. L. Horrigan, «Russia’s Tightening Grip: A Potential Turning Point for Central Asian Migration», Caspian Policy Center, 10/3/2025.

20.  Cfr. nota 11.

21. «Lidery Uzbekistana i Turkmenistana poobščalis’ s Trampom na russkom jazyke» («I leader di Uzbekistan e Turkmenistan hanno conversato con Trump in russo»), Ria Novosti, 7/11/2025.

22. K-Ž. Tokaev, «Večnaja družba – putevodnaja zvezda dlja našikh narodov» («L’amicizia eterna è una stella polare per i nostri popoli»), Rossijskaja Gazeta, 11/11/2025.

23. Cfr. nota 11.

24. R. Alimov, «Central Asia Amidst Superpower Dialogue», Valdai Club, 3/10/2025.

25. A. Birbayeva, op. cit.

26. N. Gasymov, R. Romanov, op. cit.


L’ASIA CENTRALE METTE ALLA PROVA LA STRANA COPPIA

La progressiva sinizzazione della regione procede senza strappi, ma inquieta la Russia. Pechino e Mosca hanno interesse a sbarrare l’ingresso ad americani ed europei. Le partite energetiche ed economiche sono geopolitiche. La lingua russa resta prevalente.
di Mauro De Bonis
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Pubblicato in: IL TEMPO DELLA CINA - n°12 - 2025
Carta di Laura Canali - 2022
Carta di Laura Canali - 2022 

1. L’Asia centrale è il cuore dell’Eurasia. Cardine imprescindibile per le proiezioni geopolitiche delle potenze interessate a controllare, sfruttare e integrare il macrocontinente. Crocevia essenziale per le traiettorie energetiche e commerciali che la tagliano, o presto lo faranno, in ogni direzione possibile. Irrinunciabile Eldorado di risorse naturali di cui a vario livello sono ricche le cinque repubbliche che la compongono, strattonate con vigore perché si adeguino agli interessi dei colossi locali e di alcuni alieni.

Kazakistan, Uzbekistan, Kirghizistan, Tagikistan e Turkmenistan restano teatro di una accesa competizione tra i pesi massimi globali, ma soprattutto sono banco di prova per la tenuta della tanto sbandierata amicizia «senza limiti» tra Federazione Russa e Repubblica Popolare Cinese. Maggiori sponsor e partner degli -stan centro-asiatici, le due potenze eurasiatiche giocano qui una partita complicata, dal risultato incerto. Una danza che avvolge la strana coppia intorno a tanti interessi comuni, ma che le tiene anche a debita distanza quanto a obiettivi e peso specifico dei ballerini. Con la guerra d’Ucraina che ha assestato un colpo significativo allo slancio di Mosca verso il suo «giardino di casa» ex sovietico. Senza forse influenzare troppo le relazioni russo-cinesi, spiega a Limes Aleksandr Lukin, direttore dell’Istituto di Cina e Asia contemporanea dell’Accademia russa delle scienze, ma di certo indebolendo l’attenzione del Cremlino nei confronti dei paesi centro-asiatici, che di conseguenza si sono rivolti ad altri partner interessati.

Tra questi la Cina, che dall’inizio del conflitto in poi ha rafforzato la sua posizione strategica ed economica nella regione e avviato, secondo Aleksandr Khram­čikhin, esperto militare russo, un lento ma costante processo per sostituire la Russia come garante della sicurezza in Asia centrale. Di certo, Pechino ha superato Mosca nel volume d’affari con i cinque -stan, diventandone il primo partner commerciale dopo decenni e decenni di predominio russo. E la Repubblica Popolare ha iniziato a gareggiare con la Federazione anche nel campo della penetrazione culturale, linguistica e valoriale. Oltre a utilizzare l’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai (Sco) e altre istituzioni per gestire le sue politiche centro-asiatiche e controllare quelle russe.

