‘Non perseguitare è possibile, non mentire è impossibile: l’eredità della famiglia Xi’
‘Non perseguitare è possibile, non mentire è impossibile: l’eredità della famiglia Xi’
Conversazione con Joseph Torigian, professore associato alla School of International Service dell’American University di Washington.
a cura di Giorgio Cuscito
Pubblicato il 29 Dicembre 2025 alle 10:18
Pubblicato in: IL TEMPO DELLA CINA - n°12 - 2025
Cina
Il presidente cinese Xi Jinping durante il Consiglio economico franco-cinese a Pechino, 4 dicembre 2025. (Foto: Ludovic MARIN / POOL / AFP via Getty Images).
LIMES Quanto hanno inciso sul percorso che ha portato Xi Jinping alla leadership la vita errante di suo padre Xi Zhongxun, il tema della sofferenza e la lealtà al Partito comunista cinese (Pcc)?
TORIGIAN Si devono considerare due piani diversi: l’impatto di Xi Zhongxun sul figlio come persona e quello sulla sua carriera. Sul piano personale è necessario ricordare che i membri della famiglia Xi hanno tratto conclusioni molto diverse dalla vita del padre. Una delle figlie si tolse la vita durante la rivoluzione culturale, un’altra si avvicinò ai circoli riformisti e costituzionalisti di Pechino, mentre gli altri si dedicarono agli affari. Jinping decise invece di votare la propria vita al Pcc. Una scelta non scontata, soprattutto se si considera che il padre fu perseguitato duramente e costretto a colpire altre persone dal Pcc, talvolta in modi che lo stesso Zhongxun non riteneva giusti. Possiamo solo ipotizzare, ma in una cultura politica comunista così interiorizzata quando il partito «ti tradisce» la reazione istintiva non è abbandonarlo, bensì impegnarsi ancor di più per riconquistarne la fiducia. Per molti il comunismo diventa una fonte di senso e di scopo, rifiutarlo equivarrebbe a rifiutare la propria stessa identità. Xi Zhongxun venne epurato nel 1962, diversi anni prima della rivoluzione culturale. Rivoluzione culturale che per Jinping, in particolare, rappresentò un disastro tale da convincerlo che una vita dotata di significato dovesse essere consacrata a evitare che qualcosa di simile si ripetesse. Dopo le vicende del padre e un’infanzia difficile, è probabile che abbia sentito il bisogno di provare qualcosa a sé stesso e agli altri. Xi Jinping ha insistito spesso sul fatto di non essere come gli altri «principi rossi» proprio perché avrebbe sofferto di più. Non ha tutti i torti quando dice che quell’eredità, in certi momenti, lo ha danneggiato. A causa dello status del padre per molti anni non riuscì a entrare nel Pcc. D’altra parte, l’attuale presidente ha certamente tratto beneficio dal fatto che il padre era stato una figura di primo piano. Non si può ridurre tutto a vantaggio o svantaggio. Negli anni Ottanta ottenne un incarico nella Difesa, quasi certamente grazie ai contatti paterni. Ma fu lui stesso a decidere di andare a lavorare alla base, nei quadri del partito nei villaggi e nelle contee. Scelta che colpì molti osservatori e, forse per merito del padre, gli portò anche il favore della stampa. Quando però Xi Zhongxun cercò di intervenire apertamente in suo sostegno, gesto che il segretario provinciale interpretò come un evidente caso di nepotismo, fu costretto a lasciare lo Hebei per trasferirsi nel Fujian. Negli anni Novanta è probabile che le difficoltà di Jinping nell’ottenere un seggio nel Comitato centrale fossero legate al diffuso scetticismo verso i «principi rossi». Xi figlio ha insistito più volte pubblicamente sul fatto che l’influenza del padre non sia quella che l’opinione pubblica si immagina. Ha raccontato piuttosto di essere stato testimone della volubilità della natura umana e della facilità con cui le persone potevano essere arrestate. Ha parlato inoltre dell’estrema frugalità della sua famiglia, cercando di contrastare l’idea che sia cresciuto in un ambiente privilegiato. In definitiva, dobbiamo guardare al suo percorso come il prodotto di dinamiche familiari e sociali che coesistono e talvolta vanno in direzioni opposte.
