L’ECONOMIA VOLA: LA CINA HA UN PROBLEMA Limes 2025-12
L’ECONOMIA VOLA: LA CINA HA UN PROBLEMA
Il nuovo piano quinquennale parla chiaro: autonomia tecnologica, priorità all’export. Il made in China sembra imbattibile, ma nasconde gravi criticità: bassa produttività, sommerso dilagante, sotto-istruzione di massa e sconforto giovanile.
di Fabrizio Maronta
Pubblicato il 29 Dicembre 2025 alle 10:17
Pubblicato in: IL TEMPO DELLA CINA - n°12 - 2025
Cina
Economia
Asia-Pacifico
Carta di Laura Canali - 2025
1. L’economia cinese vola, spinta dall’export di tecnologia. Il made in China domina il mondo. La Cina ha un roseo avvenire. Le ultime stime 1 parlano di una crescita del pil cinese del 5-6% nel 2026 e, fatti salvi «cigni neri», anche nei prossimi anni. La parte del leone continuano a farla le esportazioni (grafico 1). Non perché immuni dal protezionismo statunitense ed europeo: giocattoli, calzature, indumenti e altre categorie ad alta intensità di manodopera e bassi margini di guadagno stanno soffrendo. Ma i beni ad alta tecnologia come chip, automobili e batterie, su cui la Cina scommette da anni con decisione per scalare la catena del valore aggiunto e proiettarsi nel novero delle maggiori potenze tecnologiche, stanno conquistando i mercati esteri e lo faranno verosimilmente per un buon tempo a venire, malgrado i dazi di cui sono gravati.
Il 15° piano quinquennale (2026-2030) approvato di recente dal Comitato centrale del Partito comunista cinese (Pcc) raccomanda di modernizzare industrie classiche come la siderurgia, la chimica e il tessile, senza tralasciare nuovi comparti come le energie alternative (rinnovabili, fusione nucleare e reattori a fissione di nuova generazione). Il piano finale con cifre e dettagli sarà licenziato nel marzo 2026 dall’Assemblea nazionale del popolo, ma fin d’ora le priorità sono chiare: espandere ulteriormente l’apparato industriale, puntare all’autosufficienza tecnologica, rendere ancor più competitiva la manifattura per mettere fuori mercato i concorrenti. Questi obiettivi saranno perseguiti con vigore a tutti i livelli istituzionali e di governo e in tutti gli ambiti – economico, finanziario, logistico e infrastrutturale – per favorire l’aumento delle esportazioni.
A rimarcare che Pechino fa sul serio, il 30 ottobre scorso – pochi giorni dopo il plenum del Comitato centrale – Xi Jinping incontrava Donald Trump a Busan, in Corea del Sud, strappando una «tregua commerciale» da molti letta come capitolazione statunitense. Washington ha acconsentito a ridurre del 10% gli alti dazi lineari imposti alle merci cinesi e a non aggiungerne di nuovi, che si prospettavano pari o superiori al 100%. Ha inoltre promesso di ammorbidire le limitazioni all’export di beni sensibili, tra cui i microprocessori di punta indispensabili per allenare gli algoritmi d’intelligenza artificiale. In cambio, la Cina ha rimesso nella manica il suo asso: ha sospeso per un anno le limitazioni all’export di terre e metalli rari indispensabili (soprattutto) alle industrie elettronica e aerospaziale, della cui estrazione e raffinazione detiene il semi-monopolio. L’avvertimento agli europei e a chiunque altro è chiaro: chi si mette sulla strada del made in China assaggia il cappio cinese.
L’amministrazione Trump pare aver platealmente sbagliato i calcoli. L’assunto iniziale del segretario al Tesoro Scott Bessent era che «noi [gli Stati Uniti] esportiamo verso di loro [i cinesi] un quinto di quanto loro esportano verso di noi, dunque abbiamo il coltello dalla parte del manico» 2. Mica tanto: questo squilibrio sembra essersi rivelato un vantaggio, non una debolezza per la Cina. L’America non compra merci cinesi per beneficenza, ma perché le desidera e ne ha bisogno, dato che non le produce (più). Oltre l’80% degli iPhone (i telefoni più acquistati negli Usa) e dei condizionatori, il 75% delle bambole, dei ventilatori e delle biciclette, quasi il 50% degli ingredienti degli antibiotici acquistati dagli americani provengono dalla Cina. Per tacere di terre e metalli rari, senza i quali il caccia F-35 – pilastro della U.S. Air Force – non volerebbe, in quanto non esisterebbe 3.
Carta di Laura Canali - 2024
È possibile che gli Stati Uniti tornino – o inizino – a produrre tutto questo? Molto probabilmente sì, ma nel corso del tempo e a costi certamente superiori. Con quali conseguenze per la Cina? Il mercato statunitense assorbe oggi il 14% circa dell’export cinese: 550 miliardi di dollari su un’economia che vale ormai 15 mila miliardi. I dazi americani fanno male, ma non uccidono. Inoltre, il sistema autoritario cinese che orienta dirigisticamente credito, produzione e risorse si è rivelato fin qui ben attrezzato per assorbire lo shock protezionistico. Anche perché vi si andava preparando almeno dalla crisi economico-finanziaria del 2008 – una crisi di solvenza della classe media, in sostanza – che aprì gli occhi a Pechino sulla crescente insostenibilità dell’«impero a debito». Di contro, gli ultimi esecutivi americani – secondo Obama, primo Trump, Biden e secondo Trump – navigano a vista, con risultati non sempre ottimali. Come dimostra tra l’altro la persistente inflazione, alimentata anche dai dazi, che corrode redditi già colpiti dalla deindustrializzazione.
2. Lungi dall’affossarla, il protezionismo statunitense sprona Pechino a stimolare aggressivamente e sussidiare strategicamente la propria economia. Il Drago sta investendo massicciamente nei computer quantistici, nel programma spaziale (costellazioni di satelliti a orbita bassa per fare concorrenza a Space X, stazioni orbitanti commerciali), nei semiconduttori avanzati e nell’automazione dei processi industriali (è primo al mondo per densità di robot nelle aziende) 4. La Cina consuma un terzo della produzione mondiale di chip e dipende ancora molto dai fornitori statunitensi, ma le restrizioni americane all’export accelerano il perseguimento dell’«autonomia tecnologica». Colossi cinesi come Smic reinvestono i loro lauti profitti in ricerca e sviluppo, velocizzando la creazione di infrastrutture cloud e piattaforme digitali, in cui il paese è ancora relativamente indietro – rappresenta appena il 6% dei servizi avanzati a livello globale – e dunque ha ampi margini di crescita.
