LE LOTTE DI POTERE NEGLI USA AVVANTAGGIANO LA CINA Limes 2025-12
LE LOTTE DI POTERE NEGLI USA AVVANTAGGIANO LA CINA
A Washington è partito il dopo Trump. Vance e Rubio si sfidano a colpi di visioni strategiche diverse. Il processo decisionale è frammentato, con troppi fronti aperti. Pechino approfitterà del prossimo Congresso per forzare una resa dei conti a Taiwan.
di Seth Cropsey
Pubblicato il 29 Dicembre 2025 alle 10:19
Pubblicato in: IL TEMPO DELLA CINA - n°12 - 2025
Cina
Usa
Scontro Usa-Cina
Nazionalismo
Democrazia
Usa E Canada
Asia-Pacifico
Carta di Laura Canali - 2025
1. Benché il vertice sia sempre lo stesso, per certi versi il secondo governo Trump è in netta discontinuità col primo. C’era da aspettarselo: la presidenza non è fatta da un solo leader bensì da almeno una dozzina di decisori chiave, che a loro volta dipendono da centinaia di altri individui, ciascuno a proprio modo rilevante in termini politici e amministrativi. Se Trump fosse rimasto al comando dal 2021 al 2024, qualche figura apicale sarebbe stata confermata e avremmo forse visto più continuità col quadriennio precedente. Ma questo è un governo fondamentalmente nuovo. Soprattutto, è dotato di un processo di elaborazione assai diverso, che inevitabilmente conduce a decisioni diverse. D’altronde, come recita l’adagio washingtoniano, personnel is policy: scegliere il personale è fare politica.
Per esempio, l’amministrazione Biden era destinata a adottare un approccio inconcludente nei confronti dell’Iran semplicemente per aver scelto alti funzionari come Wendy Sherman, tra le fautrici del pessimo accordo sul programma nucleare del 2015. Il primo governo Trump, pur avendo al suo interno evidenti diversità di vedute, aveva trovato un suo equilibrio che tendeva allo scontro con l’Iran, a un rafforzamento contro la Cina e un approccio bilanciato alla Russia – benché senza un significativo aumento della spesa militare.
Oggi, invece, la caratteristica chiave del processo decisionale è la sua frammentazione. Ciò consente alle personalità di emergere molto più che in ogni altro assetto. Questa amministrazione conta su un gruppo ristretto di decisori i cui orientamenti non sono incanalati in un processo rigido e strutturato, ma sono espressi liberamente e creativamente in varie occasioni diplomatiche. Non sorprende che gli Stati Uniti abbiano potuto condurre trattative segrete coi russi e al tempo stesso stringere i rapporti d’intelligence con gli ucraini: il presidente Trump consente ai principali consiglieri di gestire separatamente più parti dello stesso dossier. Certo, nel corso del tempo questo spezzettamento crea crisi e problemi: visioni diverse del ruolo nel mondo e della potenza degli Stati Uniti esplodono periodicamente in frenetici scontri burocratici, che le varie fazioni sperano di vincere passando notizie alla stampa per prevenire o tamponare i danni. In ogni caso, la frammentazione consente maggiore flessibilità e adattabilità.
Non è ancora chiaro come tutto questo impatterà sull’approccio alla Cina, cioè su che cosa dobbiamo volere e quale strategia dobbiamo adottare per la sfida di Pechino alla posizione dell’America nel mondo. È invece abbastanza chiaro che cosa non vogliamo più fare: ci stiamo del tutto precludendo certe opzioni storiche. A prescindere da come andranno i prossimi tre anni, gli Stati Uniti molto probabilmente arriveranno alla resa dei conti sulla cosiddetta questione cinese: che cosa Washington pensa delle due Cine che esistono dal 1949 e se userà la sua potenza per spostare l’ago della bilancia da una parte o dall’altra.
Carta di Laura Canali - 2025
2. La Cina è diventata una preoccupazione strategica cruciale per gli Stati Uniti dall’inizio della guerra fredda. Non che prima non fossero state prese decisioni molto rilevanti, né che non sia sempre esistita una cerchia di esperti della storia, della lingua, della politica e della cultura cinesi. Tuttavia, le realtà della frammentazione interna del Celeste Impero non hanno iniziato a impattare significativamente la politica estera americana prima del 1950, quando l’amministrazione Truman realizzò tardivamente che il disimpegno dalla guerra civile cinese e i tentativi di mediazione avevano guastato una potenziale partnership geopolitica.
La decisione di Harry Truman di mettere in quarantena Taiwan nel 1950, fornendo di fatto protezione militare all’ultima ridotta del governo nazionalista, scatenò l’intervento della Cina comunista in Corea. Pechino fraintese la reazione americana alla guerra di espansione del regime di P’yongyang come indizio della nostra intenzione di rovesciare la neonata Repubblica Popolare Cinese. In realtà nessuno pensava a un simile progetto. Anzi, Dean Acheson, il potente segretario di Stato di Truman, credeva in una riconciliazione fra Pechino e Washington. E George Marshall, suo predecessore poi tornato al governo come segretario alla Difesa tre mesi dopo l’attacco di Kim Il-sung contro il Sud, era estremamente ostile alla Cina nazionalista e a Chiang Kai-shek.
