LE CARTE DI PECHINO NELLA PARTITA PER L’AI Limes 2025-12

LE CARTE DI PECHINO NELLA PARTITA PER L’AI

Talenti e capacità manifatturiera sono gli assi della Cina. L’epopea di Huawei. Jensen Huang, eroe dei due mondi, contro la deriva dell’economia statunitense. Il sogno americano è cinese. Prepararsi al futuro significa imparare a competere.

di Alessandro Aresu

Pubblicato il 29 Dicembre 2025 alle 10:18

Pubblicato in: IL TEMPO DELLA CINA - n°12 - 2025

Cina

Tecnologia

Intelligenza Artificiale

Internet

Scontro Usa-Cina

Asia-Pacifico

Carta di Laura Canali - 2025 


1. C’è una pagina Instagram alla quale mi ha condotto l’intelligenza artificiale come esiste realmente, ovvero il sistema di raccomandazione di Meta dedicato a trasformare la mia attenzione in soldi. Nella pagina, gli allenatori di sollevamento pesi cinesi coach Chen e coach Zhou, decorati con varie medaglie, mostrano i loro video per migliorare le varie alzate col bilanciere. Indicano come si devono posizionare i loro allievi nei vari video, in viaggi dove la stella rossa della Cina visita le palestre americane e australiane. In uno dei reels, c’è la classica pratica di un’alzata suddivisa in vari passaggi, che richiedono pazienza, tecnica e dedizione. Il testo del reel ricapitola gli errori e i miglioramenti che scorrono davanti ai nostri occhi, e poi conclude: «Un passo alla volta, completiamo una Lunga marcia».

Dopo la dichiarazione di coach Chen e coach Zhou, il sistema di raccomandazione, che sa quello che voglio vedere, mi ha condotto a un video cinese celebrativo degli ottant’anni dalla vittoria contro il Giappone, generato dall’intelligenza artificiale e diffuso per gli utenti italiani da Iconografie. In esso, i caduti della Lunga marcia incontrano i soldati della Cina contemporanea e osservano commossi lo skyline di Shanghai e i treni che scorrono velocissimi. Poi i veterani si dissolvono in una colomba della pace davanti alla bandiera rossa della Cina comunista.

2. Nel maggio 2019 Huawei viene inserita nella Entity List, la «lista nera» del Bureau of Industry and Security, con l’accusa di essere «coinvolta in attività contrarie alla sicurezza nazionale o agli interessi di politica estera degli Stati Uniti» 1. Sono passati sei mesi dall’arresto di Meng Wanzhou, direttrice finanziaria e figlia del fondatore, Ren Zhengfei, e Huawei nel mentre non è stata ferma. Era impegnata a costruire riserve di componenti con cui sopravvivere, anche di fronte agli scenari più sfavorevoli, che si materializzano in quella primavera. Con decine di miliardi di investimenti, l’azienda ha un potere consistente verso i fornitori 2 che, in ogni zona grigia, sono ben felici di vendere a un cliente così significativo. Ormai, secondo l’interpretazione estesa dei controlli sulle esportazioni della lista nera statunitense, qualunque cosa possieda componenti americani, «che sia un equipaggiamento di telecomunicazioni, uno spazzolino da denti, o una fabbrica» 3, può essere sottoposta ai controlli degli apparati degli Stati Uniti per stritolare Huawei. La globalizzazione, raccontata come un tessuto interminabile di connessioni che ci arricchiscono a vicenda e che approfondiscono i nostri legami, può essere scardinata davanti ai superiori obiettivi politici, sotto l’ombrello dell’allargamento della sicurezza nazionale. Dalla grande onda che avrebbe sollevato tutte le barche si passa, con tratto di penna, all’occhiuto controllo dello spazzolino da denti.

Il centro di progettazione di chip di Huawei ha avuto qualche anno di tempo per allenarsi. È stato istituito nel 1991, l’anno in cui viene pubblicato America contro America di Wang Huning. Nel 1996, Huawei è selezionata dal governo di Pechino come una delle otto aziende per un programma nazionale di sviluppo di semiconduttori da un miliardo di dollari. L’unità viene formalizzata come sussidiaria con il nome HiSilicon nel 2004. Ren Zhengfei, nel 2014, dà a Teresa He Tingbo, l’ingegnera a capo della divisione, un budget di 400 milioni di dollari all’anno per l’avanzamento dei blocchi fondamentali della tecnologia di Huawei, con l’obiettivo di raggiungere i ventimila dipendenti dedicati alla progettazione di chip.

Nel 2006, HiSilicon lancia il suo primo chip specifico per le telecamere di sorveglianza. Nel 2008, si classifica al primo posto in Cina per fatturato tra le aziende di progettazione di circuiti integrati, con vendite pari a 452,47 milioni di dollari. Nel 2009, HiSilicon ha già conquistato il 40% del mercato dei chip per telecamere di sorveglianza in Cina, a Taiwan e in Corea del Sud. Grazie alla sua collaborazione con Tsmc, HiSilicon dimostra anche elevate capacità nello sviluppo di processori per smartphone.

Carta di Laura Canali - 2025 

Nonostante questi successi, Ren Zhengfei sta attento a non dare troppa enfasi pubblica ai risultati di HiSilicon, poiché teme che possa compromettere le relazioni con fornitori di chip di terze parti come Qualcomm, trasformando Huawei in un rivale anziché in un partner. Come ricorda Eva Dou in The House of Huawei 4, quando un giornalista si lamenta del fatto che poche persone conoscano HiSilicon, il fondatore risponde: «Perché il mondo esterno dovrebbe saperlo?». Teresa He Tingbo, ingegnera presidente di HiSilicon, in un memo aziendale del 17 maggio 2021 dice che davanti all’azienda c’è «la più tragica ed eroica Lunga marcia nella storia della scienza e della tecnologia» 5: il disegno di una supply chain autosufficiente, capace di resistere allo schiaffo di Washington 6. Il memo è esaltato dal fondatore Ren Zhengfei e dalla propaganda cinese 7.

3. Il caleidoscopio più adatto per comprendere la competizione tecnologica tra Stati Uniti e Cina è sempre Jensen Huang, fondatore e ceo di Nvidia. Le ragioni sono molteplici. Ha costruito l’azienda al centro dell’ecosistema, disposta a tutto per prolungare indefinitamente la brat summer 8 dei suoi profitti. Guida Nvidia dal 5 aprile 1993, cioè da un periodo lunghissimo per i cicli compressi della tecnologia, e fin dagli anni Novanta ha una profonda e cruciale collaborazione con l’ecosistema taiwanese ma anche col mercato cinese. D’altra parte, quando va in Cina dice «sono nato in Cina» e quando si reca a Taiwan afferma «sono nato a Taiwan» 9, mentre quando si trova a Washington sostiene che «il vantaggio unico dell’America che nessun altro paese può avere è il presidente Trump» 10. Per ragioni tecniche, personali e politiche, è divenuto il personaggio cruciale per capire il nostro tempo, le sue esagerazioni e le sue contraddizioni.

Il 12 maggio 2025 George Yeo, già ministro del Commercio e degli Esteri di Singapore, dialoga alla Fudan University di Shanghai con Zhang Weiwei, preside del China Institute 11. A un certo punto, suggerisce che i viaggi in Cina di Jensen Huang non riguardino solo gli interessi commerciali di Nvidia ma facciano parte di un disegno più ampio. A suo avviso, in una delle varie cene che Huang ha tenuto con Trump a Mar-a-Lago e che hanno cementato il loro rapporto, il capo di Nvidia avrebbe avuto anche l’approvazione a recarsi a Pechino, in un incontro ufficiale con i rappresentanti cinesi in cui si toglie il suo tradizionale giubbotto in pelle e si mette in giacca e cravatta, con abiti formali in segno di rispetto. Yeo spiega con disinvoltura al pubblico di Shanghai che Huang agiva come messaggero tra i due blocchi, dentro la guerra commerciale: portava il messaggio americano e riportava la versione cinese, nel momento di maggiore tensione. Come sappiamo, l’escalation sui dazi poi continua, ma alla fine si giunge alla composizione in Corea del Sud, mentre il messaggero Jensen Huang viene usato da entrambe le parti per aumentare la loro forza negoziale e il loro potere di ricatto.

Attraverso il caleidoscopio del messaggero, che è a sua volta oggetto del negoziato, possiamo comprendere anche i punti salienti della posizione cinese nella competizione.