Contrasti ora governabili, poi a guerra d’Ucraina finita si vedrà. La coppia sino-russa al momento ha altre priorità. Innanzitutto, respingere l’assalto occidentale a risorse naturali e connettività energetiche centro-asiatiche rilanciato a inizio novembre dal presidente americano Donald Trump, quando a Washington ha voluto incontrare i leader dei cinque -stan. Punto questo su cui Mosca e Pechino sembrano andare d’accordo, convinte che Stati Uniti e loro vassalli europei intendano prendere piede nella regione e tentare di scardinare una partnership maldigerita. Russi e cinesi convergono nel cercar di evitare che la regione ospiti altri attori protagonisti e che perda quella ritrovata ma delicata stabilità così necessaria agli interessi della coppia. Tornaconti generalmente coincidenti, spiega ancora il professor Lukin, soprattutto nel sostenere i locali regimi laici ed evitare che al potere possano arrivare movimenti islamisti radicali, oltre che nell’accelerare lo sviluppo economico dei paesi centro-asiatici, necessario per evitare che povertà e malcontento possano compromettere gli equilibri regionali.

Carta di Laura Canali - 2024
Carta di Laura Canali - 2024 

2. Il condominio centro-asiatico offre non poche opportunità di cooperazione tra Mosca e Pechino, ma anche evidenti spazi di competizione. Per entrambe la regione è parte di un più ampio progetto eurasiatico: quello cinese dedicato al trasporto commerciale verso l’Europa, quello russo disegnato per costruire una valida alternativa «orientale» al traumatico distacco dal Vecchio Continente causa invasione di terre ucraine. Per entrambe ampliare la rispettiva influenza nella regione. Ognuno col proprio ruolo, fin qui parzialmente rispettato, che vede la Federazione nei panni del gendarme e la Repubblica Popolare del ricco investitore. Mansioni con diverse sfumature e tonalità che finora hanno retto e dato spessore a una cooperazione che dal 2022 in poi si è giovata della trasformazione dei mercati energetici eurasiatici avvenuta con la nuova postura di Mosca verso est. E permesso a Pechino di aumentare, e di molto, l’export verso alcuni paesi centro-asiatici che a loro volta hanno girato i beni sul mercato russo evitando le sanzioni imposte dall’Occidente. Anche forniture di armamenti provenienti dalla Repubblica Popolare, come la metà dei droni che il Kazakistan ha acquistato da Pechino nel 2023 e riesportato in Russia 1.

I due amici «senza limiti» restano in sintonia su intromissioni non richieste nella loro comune sfera d’interessi centro-asiatici e con modalità diverse esplicitano le rispettive preoccupazioni e intenzioni nel difendere la stabilità della regione. A fine novembre scorso, quindi dopo l’incontro dei leader degli -stan con Donald Trump, il ministro degli Esteri cinese Wang Yi non ha usato giri di parole nel ribadire come il suo paese sia disposto a sostenere con fermezza pace, stabilità e sviluppo in Asia centrale. Aggiungendo che Pechino è contraria a qualsiasi ingerenza negli affari interni degli -stan e che non permetterà a nessuno di creare divisioni o disordini nella regione 2. Al capo della diplomazia cinese ha fatto eco il presidente russo Putin dopo la sua ultima visita a Biškek, sicuro della necessità di creare un’architettura di sicurezza eurasiatica per garantire stabilità militare e geopolitica al macrocontinente 3, dunque all’Asia centrale. Per poi sottolineare il giorno dopo, attraverso una dichiarazione dell’Organizzazione del trattato di sicurezza collettiva a guida russa (la Csto, che oltre a Mosca comprende Bielorussia, la ribelle Armenia e i centro-asiatici Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan), la preoccupazione per i rischi strategici che potrà comportare l’avanzamento di infrastrutture militari di paesi appartenenti ad altre alleanze verso i confini degli Stati membri 4.