Tuttavia, la guerra di fatto con la Cina in Corea incise irrimediabilmente sulle scelte statunitensi dei successivi trent’anni. Il presidente Dwight D. Eisenhower cercò di mantenere la posizione americana in Asia e di assicurarsi che Pechino accettasse che Taiwan gravitasse nell’orbita strategica statunitense. Ci riuscì, ma solo dopo due crisi tesissime, giunte assai vicine allo scontro bellico. Tuttavia, il suo governo non riuscì a sciogliere la questione cinese, cioè a convincere i nazionalisti di Taipei, e in particolare Chiang, degli enormi benefici di accettare la cosiddetta politica delle due Cine: due Stati formalmente indipendenti, Taiwan e la Repubblica Popolare. La struttura ideologica del governo nazionalista non poteva contemplare questa soluzione. Ma ci si chiede se con la giusta pressione, con qualche incentivo economico e con altre mosse strategiche non sarebbe stato possibile incoraggiare Taipei ad accettare questa opzione gradualmente, nei successivi quindici anni. Dopotutto, Chiang finì per riconoscere che la riconquista militare della Cina continentale era improbabile e suo figlio incamminò l’isola verso la liberaldemocrazia capitalista e pluralista.
La difficoltà americana a risolvere una volta per tutte la questione cinese deriva dalla resistenza tanto di Pechino quanto di Taipei. Anche nel periodo in cui non riconosceva ufficialmente la Repubblica Popolare, Washington non hai davvero voluto arrivare alle due Cine, perché ha sempre desiderato un riavvicinamento con Pechino. Obiettivo che richiedeva un’attenta posizione diplomatica per non approvare il concetto dell’indipendenza taiwanese. Il colpo da maestro di Kissinger, il comunicato di Shanghai con la Cina comunista, risolse il problema attraverso un’ambiguità linguistica che consentiva agli Stati Uniti di mantenere una relazione semiformale con Taipei e al contempo di riallinearsi con Pechino contro Mosca. Soluzione del tutto sensata visti i limiti che si erano dati gli americani: niente due Cine ma costringere Pechino e Taipei ad accettare le realtà esistenti.
Dopo il riconoscimento della Repubblica Popolare a fine anni Settanta, gli Stati Uniti adottarono nei confronti di Pechino una strategia di ingaggio capitalista, in vigore fino alla metà del decennio scorso. Il problema di questo approccio fu dimenticarsi le difficoltà dei precedenti 25 anni, trattarle come se non esistessero, per affrontarle soltanto quando si fosse verificato un cambiamento nelle circostanze geopolitiche. È quanto accaduto ultimamente con la cospicua riduzione del divario fra Cina e Stati Uniti.
Carta di Laura Canali - 2025
La questione cinese resta aggrovigliata perché sia Pechino sia Taipei sono fondamentali per gli interessi americani. Per la Repubblica Popolare è evidente: è uno dei paesi più grandi al mondo, un attore chiave in ogni scacchiere eurasiatico e una grande potenza manifatturiera. A Taiwan, gli interessi statunitensi vanno ben oltre il pur cruciale ruolo dell’industria taiwanese dei semiconduttori per la nostra economia. L’isola conta in quanto anello centrale della prima catena di isole che conferisce agli Stati Uniti grande flessibilità strategica in Estremo Oriente. Formosa domina le rotte commerciali Nord-Sud del Pacifico occidentale, che collegano Giappone e Corea del Sud, nostri alleati, al resto dei mercati eurasiatici, e dalle quali dipende anche la Cina continentale. Tutto ciò rende necessario un modus vivendi con la Repubblica Popolare che rispetti gli interessi statunitensi nella sopravvivenza e nell’autonomia di Taiwan senza rinunciare a contatti fra Washington e Pechino.
Insomma, nella fretta di sfruttare il potenziale economico del rapporto con la Cina, la classe dirigente americana ha dimenticato le realtà geopolitica. Il risultato è una situazione in cui gli interessi economici e militari degli Stati Uniti in Asia divergono.
3. La seconda amministrazione Trump affronta dilemmi spinosi. Deve assicurare la deterrenza militare in Asia evitando il disastro economico che una sbrigativa interruzione dei rapporti con la Cina implicherebbe. Deve intrattenere relazioni strategiche con Taiwan senza provocare una guerra con Pechino. Deve capire quando e come guadagnare margini politico-strategici sulla Cina senza dare a quest’ultima il tempo di costruirsi a sua volta margini sugli alleati americani. E deve fare tutto ciò mentre alleggerisce la presenza in Europa, gestisce la competizione in America Latina e in Medio Oriente e si prepara a probabili sconfitte nelle elezioni di metà mandato.
Carta di Laura Canali - 2025
Il governo già di suo cammina su una fune e lo fa con un processo decisionale del tutto inedito. L’amministrazione Trump ha di fatto tagliato tutti i meccanismi interministeriali che hanno coordinato la politica estera statunitense per generazioni. Il Consiglio di sicurezza nazionale (Nsc), la struttura deputata alla sintesi fra i dicasteri, all’analisi e all’implementazione, non esiste più nella veste assunta quasi un secolo fa.