Anzitutto, il potere di Nvidia ha portato Huang a capeggiare la fazione delle «colombe sulla Cina» a Washington. È stato lui stesso a lanciare il guanto della sfida, dicendo letteralmente, in un podcast di settembre 2025, che l’espressione «falco sulla Cina» (China hawk 12) va considerata motivo di disonore, perché contraria al sogno americano. La sua definizione di sogno americano è la possibilità di accogliere talenti da tutto il mondo e di vendere a tutto il globo i prodotti che hanno un marchio americano, per arricchirsi.

Carta di Laura Canali - 2023 

Come ha ricordato anche nel dicembre 2025 nel podcast di Joe Rogan 13, il palcoscenico più rilevante per il dibattito pubblico statunitense, è lui stesso a incarnare il sogno americano, perché è finito negli Stati Uniti a 9 anni all’Oneida Baptist Institute nelle profondità del Kentucky, dove tutti gli studenti fumavano e venne accolto dai mozziconi di sigaretta per terra. Il suo compagno di stanza aveva 17 anni e aveva la ferita fresca di una coltellata. Il suo primo compito era pulire i cessi del dormitorio in cui vivevano 100 ragazzi. Il compagno di stanza lo convinse a unirsi alla routine di 100 push-up e 100 sit-up al giorno. Quando i genitori raggiunsero lui e suo fratello due anni dopo negli Stati Uniti, a Tacoma, Washington, non avevano più soldi, e sua madre tremò di terrore quando una volta ruppero un tavolino preso in prestito. Il sogno americano di Jensen Huang, alimentato costantemente da queste storie ripetute a un pubblico sempre più vasto nell’unico spazio mediatico davvero rilevante (YouTube e l’ecosistema dei podcast amplificato dai social), impone lo schema: «Io ho sofferto, perché ero povero e sono venuto dal nulla. Quindi ho guadagnato il diritto al sogno americano, ho diritto al mio successo». Con una domanda implicita: quanti cessi ha pulito chi mi sta criticando e quanti push-up e sit-up ha fatto a 9 anni per rafforzarsi perché veniva bullizzato in quanto cinese?

Conclusione: il sogno americano è cinese. È fondato sul punto di vista (e anche sullo stereotipo) della dedizione di chi viene dalla Cina (da una delle Cine, la distinzione qui non importa) ed è disposto a compiere una Lunga marcia. In parallelo, Jensen Huang plasma l’idealtipo del falco anticinese: il fighetto di un think tank che non ha mai fatto un lavoro manuale in vita sua, ha lavoricchiato per il Congresso o per una delle amministrazioni succhiando qualche consulenza, ma non ha sofferto, e ora pensa in un paper o in un regolamento di individuare la formula magica per bloccare la Lunga marcia della Cina. Il messaggio di Jensen Huang è: «Se l’America pensa che la sua forza si basi su gente del genere, è già morta. Per fortuna ci siamo noi».

Tale stereotipo del falco anticinese è stato però messo in crisi da aziende di oggettivo successo economico, finanziario e ideologico che hanno nel loro dna la tesi di investimento «dateci i soldi così battiamo la Cina». L’esponente più rilevante è Palantir 14. La posizione di Palantir, e in particolare quella di Peter Thiel, è notoriamente critica verso l’influenza cinese ed è improntata a pompare la supremazia americana, in una linea che si riflette in espressioni tronfie come le battute di Alex Karp: «In Cina non hanno aziende di software».

Questa visione è stata esplicitata pubblicamente anche dal direttore delle tecnologie di Palantir, Shyam Sankar, che ha scritto un articolo sul Wall Street Journal contro Huang. L’articolo, inizialmente intitolato proprio «Why Jensen Huang is Wrong About China», è stato poi corretto in «Why the China Doves Are Wrong» 15. Palantir ha costruito la tesi del nuovo complesso militare-industriale anche attraverso la convergenza con i vari falchi anticinesi, in particolare nel Congresso. Per esempio, ha influenzato con Jacob Helberg, ora al dipartimento di Stato a dare tra l’altro lezioni agli italiani 16 e prima consulente personale in parallelo di Alex Karp e degli organismi del Congresso, le posizioni dell’House Select Committee on Competition with the Chinese Communist Party, guidato nel 2023-2024 da Mike Gallagher, politico repubblicano che la stessa Palantir ha poi reclutato.

Carta di Laura Canali - 2022 

La costruzione esplicita di un complesso militare-industriale, attraverso le porte girevoli tra politica, amministrazione e impresa, è giustificata dal bene supremo della minaccia cinese. Non bisogna però dimenticare che l’obiettivo di questo sogno americano è fare soldi. Così, se si tratta di arricchirsi, Karp e Huang, che rappresentano fazioni opposte, possono apparire insieme, come è avvenuto nell’annuncio di una partnership tra Palantir e Nvidia. In quell’occasione, Karp ha letteralmente definito Huang un «patriota» 17, mentre il succo dell’articolo firmato dal suo alto dirigente è che fosse un idiota o un traditore.

Letto dalla Cina, tutto ciò mostra che negli Stati Uniti resta una divisione sulla posizione da adottare davanti alla competizione con la Cina, tra l’estremo «tutto è sicurezza nazionale» e quello «tutto si può comprare». Questa divisione non sarà mai composta perché nessuna fazione può sconfiggere l’altra. Troppe aziende americane continueranno a voler vendere nel mercato cinese. Molti politici continueranno a volerle bloccare, con l’aiuto di aziende che pagheranno per avanzare l’interesse del complesso militare-industriale anticinese 18.

4. Cosa pensa Nvidia della Cina e cosa accade realmente sul campo? Nei suoi interventi pubblici, sempre più numerosi nel corso del 2025, Huang ha descritto il mercato cinese attraverso elogi continui agli sviluppatori e alle aziende. Ciò deriva ovviamente dai suoi interessi, perché la quota di mercato di Nvidia in Cina sui sistemi di intelligenza artificiale è scesa dal 95% allo 0%, con un potenziale di crescita perduta ben oltre i 100 miliardi di dollari entro la fine del decennio. Il tira e molla in cui l’azienda è impegnata, attraverso la possibilità di fornire i chip H20, sbloccata dall’amministrazione Trump, non ha avuto successo. Questi prodotti, depotenziati e conformi alle restrizioni, sono stati finora rifiutati da Pechino, privilegiando l’imperativo della Lunga marcia, ovvero la costruzione di un ecosistema autosufficiente.

Nello schema di Huang, ciò si basa su un doppio vantaggio cinese: le infrastrutture energetiche e il capitale umano. Grazie all’accesso a enormi quantità di energia a basso costo, che il governo può allocare prioritariamente ai data center, la Cina può permettersi di essere meno efficiente dal punto di vista energetico a livello di singolo transistor. Huang rivendica sempre il suo rispetto per i concorrenti cinesi, in particolare Huawei, che definisce un’azienda tecnologica formidabile e che considera l’incarnazione della capacità cinese di innovare nonostante i vincoli e i limiti, lodandone la competenza nell’integrare hardware e software in sistemi complessi. In questo senso, l’obiettivo di Huang è mantenere sempre alta la visibilità sulle operazioni di Huawei, in modo che il sistema di HiSilicon e delle sue nuove diramazioni non si muova mai in un cono d’ombra.

Dal punto di vista di Nvidia, alla preoccupazione per la perdita di fatturato si affianca la potenziale frammentazione dello standard computazionale globale. L’ecosistema ha finora parlato la lingua di Cuda, la piattaforma di Nvidia. Tuttavia, l’esclusione dal mercato cinese sta dando a Huawei più tempo per sviluppare il proprio standard. Poiché circa il 50% dei ricercatori e sviluppatori di intelligenza artificiale nel mondo sono basati in Cina, se questa forza lavoro migra verso l’ecosistema Huawei per necessità Nvidia si indebolisce. Non a caso, Huang in un confronto col Center for Strategic and International Studies ha parlato della «Belt and Road Initiative dell’intelligenza artificiale», con cui identifica lo spauracchio che Huawei e gli altri attori dell’ecosistema cinese esportino il loro standard.