Dove le sanzioni mordono troppo, si aggirano. Dall’aprile scorso, quando Washington ha limitato anche l’export dei chip H20 di Nvidia – versione depotenziata dei processori di punta dell’azienda, progettati per conservare l’accesso al mercato cinese – aziende come Alibaba (l’«Amazon cinese») e ByteDance (proprietaria, tra gli altri, di TikTok) hanno preso a addestrare i loro modelli di intelligenza artificiale (Ai) nei data center di Singapore, Malesia e di altri paesi del Sud-Est asiatico, equipaggiati con chip Nvidia e moltiplicatisi per la crescente richiesta cinese. L’eccezione è DeepSeek, addestrato in patria grazie a un vasto cluster di processori Nvidia costruito prima delle restrizioni. L’azienda, che ha stupito il mondo con un modello di Ai in grado di competere con gli statunitensi ChatGpt e simili, sta lavorando a stretto contatto con Huawei per sviluppare la prossima generazione di acceleratori per l’Ai made in China 5.
Grazie a questi sforzi, la Cina sta rapidamente colmando lo storico divario con gli Stati Uniti nella spesa aggregata (pubblica e privata) per ricerca e sviluppo: dai 136 miliardi di dollari nel 2007 ai 781 miliardi nel 2023, contro gli 823 statunitensi. Nello stesso periodo i centri di ricerca cinesi passavano da 50 mila a 150 mila, i ricercatori del settore privato raddoppiavano da 2,5 a 5 milioni e i laureati annuali nelle discipline Stem (scienza, tecnologia, ingegneria e matematica) raggiungevano quota 50 mila, rispetto ai 34 mila delle università statunitensi 6. Qualcuno commenta, lapidario, che la Cina è ormai un paese di ingegneri, l’America di avvocati 7.
Gli sforzi pagano. Dal 2018 Mercedes, Bmw, Volkswagen e Stellantis hanno stretto partenariati con circa quaranta aziende e istituti di ricerca cinesi per lo sviluppo e la fornitura di software, batterie, componentistica e connettività ai loro veicoli 8. Renault, a differenza degli altri costruttori citati, non vende auto in Cina, eppure ha aperto un centro di ricerca e sviluppo a Shanghai per apprendere dal mercato locale. Questo è un genio che non rientra nella bottiglia e non si combatte con l’arrocco. Il settore europeo dell’auto preme sull’Ue affinché riveda il draconiano termine del 2035 entro il quale bandire i motori a combustione interna dall’Unione; intanto, affretta lo sviluppo dei modelli ibridi (sul lungimirante esempio di Toyota) per prolungare la vita dei motori a combustione e tenere a bada l’agguerrita concorrenza cinese. Peccato che Byd e altri costruttori del Drago già sfornino ibride più economiche, tecnologiche e performanti (specie in termini di autonomia) della concorrenza occidentale, che quindi pare oggi destinata a cedere anche questo segmento 9.
Carta di Laura Canali - 2025
3. L’economia cinese vola, spinta dall’export di tecnologia. Il made in China domina il mondo. La Cina ha un problema serio. L’ulteriore crescita dell’export cinese, specie nei settori ad alta tecnologia, avverrà quasi certamente a spese dei produttori europei, giapponesi e statunitensi (grafico 2). È la Cina stessa a suggerirlo con l’enfasi sulla competitività come strumento per promuovere la «circolazione esterna» (export), di pari passo con una «circolazione interna» (mercato domestico) che va però soddisfatta primariamente dalla produzione nazionale, in ossequio al reiterato concetto di autonomia. Se il primo «shock cinese» ha messo fuori mercato l’industria occidentale a bassa tecnologia e alta manodopera, quello che Pechino sembra perseguire – scientemente o meno – è un secondo shock diretto contro le filiere occidentali ad alto valore aggiunto. Ecco perché, a differenza di vent’anni fa, i grandi mercati della Cina – dapprima gli Stati Uniti, poi l’Europa, il Giappone e, in prospettiva, altri paesi asiatici tra cui l’India – hanno preso a erigere barriere tariffarie e non contro l’insostenibile economicità delle merci cinesi. Già elisir anti-inflattivo, oggi è visto come forma di concorrenza sleale.
La sovraccapacità produttiva non è inedita per la Cina. Negli anni il paese ha prodotto tali quantità di cemento, acciaio, carbone, vestiario e altri beni da saturare il mercato mondiale, spingendo in perdita i concorrenti stranieri e portando i prezzi sotto i livelli minimi di profitto anche per molti produttori cinesi. La tendenza origina dal persistente squilibrio tra politiche (spesa pubblica, incentivi ai privati) che prediligono l’investimento in infrastrutture e una spesa privata sul pil nettamente inferiore rispetto a economie comparabili. Il reddito disponibile è compresso tenendo bassi i salari e gli attivi commerciali sono convogliati negli investimenti fissi, mentre un welfare quasi inesistente immobilizza il risparmio privato in vista dei giorni difficili (malattie, vecchiaia, istruzione dei figli). È un quadro da paese in via di sviluppo sopravvissuto alla fase clou del «miracolo» (anni Novanta-Duemila), che obbliga un’economia per vari aspetti ormai avanzata a (s)vendere quanto produce a rotta di collo per non collassare, ma che non riesce a consumare.
Il nuovo exploit tecnologico cinese sta però esponendo problemi strutturali più profondi e difficilmente trattabili 10, che dall’ambito economico travalicano in quello prettamente politico. Diversi beni ad alta tecnologia made in China, infatti, non soffrono d’insufficiente domanda interna. Nel 2024, ad esempio, la Cina ha sfornato circa l’80% dei pannelli solari e il 70% dei veicoli elettrici prodotti nel mondo. Tuttavia, ha anche installato il doppio di tutta la capacità fotovoltaica presente negli Stati Uniti, totalizzando il 55% delle nuove installazioni a livello globale. Ha inoltre acquistato circa il 75% delle auto elettriche fabbricate nel mondo, sebbene il governo abbia quasi eliminato gli incentivi 11.