È importante notare che molte delle critiche del governo all’Nsc sono corrette. I risultati di questo sistema sono stati tutt’altro che ideali, un fatto che dovrebbe far riflettere gli istituzionalisti più ardenti. I processi decisionali dovrebbero ottimizzare e migliorare, non aumentare le lungaggini burocratiche. Il personale dell’Nsc è esploso a partire dall’amministrazione Clinton, arrivando a diverse centinaia di individui, a seconda di come si contano i membri di ruolo e quelli distaccati. L’organizzazione è diventata sempre più ingombrante, creando un rapporto bizzarro fra i segretari di Stato e della Difesa e il consigliere per la Sicurezza nazionale – ufficialmente noto come assistente del presidente per gli Affari di sicurezza nazionale. Quest’ultimo non rende conto al Congresso del proprio operato e asseconda la volontà del presidente. Lo stesso vale per il personale al suo comando che, a differenza dei segretari, vicesegretari, sottosegretari e assistenti segretari, non viene sottoposto al voto di conferma del Senato. Persino i direttori della Cia e dell’intelligence nazionale devono passare per l’approvazione parlamentare. Insomma, prima dei grandi tagli del maggio 2025, la burocrazia dell’Nsc era eccessiva, non particolarmente efficace e largamente irresponsabile.
Tuttavia, l’amministrazione Trump non ha creato un processo amministrativo alternativo. Semmai, lo ha sostituito con un sistema di espedienti. Stretto, personalistico, fluido e aperto a rapide revisioni. Capire questi espedienti è la chiave per capire anche l’approccio alla Cina, specialmente con personalità come queste al potere.
L’asse centrale delle frizioni nella seconda amministrazione Trump corre fra il vicepresidente J.D. Vance e il segretario di Stato Marco Rubio. Il primo vuole posizionarsi come logico erede di Donald Trump. Il presidente è un’anatra zoppa. Nessuna manovra mediatica può cambiare questo fatto. I repubblicani lo sanno e si stanno preparando a un partito dopo Trump. Ciò spiega, fra le altre cose, il brutale scontro sui file Epstein e la rottura con la Casa Bianca di Marjorie Taylor Greene. Vance è ambizioso, capace di muoversi nelle burocrazie e dotato di una rete politica unica, in cui si fondono tecnocapitalisti e conservatori culturali. Si è ritagliato il controllo su dossier chiave come l’intelligenza artificiale e altre questioni tecnologiche. Tuttavia, è profondamente inesperto e ha vinto soltanto un’elezione nella sua vita, peraltro con il più stretto dei margini per un repubblicano in Ohio. Ciò diminuisce la sua appetibilità politica e lo costringe a usare aggressivamente le redini del potere per lasciare la sua impronta sull’attuale governo.
Rubio è per certi versi il contrario di Vance in termini politici. Il vicepresidente è un quarantenne caucasico della Rust Belt laureato a Yale e catapultato al Senato e alla Casa Bianca da una serie di scaltri accordi politici e da una spietata eloquenza ideologica. Rubio ha 13 anni in più, ricopre incarichi politici da quasi metà della sua vita, sin da quando divenne membro della commissione municipale di West Miami nell’aprile 1998, poco prima del suo ventiseiesimo compleanno. Dopo un decennio scarso alla Camera dei rappresentanti della Florida, compreso un biennio da speaker, si è candidato al Senato degli Stati Uniti e ha vinto battendo nientemeno che il governatore uscente Charlie Crist. Ma è qui che comincia l’elemento più notevole della sua carriera politica. Al Congresso inizia proponendo un’ampia riforma migratoria e corre alle primarie presidenziali nel 2016, tentando di preservare lo standard centrista dall’ondata trumpiana. Poi svolta nel 2018, diventando una sorta di assistente segretario di Stato di Trump per l’emisfero occidentale, vista la sua influenza in America Latina. Ora che è sia consigliere per la Sicurezza nazionale sia segretario di Stato, è al centro dell’apparato decisionale del governo.
Carta di Laura Canali - 2025
Le ambizioni presidenziali di Rubio non sono note. Eppure, sembra improbabile che un uomo di tale rilevanza e talento accetti senza fiatare Vance come futuro leader del partito. È del tutto plausibile che Trump non indichi un successore: una simile mossa lo allontanerebbe dal centro dei riflettori, ridurrebbe la sua influenza sul Partito repubblicano e lascerebbe la sua eredità ostaggio della prestazione elettorale di un’altra figura.
Rubio e Vance hanno mantenuto un rapporto cordiale, persino amichevole, nella prima parte del secondo governo Trump. Qualcosa però è cambiato. Rubio sta consolidando il suo potere sul processo decisionale, in particolare su America Latina e Medio Oriente, e sta mantenendo il dossier Ucraina su un ragionevole binario di cauto supporto per Kiev e di apertura a seri colloqui con Mosca. La dinamica non è esente da scossoni, come si è visto tra novembre e dicembre quando Steve Witkoff e Jared Kushner sembravano aver aggirato Rubio con un piano di pace che portava il marchio dell’ufficio della vicepresidenza.