LIMES Xi Zhongxun viene spesso descritto, soprattutto in Occidente, come un riformatore, in particolare nell’epoca di Deng Xiaoping. Questa definizione è condivisibile o si tratta solo di una delle molte facce della sua personalità?
TORIGIAN Guardando alla sua vita ci si sorprende di quanto fosse capace di riflettere criticamente, in particolare negli anni Ottanta. Ma allo stesso tempo è notevole come persistessero certi limiti nel suo modo di pensare, sia perché la disciplina del Pcc andava messa comunque al primo posto, sia perché la sua natura di uomo di partito rimase sotto molti aspetti immutata. È un argomento complesso poiché la storia paterna viene spesso strumentalizzata contro il figlio, sostenendo che Xi stia tradendo l’eredità di un padre riformatore. Inoltre, l’idea stessa di «riforma» è di per sé problematica dato che può significare cose diverse per persone diverse. Di certo Xi Zhongxun aveva delle credenziali riformiste. Ne sono prova il suo ruolo nelle Zone economiche speciali, la sua convinzione che il partito dovesse imboccare una nuova direzione per migliorare le condizioni materiali della popolazione e il fatto che non volesse che le campagne politiche sfuggissero di mano mentre cercavano di imporre il controllo sulla società. Ma al contempo aveva anche inclinazioni molto conservatrici. Si oppose, per lo meno negli anni Ottanta, al sistema dei contratti familiari in agricoltura, che attribuiva maggiori diritti ai contadini e che in seguito si dimostrò una scelta fondamentale per il decollo dell’economia cinese. E naturalmente, anche quando il partito prendeva decisioni con cui non era d’accordo, metteva la disciplina davanti alle proprie convinzioni. Dal punto di vista ideologico, continuava a pensare che fosse necessario che la gente credesse nel comunismo anche se non sapevano spiegare cosa fosse. Era realmente convinto che il partito dovesse saper raccontare una «buona storia», una narrazione capace di aiutare le persone a raggiungere quella che chiamava «civiltà spirituale», mentre la Cina si impegnava a costruire una «civiltà materiale».
Carta di Laura Canali - 2023
LIMES Nel suo libro The Party’s Interests Come First viene ricordato che Mao attribuì a Xi Zhongxun la massima «gli interessi del partito vengono prima di tutto». Che significato aveva quella frase e in che misura ha inciso sulla visione del figlio?
TORIGIAN Durante il periodo di Yan’an, quando i comunisti avevano il loro quartier generale nella regione del Nord-Ovest, Mao aveva l’abitudine di scrivere brevi aforismi per sintetizzare un tratto essenziale che coglieva nei dirigenti più giovani. A Xi Zhongxun attribuì la formula «gli interessi del partito vengono prima di tutto» (figura). Una possibile spiegazione è che Mao sapesse che questi era stato perseguitato dal Pcc prima del suo arrivo nel Nord-Ovest e che ciononostante aveva continuato a essere leale e devoto alla causa. Xi Zhongxun appese quell’aforisma a una parete della grotta in cui viveva. Quando incontrò per la prima volta la madre di Jinping, lei visitò quella grotta e vide i caratteri, rimanendone profondamente colpita. Il contesto del loro incontro è rivelatore. Era un periodo di radicalismo e paura, segnato da una caccia alle spie nella regione in cui Zhongxun era a capo del partito. È in momenti come questi che mettere prima di tutto l’interesse del Pcc può trasformarsi in una mania persecutoria contro persone che non hanno commesso alcun crimine. Per quanto riguarda Xi Jinping, per lui entrare nel Partito comunista non significa voler fare carriera o arricchirsi. Significa voler mettere qualcosa di più grande di sé stessi al primo posto, voler superare il proprio individualismo, i propri sentimenti liberali borghesi, sacrificarsi per contribuire a riportare la Cina al posto che le spetta nel mondo e realizzare il «grande risorgimento della nazione». Nel suo immaginario occorre che il Pcc proietti disciplina e coesione di modo che i dirigenti possano persuadere le persone a fare cose che forse non vorrebbero, trasformando di continuo gli individui da materialisti e consumisti in membri leali del partito che mettono quest’ultimo al primo posto.
LIMES Che cosa rivela l’eredità familiare di Xi sulle lotte di potere interne e sui meccanismi del Partito comunista cinese?