Ma una vera e propria cooperazione militare tra Russia e Cina ancora non è prevista – se mai lo sarà – e per far fronte a sfide che possano compromettere armi in pugno i rispettivi progetti eurasiatici ognuno si organizza per proprio conto. A parte alcune esercitazioni congiunte in ambito Sco le due potenze eurasiatiche preferiscono impegnarsi con modalità differenti. Mosca soprattutto attraverso la succitata Csto, Pechino con addestramenti bilaterali che coinvolgono eserciti, truppe transfrontaliere, forze di polizia e paramilitari dei paesi centro-asiatici. Un impegno bellico quello cinese che si fa vieppiù sostenuto con l’obiettivo primario di difendere i faraonici investimenti – dunque la massiccia influenza – nella regione, oltre a tenerne lontane minacce interne come terrorismo, criminalità o separatismo ed esterne legate a interessi di paesi non considerati amici. Esemplare il colpo assestato a Delhi pochi giorni prima del vertice Usa-Asia centrale di Washington, ovvero la chiusura della base militare tagika di Ayni a quelle forze indiane che l’avevano gestita per quasi vent’anni 5. La decisione presa da Dušanbe, che ospita la più popolata base militare russa all’estero oltre a non meglio identificate strutture militari cinesi ed è indebitato fino al collo con Pechino, rappresenta una dura battuta d’arresto per le aspirazioni eurasiatiche di Modi. Alcune letture dell’accaduto lo inquadrano come successo strategico della coppia sino-russa. In realtà, come conferma Lorenzo Di Muro, esperto di Limes per le questioni indiane, è la dimostrazione di quanto la bilancia della potenza in Asia centrale penda a favore della Cina, a scapito della Russia. A Mosca non dava certo noia un avamposto regionale di Delhi per riequilibrare un minimo lo strapotere cinese. A Pechino certamente sì, visto che la base era soprattutto una centrale d’intelligence a ridosso del Xinjiang, del confine settentrionale del Pakistan e del Kashmir, aree critiche per il Drago.

A queste controversie strategiche vanno sommate quelle economiche. Settore dove la Repubblica Popolare si è imposta col passare degli anni: se a inizio secolo l’interscambio commerciale tra Mosca e paesi centro-asiatici superava di oltre cinque volte quello tra Pechino e gli -stan, oggi al contrario quello cinese è oltre il doppio del russo 6. E a fine 2024 se gli scambi complessivi tra Russia e Asia centrale superavano i 47 miliardi di dollari, quelli della Cina con i cinque ex sovietici raggiungevano quota 94,7 7. Cifre che rendono chiari i rapporti di forza in questo settore così vitale per Mosca, che per voce del suo primo ministro Mišustin avvertiva sulla possibile ombra cinese nei progetti di integrazione dell’Unione economica eurasiatica (Uee) 8. E più in generale sull’espansione nei mercati di una regione in cui Mosca l’aveva sempre fatta da padrona.

Carta di Laura Canali - 2025
Carta di Laura Canali - 2025 

3. Mosca non molla la presa. E di certo non può farlo se vuole portare a termine i progetti eurasiatici imbastiti dopo la frattura con l’Occidente. I paesi dell’Asia centrale ne rappresentano uno snodo imprescindibile. Un resoconto redatto dal governo della Federazione Russa a inizio 2024 sull’integrazione del macrocontinente in un nuovo mondo multipolare dedica una parte dello studio alla regione centro-asiatica bollandola come «rischiosa» ma «centrale» e illustrandone problemi e vantaggi. Si annoverano le attrattive, come risorse naturali, crescita demografica, mercato emergente e posizionamento geografico. Ma anche il pericolo che una ritrovata consapevolezza del proprio rilievo geopolitico possa spingere i cinque -stan ad allontanarsi ulteriormente da Mosca. Modifica della visione del mondo, rilettura della storia comune, limitazioni all’utilizzo della lingua russa in favore dell’inglese e ricezione di standard educativi occidentali sono alcuni dei punti che il rapporto presenta come tentativi di distacco. Consapevoli della vulnerabilità russa, dei rischi rappresentati dalle sanzioni per i paesi centro-asiatici e dei loro tentativi di integrazione con altre organizzazioni o potenze, i relatori del documento suggeriscono alcune linee guida per riacquistare influenza e fiducia nella regione. A partire dal riconoscere gli -stan soggetti indipendenti, dunque partner a pieno titolo da recuperare rispettando i tempi che il nuovo approccio richiederà. Ma anche puntando sul comune passato e sui vantaggi economici e logistici che un rinnovato binomio russo-centro-asiatico potrà sviluppare con successo 9. Insomma, ripartire dai pezzi forti di una cooperazione imbastita nei decenni tra le due entità. Sfruttando appieno quei settori nei quali Pechino è ancora leggermente indietro rispetto a Mosca, nonostante l’inesorabile cavalcata cinese registrata fin qui nella regione.