Al problema di un mercato interno che resta nel complesso sottodimensionato rispetto alla capacità industriale, sembra dunque associarsene un altro: una tendenza alla sovrapproduzione che Pechino non riesce o non vuole controllare. Da circa un anno le autorità hanno preso a stigmatizzare con crescente insistenza l’«espansione cieca» della produzione di pannelli solari, auto elettriche e batterie, oltre alle politiche di prezzo «irrazionali» di questi e altri comparti. Tuttavia, il partito non può fare molto di più: se dalle parole passasse ai fatti chiudendo forzatamente le aziende responsabili della frenesia produttiva – nel settore delle auto elettriche avrebbe l’imbarazzo della scelta: in Cina operano oggi oltre 200 gruppi, di cui nel 2024 solo quattro (Byd, Li Auto, Series Group e l’americana Tesla) risultavano in attivo 12 – rischierebbe di prosciugare i motori locali di crescita e impiego.
Premiando velocità e quantità rispetto a produttività e diversificazione, l’economia cinese incentiva strutturalmente a produrre troppo. I proventi dell’iva, che in Cina è la fonte più consistente del gettito fiscale, sono divisi equamente tra il governo centrale e quello della provincia dove il bene è prodotto, non dov’è consumato, il che incoraggia le province a finanziare spericolatamente nuovi impianti industriali e a sussidiare quelli in perdita. Da quando, nel 2011, il 14° piano quinquennale designò veicoli elettrici, batterie e pannelli solari quali «industrie strategiche emergenti», i piani quinquennali delle amministrazioni provinciali fecero altrettanto, promuovendo gli stessi settori.
Carta di Laura Canali - 2025
Negli ultimi trent’anni e specialmente dal 2008, quando la crisi economico-finanziaria ha obbligato Pechino a trainare obtorto collo l’economia mondiale, le conseguenze di questo meccanismo perverso sono state smussate dal parallelo, forsennato sviluppo immobiliare sul quale si sono retti conti pubblici, occupazione e valore del risparmio privato. In Cina, come noto, lo Stato possiede tutti i terreni edificabili che poi affitta ai costruttori. Con questo meccanismo, per molti anni i governi locali (province) sono arrivati a coprire un terzo o più dei loro bilanci. L’incentivo a costruire non era dunque solo privato, ma anche e soprattutto politico. Gli esiti sono colossali: si stima 13 che in Cina sorgano oggi 600 milioni di edifici residenziali, il 90% dei quali in città medio-piccole (per gli standard cinesi) e nelle aree rurali. Con una media di 16 appartamenti a edificio, il paese ha 1,5 miliardi di appartamenti a fronte di 1,4 miliardi di abitanti. L’eccesso non sembrava un problema finché i cinesi, come gli italiani amanti del mattone, vi riversavano i loro risparmi: il 90% di essi possiede la casa in cui vive e il 20% ha più case, acquistate per i figli o come «investimento sicuro». Da quando però, nel 2021-22, la bolla è scoppiata con il fallimento del gigante edilizio Evergrande, i prezzi sono crollati tra il 20 e il 40% e la flessione continua, bruciando risparmi – metà dei proprietari ha pagato casa più di quanto valga ora – e reddito, dato che molti si ritrovano a onorare mutui eccedenti il valore attuale dell’immobile 14.
Nel frattempo, i governi locali vedevano dimezzarsi le entrate fondiarie (da 1.300 a 670 miliardi di dollari). Espandere la capacità industriale è diventato allora l’ultimo espediente sicuro con cui province e città possano spingere la crescita per garantire l’occupazione, far funzionare i servizi e centrare gli obiettivi dei piani quinquennali. Cioè per non trovarsi tra l’incudine del risentimento sociale e il martello del partito. Il risultato è un economia che, parafrasando la famosa analogia attribuita ad Albert Einstein, assomiglia a una bici dalle ruote bucate che corre giù dal precipizio decisa a non fermarsi, per non cadere. Il mezzo è nel complesso di buona qualità, ma lo è in modo difforme ed è condotto pericolosamente.
Fuor di metafora: l’economia cinese ha capacità quantitative e (sempre più) qualitative formidabili in sempre più settori, ma queste sono usate in modo sfrenato e autolesionistico. L’enfasi sulla quantità riduce al minimo i margini di profitto, sicché quando la domanda stagna e/o la concorrenza cresce, le aziende tagliano i prezzi – del 30% in media su quasi 230 modelli di auto elettriche negli ultimi due anni 15 – onde sfogare con l’export ciò che non possono astenersi dal produrre. Margini sempre più esigui impediscono però alle aziende di assumere: oltre a spiegare la disoccupazione giovanile al 20% 16 (con effetti negativi su una demografia già in marcato declino), questo deprime il già limitato reddito familiare e i già bassi consumi privati.
Carta di Laura Canali - 2025
Tuttavia, la selezione darwiniana che molti osservatori pronosticano stenta ad avvenire, perché le aziende non chiudono: le banche (para)statali preferiscono rifinanziarle, per non doverle iscrivere a bilancio come passivi e non precipitare ricadute occupazionali sgradite a Pechino. Così, il manuale dell’industriale cinese – anche nei settori «emergenti» perché «strategici» – resta lo stesso: copia in fretta, produci in massa e straccia i prezzi. Questo andazzo non riscrive le leggi dell’economia (esercizio più che lecito), si limita a violarle a caro prezzo: mentre Byd soppianta Tesla quale leader mondiale delle auto elettriche e vede decollare le vendite all’estero, nel 2025 registra un calo dei profitti del 30% sul 2024 17.
4. Neijuan, letteralmente «involuzione», è oggi parola diffusa in Cina 18. Non è un concetto nuovo, ma la sua popolarità è esplosa sui social e nel parlato giovanile. Va di pari passo con altri tormentoni come tangping (stare distesi, restare a letto), metafora dell’apatia da stress; o runxue (filosofia del correre), che allude a una diffusa volontà di emigrare. «Involuzione» descrive la trappola socioeconomica creata da una competizione esasperata e controproducente, che genera rendimenti decrescenti: persone e aziende lavorano sempre di più, ma ottengono sempre meno. Questo crea stagnazione, eccesso di offerta, guerre dei prezzi e burnout (depressione da super lavoro) diffuso. Il duro lavoro non garantisce più il successo a molti giovani, il cui «sogno cinese» lascia il posto a un brusco risveglio.
Se questa parabola continuerà, difficilmente la Cina sfuggirà alla trappola del reddito medio: quella in cui piombano i paesi ormai troppo sviluppati per competere solo sui costi e sull’export economico, ma ancora troppo poveri per sostenere redditi, benessere e pace sociale (grafico 3). Le capacità tecnologiche cinesi sono aumentate in modo esponenziale: dal 2010 al 2025 il paese è passato dal 43° al 10° posto nel Global Innovation Index, la classifica più solida in materia 19.