Al contempo, è possibile che l’attuale segretario dell’Esercito Dan Driscoll sia considerato come successore del segretario alla Guerra Pete Hegseth. È un fatto non irrilevante perché Driscoll non deve il suo posto a particolari competenze o esperienze (anche se sarebbe comunque più capace di Hegseth a gestire il Pentagono) e nemmeno a un aiuto concreto alla campagna elettorale di Trump del 2024, bensì alla sua amicizia con Vance – i due si conoscono dai tempi della Law School di Yale. Se diventasse il nuovo capo, darebbe a Vance influenza su un dicastero, pareggiando l’attuale vantaggio di Rubio, che controlla il dipartimento di Stato. Vance, inoltre, non può essere licenziato ed è dunque molto più protetto rispetto a Rubio da un’eventuale instabilità di governo.
Queste due figure – e il loro personale – hanno anche idee molto diverse sull’Europa. Sembrano aver raggiunto un accordo tattico su Medio Oriente e America Latina, che conviene a entrambi. Ma è in Asia che la posta in gioco è più alta. L’attenzione di Vance alla competizione tecnologica con la Cina rende improbabile raggiungere un durevole modus vivendi con Pechino. Conosce meglio di chiunque altro all’interno della macchina decisionale le promesse e i pericoli della sfida sull’intelligenza artificiale. Anche l’impegno morale, economico e strategico di Vance a reindustrializzare punta a una competizione con la Repubblica Popolare: è impossibile attuare una vera politica industriale senza fare pressione sulle aziende cinesi e senza creare filiere produttive alternative.
Tuttavia, Vance potrebbe essere meno portato ad accettare le componenti militari della sfida cinese rispetto a quanto potrebbero far pensare gli elementi appena citati. Il motivo è la sua fede nell’eccezionalismo americano. Vance crede in un mondo diviso in sfere d’influenza, in cui gli Stati Uniti possono dominare l’emisfero occidentale dalla Groenlandia a Capo Horn (Cuba e Venezuela incluse) e ingaggiare caute e complesse trattative con le grandi potenze eurasiatiche. In questo quadro, gli interessi della Russia contano più di quelli europei e ucraini, anche per isolare Iran, Corea del Nord, Cuba e Venezuela da un’importante potenza. In Medio Oriente, la situazione è più complessa ma l’obiettivo finale è di ridurre la presenza e le risorse degli Stati Uniti destinate a questa regione. In Asia può essere necessario mantenere il deterrente militare per qualche tempo, ma l’obiettivo di lungo periodo è quasi certamente un accordo con Pechino su Taiwan. Soprattutto se e quando gli Stati Uniti avranno guadagnato un vantaggio sull’intelligenza artificiale e rimpatriato settori chiave della manifattura, in particolare dei microchip per proteggersi dai rischi a Taiwan.
La posizione di Rubio in parte si sovrappone a quella di Vance, specie in America Latina. Sulla Cina è per indole più falco, lascito dei suoi trascorsi al Senato. Tuttavia non sembra intenzionato a esporsi sulla questione. Preferisce far andare avanti altre figure con ruoli commerciali e finanziari, usando risorse del dipartimento di Stato per supportare specifici programmi di reindustrializzazione militare. Esprime il suo maggior interventismo in una politica di pressione indiretta contro i partner cinesi, dal Venezuela all’Iran fino, potenzialmente, alla Russia.
Carta di Laura Canali - 2025
4. È chiaro che il processo decisionale trumpiano è fluido e aperto alla sotterranea competizione Rubio-Vance. Meno chiaro è se questa dinamica può durare per più di un anno.
Dal punto di vista politico, le elezioni di metà mandato già incombono e per ora sembra che andranno abbastanza male per i repubblicani. È una tendenza tradizionale nella politica americana: il partito che non controlla la Casa Bianca guadagna seggi al Congresso dopo due anni. Se anche i repubblicani mantenessero il controllo del Senato, perdere la Camera inaugurerebbe un altro periodo di governo diviso che destabilizzerebbe il sistema politico e aumenterebbe le speranze per i democratici di vincere le presidenziali del 2028. Facilmente si verificherebbe un rimpasto di governo, forse esteso pure a Rubio, se quest’ultimo pensa davvero di correre per la Casa Bianca.
Tutta questa instabilità, questa frammentazione del processo decisionale incoraggia la Cina a fare pressione. Pechino sa che l’amministrazione Trump sta aprendo troppi tavoli per concentrarsi a dovere sull’Indo-Pacifico. Xi Jinping sta inoltre preparando il Congresso nazionale di fine 2027. È possibile che in questa occasione venga approvata una politica più aggressiva verso Taiwan, che autorizzi il leader cinese a fare il passo successivo nel cammino per il risorgimento nazionale: una coercizione armata per rivendicare il controllo dell’isola. Non vuol dire necessariamente un massiccio attacco militare o una guerra aperta. La Cina potrebbe aumentare l’attuale pressione con un blocco navale, in una sorta di riedizione della crisi dei missili a Cuba, con gli Stati Uniti nella posizione dell’Unione Sovietica. Obiettivo: costringere Washington ad accettare la posizione cinese.