TORIGIAN È interessante ricordare una delle frasi che Xi ha pronunciato a proposito del padre: «Da mio padre ho imparato due cose: una è non mentire, l’altra è non perseguitare le persone. Non perseguitare le persone è possibile, non mentire è impossibile». Questa frase, riportata nei diari di Li Rui, rinvia a più livelli di lettura. Il primo riguarda il dibattito sul presunto ritorno sotto Xi Jinping di un’epoca di radicalismo ed epurazioni in stile maoista. In sostanza il presidente cinese sta dicendo che, a differenza di molti dei bersagli di Mao, e forse di Deng, le persone che lui prende di mira hanno davvero commesso dei crimini. Quanto al mentire, vuole intendere che il linguaggio politico è uno strumento. Xi lo considera in modo utilitaristico: quel che conta è il suo scopo, non la sua veridicità. Ciò spiega anche perché abbia opinioni così nette su alcune versioni del passato. Si tratta di raccontare una verità in modo da alimentare la fede nella storia del partito e la convinzione nella sua causa, piuttosto che la verità sugli errori che ha effettivamente commesso. Una delle cose che emergono è che anche persone molto intelligenti e molto caute possono essere epurate e che la lealtà, persino quella assoluta al leader supremo, non garantisce l’immunità. Solo Mao poteva comprendere i complessi calcoli che faceva per stabilire chi epurare, quando e come. E spesso alcune di queste cose avevano poco a che fare con l’errore effettivamente commesso. Le accuse riguardano in realtà l’incapacità di intuire che cosa il leader voglia, il non aver fatto abbastanza, l’esigenza di mandare un messaggio, più che una vera e propria slealtà.
LIMES Xi Jinping sta solo cercando di istituzionalizzare il suo potere o sta anche smantellando alcuni meccanismi?
TORIGIAN Chiaramente Xi ritiene che senza un nucleo il Pcc non possa funzionare e che serva qualcuno in grado di prendere decisioni finali senza doversi preoccupare del «populismo parlamentare» – termine usato per criticare le società occidentali, in cui i politici prendono spesso decisioni per vincere le elezioni invece che per servire gli interessi della nazione. Ma a Xi interessa anche dare legittimità alla sua posizione centrale, utilizzando le cornici formali delle istituzioni e della legge per far sembrare che agisca secondo un insieme di linee guida. Linee guida che naturalmente servono a far capire al Pcc che deve ascoltarlo, ma anche a creare un sistema che stabilizza le aspettative su come le cose dovrebbero funzionare. Penso che tale gestione sia una reazione alle ere di Mao e di Deng e forse anche a parte delle epoche di Jiang Zemin e Hu Jintao, durante le quali c’era una massima autorità che però non veniva coinvolta nella quotidiana amministrazione. Cosa che ha portato a un sistema molto instabile, in cui nessuno sapeva bene quanto o quando coinvolgere il leader supremo. Non c’erano riunioni regolari del Politburo, era anzi considerato pericoloso averne. Rappresentavano persino un costo per la reputazione dei leader, dato che non facevano nemmeno finta di rispettare le regole. Per lo meno Xi Jinping finge di farlo.
Carta di Laura Canali - 2025
LIMES L’impressione è che il presidente cinese stia cercando di mantenere il potere anche oltre lo scadere del suo mandato nel 2028, ma che al tempo stesso stia chiarendo come affrontare i vari dossier in una ripartizione dei compiti tra i vari dirigenti. Come si deve interpretare questa fase?