L’esplosione dell’hi-tech, frutto anche di una precisa strategia politico-economica, ha contribuito però relativamente poco a consolidare il quadro macroeconomico cinese. Le industrie del settore, infatti, sono in gran parte medio-piccole, ma soprattutto ad alta intensità di capitale. Oggi la Cina è una potenza nell’elettronica di consumo, nell’e-commerce, nell’industria del legname e in quella mineraria, ma settori ad alta intensità di manodopera – cruciali per il benessere e la qualità della vita – come la sanità o la scuola restano pericolosamente negletti.
A fare notizia sono le frotte di ingegneri sfornate dagli atenei d’élite, ma quella cinese resta una delle forze lavoro meno istruite tra i paesi a reddito medio: il 60% circa si ferma all’equivalente della nostra licenza media. Di questo passo, la Cina impiegherà ancora decenni per arrivare al livello medio d’istruzione che avevano paesi come l’Irlanda o la Corea del Sud quando erano al suo odierno stato di sviluppo. Il riferimento non è ai 400 milioni di persone circa che formano la classe media; né ai poverissimi, oggi una frazione molto piccola rispetto a trent’anni fa. È ai circa 900 milioni di individui che continuano a vivere con circa 10 dollari al giorno, spesso nelle regioni interne, il cui benessere presente e futuro è cruciale per l’avvenire economico e per la stabilità politica del paese.
Questo esercito di quasi-poveri con pochi risparmi, scarsa istruzione, salute fragile e impieghi precari, fino a ieri lavorava nella manifattura ad alta intensità di manodopera e nell’edilizia. Ridottasi la prima e collassata la seconda dopo lo scoppio della bolla immobiliare, è andato ad affollare l’economia sommersa. Negli ultimi quindici anni, la quota di lavoratori cinesi nei settori «informali» è passata dal 40 al 60%: un livello paragonabile a diversi paesi africani e latinoamericani 20. Il contributo alla crescita di questa massa enorme di persone è estremamente ridotto rispetto alla sua entità.
Di fronte a tale realtà, il sistema cinese resta fortemente sbilanciato verso l’alta tecnologia e l’industria esportatrice, rispetto alle famiglie e ai consumi (grafico 4). La rete di protezione sociale è sottodimensionata, in molti casi quasi inesistente; le case hanno cessato di essere una riserva di ricchezza; il mercato dei capitali non è mai decollato come alternativa, complici l’opacità dell’apparato regolatorio (funzionale al ruolo dirigistico del partito) e la presenza di un enorme «sistema bancario ombra», la cui reale entità è forse ignota anche allo Stato. Il risultato è un monumentale spreco di risorse: l’hi-tech cinese continua a sfornare software e hardware di prim’ordine, ma la produttività ristagna e concorre molto meno che in passato alla crescita economica.

La risultante ossessione per l’export come valvola di sfogo determina un paradosso: la Cina sta rendendo impossibile commerciare 21. Il commercio è uno scambio. Tuttavia, l’instancabile enfasi sull’«apertura unilaterale» (cioè forzata e non reciproca) dei mercati altrui alle merci cinesi e sull’«autosufficienza» – la sostituzione delle importazioni con produzioni nazionali – ha generato l’ossimoro di un commercio a senso unico. Una condizione incompatibile con le esigenze di Europa, Giappone, Stati Uniti o Corea del Sud, i cui cittadini hanno bisogno di lavorare. Ma inconciliabile anche con gli obiettivi cinesi, in quanto – come attesta la montagna del debito statunitense, generata peraltro in un regime di «esorbitante privilegio» monetario estraneo alla Cina – senza i proventi dell’economia reale alla lunga finiscono i soldi necessari a importare.
Questo pone la Cina e i suoi «partner» commerciali di fronte a due scelte: una difficile e una pessima, che non si escludono necessariamente a vicenda. Quella difficile è diventare più competitivi attraverso riforme e innovazione. Quella pessima è chiudersi in un crescente, impermeabile protezionismo: opzione che molti paesi ritengono sempre più difficile da evitare se vogliono conservare un’industria.
Buona fortuna ai cinesi. E a tutti noi.
Note:
1. «China’s Economy is Forecast to Grow Faster Than Expected in 2026», Goldman Sachs, 21/11/2025.
2. G. Rachman, «Why Xi holds a stronger hand than Trump», Financial Times, 14/4/2025.
3. A.S. Posen, «Trade Wars Are Easy to Lose», Foreign Affairs, 9/4/2025.
4. K. Jin, «If Trump is trying to suppress China, he’s going about it all wrong», Financial Times, 10/4/2025.
5. Z. Wu, R. McMorrow, «China’s tech giants take AI model training offshore to tap Nvidia chips», Financial Times, 27/11/2025.
6. E. White, «Is China winning the innovation race?», Financial Times, 28/11/2025.
7. D. Wang, Breakneck. China’s Quest to Engineer the Future, W. W. Norton & Company, 2025.
8. E. White, op. cit.
9. K. Inagaki, «Europe’s carmakers risk losing plug-in hybrid war to China on their own turf», Financial Times, 20/11/2025.
10. L.C. Lee, «The China Model’s Fatal Flaw», Foreign Affairs, 21/10/2025.
11. «Trends in electric car markets», in Global EV Outlook 2025 – Expanding sales in diverse markets, International Energy Agency (Iea), luglio 2025; F. Lambert, «Electric vehicles reach tipping point in China, surge to 51% market share», Electrek, 29/8/2025; Ember, «China», aggiornato al 25/11/2025.
12. B. Anderson, «Only Four EV Brands Are Profitable And Two of Them Might Surprise You», CarScoops, 31/3/2025; L. He, «A brutal elimination round is reshaping the world’s biggest market for electric cars», Cnn, 24/4/2024.
13. «China Announced that it Has Built 600 Million Buildings», ChinaScope (su fonte Epoch Times), 24/2/2023.
14. «China’s property market is (somehow) worsening», Economist, 27/11/2025.
15. T. Carter, «BYD just fired another shot in China’s EV price war – and investors are worried», Business Insider, 26/5/2025.
16. «China Youth Unemployment Rate», Trading Economics, aggiornato ottobre 2025.