Nei suoi interventi in Cina, Huang descrive le auto elettriche cinesi con enfasi («incredibili, bellissime, le migliori al mondo»), citando aziende come Xiaomi, Byd, Nio e Xpeng. Inoltre, vede nell’ecosistema dei veicoli elettrici cinesi la prima manifestazione di massa dell’ondata dell’intelligenza artificiale fisica e della robotica autonoma. La Cina si colloca in una posizione speciale per lo sviluppo della robotica umanoide grazie a tre fattori: l’eccellente tecnologia e ricerca sull’intelligenza artificiale, la grande competenza in meccatronica e l’enorme base manifatturiera che può impiegare i robot.

Carta di Laura Canali - 2025 

All’elogio aperto e costante di Huang alla capacità industriale e di integrazione cinese si aggiunge un altro aspetto meno visibile, che ha a che fare con la zona grigia dell’illecito (il commercio illegale) e con la profondità della supply chain.

Il commercio illegale di Gpu 19 si snoda attraverso una rete che unisce acquirenti e venditori in diversi continenti, creando un sistema che è stato descritto come distopico e cyberpunk. La sua esistenza è la prova dell’ingenuità delle formule come «controlleremo pure gli spazzolini da denti» con cui gli Stati Uniti facevano la voce grossa nel 2019 e che erano chiaramente affermazioni ridicole. La filiera dello smercio inizia negli Usa con individui, spesso cittadini cinesi in visita, che acquistano dispositivi soggetti a controllo sulle esportazioni da normali cittadini americani. Queste transazioni avvengono tipicamente tramite piattaforme pubbliche come Craigslist o Facebook Marketplace. Queste persone infrangono le leggi statunitensi e trasportano fisicamente i dispositivi in Cina per trarne profitto. Una volta in Cina, questi componenti entrano in un mercato di intermediari che operano come piccole società commerciali individuali: trovano facilmente le inserzioni per le Gpu vietate su piattaforme come Alibaba e poi si danno da fare.

Un fatto spesso passato sotto silenzio è che il commercio illegale è possibile anche perché la realizzazione del prodotto finito, del sistema di intelligenza artificiale così come viene approntato per l’uso, spesso prevede passaggi in Cina o il contributo in qualche modo delle capacità manifatturiere cinesi. Per esempio, le aziende cinesi manifatturano o ingegnerizzano le soluzioni di raffreddamento e i circuiti stampati, e si occupano di procurarsi componenti come i condensatori. Questo processo di assemblaggio in loco facilita una dispersione significativa di componenti, col coinvolgimento di negozi di riparazione specializzati in Cina per pezzi difettosi che in realtà vengono smerciati, perché i componenti non prodotti in Cina non fanno parte di quei difetti. È chiaro che un sistema Grace Blackwell completo, che pesa quasi due tonnellate, non può essere contrabbandato, ma tante cose possono essere disassemblate e ricombinate, oppure essere spedite da Taiwan dalla miriade di aziende che operano in una zona grigia dello Stretto.

In una foto di gruppo scattata nel maggio 2025 a Taiwan di Jensen Huang  secondo cui la Cina «sta vincendo la competizione sull’intelligenza artificiale» o è «nanosecondi dietro» gli Stati Uniti. La forza del capitale umano cinese è un fattore troppo sensibile nel presente. Ovviamente, Huang usa tutto questo pro domo sua, sempre per prolungare il suo momento d’oro, la brat summer dei data center. Wall Street non deve essere scettica sul ciclo dell’intelligenza artificiale, nessuno deve preoccuparsi della circolarità degli investimenti, delle valutazioni astronomiche delle aziende. Decelerare vuol dire essere superati dalla Cina nella corsa. C’è però un ultimo particolare da chiarire: Jensen Huang, alla corsa, non ci crede.

<address>Carta di Laura Canali - 2024
Carta di Laura Canali - 2024 

6. Il pensiero profondo del leader di Nvidia e dell’intelligenza artificiale è che la Cina abbia sostanzialmente ragione sulla natura della competizione in questa tecnologia. A suo avviso, la «corsa» che l’America dovrebbe vincere non esiste. In termini concettuali, Huang non crede che vi sia un evento preciso (la conquista dell’intelligenza artificiale generale o della superintelligenza), un qualcosa a cui qualcuno possa giungere mentre gli altri ne saranno privi. Crede in un progresso graduale, non in una discontinuità. Esattamente come gli attori cinesi impegnati nella diffusione industriale di questa tecnologia, senza mai sopravvalutarla o affidarle tutto il loro destino economico, industriale, politico. Huang ha spiegato nel dettaglio anche a Joe Rogan che secondo lui l’idea che gli umani perderanno il controllo e che l’intelligenza artificiale diventerà dominante è «estremamente improbabile». Ciò che ha generato l’enorme successo di Nvidia non è quindi proteso verso un momento definitivo, un compimento, un ordigno «fine di mondo» 23.

C’è una ragione pratica in ciò: il sistema dell’intelligenza artificiale è un’infrastruttura di progettazione e produzione estremamente complessa, composta oggi da milioni di componenti, che richiede il contributo diretto e indiretto di migliaia di aziende. Nvidia non ritiene credibile lo scenario in cui un modello statistico, pur con capacità avanzate di ragionamento, possa essere sovrumano nel senso di eseguire un procedimento industriale in modo superiore a giganti della supply chain come i vari Foxconn, Supermicro, Lam Research, Tsmc, Asml, Air Liquide e compagnia. L’intelligenza artificiale serve a quelle aziende per lavorare, già la utilizzano per migliorare i loro processi, ma non ci sono «nazioni di geni in un data center» 24, per usare l’espressione di Dario Amodei di Anthropic, che le sostituiscono. Di conseguenza, l’intelligenza artificiale è una serie di mercati in trasformazione, più o meno connessi, ma non è un eschaton (fine) e nemmeno un telos (compimento). Altrimenti, i lavoratori americani potrebbero veramente realizzare un sistema manifatturiero. E gli analisti di un think tank che non hanno mai pulito i cessi saprebbero costruire una filiera industriale. Invece, non lo sanno né lo sapranno fare. Lo sanno fare i cinesi dell’altra Cina.

Comparendo in giacca e cravatta al Center for Strategic and International Studies, Huang ha raccontato di essere andato a celebrare i risultati del campione taiwanese Tsmc in Arizona: «Ho guardato il pubblico, era due terzi taiwanese e un terzo americano. Lasciatemi dire che la qualità del cibo taiwanese in Arizona è aumentata enormemente. Se volete una zuppa di noodles con carne, vi andrà alla grande». Il messaggio è chiaro: a rendere fertili i deserti d’America, sono gli immigrati giunti da una Cina e dall’altra.

Nel ragionamento di Huang c’è un ovvio paradosso. Da un lato, l’immigrato cinese divenuto americano non crede né in un fine né in un compimento, ma solo in un continuo miglioramento della filiera industriale, come i cinesi dei due lati dello Stretto. Dall’altro lato, il suo successo è alimentato da chi in America crede l’opposto, e quindi fa crescere a dismisura il valore delle aziende in cerca dell’ordigno «fine di mondo». Ne consegue che questa inflazione delle aspettative prima o poi andrebbe corretta da ciò che tutti aspettano e prevedono: lo scoppio di una bolla.

Così, la corsa tecnologica tra Pechino e Washington può essere collocata all’incrocio tra il fattore veramente decisivo (la geografia del talento cinese, e più in generale asiatico) e le varie bolle in corso. Non solo quella americana, con le sue diramazioni, ma anche le bolle cinesi: la bolla immobiliare mai risolta e la bolla dei robot umanoidi, cioè qualcosa su cui tutte le aziende cinesi scommettono ma che non è detto realizzi l’enorme inflazione di aspettative 25.

Cruciale è il rapporto col tempo. Una volta che la tecnologia è sottratta all’ossessione escatologica, resta la competizione, il tempo di oggi e di domani. E ora non conta il lungo periodo in cui la tagliola demografica colpirà Pechino con tutta la sua forza. Conta la storia dei prossimi 5-10 anni e come ci si arriva: quale realtà industriale ci sarà, con quale distribuzione internazionale del lavoro, con quali capacità di dominare alcune supply chains e di usare e subire influenza, capacità finanziaria, potere di ricatto, dipendenza e vulnerabilità rispetto alle esportazioni.