TORIGIAN Xi Jinping riflette molto sulla propria successione. In Cina, come un tempo nell’Unione Sovietica, i leader sono profondamente preoccupati dalla possibilità che, dopo la propria morte, l’erede designato porti lo Stato su una strada in aperta opposizione a quello che cercavano di realizzare. In un certo senso Xi si serve della propria esperienza come di un monito. Nessuno, infatti, si poteva immaginare chi sarebbe diventato. Occorre fidarsi in modo assoluto della persona che si sceglie. Le politiche di successione possono essere esplosive: del resto Andropov scelse Gorbačëv. Il padre di Xi fu molto vicino a Zhou Enlai tra gli anni Cinquanta e Sessanta e a Hu Yaobang negli anni Ottanta. Contatti che hanno permesso al futuro presidente cinese di essere testimone privilegiato sia dei passaggi di potere sia del rapporto tra il leader supremo e i suoi vice, mettendolo così di fronte al carattere profondamente patologico di tali dinamiche. Lo schema ricorrente era più o meno questo: se uno dei quadri del partito si rivolgeva troppo spesso al segretario generale per chiedere indicazioni, il leader – prima Mao, poi Deng – finiva per domandarsi che cosa se ne facesse di un numero due incapace di prendere decisioni in autonomia. Allo stesso tempo il leader però voleva preservare le proprie energie per poter pensare alle grandi questioni senza venire risucchiato dalle piccole incombenze quotidiane e non appena vi finiva invischiato attribuiva la colpa proprio all’insistenza dei suoi vice. Se invece i sottoposti riferivano troppo poco, essi diventavano imputabili dell’accusa di voler costruire dei centri di potere alternativi. Le difficoltà che i secondi in comando devono gestire sono legate al problema del passaggio di potere. Poniamo che il leader supremo scelga un successore. Designarlo presenta un vantaggio evidente. Si può individuare la persona, metterla alla prova, darle il tempo di consolidare la propria autorità, così che in caso di morte del segretario generale non vi sia una fase di instabilità e le possibilità che sia proprio quella persona a succedergli aumentino. Ma la scelta ha un costo perché, se il successore non si rivela all’altezza del compito o smette di ascoltare il leader, rimuoverlo diventa un fattore estremamente destabilizzante. D’altra parte, non scegliere un successore significa rinunciare a ogni controllo su chi verrà dopo e accettare il fatto che un incidente improvviso possa aprire una fase di grave vulnerabilità per il Pcc. In altre parole, non esiste una soluzione ovvia a tale problema.
LIMES Considerata l’età media dell’attuale Comitato permanente del Politburo, una serie di passaggi di consegne ravvicinati non rischia di diventare un fattore di instabilità in un sistema che fa della stabilità interna il suo primo pilastro?
TORIGIAN La mia impressione è che Xi Jinping stia cercando di tenersi aperte tutte le opzioni. Osserva la propria salute, i suoi sottoposti, la direzione che prende il suo paese e le dinamiche di successione negli altri. Molto dipenderà dall’abilità politica delle persone che lo circondano e da eventi che potranno fargli cambiare idea. Ma, proprio perché il passaggio di potere è così rischioso per il partito, è plausibile che Xi ritenga che meno successioni ci sono, meglio è. Se riterrà di poter sostenere un altro mandato, probabilmente lo farà. Del resto, il crollo dell’Unione Sovietica rappresenta per lui un monito costante. Xi è convinto che l’Occidente non cerchi di distruggere i regimi comunisti con la violenza, ma tramite i passaggi di potere, tentando di «infettare» ideologicamente i potenziali eredi affinché, una volta raggiunta la posizione giusta, possano distruggere il sistema dall’interno. È in questi termini che Xi Jinping interpreta il crollo dell’Unione Sovietica.
LIMES Nel dibattito statunitense è spesso data per scontata l’ipotesi che la Cina attaccherà Taiwan. È una prospettiva inevitabile?
TORIGIAN In Xi Jinping convivono due impulsi in tensione. È evidente che Taiwan abbia per lui un forte significato emotivo e che nella sua visione la Cina non possa realizzare il proprio «grande risorgimento» finché la questione non sarà risolta. Nel 2015, durante l’incontro con il presidente taiwanese Ma Ying-jeou, Xi gli raccontò di una conversazione avuta con la cancelliera tedesca Angela Merkel. Merkel gli avrebbe detto in sostanza: «Nel corso della storia noi tedeschi abbiamo combattuto molte guerre e perso territori, ma ormai non ce ne preoccupiamo più. Perché voi cinesi non potete essere più simili a noi?». Xi allora riferì di aver risposto: «Noi cinesi non siamo come voi tedeschi. Non rinunceremo mai a tutto ciò che abbiamo ereditato dai nostri antenati». Inoltre Taiwan ha avuto una grande importanza nella vita politica di Xi Zhongxun. Il padre dell’attuale presidente cinese era una figura di primo piano nel Fronte unito, ha diretto campagne di influenza politica contro i nazionalisti e negli anni Ottanta ha cercato di convincere i taiwanesi ad avviare un dialogo sull’unificazione. D’altra parte, Xi Jinping è convinto dell’inevitabilità dell’ascesa della Cina. Se le cose stessero così, allora non vi sarebbe motivo di affrettare i tempi. È meno costoso muoversi nel momento in cui il proprio predominio è schiacciante e se si può raggiungere l’obiettivo senza combattere una guerra tanto meglio. Pur tenendo molto all’integrità territoriale, Xi ha altrettanto a cuore il Pcc. Sa che, se una guerra non andasse per il verso giusto, l’effetto sarebbe destabilizzante per il regime.