Carta di Laura Canali - 2019
Carta di Laura Canali - 2019 

In attesa che si realizzino le previsioni del citato Khramčikhin, al momento è la Federazione e non la Repubblica Popolare il principale partner e garante dei paesi centro-asiatici. Titolare di due basi militari, in terra kirghiza e tagika, Mosca guida la Csto, che con tutti i suoli limiti resta il più importante organismo di sicurezza regionale. La struttura offre ai suoi membri la possibilità di sfruttare la rete di formazione militare russa 10 e soprattutto acquistare armi ed equipaggiamenti made in Russia a prezzi scontati. Offerta ribadita da Vladimir Putin al termine del vertice Csto di fine novembre scorso in quel di Biškek, quando elencando le priorità dell’organizzazione ha auspicato il rafforzamento della cooperazione tra affiliati, basata sulle capacità delle rispettive industrie di difesa e su esercitazioni militari che non dovranno riguardare solo la collaborazione tra Forze armate ma anche tra servizi di sicurezza 11. Iniziative congiunte come antiterrorismo e difesa delle frontiere già approvate tra Russia e -stan durante il vertice di ottobre in Tagikistan 12.

4. Prima e dopo il summit di Washington, il Cremlino ha organizzato diversi incontri con i cinque centro-asiatici, a dimostrazione di quanto tenga alla loro collaborazione. E a distanziarli il più possibile da sirene occidentali e cinesi, soprattutto in campo economico. Settore nel quale Mosca continua ancora a dire la sua, sia nel già ricordato campo degli armamenti sia in quello energetico. Così, a metà novembre, Putin e il presidente kazako Tokaev prima hanno firmato una dichiarazione che eleva il rapporto bilaterale a partenariato e alleanza strategica globale, poi hanno ufficializzato la costruzione della prima centrale nucleare in Kazakistan, realizzata da un consorzio internazionale guidato dalla russa Rosatom 13. La stessa azienda che porterà a termine anche il primo impianto atomico in Uzbekistan 14. E, una volta deciso, realizzerà una prima centrale nucleare di piccole dimensioni in Kirghizistan, come annunciato da Putin a fine novembre dopo l’incontro col collega kirghizo Japarov 15. Ma se il capo del Cremlino è apparso soddisfatto dei risultati in campo militare e atomico, lo è stato certamente meno per quelli ottenuti tra Mosca e -stan in fatturato commerciale e investimenti russi, settori in cui la Cina è solitaria capolista con svariati punti di distacco sulla seconda. E il malessere presidenziale è sfociato in ramanzina durante il vertice di Dušanbe, dove Putin si è detto insoddisfatto per i soli 20 miliardi di dollari investiti dai russi nella regione, pensando ai circa 75 già investiti da Pechino 16. Poi, diretto agli -stan ha criticato lo scarso volume di scambi, specie se confrontato con quello che la Federazione realizza con la Bielorussia, che ha circa un decimo degli abitanti dei cinque centro-asiatici messi assieme 17.

Si tratta di una popolazione di oltre 80 milioni di persone, parte delle quali emigra in Russia soprattutto per lavoro. Una fenomenale arma di influenza per Mosca rispetto a Pechino, visto il valore delle rimesse per le casse dei paesi di provenienza. Soprattutto per Uzbekistan, Tagikistan e Kirghizistan, che nel 2024 hanno raggiunto le percentuali più alte di migranti tra i circa 6,3 milioni di persone arrivate in Russia, per metà in cerca di occupazione 18. E le cui rimesse hanno rappresentato il 48% del pil tagiko, il 24% di quello kirghizo e il 14% dell’uzbeko 19. Eppure i flussi migratori dagli -stan sono in calo, un po’ per timore di essere spediti in prima linea, soprattutto per le politiche migratorie adottate dalla Federazione. Misure inasprite dopo l’attentato al Crocus City Hall di Mosca del marzo 2024 a opera di terroristi di origine tagika. Le autorità russe possono quindi limitare la circolazione e i permessi e di fatto godere di maggior influenza sulle esigenze migratorie dei governi centro-asiatici. Così, nel suo ultimo incontro col presidente kirghizo, Putin ha spiegato che il Cremlino si adopera perché il sistema migratorio tuteli gli interessi dei russi e della loro economia, così come quelli dei cittadini del Kirghizistan in Russia per lavoro. Ma, aggiunge, è necessario che i migranti siano preparati, soprattutto nella padronanza della lingua russa, fin dalla tenera età 20.