La stessa intelligenza artificiale è una Lunga marcia. Non ha un valore assoluto di per sé ma in relazione a ciò che la precede e la segue. Come in un intreccio. La Lunga marcia originale durò più di un anno ma risulta più lunga e profonda nell’intreccio con le altre guerre, con la lunga stagione della rivoluzione, col suo dramma e il suo dolore. Bisogna mettere un piede davanti all’altro, un passo alla volta. Finché ci sono ancora umani sulla scena, che vogliono e sanno marciare. E combattere.

 

Note:

1. Federal Register, vol. 84, n. 98, 21/5/2019, Rules and Regulations, pp. 22961-22968. 

2. C. Ting-Fang, L. Li, C. Liu, «Exclusive: Huawei stockpiles 12 months of parts ahead of US ban», Nikkei Asia, 17/5/2019.

3. C. Ting-Fang, L. Li, R. Imahashi, «Huawei and suppliers dust off backup plans to prepare for storm», Nikkei Asia, 18/5/2019.

4. E. Dou, The House of Huawei. The secret history of China’s most powerful company, New York 2025, Penguin.

5. L. Tao, «Meet Teresa He: the Huawei executive with the hottest seat in tech», South China Morning Post, 28/5/2019,

6. A. Aresu, «Pechino non si arrende nella guerra dei chip», Limes, 9/2023, «La Cina resta un giallo», pp. 93-104. 

7. Per un approfondimento del caso Huawei e dei temi qui toccati, rimando a Id., Le potenze del capitalismo politico. Stati Uniti e Cina, Milano 2020, La nave di Teseo; Id., Il dominio del XXI secolo. Cina, Stati Uniti e la guerra invisibile sulla tecnologia, Milano 2022, Feltrinelli; Id., Geopolitica dell’intelligenza artificiale, Milano 2024, Feltrinelli; Id., La Cina ha vinto, Milano 2025, Feltrinelli. 

8. Si veda Id., «Geoecologia dei data center», Limes, 11/2024, «A qualcuno piace caldo», pp. 159-173.

9. Su Jensen Huang in rapporto a Tsmc, si veda anche A. Aresu, «Taiwan, l’isola dei chip», Limes, 12/2022, «L’intelligenza non è artificiale», pp. 131-142.

10. La citazione letterale di Jensen Huang su Trump si può trovare qui: «Winning the AI Race Part 3: Jensen Huang, Lisa Su, James Litinsky, Chase Lochmiller», YouTube, 24/7/2025.

11. L’incontro di George Yeo con Zhang Weiwei si può vedere qui: «Stabilizing East and Southeast Asia in a Multipolar World | George Yeo & Zhang Weiwei», YouTube, 12/5/2025.

12. L’intervento del 26/9/2025 si può vedere qui: «NVIDIA: OpenAI, Future of Compute, and the American Dream | BG2 w/ Bill Gurley and Brad Gerstner», YouTube, 26/9/2025.

13. L’intervento si può vedere qui: «Joe Rogan Experience #2422 – Jensen Huang», YouTube, 3/12/2025.

14. Rimando tra l’altro ad A. Aresu, «Palantir e la maledizione della pietra veggente», Limes, 11/2023, «Le intelligenze dell’intelligence», pp. 81-89.

15. S. Sankar, «Why the China Doves Are Wrong», The Wall Street Journal, 17/10/2025.

16. Si vedano le sue affermazioni in F. De Bortoli, «Quanto sono grandi le bugie cinesi?», Corriere della Sera, 15/9/2025; F. Fubini, «Helberg: Il problema dell’economia dell’Europa è la Cina. Dovete reagire alla fuga delle industrie», Corriere della Sera, 12/10/2025.

17. Le parole di Karp del 28/10/25 si possono ascoltare qui: «Palantir and Nvidia CEOs discuss their latest partnership», YouTube, 28/10/2025.

18. Gli esempi di legislazione avviata, abortita e rilanciata sono innumerevoli. Per esempio, si veda M. Eastland, «Senators Seek to Block Nvidia From Selling Top AI Chips to China», Bloomberg, 4/12/2025.

19. Un punto di riferimento, tra cui traiamo queste informazioni, è l’inchiesta di Gamers Nexus, disponibile qui: «The Nvidia Ai Gpu Black Market | Investigating Smuggling, Corruption, & Governments», YouTube, 17/8/2025, ripresa poi da China Talk il 25/8/2025.

20. Traggo le informazioni su questa incredibile vicenda da D. Li, P. Gwen Yeung, S. Cha, «Couple Rakes in $9 Billion as AI Circuit Board Shares Soar 530%», Bloomberg, 26/11/2025.

21. M. Sheehan, S. Zhuang, «Have Top Chinese AI Researchers Stayed in the United States?», Carnegie Endowment, 3/12/2025.

22. V. Shou, «Anthropic’s “anti-China” stance triggers exit of star AI researcher», South China Morning Post, 8/10/2025.

23. Il riferimento ovviamente è Dottor Stranamore di Stanley Kubrick.

24. D. Amodei, «Machines of Loving Grace», darioamodei.com, October 2024.

25. Si veda tra l’altro, su questo rischio ormai chiaro anche ai pianificatori di Pechino, «Humanoid robots need a job», Think China, 1/9/2025. 


LE CARTE DI PECHINO NELLA PARTITA PER L’AI

Talenti e capacità manifatturiera sono gli assi della Cina. L’epopea di Huawei. Jensen Huang, eroe dei due mondi, contro la deriva dell’economia statunitense. Il sogno americano è cinese. Prepararsi al futuro significa imparare a competere.
di Alessandro Aresu
Pubblicato il 
Pubblicato in: IL TEMPO DELLA CINA - n°12 - 2025
<address>Carta di Laura Canali - 2025
Carta di Laura Canali - 2025 

1. C’è una pagina Instagram alla quale mi ha condotto l’intelligenza artificiale come esiste realmente, ovvero il sistema di raccomandazione di Meta dedicato a trasformare la mia attenzione in soldi. Nella pagina, gli allenatori di sollevamento pesi cinesi coach Chen e coach Zhou, decorati con varie medaglie, mostrano i loro video per migliorare le varie alzate col bilanciere. Indicano come si devono posizionare i loro allievi nei vari video, in viaggi dove la stella rossa della Cina visita le palestre americane e australiane. In uno dei reels, c’è la classica pratica di un’alzata suddivisa in vari passaggi, che richiedono pazienza, tecnica e dedizione. Il testo del reel ricapitola gli errori e i miglioramenti che scorrono davanti ai nostri occhi, e poi conclude: «Un passo alla volta, completiamo una Lunga marcia».

Dopo la dichiarazione di coach Chen e coach Zhou, il sistema di raccomandazione, che sa quello che voglio vedere, mi ha condotto a un video cinese celebrativo degli ottant’anni dalla vittoria contro il Giappone, generato dall’intelligenza artificiale e diffuso per gli utenti italiani da Iconografie. In esso, i caduti della Lunga marcia incontrano i soldati della Cina contemporanea e osservano commossi lo skyline di Shanghai e i treni che scorrono velocissimi. Poi i veterani si dissolvono in una colomba della pace davanti alla bandiera rossa della Cina comunista.

2. Nel maggio 2019 Huawei viene inserita nella Entity List, la «lista nera» del Bureau of Industry and Security, con l’accusa di essere «coinvolta in attività contrarie alla sicurezza nazionale o agli interessi di politica estera degli Stati Uniti» 1. Sono passati sei mesi dall’arresto di Meng Wanzhou, direttrice finanziaria e figlia del fondatore, Ren Zhengfei, e Huawei nel mentre non è stata ferma. Era impegnata a costruire riserve di componenti con cui sopravvivere, anche di fronte agli scenari più sfavorevoli, che si materializzano in quella primavera. Con decine di miliardi di investimenti, l’azienda ha un potere consistente verso i fornitori 2 che, in ogni zona grigia, sono ben felici di vendere a un cliente così significativo. Ormai, secondo l’interpretazione estesa dei controlli sulle esportazioni della lista nera statunitense, qualunque cosa possieda componenti americani, «che sia un equipaggiamento di telecomunicazioni, uno spazzolino da denti, o una fabbrica» 3, può essere sottoposta ai controlli degli apparati degli Stati Uniti per stritolare Huawei. La globalizzazione, raccontata come un tessuto interminabile di connessioni che ci arricchiscono a vicenda e che approfondiscono i nostri legami, può essere scardinata davanti ai superiori obiettivi politici, sotto l’ombrello dell’allargamento della sicurezza nazionale. Dalla grande onda che avrebbe sollevato tutte le barche si passa, con tratto di penna, all’occhiuto controllo dello spazzolino da denti.