LIMES Un’offensiva contro Taiwan avrebbe conseguenze anche sul soft power di Pechino. Un tentativo di invasione in questa fase potrebbe compromettere l’intera narrazione del «sogno cinese» e della Cina come forza positiva per l’umanità.
TORIGIAN È probabile che Xi preferisca seguire un modello più vicino a quello sperimentato durante la guerra civile cinese. Innanzitutto, si rende evidente una superiorità militare schiacciante. Poi si aprono dei canali con persone in posizioni chiave – tramite contatti familiari, universitari o personali – dicendo loro che, se collaborano, la transizione sarà meno sanguinosa e che avranno un ruolo nel futuro di Taiwan. Una volta messo piede sulla soglia e che si è in grado di proiettare anche solo un po’ di potere, lo si consolida gradualmente. Così che, qualora si renda necessario l’uso della forza, non si sia costretti a scatenare una guerra totale. Stabilita la propria presenza sull’isola, si può lavorare attraverso attori locali di modo che siano loro a svolgere il lavoro sporco. È verosimile che la Cina preferisca una strategia simile, sul modello di Hong Kong. Utilizzare, cioè, dei «patrioti» come esecutori, lasciando che l’Esercito popolare di liberazione rimanga sullo sfondo, pronto a intervenire in caso serva, facendo sentire ai primi le spalle coperte.
Carta di Laura Canali - 2025
LIMES Il riferimento a Hong Kong rimanda anche al modello «un paese, due sistemi», che per un periodo sembrò essere la formula scelta da Pechino per la futura unificazione con Taiwan, una linea perseguita da Deng Xiaoping negli anni Ottanta. Oggi però a Taipei questa proposta non sembra più credibile. Quale ruolo ebbe Xi Zhongxun nella definizione di tale modello?
TORIGIAN Xi Zhongxun è stato forse il primo a sostenere pubblicamente l’idea che parti diverse della Cina potessero essere governate in modo diverso. E lo fece durante un viaggio a Macao. Non vorrei però attribuirgli la paternità del concetto, perché già negli anni Cinquanta circolava l’opinione che, in caso di unificazione di Taiwan con la Cina continentale, l’isola avrebbe potuto in parte conservare il proprio sistema. Ciò detto, Xi Zhongxun fu fortemente coinvolto nella questione di Hong Kong, soprattutto nei negoziati con il Regno Unito per la sua restituzione. Nell’ex colonia molti temevano che l’unificazione avrebbe segnato la fine del loro stile di vita. E Xi Zhongxun fu riportato in primo piano per ristabilire la fiducia, in particolare quella dei mercati, perché non si voleva che l’economia venisse danneggiata dalle trattative. Accostando Hong Kong a Taiwan si comprende perché per il Fronte unito tutti questi «obiettivi» si riflettono l’un l’altro. Per esempio, quando negli anni Ottanta Xi Zhongxun incontrava a Dharamsala i tibetani che rappresentavano il Dalai Lama, questi chiedevano ciò che Pechino prometteva a Taiwan. La risposta di Xi e dei suoi colleghi era che il Tibet faceva parte della Cina continentale da troppo tempo e che non si poteva offrire la stessa promessa. Taiwan, a sua volta, ha guardato a quanto accaduto in Tibet come a un monito: una volta consentito alla Repubblica Popolare di avere un ruolo, prima o poi proietterà il proprio potere al punto da rendere impossibile continuare a vivere come prima, nonostante le promesse. Per Xi Jinping l’idea è che i taiwanesi possano sì gestire i propri affari, ma non in un modo che sia destabilizzante per Pechino. Ovvero senza rischiare continue proteste o che le persone sbagliate giungano al potere. Dunque, si finisce inevitabilmente con un sistema in cui chi è critico verso la Cina continentale non può parlare liberamente e non gode degli stessi diritti degli altri.
