LEZIONI DALLA STORIA PER PRESERVARE L’IMPERO DEL CENTRO Limes 2025-12

 

LEZIONI DALLA STORIA PER PRESERVARE L’IMPERO DEL CENTRO

L’epopea della Cina è segnata più da fasi di disgregazione che di unità. Implementando riforme e democrazia, Pechino scongiurerà nuove frammentazioni e convincerà i taiwanesi ad accogliere l’unificazione con la madrepatria.

con GE Jianxiong

Pubblicato il 29 Dicembre 2025 alle 10:18

Pubblicato in: IL TEMPO DELLA CINA - n°12 - 2025

Cina

Asia-Pacifico

Carta di Laura Canali - 2018 






1. La storia della Cina è segnata dall’alternanza tra fasi di unificazione e frammentazione. A tale tema ho dedicato molteplici ricerche negli ultimi quarant’anni 1. In «Unità, divisione e storia della Cina» (in Teoria e orizzonti: Studi sociali, culturali e storici, Hebei People’s Publishing House, 1988), ho proposto una serie di interpretazioni di questa dinamica discostandomi dalle letture tradizionali secondo le quali il passato sarebbe stato caratterizzato soprattutto da «grandi unificazioni», con lunghe fasi di unità e fratture di breve durata. Ciò dipende dal fatto che gli standard adottati e tuttora accettati da una parte degli studiosi si basano esclusivamente sull’estensione degli Stati centrali abitati dal popolo huaxia. Ossia dei poteri costruiti prevalentemente su territori agricoli governati da popolazioni antenate degli han.

Dopo un’analisi dettagliata degli effetti che unificazione e divisione hanno esercitato sui diversi aspetti della storia cinese, ritengo che le cause dei fattori negativi e delle patologie sociali sorte durante le epoche di unità non risiedano nell’unificazione in sé, né nella pace e nella prosperità economica che essa ha portato, bensì nel sistema politico. Cioè nel modo in cui è stata perseguita l’unità, nelle modalità di governo e nel grado di centralizzazione. Allo stesso modo, gli elementi positivi presenti nelle fasi di divisione non sono derivati dalla frammentazione in quanto tale, né dalla guerra o dalla distruzione, ma dal fatto che tali periodi minavano e indebolivano i vecchi assetti istituzionali: una sorta di effetto collaterale della temporanea o parziale dissoluzione del sistema centralizzato indotta da forze esterne o da pressioni interne.

Per questo motivo, finché approfondiremo le riforme politiche e implementeremo un sistema democratico, sarà del tutto possibile raggiungere più obiettivi: eliminare gli eccessi del potere centralizzato pur mantenendo l’unità nazionale; evitare la frammentazione; consentire il pieno sviluppo delle diverse regioni; preservare la coesione etnica e l’ordine sociale garantendo a tutti i gruppi un alto grado di libertà.

Carta di Laura Canali - 2025 

2. L’unità è un concetto politico: indica la convergenza, la centralizzazione o l’integrazione politica tra Stati oppure all’interno di un singolo paese o sistema politico. Si può parlare di unificazione quando un potere elimina o assorbe gli altri presenti nel territorio sotto la sua giurisdizione. Oppure quando un sistema ristabilisce integralmente o anche solo parzialmente i precedenti, purché vi sia accordo tra le parti. Al contrario, la frammentazione si verifica quando un potere si scinde in due o più elementi reciprocamente indipendenti. Oppure quando una sezione del territorio originariamente soggetto a un sistema se ne separa o diventa autonoma.

Prima del 221 a.C. (anno della fondazione del primo impero, con la dinastia Qin, n.d.t.), cioè nelle epoche Xia, Shang e Zhou, a causa del sistema feudale l’unificazione era soltanto nominale. La Cina era divisa. Negli oltre mille anni successivi al 221 a.C., dalla dinastia Qin a quella Song, coesistettero stabilmente accanto ai regni delle pianure centrali anche sistemi periferici o non collegati alle popolazioni huaxia. Nel 1759, durante il regno di Qianlong (sovrano dei Qing), la Cina raggiunse un’autentica unificazione territoriale, che però durò solo 81 anni. Dopo il 1840, il paese entrò nuovamente in una fase di divisione o semidivisione, che non si è ancora conclusa. La piena unificazione resta ancora da compiere.