17. Ibidem.
18. A. Howkins, «What is neijuan, and why is China worried about it?», The Guardian, 24/12/2024.
19. S. Kennedy, S. Rozelle, «China’s Tech Obsession Is Weighing Down Its Economy», Foreign Policy, 10/10/2025.
20. «Statistics on the informal economy», Ilo (international Labour Organization), dati relativi al 2024; S. Rozelle, N. Hell, Invisible China: How the Urban-Rural Divide Threatens China’s Rise, University of Chicago Press, ott. 2020.
21. R. Harding, «China is making trade impossible», Financial Times, 26/11/2025.
L’ECONOMIA VOLA: LA CINA HA UN PROBLEMA

1. L’economia cinese vola, spinta dall’export di tecnologia. Il made in China domina il mondo. La Cina ha un roseo avvenire. Le ultime stime 1 parlano di una crescita del pil cinese del 5-6% nel 2026 e, fatti salvi «cigni neri», anche nei prossimi anni. La parte del leone continuano a farla le esportazioni (grafico 1). Non perché immuni dal protezionismo statunitense ed europeo: giocattoli, calzature, indumenti e altre categorie ad alta intensità di manodopera e bassi margini di guadagno stanno soffrendo. Ma i beni ad alta tecnologia come chip, automobili e batterie, su cui la Cina scommette da anni con decisione per scalare la catena del valore aggiunto e proiettarsi nel novero delle maggiori potenze tecnologiche, stanno conquistando i mercati esteri e lo faranno verosimilmente per un buon tempo a venire, malgrado i dazi di cui sono gravati.

Il 15° piano quinquennale (2026-2030) approvato di recente dal Comitato centrale del Partito comunista cinese (Pcc) raccomanda di modernizzare industrie classiche come la siderurgia, la chimica e il tessile, senza tralasciare nuovi comparti come le energie alternative (rinnovabili, fusione nucleare e reattori a fissione di nuova generazione). Il piano finale con cifre e dettagli sarà licenziato nel marzo 2026 dall’Assemblea nazionale del popolo, ma fin d’ora le priorità sono chiare: espandere ulteriormente l’apparato industriale, puntare all’autosufficienza tecnologica, rendere ancor più competitiva la manifattura per mettere fuori mercato i concorrenti. Questi obiettivi saranno perseguiti con vigore a tutti i livelli istituzionali e di governo e in tutti gli ambiti – economico, finanziario, logistico e infrastrutturale – per favorire l’aumento delle esportazioni.
A rimarcare che Pechino fa sul serio, il 30 ottobre scorso – pochi giorni dopo il plenum del Comitato centrale – Xi Jinping incontrava Donald Trump a Busan, in Corea del Sud, strappando una «tregua commerciale» da molti letta come capitolazione statunitense. Washington ha acconsentito a ridurre del 10% gli alti dazi lineari imposti alle merci cinesi e a non aggiungerne di nuovi, che si prospettavano pari o superiori al 100%. Ha inoltre promesso di ammorbidire le limitazioni all’export di beni sensibili, tra cui i microprocessori di punta indispensabili per allenare gli algoritmi d’intelligenza artificiale. In cambio, la Cina ha rimesso nella manica il suo asso: ha sospeso per un anno le limitazioni all’export di terre e metalli rari indispensabili (soprattutto) alle industrie elettronica e aerospaziale, della cui estrazione e raffinazione detiene il semi-monopolio. L’avvertimento agli europei e a chiunque altro è chiaro: chi si mette sulla strada del made in China assaggia il cappio cinese.
L’amministrazione Trump pare aver platealmente sbagliato i calcoli. L’assunto iniziale del segretario al Tesoro Scott Bessent era che «noi [gli Stati Uniti] esportiamo verso di loro [i cinesi] un quinto di quanto loro esportano verso di noi, dunque abbiamo il coltello dalla parte del manico» 2. Mica tanto: questo squilibrio sembra essersi rivelato un vantaggio, non una debolezza per la Cina. L’America non compra merci cinesi per beneficenza, ma perché le desidera e ne ha bisogno, dato che non le produce (più). Oltre l’80% degli iPhone (i telefoni più acquistati negli Usa) e dei condizionatori, il 75% delle bambole, dei ventilatori e delle biciclette, quasi il 50% degli ingredienti degli antibiotici acquistati dagli americani provengono dalla Cina. Per tacere di terre e metalli rari, senza i quali il caccia F-35 – pilastro della U.S. Air Force – non volerebbe, in quanto non esisterebbe 3.

È possibile che gli Stati Uniti tornino – o inizino – a produrre tutto questo? Molto probabilmente sì, ma nel corso del tempo e a costi certamente superiori. Con quali conseguenze per la Cina? Il mercato statunitense assorbe oggi il 14% circa dell’export cinese: 550 miliardi di dollari su un’economia che vale ormai 15 mila miliardi. I dazi americani fanno male, ma non uccidono. Inoltre, il sistema autoritario cinese che orienta dirigisticamente credito, produzione e risorse si è rivelato fin qui ben attrezzato per assorbire lo shock protezionistico. Anche perché vi si andava preparando almeno dalla crisi economico-finanziaria del 2008 – una crisi di solvenza della classe media, in sostanza – che aprì gli occhi a Pechino sulla crescente insostenibilità dell’«impero a debito». Di contro, gli ultimi esecutivi americani – secondo Obama, primo Trump, Biden e secondo Trump – navigano a vista, con risultati non sempre ottimali. Come dimostra tra l’altro la persistente inflazione, alimentata anche dai dazi, che corrode redditi già colpiti dalla deindustrializzazione.
2. Lungi dall’affossarla, il protezionismo statunitense sprona Pechino a stimolare aggressivamente e sussidiare strategicamente la propria economia. Il Drago sta investendo massicciamente nei computer quantistici, nel programma spaziale (costellazioni di satelliti a orbita bassa per fare concorrenza a Space X, stazioni orbitanti commerciali), nei semiconduttori avanzati e nell’automazione dei processi industriali (è primo al mondo per densità di robot nelle aziende) 4. La Cina consuma un terzo della produzione mondiale di chip e dipende ancora molto dai fornitori statunitensi, ma le restrizioni americane all’export accelerano il perseguimento dell’«autonomia tecnologica». Colossi cinesi come Smic reinvestono i loro lauti profitti in ricerca e sviluppo, velocizzando la creazione di infrastrutture cloud e piattaforme digitali, in cui il paese è ancora relativamente indietro – rappresenta appena il 6% dei servizi avanzati a livello globale – e dunque ha ampi margini di crescita.