LIMES Xi padre e figlio sono mai stati a Taiwan?
TORIGIAN Nessuno dei due ci è mai stato. Ma crescendo Xi Jinping osservò da vicino il lavoro di suo padre nel Fronte unito, svolto a contatto anche con nazionalisti passati dalla parte della Repubblica Popolare, e fu sicuramente al corrente del canale riservato che Xi Zhongxun mantenne con l’ex capo dei servizi di spionaggio di Taipei. In seguito, da dirigente nel Fujian e poi nello Zhejiang, il padre di Xi lavorò costantemente con imprenditori taiwanesi attivi in quelle province. Invitò Chen Shui-bian in Cina e commemorò l’incidente del 28 febbraio 1947. Tali contatti hanno permesso all’attuale presidente cinese di sviluppare una certa sensibilità per il modo in cui ragionano i taiwanesi.
LIMES Negli anni Cinquanta, quando la Repubblica Popolare decise di intervenire in Corea contro gli Stati Uniti, Pechino era pronta a invadere Taiwan, tuttavia Mao vi rinunciò. Quale fu il ruolo di Xi Zhongxun in quell’occasione?
TORIGIAN Quando scoppiò la guerra di Corea, Xi Zhongxun si trovava ancora nel Nord-Ovest e assistette a come il conflitto venne utilizzato per scopi domestici, ampliando la repressione. Liu Shaoqi diceva che «quando si battono i gong non si sentono gli altri rumori». Intendeva che un momento di forte tensione politica permette in sostanza di eliminare più persone. Xi Zhongxun fu l’uomo incaricato di condurre nel Nord-Ovest quella campagna, sfruttando il clima creato dalla guerra di Corea per portarla avanti.
LIMES In che misura l’approccio del padre nella gestione del Tibet e delle minoranze etniche può aver influito su Xi Jinping, anche alla luce del suo rapporto con il vecchio Panchen Lama e delle tensioni interne al partito su come gestire il Tibet e il Dalai Lama?
TORIGIAN Xi Zhongxun era tra le figure principali del Fronte unito e tra gli ultimi anni della rivoluzione e i primi del regime è stato a capo dell’ufficio del Pcc per il Nord-Ovest. Una regione che comprendeva gran parte dello Xinjiang, il Qinghai e il Gansu, all’epoca abitati da molti tibetani. Il partito capì che muoversi in queste zone era meno costoso se si lavorava con potenti intermediari locali, figure influenti che avevano il rispetto delle comunità. Tra gli anni Cinquanta e l’inizio degli anni Sessanta quel modello però ebbe fine e in quegli stessi territori che Xi Zhongxun aveva portato nel partito scoppiarono vere e proprie guerre. Nel 1962 fu accusato di essere stato troppo accondiscendente con alcuni di questi leader etnici, il che li aveva portati a pensare di avere più spazio d’azione di quanto ne avessero avuto in passato. Poi negli anni Ottanta, dopo il radicalismo maoista e la persecuzione delle minoranze etniche, il Pcc decise di affrontare quel malcontento. Doveva almeno sperimentare un nuovo modello incentrato sullo sviluppo economico e sull’emersione della religione, così da poterla controllare meglio, lavorando ancora una volta attraverso il Fronte unito con le figure più influenti delle comunità. In seguito alle proteste di fine anni Ottanta, alcuni dirigenti del Pcc ritenevano che fosse necessario essere più duri con la popolazione, ma senza abbandonare del tutto l’approccio precedente. Questa era l’inclinazione di Xi Zhongxun. Ma la decisione non spettava a lui. Nel marzo 1989 Deng Xiaoping dichiara la legge marziale, mettendo fine al periodo di sperimentazione. Da qui deriva la profonda familiarità di Xi Jinping con la gestione delle minoranze etniche. E conosce altrettanto bene il Fronte unito, in casa Xi era una faccenda di famiglia: con quei leader si stringevano amicizie, si passavano le serate a bere, li si ospitava in casa e li si andava a visitare nelle loro. È possibile che la storia della sua famiglia porti Xi a percepire la questione etnica come se gli appartenesse. Ma ha un approccio chiaramente diverso rispetto al padre, più orientato a trasformare i sentimenti di tali comunità per mezzo della repressione. La domanda è: perché? In un certo senso il presidente cinese vuole risolvere la questione una volta per tutte, rendendo impensabile per le minoranze di poter avere un posto al di fuori della Repubblica Popolare Cinese.