Nello specifico, dal 221 a.C. al 1911, se si adottano come criteri la sostanziale restaurazione dei confini delle dinastie precedenti e il mantenimento di pace e stabilità nelle pianure centrali, il periodo di unità ammonta a 952 anni, il 45% del totale. Se invece si usa il criterio della «vera unificazione», l’intervallo si riduce a soli 81 anni, pari al 4%.

3. Dal periodo Qin fino a quelli Han, Jin, Sui, Tang, Song e Ming, le definizioni tradizionali legate ai periodi di «grande unificazione» non considerano quasi mai le regioni pastorali né l’intero territorio che oggi costituisce la Cina. Per esempio, la dinastia Song settentrionale va intesa come un momento di divisione. Infatti non ristabilì minimamente l’estensione territoriale avuta in quella Tang. Inoltre, all’epoca coesistevano sistemi come quelli dei Liao, dei Xia occidentali, dei Dali, degli uiguri di Gaochang, dei karakhanidi e il Tibet.

Sebbene già durante la dinastia Zhou Occidentale si fosse formato il concetto secondo cui «tutto ciò che è sotto il cielo appartiene al sovrano», i governanti huaxia, a capo di un sistema fondato sull’agricoltura, includevano nel territorio oggetto di amministrazione diretta soltanto le regioni adatte alla coltivazione. L’imperatore Wudi della dinastia Han ampliò i confini, estendendo l’istituzione di prefetture e contee fino al corridoio del Gansu, alla parte centrale della penisola coreana e all’odierno Vietnam centrale. Tuttavia non furono incorporati la Manciuria, l’altopiano mongolo e quello tibetano, poiché all’epoca tali aree non erano idonee alla produzione agricola. Questa configurazione rimase invariata fino ai Ming.

Le popolazioni pastorali, una volta insediatesi nel cuore dell’impero, governarono l’intera area agricola senza rinunciare ai propri territori e unificarono tutte le zone in un unico sistema politico. Soltanto gli imperi della dinastia mongola Yuan e di quella mancese Qin possono essere descritti come «grandi unificatori». Nondimeno, sotto gli Yuan una parte dell’attuale Xinjiang restò sotto il controllo del canato ciagataide. La vera unità territoriale si realizzò solo con l’imperatore Qianlong, nel 1759.

Carta di Laura Canali - 2025 

4. Quell’anno, con la pacificazione delle regioni a nord e a sud del sistema montuoso del Tianshan, l’impero Qing raggiunse l’unificazione più estesa della storia cinese. Fu lo stesso Qianlong a definire i confini occidentali. Nel 1689, l’imperatore Kangxi stabilì con la Russia quelli nord-orientali tramite il trattato di Nerčinsk, mentre nel 1727 con il sovrano Yongzheng le frontiere settentrionali furono fissate grazie all’accordo di Bura e al trattato di Kjachta. I governanti cinesi presero decisioni in autonomia, senza pressioni estere.

Precedentemente, dalla dinastia Qin in poi, le dinamiche di unificazione e frammentazione furono il risultato di meccanismi interni, sviluppatisi in un contesto sostanzialmente chiuso, senza interferenze esterne e senza che soggetti stranieri potessero determinarne l’esito. Qualsiasi potere che tentasse di separarsi senza una forza militare sufficiente era destinato a scegliere tra resa o annientamento. Anche quando riusciva a ottenere un controllo regionale temporaneo, non poteva aspettarsi approvazione o sostegno al di fuori della Cina: rimaneva un attore «illegittimo» privo di riconoscimento ufficiale e finiva inevitabilmente reintegrato nell’impero.

Dopo le guerre dell’oppio le potenze occidentali – soprattutto Russia e Giappone (confinanti con la Cina), Gran Bretagna e Francia (che possedevano colonie nelle aree circostanti) – parteciparono alla spartizione del territorio cinese e sostennero direttamente o indirettamente le forze separatiste. La Mongolia esterna si distaccò grazie all’appoggio dell’impero russo e successivamente dell’Unione Sovietica. Il governo cinese fu costretto a riconoscerne l’indipendenza nel 1946, sotto la pressione del cosiddetto ordine di Jalta costruito da Washington, Londra e Mosca.

5. Dal 1949 fino alla fine degli anni Settanta, la prima generazione di leader del Partito comunista considerò prioritaria la realizzazione dell’unità nazionale attraverso la liberazione di Taiwan.