Dove le sanzioni mordono troppo, si aggirano. Dall’aprile scorso, quando Washington ha limitato anche l’export dei chip H20 di Nvidia – versione depotenziata dei processori di punta dell’azienda, progettati per conservare l’accesso al mercato cinese – aziende come Alibaba (l’«Amazon cinese») e ByteDance (proprietaria, tra gli altri, di TikTok) hanno preso a addestrare i loro modelli di intelligenza artificiale (Ai) nei data center di Singapore, Malesia e di altri paesi del Sud-Est asiatico, equipaggiati con chip Nvidia e moltiplicatisi per la crescente richiesta cinese. L’eccezione è DeepSeek, addestrato in patria grazie a un vasto cluster di processori Nvidia costruito prima delle restrizioni. L’azienda, che ha stupito il mondo con un modello di Ai in grado di competere con gli statunitensi ChatGpt e simili, sta lavorando a stretto contatto con Huawei per sviluppare la prossima generazione di acceleratori per l’Ai made in China 5.
Grazie a questi sforzi, la Cina sta rapidamente colmando lo storico divario con gli Stati Uniti nella spesa aggregata (pubblica e privata) per ricerca e sviluppo: dai 136 miliardi di dollari nel 2007 ai 781 miliardi nel 2023, contro gli 823 statunitensi. Nello stesso periodo i centri di ricerca cinesi passavano da 50 mila a 150 mila, i ricercatori del settore privato raddoppiavano da 2,5 a 5 milioni e i laureati annuali nelle discipline Stem (scienza, tecnologia, ingegneria e matematica) raggiungevano quota 50 mila, rispetto ai 34 mila delle università statunitensi 6. Qualcuno commenta, lapidario, che la Cina è ormai un paese di ingegneri, l’America di avvocati 7.
Gli sforzi pagano. Dal 2018 Mercedes, Bmw, Volkswagen e Stellantis hanno stretto partenariati con circa quaranta aziende e istituti di ricerca cinesi per lo sviluppo e la fornitura di software, batterie, componentistica e connettività ai loro veicoli 8. Renault, a differenza degli altri costruttori citati, non vende auto in Cina, eppure ha aperto un centro di ricerca e sviluppo a Shanghai per apprendere dal mercato locale. Questo è un genio che non rientra nella bottiglia e non si combatte con l’arrocco. Il settore europeo dell’auto preme sull’Ue affinché riveda il draconiano termine del 2035 entro il quale bandire i motori a combustione interna dall’Unione; intanto, affretta lo sviluppo dei modelli ibridi (sul lungimirante esempio di Toyota) per prolungare la vita dei motori a combustione e tenere a bada l’agguerrita concorrenza cinese. Peccato che Byd e altri costruttori del Drago già sfornino ibride più economiche, tecnologiche e performanti (specie in termini di autonomia) della concorrenza occidentale, che quindi pare oggi destinata a cedere anche questo segmento 9.

3. L’economia cinese vola, spinta dall’export di tecnologia. Il made in China domina il mondo. La Cina ha un problema serio. L’ulteriore crescita dell’export cinese, specie nei settori ad alta tecnologia, avverrà quasi certamente a spese dei produttori europei, giapponesi e statunitensi (grafico 2). È la Cina stessa a suggerirlo con l’enfasi sulla competitività come strumento per promuovere la «circolazione esterna» (export), di pari passo con una «circolazione interna» (mercato domestico) che va però soddisfatta primariamente dalla produzione nazionale, in ossequio al reiterato concetto di autonomia. Se il primo «shock cinese» ha messo fuori mercato l’industria occidentale a bassa tecnologia e alta manodopera, quello che Pechino sembra perseguire – scientemente o meno – è un secondo shock diretto contro le filiere occidentali ad alto valore aggiunto. Ecco perché, a differenza di vent’anni fa, i grandi mercati della Cina – dapprima gli Stati Uniti, poi l’Europa, il Giappone e, in prospettiva, altri paesi asiatici tra cui l’India – hanno preso a erigere barriere tariffarie e non contro l’insostenibile economicità delle merci cinesi. Già elisir anti-inflattivo, oggi è visto come forma di concorrenza sleale.

La sovraccapacità produttiva non è inedita per la Cina. Negli anni il paese ha prodotto tali quantità di cemento, acciaio, carbone, vestiario e altri beni da saturare il mercato mondiale, spingendo in perdita i concorrenti stranieri e portando i prezzi sotto i livelli minimi di profitto anche per molti produttori cinesi. La tendenza origina dal persistente squilibrio tra politiche (spesa pubblica, incentivi ai privati) che prediligono l’investimento in infrastrutture e una spesa privata sul pil nettamente inferiore rispetto a economie comparabili. Il reddito disponibile è compresso tenendo bassi i salari e gli attivi commerciali sono convogliati negli investimenti fissi, mentre un welfare quasi inesistente immobilizza il risparmio privato in vista dei giorni difficili (malattie, vecchiaia, istruzione dei figli). È un quadro da paese in via di sviluppo sopravvissuto alla fase clou del «miracolo» (anni Novanta-Duemila), che obbliga un’economia per vari aspetti ormai avanzata a (s)vendere quanto produce a rotta di collo per non collassare, ma che non riesce a consumare.
Il nuovo exploit tecnologico cinese sta però esponendo problemi strutturali più profondi e difficilmente trattabili 10, che dall’ambito economico travalicano in quello prettamente politico. Diversi beni ad alta tecnologia made in China, infatti, non soffrono d’insufficiente domanda interna. Nel 2024, ad esempio, la Cina ha sfornato circa l’80% dei pannelli solari e il 70% dei veicoli elettrici prodotti nel mondo. Tuttavia, ha anche installato il doppio di tutta la capacità fotovoltaica presente negli Stati Uniti, totalizzando il 55% delle nuove installazioni a livello globale. Ha inoltre acquistato circa il 75% delle auto elettriche fabbricate nel mondo, sebbene il governo abbia quasi eliminato gli incentivi 11.
Al problema di un mercato interno che resta nel complesso sottodimensionato rispetto alla capacità industriale, sembra dunque associarsene un altro: una tendenza alla sovrapproduzione che Pechino non riesce o non vuole controllare. Da circa un anno le autorità hanno preso a stigmatizzare con crescente insistenza l’«espansione cieca» della produzione di pannelli solari, auto elettriche e batterie, oltre alle politiche di prezzo «irrazionali» di questi e altri comparti. Tuttavia, il partito non può fare molto di più: se dalle parole passasse ai fatti chiudendo forzatamente le aziende responsabili della frenesia produttiva – nel settore delle auto elettriche avrebbe l’imbarazzo della scelta: in Cina operano oggi oltre 200 gruppi, di cui nel 2024 solo quattro (Byd, Li Auto, Series Group e l’americana Tesla) risultavano in attivo 12 – rischierebbe di prosciugare i motori locali di crescita e impiego.