Non è chiaro che cosa farebbe l’amministrazione Trump in risposta a questa eventuale quarta crisi dello Stretto di Taiwan. Potrebbe aumentare gli aiuti a Taipei e schierare una forza significativa per dissuadere Pechino. Potrebbe semplicemente capitolare. Oppure potrebbe alzare la pressione su altri fronti economici e militari e avviare una prolungata e pericolosa politica del rischio calcolato. Ma ancor più rilevanti delle opzioni a disposizione sono le implicazioni di questa crisi. Qualunque cosa faranno Washington e Pechino, la loro reazione determinerà una volta per tutte se gli Stati Uniti sono per la politica delle due Cine oppure se accettano una situazione diplomatica ed economica che inevitabilmente mina l’influenza dell’America in Asia e nel mondo.
(traduzione di Federico Petroni)
LE LOTTE DI POTERE NEGLI USA AVVANTAGGIANO LA CINA

1. Benché il vertice sia sempre lo stesso, per certi versi il secondo governo Trump è in netta discontinuità col primo. C’era da aspettarselo: la presidenza non è fatta da un solo leader bensì da almeno una dozzina di decisori chiave, che a loro volta dipendono da centinaia di altri individui, ciascuno a proprio modo rilevante in termini politici e amministrativi. Se Trump fosse rimasto al comando dal 2021 al 2024, qualche figura apicale sarebbe stata confermata e avremmo forse visto più continuità col quadriennio precedente. Ma questo è un governo fondamentalmente nuovo. Soprattutto, è dotato di un processo di elaborazione assai diverso, che inevitabilmente conduce a decisioni diverse. D’altronde, come recita l’adagio washingtoniano, personnel is policy: scegliere il personale è fare politica.
Per esempio, l’amministrazione Biden era destinata a adottare un approccio inconcludente nei confronti dell’Iran semplicemente per aver scelto alti funzionari come Wendy Sherman, tra le fautrici del pessimo accordo sul programma nucleare del 2015. Il primo governo Trump, pur avendo al suo interno evidenti diversità di vedute, aveva trovato un suo equilibrio che tendeva allo scontro con l’Iran, a un rafforzamento contro la Cina e un approccio bilanciato alla Russia – benché senza un significativo aumento della spesa militare.
Oggi, invece, la caratteristica chiave del processo decisionale è la sua frammentazione. Ciò consente alle personalità di emergere molto più che in ogni altro assetto. Questa amministrazione conta su un gruppo ristretto di decisori i cui orientamenti non sono incanalati in un processo rigido e strutturato, ma sono espressi liberamente e creativamente in varie occasioni diplomatiche. Non sorprende che gli Stati Uniti abbiano potuto condurre trattative segrete coi russi e al tempo stesso stringere i rapporti d’intelligence con gli ucraini: il presidente Trump consente ai principali consiglieri di gestire separatamente più parti dello stesso dossier. Certo, nel corso del tempo questo spezzettamento crea crisi e problemi: visioni diverse del ruolo nel mondo e della potenza degli Stati Uniti esplodono periodicamente in frenetici scontri burocratici, che le varie fazioni sperano di vincere passando notizie alla stampa per prevenire o tamponare i danni. In ogni caso, la frammentazione consente maggiore flessibilità e adattabilità.
Non è ancora chiaro come tutto questo impatterà sull’approccio alla Cina, cioè su che cosa dobbiamo volere e quale strategia dobbiamo adottare per la sfida di Pechino alla posizione dell’America nel mondo. È invece abbastanza chiaro che cosa non vogliamo più fare: ci stiamo del tutto precludendo certe opzioni storiche. A prescindere da come andranno i prossimi tre anni, gli Stati Uniti molto probabilmente arriveranno alla resa dei conti sulla cosiddetta questione cinese: che cosa Washington pensa delle due Cine che esistono dal 1949 e se userà la sua potenza per spostare l’ago della bilancia da una parte o dall’altra.

2. La Cina è diventata una preoccupazione strategica cruciale per gli Stati Uniti dall’inizio della guerra fredda. Non che prima non fossero state prese decisioni molto rilevanti, né che non sia sempre esistita una cerchia di esperti della storia, della lingua, della politica e della cultura cinesi. Tuttavia, le realtà della frammentazione interna del Celeste Impero non hanno iniziato a impattare significativamente la politica estera americana prima del 1950, quando l’amministrazione Truman realizzò tardivamente che il disimpegno dalla guerra civile cinese e i tentativi di mediazione avevano guastato una potenziale partnership geopolitica.
La decisione di Harry Truman di mettere in quarantena Taiwan nel 1950, fornendo di fatto protezione militare all’ultima ridotta del governo nazionalista, scatenò l’intervento della Cina comunista in Corea. Pechino fraintese la reazione americana alla guerra di espansione del regime di P’yongyang come indizio della nostra intenzione di rovesciare la neonata Repubblica Popolare Cinese. In realtà nessuno pensava a un simile progetto. Anzi, Dean Acheson, il potente segretario di Stato di Truman, credeva in una riconciliazione fra Pechino e Washington. E George Marshall, suo predecessore poi tornato al governo come segretario alla Difesa tre mesi dopo l’attacco di Kim Il-sung contro il Sud, era estremamente ostile alla Cina nazionalista e a Chiang Kai-shek.