Dopo la fondazione della Repubblica Popolare, Pechino preparò l’operazione anfibia. Ma con lo scoppio della guerra di Corea la Settima Flotta degli Stati Uniti bloccò lo Stretto, rendendo permanente la separazione tra madrepatria e Taipei. Chiang Kai-shek e il governo taiwanese fondarono la loro legittimità sull’obiettivo di «riconquistare il continente e restaurare la repubblica», opponendosi fermamente al comunismo. Entrambe le parti sostenevano l’esistenza di «una sola Cina». La differenza risiedeva nel fatto che ciascuna riteneva di esserne l’unica legittima rappresentante. L’altra parte era bollata come «fuorilegge» o «regime illegittimo» destinato all’eliminazione.

Carta di Laura Canali - 2025 

A partire dagli anni Ottanta le relazioni sino-statunitensi si normalizzarono. Nella Cina continentale, la politica di «riforma e apertura» innescò la crescita. Taiwan registrò un rapido sviluppo economico e sociale. Le autorità di entrambe le sponde dello Stretto giunsero alla consapevolezza che la riunificazione attraverso la forza non era né possibile né necessaria. La soluzione ideale sarebbe stata una riunificazione pacifica, tramite negoziati. Le parti tennero un primo incontro segreto a Hong Kong, che però non ebbe seguito. Il processo si arenò di fronte a un conflitto insanabile riguardo allo status reciproco, durante e dopo l’unificazione.

La Cina continentale insisteva che le due parti costituissero un rapporto tra governo centrale e locale. Taiwan avrebbe potuto godere della massima autonomia e di condizioni preferenziali, diventando una regione speciale ancor più autonoma di Hong Kong. Tuttavia, non avrebbe potuto condividere il potere centrale né porsi sul suo medesimo piano. Taipei esigeva la parità, rifiutando il modello «un paese, due sistemi» e insistendo sul mantenimento di un proprio «spazio internazionale».

Il Consenso del 1992 raggiunto a Singapore fu un compromesso forzato, riflesso della tradizionale saggezza politica cinese. Era un’intesa non formalizzata, priva di un testo scritto, basata su un tacito accordo. Pechino enfatizzava l’idea di «una sola Cina». Taiwan poneva l’accento sul principio «ciascuno con la propria interpretazione». Il punto di convergenza restava il mantenimento dello status quo.

Le relazioni bilaterali rimasero relativamente stabili, con scambi frequenti e una crescente cooperazione. La linea politica di fondo di Taipei era «né indipendenza, né unificazione, né guerra».

6. Ormai a Taiwan la prima e la seconda generazione di immigrati dalla Cina continentale sono venute meno per ragioni anagrafiche. Le giovani generazioni hanno cambiato prospettiva e il divario di percezioni tra le due sponde dello Stretto si è fatto sempre più ampio. Al punto da diventare insanabile: la base comune dell’opinione pubblica non esiste più.

Pechino ritiene che la riunificazione sia naturale, incontestabile e che Taiwan sia parte integrante del suo territorio fin dall’antichità. La dichiarazione del Cairo (1943) e quella di Potsdam (1945) stabiliscono esplicitamente il ritorno dell’isola alla madrepatria. Taipei invece sostiene che non vi sia alcuna ragione in favore della riunificazione e che anche se ieri l’isola fosse stata cinese oggi potrebbe comunque diventare indipendente tramite il principio di «autodeterminazione dei popoli». Pechino asserisce che la condivisione di cultura e origine etnica impone naturalmente l’unificazione. Taipei ribatte che la comunanza linguistica e culturale non implica la necessità di appartenere allo stesso Stato. Nel mondo esistono molti esempi di popolazioni affini che vivono in paesi diversi senza che ciò comprometta la loro identità.

Carta di Laura Canali - 2025 

Per Pechino un’eventuale consultazione popolare sulla riunificazione dovrebbe coinvolgere anche gli abitanti della Cina continentale. Taiwan sostiene invece che basterebbe il voto dei suoi cittadini. La Repubblica Popolare considera la liberazione dell’isola la prosecuzione della guerra civile interrotta nel 1949. Poiché le autorità taiwanesi non vogliono né arrendersi né negoziare, l’unico modo per porvi fine sarebbe l’uso della forza. Taipei afferma invece che la parte continentale non ha alcun diritto di «invadere militarmente».