Il centro di progettazione di chip di Huawei ha avuto qualche anno di tempo per allenarsi. È stato istituito nel 1991, l’anno in cui viene pubblicato America contro America di Wang Huning. Nel 1996, Huawei è selezionata dal governo di Pechino come una delle otto aziende per un programma nazionale di sviluppo di semiconduttori da un miliardo di dollari. L’unità viene formalizzata come sussidiaria con il nome HiSilicon nel 2004. Ren Zhengfei, nel 2014, dà a Teresa He Tingbo, l’ingegnera a capo della divisione, un budget di 400 milioni di dollari all’anno per l’avanzamento dei blocchi fondamentali della tecnologia di Huawei, con l’obiettivo di raggiungere i ventimila dipendenti dedicati alla progettazione di chip.

Nel 2006, HiSilicon lancia il suo primo chip specifico per le telecamere di sorveglianza. Nel 2008, si classifica al primo posto in Cina per fatturato tra le aziende di progettazione di circuiti integrati, con vendite pari a 452,47 milioni di dollari. Nel 2009, HiSilicon ha già conquistato il 40% del mercato dei chip per telecamere di sorveglianza in Cina, a Taiwan e in Corea del Sud. Grazie alla sua collaborazione con Tsmc, HiSilicon dimostra anche elevate capacità nello sviluppo di processori per smartphone.

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Nonostante questi successi, Ren Zhengfei sta attento a non dare troppa enfasi pubblica ai risultati di HiSilicon, poiché teme che possa compromettere le relazioni con fornitori di chip di terze parti come Qualcomm, trasformando Huawei in un rivale anziché in un partner. Come ricorda Eva Dou in The House of Huawei 4, quando un giornalista si lamenta del fatto che poche persone conoscano HiSilicon, il fondatore risponde: «Perché il mondo esterno dovrebbe saperlo?». Teresa He Tingbo, ingegnera presidente di HiSilicon, in un memo aziendale del 17 maggio 2021 dice che davanti all’azienda c’è «la più tragica ed eroica Lunga marcia nella storia della scienza e della tecnologia» 5: il disegno di una supply chain autosufficiente, capace di resistere allo schiaffo di Washington 6. Il memo è esaltato dal fondatore Ren Zhengfei e dalla propaganda cinese 7.

3. Il caleidoscopio più adatto per comprendere la competizione tecnologica tra Stati Uniti e Cina è sempre Jensen Huang, fondatore e ceo di Nvidia. Le ragioni sono molteplici. Ha costruito l’azienda al centro dell’ecosistema, disposta a tutto per prolungare indefinitamente la brat summer 8 dei suoi profitti. Guida Nvidia dal 5 aprile 1993, cioè da un periodo lunghissimo per i cicli compressi della tecnologia, e fin dagli anni Novanta ha una profonda e cruciale collaborazione con l’ecosistema taiwanese ma anche col mercato cinese. D’altra parte, quando va in Cina dice «sono nato in Cina» e quando si reca a Taiwan afferma «sono nato a Taiwan» 9, mentre quando si trova a Washington sostiene che «il vantaggio unico dell’America che nessun altro paese può avere è il presidente Trump» 10. Per ragioni tecniche, personali e politiche, è divenuto il personaggio cruciale per capire il nostro tempo, le sue esagerazioni e le sue contraddizioni.

Il 12 maggio 2025 George Yeo, già ministro del Commercio e degli Esteri di Singapore, dialoga alla Fudan University di Shanghai con Zhang Weiwei, preside del China Institute 11. A un certo punto, suggerisce che i viaggi in Cina di Jensen Huang non riguardino solo gli interessi commerciali di Nvidia ma facciano parte di un disegno più ampio. A suo avviso, in una delle varie cene che Huang ha tenuto con Trump a Mar-a-Lago e che hanno cementato il loro rapporto, il capo di Nvidia avrebbe avuto anche l’approvazione a recarsi a Pechino, in un incontro ufficiale con i rappresentanti cinesi in cui si toglie il suo tradizionale giubbotto in pelle e si mette in giacca e cravatta, con abiti formali in segno di rispetto. Yeo spiega con disinvoltura al pubblico di Shanghai che Huang agiva come messaggero tra i due blocchi, dentro la guerra commerciale: portava il messaggio americano e riportava la versione cinese, nel momento di maggiore tensione. Come sappiamo, l’escalation sui dazi poi continua, ma alla fine si giunge alla composizione in Corea del Sud, mentre il messaggero Jensen Huang viene usato da entrambe le parti per aumentare la loro forza negoziale e il loro potere di ricatto.

Attraverso il caleidoscopio del messaggero, che è a sua volta oggetto del negoziato, possiamo comprendere anche i punti salienti della posizione cinese nella competizione.

Anzitutto, il potere di Nvidia ha portato Huang a capeggiare la fazione delle «colombe sulla Cina» a Washington. È stato lui stesso a lanciare il guanto della sfida, dicendo letteralmente, in un podcast di settembre 2025, che l’espressione «falco sulla Cina» (China hawk 12) va considerata motivo di disonore, perché contraria al sogno americano. La sua definizione di sogno americano è la possibilità di accogliere talenti da tutto il mondo e di vendere a tutto il globo i prodotti che hanno un marchio americano, per arricchirsi.

<address>Carta di Laura Canali - 2023
Carta di Laura Canali - 2023 

Come ha ricordato anche nel dicembre 2025 nel podcast di Joe Rogan 13, il palcoscenico più rilevante per il dibattito pubblico statunitense, è lui stesso a incarnare il sogno americano, perché è finito negli Stati Uniti a 9 anni all’Oneida Baptist Institute nelle profondità del Kentucky, dove tutti gli studenti fumavano e venne accolto dai mozziconi di sigaretta per terra. Il suo compagno di stanza aveva 17 anni e aveva la ferita fresca di una coltellata. Il suo primo compito era pulire i cessi del dormitorio in cui vivevano 100 ragazzi. Il compagno di stanza lo convinse a unirsi alla routine di 100 push-up e 100 sit-up al giorno. Quando i genitori raggiunsero lui e suo fratello due anni dopo negli Stati Uniti, a Tacoma, Washington, non avevano più soldi, e sua madre tremò di terrore quando una volta ruppero un tavolino preso in prestito. Il sogno americano di Jensen Huang, alimentato costantemente da queste storie ripetute a un pubblico sempre più vasto nell’unico spazio mediatico davvero rilevante (YouTube e l’ecosistema dei podcast amplificato dai social), impone lo schema: «Io ho sofferto, perché ero povero e sono venuto dal nulla. Quindi ho guadagnato il diritto al sogno americano, ho diritto al mio successo». Con una domanda implicita: quanti cessi ha pulito chi mi sta criticando e quanti push-up e sit-up ha fatto a 9 anni per rafforzarsi perché veniva bullizzato in quanto cinese?

Conclusione: il sogno americano è cinese. È fondato sul punto di vista (e anche sullo stereotipo) della dedizione di chi viene dalla Cina (da una delle Cine, la distinzione qui non importa) ed è disposto a compiere una Lunga marcia. In parallelo, Jensen Huang plasma l’idealtipo del falco anticinese: il fighetto di un think tank che non ha mai fatto un lavoro manuale in vita sua, ha lavoricchiato per il Congresso o per una delle amministrazioni succhiando qualche consulenza, ma non ha sofferto, e ora pensa in un paper o in un regolamento di individuare la formula magica per bloccare la Lunga marcia della Cina. Il messaggio di Jensen Huang è: «Se l’America pensa che la sua forza si basi su gente del genere, è già morta. Per fortuna ci siamo noi».

Tale stereotipo del falco anticinese è stato però messo in crisi da aziende di oggettivo successo economico, finanziario e ideologico che hanno nel loro dna la tesi di investimento «dateci i soldi così battiamo la Cina». L’esponente più rilevante è Palantir 14. La posizione di Palantir, e in particolare quella di Peter Thiel, è notoriamente critica verso l’influenza cinese ed è improntata a pompare la supremazia americana, in una linea che si riflette in espressioni tronfie come le battute di Alex Karp: «In Cina non hanno aziende di software».