Ovvero, si continui a studiare il russo nelle scuole dei paesi centro-asiatici, per mantenere in vita un vettore di peso essenziale per la presa di Mosca sulla regione. Lo studio e l’utilizzo dell’idioma che fu di Tolstoj e Dostoevskij è capitolo che il Cremlino intende sviluppare appieno, forte di una storica consuetudine che Pechino non ha, minacciata però dalla sempre più frequente promozione dell’inglese. La conoscenza della lingua di Mosca resta comunque estesa tra la popolazione degli -stan, come dimostra la scelta dei leader uzbeko e turkmeno di dialogare in russo col presidente Trump durante l’incontro alla Casa Bianca, coi colleghi di Kirghizistan e Tagikistan che hanno preferito le rispettive lingue madri, mentre Tokaev ha scelto l’inglese 21. Qualche giorno dopo però, proprio il presidente kazako, in un suo articolo pubblicato su Rossijskaja Gazeta prima dell’incontro con Putin, tesse le lodi del russo, lingua ufficiale nel paese centro-asiatico, come parte integrante della vita sociale e politica, fino a proporre la creazione di una organizzazione internazionale per la sua diffusione 22. Stesso copione per l’incontro tra Putin e Japarov di fine novembre, col capo del Cremlino che ringrazia per lo status ufficiale della sua lingua madre in terra kirghiza e ribadisce il sostegno alla leadership locale per la promozione dello studio del russo 23

Mantenere alto l’interesse per lingua e cultura russa nei paesi centro-asiatici significa però investire nell’insegnamento e nel ruolo delle università. Anche in questo campo Mosca parte avvantaggiata per eredità storica. Nel 2025 conta oltre 270 mila studenti provenienti dai cinque -stan iscritti nelle università russe 24. In Kazakistan, preso come esempio, sono presenti nove filiali di altrettanti istituti universitari russi e Astana ha aperto una prima sede universitaria distaccata nella Federazione. Tra i due paesi, snocciola Tokaev, sono in vigore oltre 1.450 accordi universitari con doppie lauree e ricerca congiunta 25. Un trend positivo per la Federazione, consapevole dell’importanza di mantenere una profonda penetrazione in questo campo e di agevolare la creazione di istituti connessi e scambi culturali con tutte e cinque le repubbliche ex sovietiche.

5. Mentre collaborano e competono in Asia centrale, Federazione Russa e Repubblica Popolare Cinese dovranno guardarsi dal rinnovato interesse americano per la regione. L’incontro di Washington tra il presidente Trump e i cinque -stan ha mostrato che gli Usa sono interessati solo all’economia. Investimenti, terre rare e corridoi commerciali i punti discussi con i leader centro-asiatici, questa volta meno pressati dalle lezioni su democrazia e diritti umani impartite finora dalla Casa Bianca. La chiusura di strutture preposte alla loro promozione, come Usaid e Ned, da parte del leader statunitense ha rilassato l’atmosfera e reso i suoi ospiti più propensi all’accordo. Gli elogi per il presidente a stelle e strisce hanno rasentato l’adulazione, ma non sono stati molto diversi da quelli riservati al capo del Cremlino e a Xi Jinping. Segnale di quanto i cinque ex sovietici siano consapevoli di essere oggetto di competizione geopolitica tra le tre grandi potenze del pianeta.

Lo slancio americano è stato ufficialmente letto da Mosca senza grande preoccupazione. Ma la proiezione centro-asiatica americana è di carattere geopolitico e punta a complicare i progetti regionali della Federazione, quelli dell’alleato cinese e la tenuta della coppia sino-russa. Gli Stati Uniti, secondo il professor Lukin, hanno cercato da sempre di indebolire l’influenza della Russia in Asia centrale. Una politica secolare profondamente radicata nel pensiero geopolitico occidentale. Ma gli attuali leader statunitensi non la pensano in questi termini e Donald Trump è più preoccupato della possibile vittoria della Cina nella competizione economica che di contenere la Russia. Il suo obiettivo in questa regione e altrove è limitare l’espansione economica e indebolire i legami tra i paesi centro-asiatici e Pechino. Mentre dell’influenza di una Russia economicamente molto più debole a Trump non importa granché.