Tuttavia, la guerra di fatto con la Cina in Corea incise irrimediabilmente sulle scelte statunitensi dei successivi trent’anni. Il presidente Dwight D. Eisenhower cercò di mantenere la posizione americana in Asia e di assicurarsi che Pechino accettasse che Taiwan gravitasse nell’orbita strategica statunitense. Ci riuscì, ma solo dopo due crisi tesissime, giunte assai vicine allo scontro bellico. Tuttavia, il suo governo non riuscì a sciogliere la questione cinese, cioè a convincere i nazionalisti di Taipei, e in particolare Chiang, degli enormi benefici di accettare la cosiddetta politica delle due Cine: due Stati formalmente indipendenti, Taiwan e la Repubblica Popolare. La struttura ideologica del governo nazionalista non poteva contemplare questa soluzione. Ma ci si chiede se con la giusta pressione, con qualche incentivo economico e con altre mosse strategiche non sarebbe stato possibile incoraggiare Taipei ad accettare questa opzione gradualmente, nei successivi quindici anni. Dopotutto, Chiang finì per riconoscere che la riconquista militare della Cina continentale era improbabile e suo figlio incamminò l’isola verso la liberaldemocrazia capitalista e pluralista.
La difficoltà americana a risolvere una volta per tutte la questione cinese deriva dalla resistenza tanto di Pechino quanto di Taipei. Anche nel periodo in cui non riconosceva ufficialmente la Repubblica Popolare, Washington non hai davvero voluto arrivare alle due Cine, perché ha sempre desiderato un riavvicinamento con Pechino. Obiettivo che richiedeva un’attenta posizione diplomatica per non approvare il concetto dell’indipendenza taiwanese. Il colpo da maestro di Kissinger, il comunicato di Shanghai con la Cina comunista, risolse il problema attraverso un’ambiguità linguistica che consentiva agli Stati Uniti di mantenere una relazione semiformale con Taipei e al contempo di riallinearsi con Pechino contro Mosca. Soluzione del tutto sensata visti i limiti che si erano dati gli americani: niente due Cine ma costringere Pechino e Taipei ad accettare le realtà esistenti.
Dopo il riconoscimento della Repubblica Popolare a fine anni Settanta, gli Stati Uniti adottarono nei confronti di Pechino una strategia di ingaggio capitalista, in vigore fino alla metà del decennio scorso. Il problema di questo approccio fu dimenticarsi le difficoltà dei precedenti 25 anni, trattarle come se non esistessero, per affrontarle soltanto quando si fosse verificato un cambiamento nelle circostanze geopolitiche. È quanto accaduto ultimamente con la cospicua riduzione del divario fra Cina e Stati Uniti.

La questione cinese resta aggrovigliata perché sia Pechino sia Taipei sono fondamentali per gli interessi americani. Per la Repubblica Popolare è evidente: è uno dei paesi più grandi al mondo, un attore chiave in ogni scacchiere eurasiatico e una grande potenza manifatturiera. A Taiwan, gli interessi statunitensi vanno ben oltre il pur cruciale ruolo dell’industria taiwanese dei semiconduttori per la nostra economia. L’isola conta in quanto anello centrale della prima catena di isole che conferisce agli Stati Uniti grande flessibilità strategica in Estremo Oriente. Formosa domina le rotte commerciali Nord-Sud del Pacifico occidentale, che collegano Giappone e Corea del Sud, nostri alleati, al resto dei mercati eurasiatici, e dalle quali dipende anche la Cina continentale. Tutto ciò rende necessario un modus vivendi con la Repubblica Popolare che rispetti gli interessi statunitensi nella sopravvivenza e nell’autonomia di Taiwan senza rinunciare a contatti fra Washington e Pechino.
Insomma, nella fretta di sfruttare il potenziale economico del rapporto con la Cina, la classe dirigente americana ha dimenticato le realtà geopolitica. Il risultato è una situazione in cui gli interessi economici e militari degli Stati Uniti in Asia divergono.
3. La seconda amministrazione Trump affronta dilemmi spinosi. Deve assicurare la deterrenza militare in Asia evitando il disastro economico che una sbrigativa interruzione dei rapporti con la Cina implicherebbe. Deve intrattenere relazioni strategiche con Taiwan senza provocare una guerra con Pechino. Deve capire quando e come guadagnare margini politico-strategici sulla Cina senza dare a quest’ultima il tempo di costruirsi a sua volta margini sugli alleati americani. E deve fare tutto ciò mentre alleggerisce la presenza in Europa, gestisce la competizione in America Latina e in Medio Oriente e si prepara a probabili sconfitte nelle elezioni di metà mandato.

Il governo già di suo cammina su una fune e lo fa con un processo decisionale del tutto inedito. L’amministrazione Trump ha di fatto tagliato tutti i meccanismi interministeriali che hanno coordinato la politica estera statunitense per generazioni. Il Consiglio di sicurezza nazionale (Nsc), la struttura deputata alla sintesi fra i dicasteri, all’analisi e all’implementazione, non esiste più nella veste assunta quasi un secolo fa.