Questa visione è stata esplicitata pubblicamente anche dal direttore delle tecnologie di Palantir, Shyam Sankar, che ha scritto un articolo sul Wall Street Journal contro Huang. L’articolo, inizialmente intitolato proprio «Why Jensen Huang is Wrong About China», è stato poi corretto in «Why the China Doves Are Wrong» 15. Palantir ha costruito la tesi del nuovo complesso militare-industriale anche attraverso la convergenza con i vari falchi anticinesi, in particolare nel Congresso. Per esempio, ha influenzato con Jacob Helberg, ora al dipartimento di Stato a dare tra l’altro lezioni agli italiani 16 e prima consulente personale in parallelo di Alex Karp e degli organismi del Congresso, le posizioni dell’House Select Committee on Competition with the Chinese Communist Party, guidato nel 2023-2024 da Mike Gallagher, politico repubblicano che la stessa Palantir ha poi reclutato.

Carta di Laura Canali - 2022
Carta di Laura Canali - 2022 

La costruzione esplicita di un complesso militare-industriale, attraverso le porte girevoli tra politica, amministrazione e impresa, è giustificata dal bene supremo della minaccia cinese. Non bisogna però dimenticare che l’obiettivo di questo sogno americano è fare soldi. Così, se si tratta di arricchirsi, Karp e Huang, che rappresentano fazioni opposte, possono apparire insieme, come è avvenuto nell’annuncio di una partnership tra Palantir e Nvidia. In quell’occasione, Karp ha letteralmente definito Huang un «patriota» 17, mentre il succo dell’articolo firmato dal suo alto dirigente è che fosse un idiota o un traditore.

Letto dalla Cina, tutto ciò mostra che negli Stati Uniti resta una divisione sulla posizione da adottare davanti alla competizione con la Cina, tra l’estremo «tutto è sicurezza nazionale» e quello «tutto si può comprare». Questa divisione non sarà mai composta perché nessuna fazione può sconfiggere l’altra. Troppe aziende americane continueranno a voler vendere nel mercato cinese. Molti politici continueranno a volerle bloccare, con l’aiuto di aziende che pagheranno per avanzare l’interesse del complesso militare-industriale anticinese 18.

4. Cosa pensa Nvidia della Cina e cosa accade realmente sul campo? Nei suoi interventi pubblici, sempre più numerosi nel corso del 2025, Huang ha descritto il mercato cinese attraverso elogi continui agli sviluppatori e alle aziende. Ciò deriva ovviamente dai suoi interessi, perché la quota di mercato di Nvidia in Cina sui sistemi di intelligenza artificiale è scesa dal 95% allo 0%, con un potenziale di crescita perduta ben oltre i 100 miliardi di dollari entro la fine del decennio. Il tira e molla in cui l’azienda è impegnata, attraverso la possibilità di fornire i chip H20, sbloccata dall’amministrazione Trump, non ha avuto successo. Questi prodotti, depotenziati e conformi alle restrizioni, sono stati finora rifiutati da Pechino, privilegiando l’imperativo della Lunga marcia, ovvero la costruzione di un ecosistema autosufficiente.

Nello schema di Huang, ciò si basa su un doppio vantaggio cinese: le infrastrutture energetiche e il capitale umano. Grazie all’accesso a enormi quantità di energia a basso costo, che il governo può allocare prioritariamente ai data center, la Cina può permettersi di essere meno efficiente dal punto di vista energetico a livello di singolo transistor. Huang rivendica sempre il suo rispetto per i concorrenti cinesi, in particolare Huawei, che definisce un’azienda tecnologica formidabile e che considera l’incarnazione della capacità cinese di innovare nonostante i vincoli e i limiti, lodandone la competenza nell’integrare hardware e software in sistemi complessi. In questo senso, l’obiettivo di Huang è mantenere sempre alta la visibilità sulle operazioni di Huawei, in modo che il sistema di HiSilicon e delle sue nuove diramazioni non si muova mai in un cono d’ombra.

Dal punto di vista di Nvidia, alla preoccupazione per la perdita di fatturato si affianca la potenziale frammentazione dello standard computazionale globale. L’ecosistema ha finora parlato la lingua di Cuda, la piattaforma di Nvidia. Tuttavia, l’esclusione dal mercato cinese sta dando a Huawei più tempo per sviluppare il proprio standard. Poiché circa il 50% dei ricercatori e sviluppatori di intelligenza artificiale nel mondo sono basati in Cina, se questa forza lavoro migra verso l’ecosistema Huawei per necessità Nvidia si indebolisce. Non a caso, Huang in un confronto col Center for Strategic and International Studies ha parlato della «Belt and Road Initiative dell’intelligenza artificiale», con cui identifica lo spauracchio che Huawei e gli altri attori dell’ecosistema cinese esportino il loro standard.

Nei suoi interventi in Cina, Huang descrive le auto elettriche cinesi con enfasi («incredibili, bellissime, le migliori al mondo»), citando aziende come Xiaomi, Byd, Nio e Xpeng. Inoltre, vede nell’ecosistema dei veicoli elettrici cinesi la prima manifestazione di massa dell’ondata dell’intelligenza artificiale fisica e della robotica autonoma. La Cina si colloca in una posizione speciale per lo sviluppo della robotica umanoide grazie a tre fattori: l’eccellente tecnologia e ricerca sull’intelligenza artificiale, la grande competenza in meccatronica e l’enorme base manifatturiera che può impiegare i robot.

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Carta di Laura Canali - 2025 

All’elogio aperto e costante di Huang alla capacità industriale e di integrazione cinese si aggiunge un altro aspetto meno visibile, che ha a che fare con la zona grigia dell’illecito (il commercio illegale) e con la profondità della supply chain.

Il commercio illegale di Gpu 19 si snoda attraverso una rete che unisce acquirenti e venditori in diversi continenti, creando un sistema che è stato descritto come distopico e cyberpunk. La sua esistenza è la prova dell’ingenuità delle formule come «controlleremo pure gli spazzolini da denti» con cui gli Stati Uniti facevano la voce grossa nel 2019 e che erano chiaramente affermazioni ridicole. La filiera dello smercio inizia negli Usa con individui, spesso cittadini cinesi in visita, che acquistano dispositivi soggetti a controllo sulle esportazioni da normali cittadini americani. Queste transazioni avvengono tipicamente tramite piattaforme pubbliche come Craigslist o Facebook Marketplace. Queste persone infrangono le leggi statunitensi e trasportano fisicamente i dispositivi in Cina per trarne profitto. Una volta in Cina, questi componenti entrano in un mercato di intermediari che operano come piccole società commerciali individuali: trovano facilmente le inserzioni per le Gpu vietate su piattaforme come Alibaba e poi si danno da fare.

Un fatto spesso passato sotto silenzio è che il commercio illegale è possibile anche perché la realizzazione del prodotto finito, del sistema di intelligenza artificiale così come viene approntato per l’uso, spesso prevede passaggi in Cina o il contributo in qualche modo delle capacità manifatturiere cinesi. Per esempio, le aziende cinesi manifatturano o ingegnerizzano le soluzioni di raffreddamento e i circuiti stampati, e si occupano di procurarsi componenti come i condensatori. Questo processo di assemblaggio in loco facilita una dispersione significativa di componenti, col coinvolgimento di negozi di riparazione specializzati in Cina per pezzi difettosi che in realtà vengono smerciati, perché i componenti non prodotti in Cina non fanno parte di quei difetti. È chiaro che un sistema Grace Blackwell completo, che pesa quasi due tonnellate, non può essere contrabbandato, ma tante cose possono essere disassemblate e ricombinate, oppure essere spedite da Taiwan dalla miriade di aziende che operano in una zona grigia dello Stretto.

In una foto di gruppo scattata nel maggio 2025 a Taiwan di Jensen Huang con i leader di quell’ecosistema taiwanese che, da Tsmc a Foxconn, da Wistron a Wiwynn, tiene in piedi la baracca dell’intelligenza artificiale, è presente anche Chen Tao, fondatore di Victory Giant Technology. In sintesi: nella foto celebrativa dei taiwanesi, c’è pure un cinese. Victory Giant, con sede a Huizhou, nel Guangdong, è emersa come partner fondamentale di Nvidia. L’azienda, fondata nel 2003 da Chen Tao, ex soldato del deserto del Taklamakan, inizialmente chiamata Shenghua Electronics, produce circuiti stampati. Ha istituito la divisione High-Density Interconnect nel 2019, prima del boom dell’intelligenza artificiale, preparandosi per tempo a nuovi requisiti, importanti per la serie Hopper di Nvidia. La domanda del ciclo dell’intelligenza artificiale ha fatto salire il titolo di Victory Giant, rendendola l’azienda con le migliori performance sull’indice Msci Asia Pacific nel 2025, con guadagni superiori al 530%. Certo, siccome Victory Giant è cinese, un giorno potrebbe finire su una lista nera ed essere battuta da concorrenti taiwanesi o giapponesi. Perciò, nel 2025 ha già investito in Vietnam e in Thailandia e ha un management con altri passaporti, da Hong Kong alla Nuova Zelanda 20. Comunque, quando e se finirà su una lista nera, ne spunterà sicuramente un’altra. 