Carta di Laura Canali - 2025
Carta di Laura Canali - 2025 

Il livello di penetrazione americana nella regione non è però al momento paragonabile a quello russo o cinese. Il fatturato commerciale tra Stati Uniti e paesi centro-asiatici nel 2024 non è andato oltre i 7,2 miliardi di dollari 26. Investire in un’area controllata in ogni settore dai due amici «senza limiti», ciascuno con le sue urgenze ma entrambi pronti a ostacolare iniziative terze, non sarà compito facile. Inoltre, occorrerà attendere le sorti della guerra d’Ucraina per meglio definire i futuri rapporti di forza nella regione. Di certo, sostiene Aleksandr Khramčikhin, gli Stati Uniti intendono spodestare Russia e Cina dalla regione, ma le loro iniziative non offrono reali prospettive. Mosca dovrà invece guardarsi da Pechino, avverte, perché la Repubblica Popolare non agirà in modo troppo aggressivo ma si affiderà a una penetrazione lenta e strisciante, al termine della quale la Federazione Russa, e tutti gli altri, si troveranno improvvisamente di fronte al fatto compiuto.

 

Note:

1. R. Weitz, «Sino-Russian Interactions Regarding Central Asia: Preliminary Summary», Hudson Institute, 21/7/2025.

2. Zhou Jin, «China won’t allow Japan to turn back the wheel of history, says Wang Yi», chinadaily.com, 23/11/2025.

3. «Russian, Kyrgyz leaders highlight need for military stability in Eurasia», Tass, 26/11/2025.

4. «CSTO concerned about military infrastructure of certain countries approaching its borders», Tass, 27/11/2025.

5. «Tajikistan Expels India from Ayni Air Base After Russian and Chinese Pressure: A New Great Game in Central Asia», Defence Security Asia, 3/11/2025.

6. L. Halligan, «China’s influence is vast. It has taken over “Russia’s backyard”», The Telegraph, 19/10/2025.

7. N. Gasymov, R. Romanov, «Kakie interesy presledujut SŠA v Central’noj Azii» («Quali interessi gli Usa perseguono in Asia centrale»), Vedomosti, 7/11/2025.

8. R. Weitz, op. cit.

9. «Evrazijskaja integracija v mnogopoljarnom mire», Koordinacionnyj centr Pravitel’stvo Rossijskoj Federacii, («Integrazione eurasiatica in un mondo multipolare», Centro di coordinamento del governo della Federazione Russa), 26/4/2024.

10. R. Weitz, op. cit.

11. «Answers to media questions - Following the state visit to Kyrgyzstan and the CSTO summit, Vladimir Putin answered questions from Russian journalists», Kremlin, 27/11/2025.

12. «CIS and Russia-Central Asia Summits: Regional Dynamics and Moscow’s Strategy», Special Eurasia, 18/10/2025.

13. A. Birbayeva, «Kazakhstan, Russia Sign Landmark Comprehensive Alliance Declaration», The Astana Times, 12/11/2025.

14. «Uzbekistan progressing work on first nuclear power plant», World nuclear news, 2/12/2025.

15. «Press statements by President of Russia and President of Kyrgyzstan», Kremlin, 26/11/2025.

16. Y. Mikhailidi, «C5+1 moment: Can America match China’s power in Central Asia?», Daily Sabah, 7/11/2025.

17. A. Matveev, «Russia Seeks to Reassert Role at Central Asia Summit, but Kazakhstan and Uzbekistan Push Their Own Agendas», The Times of Central Asia, 10/10/2025.

18. «V MVD raskryli čislo pribyvšikh v 2024 godu migrantov» («Il ministero dell’Interno ha reso noto il numero di migranti arrivati nel 2024»), Rbk, 19/6/2025.

19. L. Horrigan, «Russia’s Tightening Grip: A Potential Turning Point for Central Asian Migration», Caspian Policy Center, 10/3/2025.

20.  Cfr. nota 11.

21. «Lidery Uzbekistana i Turkmenistana poobščalis’ s Trampom na russkom jazyke» («I leader di Uzbekistan e Turkmenistan hanno conversato con Trump in russo»), Ria Novosti, 7/11/2025.

22. K-Ž. Tokaev, «Večnaja družba – putevodnaja zvezda dlja našikh narodov» («L’amicizia eterna è una stella polare per i nostri popoli»), Rossijskaja Gazeta, 11/11/2025.

23. Cfr. nota 11.

24. R. Alimov, «Central Asia Amidst Superpower Dialogue», Valdai Club, 3/10/2025.

25. A. Birbayeva, op. cit.

26. N. Gasymov, R. Romanov, op. cit.


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