Premiando velocità e quantità rispetto a produttività e diversificazione, l’economia cinese incentiva strutturalmente a produrre troppo. I proventi dell’iva, che in Cina è la fonte più consistente del gettito fiscale, sono divisi equamente tra il governo centrale e quello della provincia dove il bene è prodotto, non dov’è consumato, il che incoraggia le province a finanziare spericolatamente nuovi impianti industriali e a sussidiare quelli in perdita. Da quando, nel 2011, il 14° piano quinquennale designò veicoli elettrici, batterie e pannelli solari quali «industrie strategiche emergenti», i piani quinquennali delle amministrazioni provinciali fecero altrettanto, promuovendo gli stessi settori.

Negli ultimi trent’anni e specialmente dal 2008, quando la crisi economico-finanziaria ha obbligato Pechino a trainare obtorto collo l’economia mondiale, le conseguenze di questo meccanismo perverso sono state smussate dal parallelo, forsennato sviluppo immobiliare sul quale si sono retti conti pubblici, occupazione e valore del risparmio privato. In Cina, come noto, lo Stato possiede tutti i terreni edificabili che poi affitta ai costruttori. Con questo meccanismo, per molti anni i governi locali (province) sono arrivati a coprire un terzo o più dei loro bilanci. L’incentivo a costruire non era dunque solo privato, ma anche e soprattutto politico. Gli esiti sono colossali: si stima 13 che in Cina sorgano oggi 600 milioni di edifici residenziali, il 90% dei quali in città medio-piccole (per gli standard cinesi) e nelle aree rurali. Con una media di 16 appartamenti a edificio, il paese ha 1,5 miliardi di appartamenti a fronte di 1,4 miliardi di abitanti. L’eccesso non sembrava un problema finché i cinesi, come gli italiani amanti del mattone, vi riversavano i loro risparmi: il 90% di essi possiede la casa in cui vive e il 20% ha più case, acquistate per i figli o come «investimento sicuro». Da quando però, nel 2021-22, la bolla è scoppiata con il fallimento del gigante edilizio Evergrande, i prezzi sono crollati tra il 20 e il 40% e la flessione continua, bruciando risparmi – metà dei proprietari ha pagato casa più di quanto valga ora – e reddito, dato che molti si ritrovano a onorare mutui eccedenti il valore attuale dell’immobile 14.
Nel frattempo, i governi locali vedevano dimezzarsi le entrate fondiarie (da 1.300 a 670 miliardi di dollari). Espandere la capacità industriale è diventato allora l’ultimo espediente sicuro con cui province e città possano spingere la crescita per garantire l’occupazione, far funzionare i servizi e centrare gli obiettivi dei piani quinquennali. Cioè per non trovarsi tra l’incudine del risentimento sociale e il martello del partito. Il risultato è un economia che, parafrasando la famosa analogia attribuita ad Albert Einstein, assomiglia a una bici dalle ruote bucate che corre giù dal precipizio decisa a non fermarsi, per non cadere. Il mezzo è nel complesso di buona qualità, ma lo è in modo difforme ed è condotto pericolosamente.
Fuor di metafora: l’economia cinese ha capacità quantitative e (sempre più) qualitative formidabili in sempre più settori, ma queste sono usate in modo sfrenato e autolesionistico. L’enfasi sulla quantità riduce al minimo i margini di profitto, sicché quando la domanda stagna e/o la concorrenza cresce, le aziende tagliano i prezzi – del 30% in media su quasi 230 modelli di auto elettriche negli ultimi due anni 15 – onde sfogare con l’export ciò che non possono astenersi dal produrre. Margini sempre più esigui impediscono però alle aziende di assumere: oltre a spiegare la disoccupazione giovanile al 20% 16 (con effetti negativi su una demografia già in marcato declino), questo deprime il già limitato reddito familiare e i già bassi consumi privati.

Tuttavia, la selezione darwiniana che molti osservatori pronosticano stenta ad avvenire, perché le aziende non chiudono: le banche (para)statali preferiscono rifinanziarle, per non doverle iscrivere a bilancio come passivi e non precipitare ricadute occupazionali sgradite a Pechino. Così, il manuale dell’industriale cinese – anche nei settori «emergenti» perché «strategici» – resta lo stesso: copia in fretta, produci in massa e straccia i prezzi. Questo andazzo non riscrive le leggi dell’economia (esercizio più che lecito), si limita a violarle a caro prezzo: mentre Byd soppianta Tesla quale leader mondiale delle auto elettriche e vede decollare le vendite all’estero, nel 2025 registra un calo dei profitti del 30% sul 2024 17.
4. Neijuan, letteralmente «involuzione», è oggi parola diffusa in Cina 18. Non è un concetto nuovo, ma la sua popolarità è esplosa sui social e nel parlato giovanile. Va di pari passo con altri tormentoni come tangping (stare distesi, restare a letto), metafora dell’apatia da stress; o runxue (filosofia del correre), che allude a una diffusa volontà di emigrare. «Involuzione» descrive la trappola socioeconomica creata da una competizione esasperata e controproducente, che genera rendimenti decrescenti: persone e aziende lavorano sempre di più, ma ottengono sempre meno. Questo crea stagnazione, eccesso di offerta, guerre dei prezzi e burnout (depressione da super lavoro) diffuso. Il duro lavoro non garantisce più il successo a molti giovani, il cui «sogno cinese» lascia il posto a un brusco risveglio.
Se questa parabola continuerà, difficilmente la Cina sfuggirà alla trappola del reddito medio: quella in cui piombano i paesi ormai troppo sviluppati per competere solo sui costi e sull’export economico, ma ancora troppo poveri per sostenere redditi, benessere e pace sociale (grafico 3). Le capacità tecnologiche cinesi sono aumentate in modo esponenziale: dal 2010 al 2025 il paese è passato dal 43° al 10° posto nel Global Innovation Index, la classifica più solida in materia 19.

L’esplosione dell’hi-tech, frutto anche di una precisa strategia politico-economica, ha contribuito però relativamente poco a consolidare il quadro macroeconomico cinese. Le industrie del settore, infatti, sono in gran parte medio-piccole, ma soprattutto ad alta intensità di capitale. Oggi la Cina è una potenza nell’elettronica di consumo, nell’e-commerce, nell’industria del legname e in quella mineraria, ma settori ad alta intensità di manodopera – cruciali per il benessere e la qualità della vita – come la sanità o la scuola restano pericolosamente negletti.