Nel mentre, la Lunga marcia cinese, con l’obiettivo dell’autosufficienza tecnologica, ha dato forte impulso anche ad altre aziende. Come Cambricon Technologies che, fondata nel 2016 da Chen Tianshi, è uno dei principali beneficiari di questa spinta. Cambricon compete con Huawei, usa principalmente le capacità produttive di Smic (che restano ben sotto quelle di Tsmc) e ha già ByteDance tra i suoi clienti, mentre punta a un rapporto sempre più stretto con le altre aziende dell’ecosistema cinese.

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Carta di Laura Canali - 2025 

5. Il 2 dicembre 2025, la ricercatrice Xueyan Zou annuncia che si sposterà a insegnare intelligenza artificiale all’Università Tsinghua. Prima di quest’incarico, ha lavorato come post-doc all’Uc San Diego e ha preso il dottorato alla University of Wisconsin–Madison. Alla più importante conferenza sull’intelligenza artificiale al mondo, NeurIps, nel 2024 ha presentato un paper con Linjie Li, Jianfeng Wang, Jianwei Yang, Mingyu Ding, Junyi Wei, Feng Li, Hao Zhang, Shilong Liu, Arul Aravinthan, Yong Jae Lee, Lijuan Wang – un autore ha come affiliazione Tsinghua, due Hong Kong, gli altri Uw-Madison, Microsoft e Uc Berkeley. Tra i ricercatori che si congratulano su X con Xueyan Zou per il ritorno nell’accademia cinese ci sono: Zhiding Yu (Nvidia), Weiyan Shi (Northeastern), Mu Cai (Google DeepMind), Jianwei Yang (Meta), Chunyuan Li (xAI), Minghuan Liu (Ut Austin), Jianglong Ye, Changwei Jin, Haoyang Li, Geng Chen (Uc San Diego), Kevin Lin (Oxford), Qihang Yu (Amazon), Haotian Zhang (Apple). Si potrebbe continuare a lungo, è un elenco numeroso come le stelle rosse del cielo.

L’incidenza quantitativa e qualitativa del talento asiatico (soprattutto cinese) negli Stati Uniti, dai dipartimenti universitari alle conferenze internazionali passando per i laboratori aziendali, supera l’asserzione di Jensen Huang per cui metà dei ricercatori al mondo sull’intelligenza artificiale sono cinesi. Ci sono i cinesi in Cina e i cinesi in America.

I più recenti studi di Matt Sheehan e Sophie Zhuang confermano quanto questo tema sia cruciale 21. La leadership statunitense si basa sul talento cinese, soprattutto in ambiti come la ricerca sul deep learning più teorica e la computer vision. La base del talento è legata alla formazione in Cina, anche se molti tra i migliori laureati cinesi migrano negli Stati Uniti per il dottorato e perché la forza del sistema delle imprese statunitensi riesce a mantenere la maggior parte di questi talenti sul suolo americano. Almeno, finora è stato così. Se la capacità statunitense di attrarre e mantenere il talento cinese si affievolisce, e se aumenta la capacità cinese di fungere da magnete per il ritorno dei suoi ricercatori, l’equilibrio si sposta inevitabilmente a favore di Pechino.

Per quasi tre decenni, Song-Chun Zhu è stato un pilastro dell’accademia statunitense. Informatico e matematico, professore a Ucla, vincitore della medaglia Helm­holtz, pioniere nella ricerca sull’intelligenza artificiale, ha diretto centri di ricerca finanziati dal Pentagono e dalla National Science Foundation. Il suo ritorno a Pechino nel 2020 ha portato alla fondazione e all’espansione del Beijing Institute for General Artificial Intelligence nel 2024-2025. Non è tornato per fare soldi in una start-up ma per costruire un’eredità. Ha raccontato le sue motivazioni, partecipando ai lavori della Conferenza consultiva politica del popolo cinese, presieduta da Wang Huning, rivendicando la percezione di un’America sempre più chiusa e ostile e il desiderio di contribuire alla sua patria, che peraltro gli offriva risorse superiori e carta bianca.

Yang Zhilin, nato negli anni Novanta, laureato a Tsinghua, dottorato alla Carnegie Mellon, ricercatore a Google Brain e Meta, è invece tornato in Cina non solo per fare ricerca ma per fare soldi. Nel 2023 è tornato a Pechino per fondare Moonshot Ai (Yuezhi Anmian). La sua creatura, Kimi, è diventata un punto di riferimento per i consumatori in Cina, con l’integrazione verticale tra algoritmi, dati e applicazioni utente nell’enorme mercato cinese. Ha attirato capitali da Alibaba, Tencent e HongShan (ex Sequoia China) con una valutazione miliardaria.

Oltre alle strategie di attrazione cinese, a contare è un clima politico che può erodere il patto implicito tra l’America e i talenti cinesi. Si pensi al caso di Yao Shunyu, emblema di questo disagio, amplificato da media come il South China Morning Post 22. Yao, un ricercatore brillante con un dottorato a Stanford e un ruolo chiave nello sviluppo dei modelli Claude presso Anthropic, ha rassegnato le dimissioni nel settembre 2025 citando in modo esplicito la posizione conflittuale dell’azienda verso la Cina e passando a Google DeepMind, che ha una diversa cultura. Anche i ricercatori, quindi, scelgono le aziende sulla base della divisione tra falchi e colombe. Fenomeno destinato ad aumentare con la progressiva securitizzazione dell’intelligenza artificiale negli Stati Uniti.

È alla luce di queste vicende che vanno considerate le affermazioni di Jensen Huang secondo cui la Cina «sta vincendo la competizione sull’intelligenza artificiale» o è «nanosecondi dietro» gli Stati Uniti. La forza del capitale umano cinese è un fattore troppo sensibile nel presente. Ovviamente, Huang usa tutto questo pro domo sua, sempre per prolungare il suo momento d’oro, la brat summer dei data center. Wall Street non deve essere scettica sul ciclo dell’intelligenza artificiale, nessuno deve preoccuparsi della circolarità degli investimenti, delle valutazioni astronomiche delle aziende. Decelerare vuol dire essere superati dalla Cina nella corsa. C’è però un ultimo particolare da chiarire: Jensen Huang, alla corsa, non ci crede.

<address>Carta di Laura Canali - 2024
Carta di Laura Canali - 2024 

6. Il pensiero profondo del leader di Nvidia e dell’intelligenza artificiale è che la Cina abbia sostanzialmente ragione sulla natura della competizione in questa tecnologia. A suo avviso, la «corsa» che l’America dovrebbe vincere non esiste. In termini concettuali, Huang non crede che vi sia un evento preciso (la conquista dell’intelligenza artificiale generale o della superintelligenza), un qualcosa a cui qualcuno possa giungere mentre gli altri ne saranno privi. Crede in un progresso graduale, non in una discontinuità. Esattamente come gli attori cinesi impegnati nella diffusione industriale di questa tecnologia, senza mai sopravvalutarla o affidarle tutto il loro destino economico, industriale, politico. Huang ha spiegato nel dettaglio anche a Joe Rogan che secondo lui l’idea che gli umani perderanno il controllo e che l’intelligenza artificiale diventerà dominante è «estremamente improbabile». Ciò che ha generato l’enorme successo di Nvidia non è quindi proteso verso un momento definitivo, un compimento, un ordigno «fine di mondo» 23.