Le prospettive divergenti delle rispettive opinioni pubbliche esercitano pressioni enormi sui governanti di entrambe le parti, limitandone i margini di scelta e offrendo spazio alle forze favorevoli all’indipendenza. Negli ultimi anni, nella Cina continentale, soprattutto tra i giovani, è cresciuta la richiesta di realizzare quanto prima la riunificazione con l’uso della forza, ritenendo che sia meglio una sofferenza breve rispetto a una lunga agonia. I territori sarebbero dunque da riconquistare a ogni costo, ripristinando lo status amministrativo della provincia di Taiwan e applicando in modo immediato il principio «un paese, un sistema». Parallelamente, le forze indipendentiste taiwanesi ritengono che il momento sia favorevole. Confidano ciecamente nelle «sei garanzie» fornite in passato dal presidente americano Ronald Reagan, illudendosi che con il sostegno degli Stati Uniti i loro obiettivi possano realizzarsi.

Sotto il profilo militare ed economico, Pechino possiede ormai un vantaggio assoluto su Taipei. Inoltre la questione di Taiwan è un affare nazionale, che non ammette interferenze straniere. Quando i negoziati risultano inefficaci, l’uso della forza per porre fine a uno stato di guerra interno è pienamente legittimo. Se la Repubblica Popolare ha mostrato finora la massima sincerità e pazienza nel perseguire la riunificazione pacifica, ciò deriva non soltanto da considerazioni di interesse nazionale e di solidarietà etnica, ma anche dalla consapevolezza delle conseguenze globali. Pechino e Taipei appartengono entrambe a un’unica Cina e il governo non desidera arrecare danno al proprio popolo. Qualunque sia la sponda dello Stretto su cui esso vive.

Lo scoppio di un conflitto comporterebbe inevitabili perdite di vite umane e danni economici, comprometterebbe gli interessi di tutto il paese e ritarderebbe il raggiungimento dell’obiettivo della costruzione di un potente Stato moderno. Data la posizione attuale della Repubblica Popolare nello scenario mondiale, una guerra nello Stretto di Taiwan avrebbe effetti profondi sulle catene globali del valore e dell’approvvigionamento, sul commercio internazionale, sulla sicurezza regionale, e infliggerebbe un duro colpo all’economia mondiale, ostacolando la globalizzazione e minacciando pace e stabilità internazionali.

Per queste ragioni, Pechino ha ribadito più volte che farà tutto il possibile per realizzare la riunificazione attraverso mezzi pacifici. A patto che Taiwan non superi la linea rossa della «Cina unica» e non persegua l’indipendenza.

7. La divisione tra la Repubblica Popolare e l’isola è dipesa dall’intervento armato degli Stati Uniti. Il motivo per cui oggi le forze indipendentiste taiwanesi si sentono protette è l’incoraggiamento e il sostegno americani. Washington ha una responsabilità storica ineludibile nella divisione della Cina, ma allo stesso tempo è anche l’attore che più di ogni altro potrebbe favorire una riunificazione pacifica. Se la Casa Bianca si attenesse ai princìpi e agli impegni definiti nei comunicati congiunti sino-statunitensi e non inviasse segnali sbagliati alle forze indipendentiste, queste non oserebbero muoversi imprudentemente. Così Pechino e Taipei avrebbero più tempo e spazio per avanzare verso una soluzione pacifica della questione.

Durante la presidenza di Ma Ying-jeou, le autorità taiwanesi hanno sostenuto la linea della «non indipendenza». Allo stesso tempo hanno rivendicato il principio della «non unificazione», invocando principalmente le differenze tra i sistemi politici delle due sponde dello Stretto. Tuttavia, nello statuto del Partito comunista cinese emendato al XX Congresso è stato solennemente dichiarato che «pace, sviluppo, equità, giustizia, democrazia e libertà» costituiscono «valori comuni dell’umanità intera». Quando la Cina continentale avrà costruito un paese moderno fondato su questi princìpi, il suo sistema politico non sarà forse in sintonia con l’ideale condiviso da tutti i popoli del mondo, compresi i cittadini di Taiwan? A quel punto, lasciando la decisione al libero voto del popolo taiwanese, è ragionevole credere che l’unificazione diventerà la scelta prevalente.

(traduzione di Chiara Lepri)

 

Note:

1. Per approfondire, Sotto il Cielo: Unità, divisione e politica cinese, Changchun 1989, Jilin Education Press e Unità e divisione: Le lezioni della storia cinese, Taiwan 1991, Jinxiu Publishing; «Dopo una lunga divisione viene l’unificazione, dopo una lunga unificazione la divisione: ulteriori riflessioni sull’unità e sulla divisione nella storia cinese», in Discorsi sulla Cina, Nanchang 1999, Jiangxi Education Press.