A fare notizia sono le frotte di ingegneri sfornate dagli atenei d’élite, ma quella cinese resta una delle forze lavoro meno istruite tra i paesi a reddito medio: il 60% circa si ferma all’equivalente della nostra licenza media. Di questo passo, la Cina impiegherà ancora decenni per arrivare al livello medio d’istruzione che avevano paesi come l’Irlanda o la Corea del Sud quando erano al suo odierno stato di sviluppo. Il riferimento non è ai 400 milioni di persone circa che formano la classe media; né ai poverissimi, oggi una frazione molto piccola rispetto a trent’anni fa. È ai circa 900 milioni di individui che continuano a vivere con circa 10 dollari al giorno, spesso nelle regioni interne, il cui benessere presente e futuro è cruciale per l’avvenire economico e per la stabilità politica del paese.
Questo esercito di quasi-poveri con pochi risparmi, scarsa istruzione, salute fragile e impieghi precari, fino a ieri lavorava nella manifattura ad alta intensità di manodopera e nell’edilizia. Ridottasi la prima e collassata la seconda dopo lo scoppio della bolla immobiliare, è andato ad affollare l’economia sommersa. Negli ultimi quindici anni, la quota di lavoratori cinesi nei settori «informali» è passata dal 40 al 60%: un livello paragonabile a diversi paesi africani e latinoamericani 20. Il contributo alla crescita di questa massa enorme di persone è estremamente ridotto rispetto alla sua entità.
Di fronte a tale realtà, il sistema cinese resta fortemente sbilanciato verso l’alta tecnologia e l’industria esportatrice, rispetto alle famiglie e ai consumi (grafico 4). La rete di protezione sociale è sottodimensionata, in molti casi quasi inesistente; le case hanno cessato di essere una riserva di ricchezza; il mercato dei capitali non è mai decollato come alternativa, complici l’opacità dell’apparato regolatorio (funzionale al ruolo dirigistico del partito) e la presenza di un enorme «sistema bancario ombra», la cui reale entità è forse ignota anche allo Stato. Il risultato è un monumentale spreco di risorse: l’hi-tech cinese continua a sfornare software e hardware di prim’ordine, ma la produttività ristagna e concorre molto meno che in passato alla crescita economica.

La risultante ossessione per l’export come valvola di sfogo determina un paradosso: la Cina sta rendendo impossibile commerciare 21. Il commercio è uno scambio. Tuttavia, l’instancabile enfasi sull’«apertura unilaterale» (cioè forzata e non reciproca) dei mercati altrui alle merci cinesi e sull’«autosufficienza» – la sostituzione delle importazioni con produzioni nazionali – ha generato l’ossimoro di un commercio a senso unico. Una condizione incompatibile con le esigenze di Europa, Giappone, Stati Uniti o Corea del Sud, i cui cittadini hanno bisogno di lavorare. Ma inconciliabile anche con gli obiettivi cinesi, in quanto – come attesta la montagna del debito statunitense, generata peraltro in un regime di «esorbitante privilegio» monetario estraneo alla Cina – senza i proventi dell’economia reale alla lunga finiscono i soldi necessari a importare.
Questo pone la Cina e i suoi «partner» commerciali di fronte a due scelte: una difficile e una pessima, che non si escludono necessariamente a vicenda. Quella difficile è diventare più competitivi attraverso riforme e innovazione. Quella pessima è chiudersi in un crescente, impermeabile protezionismo: opzione che molti paesi ritengono sempre più difficile da evitare se vogliono conservare un’industria.
Buona fortuna ai cinesi. E a tutti noi.
Note:
1. «China’s Economy is Forecast to Grow Faster Than Expected in 2026», Goldman Sachs, 21/11/2025.
2. G. Rachman, «Why Xi holds a stronger hand than Trump», Financial Times, 14/4/2025.
3. A.S. Posen, «Trade Wars Are Easy to Lose», Foreign Affairs, 9/4/2025.
4. K. Jin, «If Trump is trying to suppress China, he’s going about it all wrong», Financial Times, 10/4/2025.
5. Z. Wu, R. McMorrow, «China’s tech giants take AI model training offshore to tap Nvidia chips», Financial Times, 27/11/2025.
6. E. White, «Is China winning the innovation race?», Financial Times, 28/11/2025.
7. D. Wang, Breakneck. China’s Quest to Engineer the Future, W. W. Norton & Company, 2025.
8. E. White, op. cit.
9. K. Inagaki, «Europe’s carmakers risk losing plug-in hybrid war to China on their own turf», Financial Times, 20/11/2025.
10. L.C. Lee, «The China Model’s Fatal Flaw», Foreign Affairs, 21/10/2025.
11. «Trends in electric car markets», in Global EV Outlook 2025 – Expanding sales in diverse markets, International Energy Agency (Iea), luglio 2025; F. Lambert, «Electric vehicles reach tipping point in China, surge to 51% market share», Electrek, 29/8/2025; Ember, «China», aggiornato al 25/11/2025.
12. B. Anderson, «Only Four EV Brands Are Profitable And Two of Them Might Surprise You», CarScoops, 31/3/2025; L. He, «A brutal elimination round is reshaping the world’s biggest market for electric cars», Cnn, 24/4/2024.
13. «China Announced that it Has Built 600 Million Buildings», ChinaScope (su fonte Epoch Times), 24/2/2023.
14. «China’s property market is (somehow) worsening», Economist, 27/11/2025.
15. T. Carter, «BYD just fired another shot in China’s EV price war – and investors are worried», Business Insider, 26/5/2025.
16. «China Youth Unemployment Rate», Trading Economics, aggiornato ottobre 2025.
17. Ibidem.
18. A. Howkins, «What is neijuan, and why is China worried about it?», The Guardian, 24/12/2024.
19. S. Kennedy, S. Rozelle, «China’s Tech Obsession Is Weighing Down Its Economy», Foreign Policy, 10/10/2025.
20. «Statistics on the informal economy», Ilo (international Labour Organization), dati relativi al 2024; S. Rozelle, N. Hell, Invisible China: How the Urban-Rural Divide Threatens China’s Rise, University of Chicago Press, ott. 2020.
21. R. Harding, «China is making trade impossible», Financial Times, 26/11/2025.
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