C’è una ragione pratica in ciò: il sistema dell’intelligenza artificiale è un’infrastruttura di progettazione e produzione estremamente complessa, composta oggi da milioni di componenti, che richiede il contributo diretto e indiretto di migliaia di aziende. Nvidia non ritiene credibile lo scenario in cui un modello statistico, pur con capacità avanzate di ragionamento, possa essere sovrumano nel senso di eseguire un procedimento industriale in modo superiore a giganti della supply chain come i vari Foxconn, Supermicro, Lam Research, Tsmc, Asml, Air Liquide e compagnia. L’intelligenza artificiale serve a quelle aziende per lavorare, già la utilizzano per migliorare i loro processi, ma non ci sono «nazioni di geni in un data center» 24, per usare l’espressione di Dario Amodei di Anthropic, che le sostituiscono. Di conseguenza, l’intelligenza artificiale è una serie di mercati in trasformazione, più o meno connessi, ma non è un eschaton (fine) e nemmeno un telos (compimento). Altrimenti, i lavoratori americani potrebbero veramente realizzare un sistema manifatturiero. E gli analisti di un think tank che non hanno mai pulito i cessi saprebbero costruire una filiera industriale. Invece, non lo sanno né lo sapranno fare. Lo sanno fare i cinesi dell’altra Cina.

Comparendo in giacca e cravatta al Center for Strategic and International Studies, Huang ha raccontato di essere andato a celebrare i risultati del campione taiwanese Tsmc in Arizona: «Ho guardato il pubblico, era due terzi taiwanese e un terzo americano. Lasciatemi dire che la qualità del cibo taiwanese in Arizona è aumentata enormemente. Se volete una zuppa di noodles con carne, vi andrà alla grande». Il messaggio è chiaro: a rendere fertili i deserti d’America, sono gli immigrati giunti da una Cina e dall’altra.

Nel ragionamento di Huang c’è un ovvio paradosso. Da un lato, l’immigrato cinese divenuto americano non crede né in un fine né in un compimento, ma solo in un continuo miglioramento della filiera industriale, come i cinesi dei due lati dello Stretto. Dall’altro lato, il suo successo è alimentato da chi in America crede l’opposto, e quindi fa crescere a dismisura il valore delle aziende in cerca dell’ordigno «fine di mondo». Ne consegue che questa inflazione delle aspettative prima o poi andrebbe corretta da ciò che tutti aspettano e prevedono: lo scoppio di una bolla.

Così, la corsa tecnologica tra Pechino e Washington può essere collocata all’incrocio tra il fattore veramente decisivo (la geografia del talento cinese, e più in generale asiatico) e le varie bolle in corso. Non solo quella americana, con le sue diramazioni, ma anche le bolle cinesi: la bolla immobiliare mai risolta e la bolla dei robot umanoidi, cioè qualcosa su cui tutte le aziende cinesi scommettono ma che non è detto realizzi l’enorme inflazione di aspettative 25.

Cruciale è il rapporto col tempo. Una volta che la tecnologia è sottratta all’ossessione escatologica, resta la competizione, il tempo di oggi e di domani. E ora non conta il lungo periodo in cui la tagliola demografica colpirà Pechino con tutta la sua forza. Conta la storia dei prossimi 5-10 anni e come ci si arriva: quale realtà industriale ci sarà, con quale distribuzione internazionale del lavoro, con quali capacità di dominare alcune supply chains e di usare e subire influenza, capacità finanziaria, potere di ricatto, dipendenza e vulnerabilità rispetto alle esportazioni.

La stessa intelligenza artificiale è una Lunga marcia. Non ha un valore assoluto di per sé ma in relazione a ciò che la precede e la segue. Come in un intreccio. La Lunga marcia originale durò più di un anno ma risulta più lunga e profonda nell’intreccio con le altre guerre, con la lunga stagione della rivoluzione, col suo dramma e il suo dolore. Bisogna mettere un piede davanti all’altro, un passo alla volta. Finché ci sono ancora umani sulla scena, che vogliono e sanno marciare. E combattere.

 

Note:

1. Federal Register, vol. 84, n. 98, 21/5/2019, Rules and Regulations, pp. 22961-22968. 

2. C. Ting-Fang, L. Li, C. Liu, «Exclusive: Huawei stockpiles 12 months of parts ahead of US ban», Nikkei Asia, 17/5/2019.

3. C. Ting-Fang, L. Li, R. Imahashi, «Huawei and suppliers dust off backup plans to prepare for storm», Nikkei Asia, 18/5/2019.

4. E. Dou, The House of Huawei. The secret history of China’s most powerful company, New York 2025, Penguin.

5. L. Tao, «Meet Teresa He: the Huawei executive with the hottest seat in tech», South China Morning Post, 28/5/2019,

6. A. Aresu, «Pechino non si arrende nella guerra dei chip», Limes, 9/2023, «La Cina resta un giallo», pp. 93-104. 

7. Per un approfondimento del caso Huawei e dei temi qui toccati, rimando a Id., Le potenze del capitalismo politico. Stati Uniti e Cina, Milano 2020, La nave di Teseo; Id., Il dominio del XXI secolo. Cina, Stati Uniti e la guerra invisibile sulla tecnologia, Milano 2022, Feltrinelli; Id., Geopolitica dell’intelligenza artificiale, Milano 2024, Feltrinelli; Id., La Cina ha vinto, Milano 2025, Feltrinelli. 

8. Si veda Id., «Geoecologia dei data center», Limes, 11/2024, «A qualcuno piace caldo», pp. 159-173.

9. Su Jensen Huang in rapporto a Tsmc, si veda anche A. Aresu, «Taiwan, l’isola dei chip», Limes, 12/2022, «L’intelligenza non è artificiale», pp. 131-142.

10. La citazione letterale di Jensen Huang su Trump si può trovare qui: «Winning the AI Race Part 3: Jensen Huang, Lisa Su, James Litinsky, Chase Lochmiller», YouTube, 24/7/2025.

11. L’incontro di George Yeo con Zhang Weiwei si può vedere qui: «Stabilizing East and Southeast Asia in a Multipolar World | George Yeo & Zhang Weiwei», YouTube, 12/5/2025.

12. L’intervento del 26/9/2025 si può vedere qui: «NVIDIA: OpenAI, Future of Compute, and the American Dream | BG2 w/ Bill Gurley and Brad Gerstner», YouTube, 26/9/2025.

13. L’intervento si può vedere qui: «Joe Rogan Experience #2422 – Jensen Huang», YouTube, 3/12/2025.

14. Rimando tra l’altro ad A. Aresu, «Palantir e la maledizione della pietra veggente», Limes, 11/2023, «Le intelligenze dell’intelligence», pp. 81-89.

15. S. Sankar, «Why the China Doves Are Wrong», The Wall Street Journal, 17/10/2025.

16. Si vedano le sue affermazioni in F. De Bortoli, «Quanto sono grandi le bugie cinesi?», Corriere della Sera, 15/9/2025; F. Fubini, «Helberg: Il problema dell’economia dell’Europa è la Cina. Dovete reagire alla fuga delle industrie», Corriere della Sera, 12/10/2025.

17. Le parole di Karp del 28/10/25 si possono ascoltare qui: «Palantir and Nvidia CEOs discuss their latest partnership», YouTube, 28/10/2025.

18. Gli esempi di legislazione avviata, abortita e rilanciata sono innumerevoli. Per esempio, si veda M. Eastland, «Senators Seek to Block Nvidia From Selling Top AI Chips to China», Bloomberg, 4/12/2025.

19. Un punto di riferimento, tra cui traiamo queste informazioni, è l’inchiesta di Gamers Nexus, disponibile qui: «The Nvidia Ai Gpu Black Market | Investigating Smuggling, Corruption, & Governments», YouTube, 17/8/2025, ripresa poi da China Talk il 25/8/2025.

20. Traggo le informazioni su questa incredibile vicenda da D. Li, P. Gwen Yeung, S. Cha, «Couple Rakes in $9 Billion as AI Circuit Board Shares Soar 530%», Bloomberg, 26/11/2025.

21. M. Sheehan, S. Zhuang, «Have Top Chinese AI Researchers Stayed in the United States?», Carnegie Endowment, 3/12/2025.

22. V. Shou, «Anthropic’s “anti-China” stance triggers exit of star AI researcher», South China Morning Post, 8/10/2025.

23. Il riferimento ovviamente è Dottor Stranamore di Stanley Kubrick.

24. D. Amodei, «Machines of Loving Grace», darioamodei.com, October 2024.

25. Si veda tra l’altro, su questo rischio ormai chiaro anche ai pianificatori di Pechino, «Humanoid robots need a job», Think China, 1/9/2025.


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