LEZIONI DALLA STORIA PER PRESERVARE L’IMPERO DEL CENTRO

L’epopea della Cina è segnata più da fasi di disgregazione che di unitàImplementando riforme e democrazia, Pechino scongiurerà nuove frammentazioni e convincerà i taiwanesi ad accogliere l’unificazione con la madrepatria.
con GE Jianxiong
Pubblicato il 
Pubblicato in: IL TEMPO DELLA CINA - n°12 - 2025
Carta di Laura Canali - 2018
Carta di Laura Canali - 2018 

1. La storia della Cina è segnata dall’alternanza tra fasi di unificazione e frammentazione. A tale tema ho dedicato molteplici ricerche negli ultimi quarant’anni 1. In «Unità, divisione e storia della Cina» (in Teoria e orizzonti: Studi sociali, culturali e storici, Hebei People’s Publishing House, 1988), ho proposto una serie di interpretazioni di questa dinamica discostandomi dalle letture tradizionali secondo le quali il passato sarebbe stato caratterizzato soprattutto da «grandi unificazioni», con lunghe fasi di unità e fratture di breve durata. Ciò dipende dal fatto che gli standard adottati e tuttora accettati da una parte degli studiosi si basano esclusivamente sull’estensione degli Stati centrali abitati dal popolo huaxia. Ossia dei poteri costruiti prevalentemente su territori agricoli governati da popolazioni antenate degli han.

Dopo un’analisi dettagliata degli effetti che unificazione e divisione hanno esercitato sui diversi aspetti della storia cinese, ritengo che le cause dei fattori negativi e delle patologie sociali sorte durante le epoche di unità non risiedano nell’unificazione in sé, né nella pace e nella prosperità economica che essa ha portato, bensì nel sistema politico. Cioè nel modo in cui è stata perseguita l’unità, nelle modalità di governo e nel grado di centralizzazione. Allo stesso modo, gli elementi positivi presenti nelle fasi di divisione non sono derivati dalla frammentazione in quanto tale, né dalla guerra o dalla distruzione, ma dal fatto che tali periodi minavano e indebolivano i vecchi assetti istituzionali: una sorta di effetto collaterale della temporanea o parziale dissoluzione del sistema centralizzato indotta da forze esterne o da pressioni interne.

Per questo motivo, finché approfondiremo le riforme politiche e implementeremo un sistema democratico, sarà del tutto possibile raggiungere più obiettivi: eliminare gli eccessi del potere centralizzato pur mantenendo l’unità nazionale; evitare la frammentazione; consentire il pieno sviluppo delle diverse regioni; preservare la coesione etnica e l’ordine sociale garantendo a tutti i gruppi un alto grado di libertà.

Carta di Laura Canali - 2025
Carta di Laura Canali - 2025 

2. L’unità è un concetto politico: indica la convergenza, la centralizzazione o l’integrazione politica tra Stati oppure all’interno di un singolo paese o sistema politico. Si può parlare di unificazione quando un potere elimina o assorbe gli altri presenti nel territorio sotto la sua giurisdizione. Oppure quando un sistema ristabilisce integralmente o anche solo parzialmente i precedenti, purché vi sia accordo tra le parti. Al contrario, la frammentazione si verifica quando un potere si scinde in due o più elementi reciprocamente indipendenti. Oppure quando una sezione del territorio originariamente soggetto a un sistema se ne separa o diventa autonoma.

Prima del 221 a.C. (anno della fondazione del primo impero, con la dinastia Qin, n.d.t.), cioè nelle epoche Xia, Shang e Zhou, a causa del sistema feudale l’unificazione era soltanto nominale. La Cina era divisa. Negli oltre mille anni successivi al 221 a.C., dalla dinastia Qin a quella Song, coesistettero stabilmente accanto ai regni delle pianure centrali anche sistemi periferici o non collegati alle popolazioni huaxia. Nel 1759, durante il regno di Qianlong (sovrano dei Qing), la Cina raggiunse un’autentica unificazione territoriale, che però durò solo 81 anni. Dopo il 1840, il paese entrò nuovamente in una fase di divisione o semidivisione, che non si è ancora conclusa. La piena unificazione resta ancora da compiere.

Nello specifico, dal 221 a.C. al 1911, se si adottano come criteri la sostanziale restaurazione dei confini delle dinastie precedenti e il mantenimento di pace e stabilità nelle pianure centrali, il periodo di unità ammonta a 952 anni, il 45% del totale. Se invece si usa il criterio della «vera unificazione», l’intervallo si riduce a soli 81 anni, pari al 4%.