È importante notare che molte delle critiche del governo all’Nsc sono corrette. I risultati di questo sistema sono stati tutt’altro che ideali, un fatto che dovrebbe far riflettere gli istituzionalisti più ardenti. I processi decisionali dovrebbero ottimizzare e migliorare, non aumentare le lungaggini burocratiche. Il personale dell’Nsc è esploso a partire dall’amministrazione Clinton, arrivando a diverse centinaia di individui, a seconda di come si contano i membri di ruolo e quelli distaccati. L’organizzazione è diventata sempre più ingombrante, creando un rapporto bizzarro fra i segretari di Stato e della Difesa e il consigliere per la Sicurezza nazionale – ufficialmente noto come assistente del presidente per gli Affari di sicurezza nazionale. Quest’ultimo non rende conto al Congresso del proprio operato e asseconda la volontà del presidente. Lo stesso vale per il personale al suo comando che, a differenza dei segretari, vicesegretari, sottosegretari e assistenti segretari, non viene sottoposto al voto di conferma del Senato. Persino i direttori della Cia e dell’intelligence nazionale devono passare per l’approvazione parlamentare. Insomma, prima dei grandi tagli del maggio 2025, la burocrazia dell’Nsc era eccessiva, non particolarmente efficace e largamente irresponsabile.
Tuttavia, l’amministrazione Trump non ha creato un processo amministrativo alternativo. Semmai, lo ha sostituito con un sistema di espedienti. Stretto, personalistico, fluido e aperto a rapide revisioni. Capire questi espedienti è la chiave per capire anche l’approccio alla Cina, specialmente con personalità come queste al potere.
L’asse centrale delle frizioni nella seconda amministrazione Trump corre fra il vicepresidente J.D. Vance e il segretario di Stato Marco Rubio. Il primo vuole posizionarsi come logico erede di Donald Trump. Il presidente è un’anatra zoppa. Nessuna manovra mediatica può cambiare questo fatto. I repubblicani lo sanno e si stanno preparando a un partito dopo Trump. Ciò spiega, fra le altre cose, il brutale scontro sui file Epstein e la rottura con la Casa Bianca di Marjorie Taylor Greene. Vance è ambizioso, capace di muoversi nelle burocrazie e dotato di una rete politica unica, in cui si fondono tecnocapitalisti e conservatori culturali. Si è ritagliato il controllo su dossier chiave come l’intelligenza artificiale e altre questioni tecnologiche. Tuttavia, è profondamente inesperto e ha vinto soltanto un’elezione nella sua vita, peraltro con il più stretto dei margini per un repubblicano in Ohio. Ciò diminuisce la sua appetibilità politica e lo costringe a usare aggressivamente le redini del potere per lasciare la sua impronta sull’attuale governo.
Rubio è per certi versi il contrario di Vance in termini politici. Il vicepresidente è un quarantenne caucasico della Rust Belt laureato a Yale e catapultato al Senato e alla Casa Bianca da una serie di scaltri accordi politici e da una spietata eloquenza ideologica. Rubio ha 13 anni in più, ricopre incarichi politici da quasi metà della sua vita, sin da quando divenne membro della commissione municipale di West Miami nell’aprile 1998, poco prima del suo ventiseiesimo compleanno. Dopo un decennio scarso alla Camera dei rappresentanti della Florida, compreso un biennio da speaker, si è candidato al Senato degli Stati Uniti e ha vinto battendo nientemeno che il governatore uscente Charlie Crist. Ma è qui che comincia l’elemento più notevole della sua carriera politica. Al Congresso inizia proponendo un’ampia riforma migratoria e corre alle primarie presidenziali nel 2016, tentando di preservare lo standard centrista dall’ondata trumpiana. Poi svolta nel 2018, diventando una sorta di assistente segretario di Stato di Trump per l’emisfero occidentale, vista la sua influenza in America Latina. Ora che è sia consigliere per la Sicurezza nazionale sia segretario di Stato, è al centro dell’apparato decisionale del governo.

Le ambizioni presidenziali di Rubio non sono note. Eppure, sembra improbabile che un uomo di tale rilevanza e talento accetti senza fiatare Vance come futuro leader del partito. È del tutto plausibile che Trump non indichi un successore: una simile mossa lo allontanerebbe dal centro dei riflettori, ridurrebbe la sua influenza sul Partito repubblicano e lascerebbe la sua eredità ostaggio della prestazione elettorale di un’altra figura.
Rubio e Vance hanno mantenuto un rapporto cordiale, persino amichevole, nella prima parte del secondo governo Trump. Qualcosa però è cambiato. Rubio sta consolidando il suo potere sul processo decisionale, in particolare su America Latina e Medio Oriente, e sta mantenendo il dossier Ucraina su un ragionevole binario di cauto supporto per Kiev e di apertura a seri colloqui con Mosca. La dinamica non è esente da scossoni, come si è visto tra novembre e dicembre quando Steve Witkoff e Jared Kushner sembravano aver aggirato Rubio con un piano di pace che portava il marchio dell’ufficio della vicepresidenza.
Al contempo, è possibile che l’attuale segretario dell’Esercito Dan Driscoll sia considerato come successore del segretario alla Guerra Pete Hegseth. È un fatto non irrilevante perché Driscoll non deve il suo posto a particolari competenze o esperienze (anche se sarebbe comunque più capace di Hegseth a gestire il Pentagono) e nemmeno a un aiuto concreto alla campagna elettorale di Trump del 2024, bensì alla sua amicizia con Vance – i due si conoscono dai tempi della Law School di Yale. Se diventasse il nuovo capo, darebbe a Vance influenza su un dicastero, pareggiando l’attuale vantaggio di Rubio, che controlla il dipartimento di Stato. Vance, inoltre, non può essere licenziato ed è dunque molto più protetto rispetto a Rubio da un’eventuale instabilità di governo.