3. Dal periodo Qin fino a quelli Han, Jin, Sui, Tang, Song e Ming, le definizioni tradizionali legate ai periodi di «grande unificazione» non considerano quasi mai le regioni pastorali né l’intero territorio che oggi costituisce la Cina. Per esempio, la dinastia Song settentrionale va intesa come un momento di divisione. Infatti non ristabilì minimamente l’estensione territoriale avuta in quella Tang. Inoltre, all’epoca coesistevano sistemi come quelli dei Liao, dei Xia occidentali, dei Dali, degli uiguri di Gaochang, dei karakhanidi e il Tibet.

Sebbene già durante la dinastia Zhou Occidentale si fosse formato il concetto secondo cui «tutto ciò che è sotto il cielo appartiene al sovrano», i governanti huaxia, a capo di un sistema fondato sull’agricoltura, includevano nel territorio oggetto di amministrazione diretta soltanto le regioni adatte alla coltivazione. L’imperatore Wudi della dinastia Han ampliò i confini, estendendo l’istituzione di prefetture e contee fino al corridoio del Gansu, alla parte centrale della penisola coreana e all’odierno Vietnam centrale. Tuttavia non furono incorporati la Manciuria, l’altopiano mongolo e quello tibetano, poiché all’epoca tali aree non erano idonee alla produzione agricola. Questa configurazione rimase invariata fino ai Ming.

Le popolazioni pastorali, una volta insediatesi nel cuore dell’impero, governarono l’intera area agricola senza rinunciare ai propri territori e unificarono tutte le zone in un unico sistema politico. Soltanto gli imperi della dinastia mongola Yuan e di quella mancese Qin possono essere descritti come «grandi unificatori». Nondimeno, sotto gli Yuan una parte dell’attuale Xinjiang restò sotto il controllo del canato ciagataide. La vera unità territoriale si realizzò solo con l’imperatore Qianlong, nel 1759.

Carta di Laura Canali - 2025
Carta di Laura Canali - 2025 

4. Quell’anno, con la pacificazione delle regioni a nord e a sud del sistema montuoso del Tianshan, l’impero Qing raggiunse l’unificazione più estesa della storia cinese. Fu lo stesso Qianlong a definire i confini occidentali. Nel 1689, l’imperatore Kangxi stabilì con la Russia quelli nord-orientali tramite il trattato di Nerčinsk, mentre nel 1727 con il sovrano Yongzheng le frontiere settentrionali furono fissate grazie all’accordo di Bura e al trattato di Kjachta. I governanti cinesi presero decisioni in autonomia, senza pressioni estere.

Precedentemente, dalla dinastia Qin in poi, le dinamiche di unificazione e frammentazione furono il risultato di meccanismi interni, sviluppatisi in un contesto sostanzialmente chiuso, senza interferenze esterne e senza che soggetti stranieri potessero determinarne l’esito. Qualsiasi potere che tentasse di separarsi senza una forza militare sufficiente era destinato a scegliere tra resa o annientamento. Anche quando riusciva a ottenere un controllo regionale temporaneo, non poteva aspettarsi approvazione o sostegno al di fuori della Cina: rimaneva un attore «illegittimo» privo di riconoscimento ufficiale e finiva inevitabilmente reintegrato nell’impero.

Dopo le guerre dell’oppio le potenze occidentali – soprattutto Russia e Giappone (confinanti con la Cina), Gran Bretagna e Francia (che possedevano colonie nelle aree circostanti) – parteciparono alla spartizione del territorio cinese e sostennero direttamente o indirettamente le forze separatiste. La Mongolia esterna si distaccò grazie all’appoggio dell’impero russo e successivamente dell’Unione Sovietica. Il governo cinese fu costretto a riconoscerne l’indipendenza nel 1946, sotto la pressione del cosiddetto ordine di Jalta costruito da Washington, Londra e Mosca.

5. Dal 1949 fino alla fine degli anni Settanta, la prima generazione di leader del Partito comunista considerò prioritaria la realizzazione dell’unità nazionale attraverso la liberazione di Taiwan.