Queste due figure – e il loro personale – hanno anche idee molto diverse sull’Europa. Sembrano aver raggiunto un accordo tattico su Medio Oriente e America Latina, che conviene a entrambi. Ma è in Asia che la posta in gioco è più alta. L’attenzione di Vance alla competizione tecnologica con la Cina rende improbabile raggiungere un durevole modus vivendi con Pechino. Conosce meglio di chiunque altro all’interno della macchina decisionale le promesse e i pericoli della sfida sull’intelligenza artificiale. Anche l’impegno morale, economico e strategico di Vance a reindustrializzare punta a una competizione con la Repubblica Popolare: è impossibile attuare una vera politica industriale senza fare pressione sulle aziende cinesi e senza creare filiere produttive alternative.
Tuttavia, Vance potrebbe essere meno portato ad accettare le componenti militari della sfida cinese rispetto a quanto potrebbero far pensare gli elementi appena citati. Il motivo è la sua fede nell’eccezionalismo americano. Vance crede in un mondo diviso in sfere d’influenza, in cui gli Stati Uniti possono dominare l’emisfero occidentale dalla Groenlandia a Capo Horn (Cuba e Venezuela incluse) e ingaggiare caute e complesse trattative con le grandi potenze eurasiatiche. In questo quadro, gli interessi della Russia contano più di quelli europei e ucraini, anche per isolare Iran, Corea del Nord, Cuba e Venezuela da un’importante potenza. In Medio Oriente, la situazione è più complessa ma l’obiettivo finale è di ridurre la presenza e le risorse degli Stati Uniti destinate a questa regione. In Asia può essere necessario mantenere il deterrente militare per qualche tempo, ma l’obiettivo di lungo periodo è quasi certamente un accordo con Pechino su Taiwan. Soprattutto se e quando gli Stati Uniti avranno guadagnato un vantaggio sull’intelligenza artificiale e rimpatriato settori chiave della manifattura, in particolare dei microchip per proteggersi dai rischi a Taiwan.
La posizione di Rubio in parte si sovrappone a quella di Vance, specie in America Latina. Sulla Cina è per indole più falco, lascito dei suoi trascorsi al Senato. Tuttavia non sembra intenzionato a esporsi sulla questione. Preferisce far andare avanti altre figure con ruoli commerciali e finanziari, usando risorse del dipartimento di Stato per supportare specifici programmi di reindustrializzazione militare. Esprime il suo maggior interventismo in una politica di pressione indiretta contro i partner cinesi, dal Venezuela all’Iran fino, potenzialmente, alla Russia.

4. È chiaro che il processo decisionale trumpiano è fluido e aperto alla sotterranea competizione Rubio-Vance. Meno chiaro è se questa dinamica può durare per più di un anno.
Dal punto di vista politico, le elezioni di metà mandato già incombono e per ora sembra che andranno abbastanza male per i repubblicani. È una tendenza tradizionale nella politica americana: il partito che non controlla la Casa Bianca guadagna seggi al Congresso dopo due anni. Se anche i repubblicani mantenessero il controllo del Senato, perdere la Camera inaugurerebbe un altro periodo di governo diviso che destabilizzerebbe il sistema politico e aumenterebbe le speranze per i democratici di vincere le presidenziali del 2028. Facilmente si verificherebbe un rimpasto di governo, forse esteso pure a Rubio, se quest’ultimo pensa davvero di correre per la Casa Bianca.
Tutta questa instabilità, questa frammentazione del processo decisionale incoraggia la Cina a fare pressione. Pechino sa che l’amministrazione Trump sta aprendo troppi tavoli per concentrarsi a dovere sull’Indo-Pacifico. Xi Jinping sta inoltre preparando il Congresso nazionale di fine 2027. È possibile che in questa occasione venga approvata una politica più aggressiva verso Taiwan, che autorizzi il leader cinese a fare il passo successivo nel cammino per il risorgimento nazionale: una coercizione armata per rivendicare il controllo dell’isola. Non vuol dire necessariamente un massiccio attacco militare o una guerra aperta. La Cina potrebbe aumentare l’attuale pressione con un blocco navale, in una sorta di riedizione della crisi dei missili a Cuba, con gli Stati Uniti nella posizione dell’Unione Sovietica. Obiettivo: costringere Washington ad accettare la posizione cinese.
Non è chiaro che cosa farebbe l’amministrazione Trump in risposta a questa eventuale quarta crisi dello Stretto di Taiwan. Potrebbe aumentare gli aiuti a Taipei e schierare una forza significativa per dissuadere Pechino. Potrebbe semplicemente capitolare. Oppure potrebbe alzare la pressione su altri fronti economici e militari e avviare una prolungata e pericolosa politica del rischio calcolato. Ma ancor più rilevanti delle opzioni a disposizione sono le implicazioni di questa crisi. Qualunque cosa faranno Washington e Pechino, la loro reazione determinerà una volta per tutte se gli Stati Uniti sono per la politica delle due Cine oppure se accettano una situazione diplomatica ed economica che inevitabilmente mina l’influenza dell’America in Asia e nel mondo.
(traduzione di Federico Petroni)
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