Dopo la fondazione della Repubblica Popolare, Pechino preparò l’operazione anfibia. Ma con lo scoppio della guerra di Corea la Settima Flotta degli Stati Uniti bloccò lo Stretto, rendendo permanente la separazione tra madrepatria e Taipei. Chiang Kai-shek e il governo taiwanese fondarono la loro legittimità sull’obiettivo di «riconquistare il continente e restaurare la repubblica», opponendosi fermamente al comunismo. Entrambe le parti sostenevano l’esistenza di «una sola Cina». La differenza risiedeva nel fatto che ciascuna riteneva di esserne l’unica legittima rappresentante. L’altra parte era bollata come «fuorilegge» o «regime illegittimo» destinato all’eliminazione.

Carta di Laura Canali - 2025
Carta di Laura Canali - 2025 

A partire dagli anni Ottanta le relazioni sino-statunitensi si normalizzarono. Nella Cina continentale, la politica di «riforma e apertura» innescò la crescita. Taiwan registrò un rapido sviluppo economico e sociale. Le autorità di entrambe le sponde dello Stretto giunsero alla consapevolezza che la riunificazione attraverso la forza non era né possibile né necessaria. La soluzione ideale sarebbe stata una riunificazione pacifica, tramite negoziati. Le parti tennero un primo incontro segreto a Hong Kong, che però non ebbe seguito. Il processo si arenò di fronte a un conflitto insanabile riguardo allo status reciproco, durante e dopo l’unificazione.

La Cina continentale insisteva che le due parti costituissero un rapporto tra governo centrale e locale. Taiwan avrebbe potuto godere della massima autonomia e di condizioni preferenziali, diventando una regione speciale ancor più autonoma di Hong Kong. Tuttavia, non avrebbe potuto condividere il potere centrale né porsi sul suo medesimo piano. Taipei esigeva la parità, rifiutando il modello «un paese, due sistemi» e insistendo sul mantenimento di un proprio «spazio internazionale».

Il Consenso del 1992 raggiunto a Singapore fu un compromesso forzato, riflesso della tradizionale saggezza politica cinese. Era un’intesa non formalizzata, priva di un testo scritto, basata su un tacito accordo. Pechino enfatizzava l’idea di «una sola Cina». Taiwan poneva l’accento sul principio «ciascuno con la propria interpretazione». Il punto di convergenza restava il mantenimento dello status quo.

Le relazioni bilaterali rimasero relativamente stabili, con scambi frequenti e una crescente cooperazione. La linea politica di fondo di Taipei era «né indipendenza, né unificazione, né guerra».

6. Ormai a Taiwan la prima e la seconda generazione di immigrati dalla Cina continentale sono venute meno per ragioni anagrafiche. Le giovani generazioni hanno cambiato prospettiva e il divario di percezioni tra le due sponde dello Stretto si è fatto sempre più ampio. Al punto da diventare insanabile: la base comune dell’opinione pubblica non esiste più.

Pechino ritiene che la riunificazione sia naturale, incontestabile e che Taiwan sia parte integrante del suo territorio fin dall’antichità. La dichiarazione del Cairo (1943) e quella di Potsdam (1945) stabiliscono esplicitamente il ritorno dell’isola alla madrepatria. Taipei invece sostiene che non vi sia alcuna ragione in favore della riunificazione e che anche se ieri l’isola fosse stata cinese oggi potrebbe comunque diventare indipendente tramite il principio di «autodeterminazione dei popoli». Pechino asserisce che la condivisione di cultura e origine etnica impone naturalmente l’unificazione. Taipei ribatte che la comunanza linguistica e culturale non implica la necessità di appartenere allo stesso Stato. Nel mondo esistono molti esempi di popolazioni affini che vivono in paesi diversi senza che ciò comprometta la loro identità.

Carta di Laura Canali - 2025
Carta di Laura Canali - 2025 

Per Pechino un’eventuale consultazione popolare sulla riunificazione dovrebbe coinvolgere anche gli abitanti della Cina continentale. Taiwan sostiene invece che basterebbe il voto dei suoi cittadini. La Repubblica Popolare considera la liberazione dell’isola la prosecuzione della guerra civile interrotta nel 1949. Poiché le autorità taiwanesi non vogliono né arrendersi né negoziare, l’unico modo per porvi fine sarebbe l’uso della forza. Taipei afferma invece che la parte continentale non ha alcun diritto di «invadere militarmente».

Le prospettive divergenti delle rispettive opinioni pubbliche esercitano pressioni enormi sui governanti di entrambe le parti, limitandone i margini di scelta e offrendo spazio alle forze favorevoli all’indipendenza. Negli ultimi anni, nella Cina continentale, soprattutto tra i giovani, è cresciuta la richiesta di realizzare quanto prima la riunificazione con l’uso della forza, ritenendo che sia meglio una sofferenza breve rispetto a una lunga agonia. I territori sarebbero dunque da riconquistare a ogni costo, ripristinando lo status amministrativo della provincia di Taiwan e applicando in modo immediato il principio «un paese, un sistema». Parallelamente, le forze indipendentiste taiwanesi ritengono che il momento sia favorevole. Confidano ciecamente nelle «sei garanzie» fornite in passato dal presidente americano Ronald Reagan, illudendosi che con il sostegno degli Stati Uniti i loro obiettivi possano realizzarsi.

Sotto il profilo militare ed economico, Pechino possiede ormai un vantaggio assoluto su Taipei. Inoltre la questione di Taiwan è un affare nazionale, che non ammette interferenze straniere. Quando i negoziati risultano inefficaci, l’uso della forza per porre fine a uno stato di guerra interno è pienamente legittimo. Se la Repubblica Popolare ha mostrato finora la massima sincerità e pazienza nel perseguire la riunificazione pacifica, ciò deriva non soltanto da considerazioni di interesse nazionale e di solidarietà etnica, ma anche dalla consapevolezza delle conseguenze globali. Pechino e Taipei appartengono entrambe a un’unica Cina e il governo non desidera arrecare danno al proprio popolo. Qualunque sia la sponda dello Stretto su cui esso vive.

Lo scoppio di un conflitto comporterebbe inevitabili perdite di vite umane e danni economici, comprometterebbe gli interessi di tutto il paese e ritarderebbe il raggiungimento dell’obiettivo della costruzione di un potente Stato moderno. Data la posizione attuale della Repubblica Popolare nello scenario mondiale, una guerra nello Stretto di Taiwan avrebbe effetti profondi sulle catene globali del valore e dell’approvvigionamento, sul commercio internazionale, sulla sicurezza regionale, e infliggerebbe un duro colpo all’economia mondiale, ostacolando la globalizzazione e minacciando pace e stabilità internazionali.

Per queste ragioni, Pechino ha ribadito più volte che farà tutto il possibile per realizzare la riunificazione attraverso mezzi pacifici. A patto che Taiwan non superi la linea rossa della «Cina unica» e non persegua l’indipendenza.

7. La divisione tra la Repubblica Popolare e l’isola è dipesa dall’intervento armato degli Stati Uniti. Il motivo per cui oggi le forze indipendentiste taiwanesi si sentono protette è l’incoraggiamento e il sostegno americani. Washington ha una responsabilità storica ineludibile nella divisione della Cina, ma allo stesso tempo è anche l’attore che più di ogni altro potrebbe favorire una riunificazione pacifica. Se la Casa Bianca si attenesse ai princìpi e agli impegni definiti nei comunicati congiunti sino-statunitensi e non inviasse segnali sbagliati alle forze indipendentiste, queste non oserebbero muoversi imprudentemente. Così Pechino e Taipei avrebbero più tempo e spazio per avanzare verso una soluzione pacifica della questione.

Durante la presidenza di Ma Ying-jeou, le autorità taiwanesi hanno sostenuto la linea della «non indipendenza». Allo stesso tempo hanno rivendicato il principio della «non unificazione», invocando principalmente le differenze tra i sistemi politici delle due sponde dello Stretto. Tuttavia, nello statuto del Partito comunista cinese emendato al XX Congresso è stato solennemente dichiarato che «pace, sviluppo, equità, giustizia, democrazia e libertà» costituiscono «valori comuni dell’umanità intera». Quando la Cina continentale avrà costruito un paese moderno fondato su questi princìpi, il suo sistema politico non sarà forse in sintonia con l’ideale condiviso da tutti i popoli del mondo, compresi i cittadini di Taiwan? A quel punto, lasciando la decisione al libero voto del popolo taiwanese, è ragionevole credere che l’unificazione diventerà la scelta prevalente.

(traduzione di Chiara Lepri)

 

Note:

1. Per approfondire, Sotto il Cielo: Unità, divisione e politica cinese, Changchun 1989, Jilin Education Press e Unità e divisione: Le lezioni della storia cinese, Taiwan 1991, Jinxiu Publishing; «Dopo una lunga divisione viene l’unificazione, dopo una lunga unificazione la divisione: ulteriori riflessioni sull’unità e sulla divisione nella storia cinese», in Discorsi sulla Cina, Nanchang 1999, Jiangxi Education Press.


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