Dai discorsi che ha tenuto e che sono trapelati Xi appare estremamente duro. Per esempio, parla di come i primi paesi a fuoriuscire dall’Urss furono i baltici, nonostante tra le repubbliche sovietiche fossero quelle più sviluppate. Quindi per lui non si tratta di un problema di ricchezza, ma di modi di pensare e per superarlo bisogna in qualche modo cambiare l’anima delle persone. Qui sta l’origine di un approccio molto aggressivo all’educazione di partito, al mescolarsi e al fondersi delle identità, alla sinizzazione del buddismo tibetano e dell’islam. Per Xi Jinping nulla può essere raggiunto senza stabilità. Se le persone non fanno spontaneamente ciò che il Pcc ritiene necessario, allora sarà quest’ultimo a costringerle a farlo.
LIMES Che rapporto ha Xi con la religione?
TORIGIAN Esistono molte voci sull’esistenza di credenze buddiste all’interno della famiglia Xi. Ho sentito dire che la madre sia buddista. Arjia Rinpoche, un lama tibetano, mi raccontò che negli anni Novanta incontrò Xi Zhongxun, il quale gli disse: «Per tutta la mia vita sono stato devoto verso due persone: il Panchen Lama e il Dalai Lama». È possibile che abbiano un tipo di rispetto della fede non sistematico, quasi superstizioso. O forse la vedono semplicemente come parte della cultura tradizionale e in tal senso è una forma di nazionalismo. Oppure stanno solo facendo il lavoro del Fronte unito dicendo di averne rispetto. Non possiamo saperlo con certezza.
LIMES Qual è l’influenza sul presidente cinese di filosofi come Han Fei – in particolare il suo pensiero riguardo all’uso congiunto di legge e forza, impiegando la prima per legittimare la seconda – e della letteratura russa, su cui lo stesso Xi Jinping insiste nelle proprie dichiarazioni?
TORIGIAN Per quanto non risulti che Xi da giovane leggesse Han Fei o che il padre gli abbia trasmesso esplicitamente quegli insegnamenti, da alcune dichiarazioni più recenti è evidente che conosca il suo pensiero e che potrebbe aver esercitato su di lui un certo influsso. Da giovani i dirigenti del Pcc venivano mandati – o esiliati – nelle campagne, dove avevano molto tempo per leggere. Non so se Han Fei fosse incluso nelle letture di Xi. In tal caso, con ogni probabilità non si è trattato di una lettura sistematica, ma di un percorso da autodidatta. Possiamo soltanto ipotizzare quale sia la natura della sua comprensione di questi pensatori. Quando incontra i diplomatici di Mosca, Xi fa spesso riferimento alle opere letterarie russe. Inoltre il suo primo viaggio all’estero è stato proprio in Russia. In quella occasione affermò che, mentre molti considerano la sua generazione orientata verso l’Occidente, lui si ritiene cresciuto dentro due tradizioni letterarie, quella cinese e quella russa. Disse anche di amare in particolare Che fare? di Nikolaj Gavrilovič Černyševskij per la figura di Rakhmëtov, un rivoluzionario che dorme su un letto di chiodi per temprarsi. Allo stesso modo anche Xi raccontò di aver passato da giovane molto tempo a camminare tra la neve e la pioggia per irrobustirsi. Per lui il comunismo è tutto e nel suo immaginario l’Unione Sovietica rappresenta il primo caso in cui una teoria scientifica si è trasformata in realtà.
(traduzione di Michelangelo Genone)
‘NON PERSEGUITARE È POSSIBILE, NON MENTIRE È IMPOSSIBILE: L’EREDITÀ DELLA FAMIGLIA XI’

LIMES Quanto hanno inciso sul percorso che ha portato Xi Jinping alla leadership la vita errante di suo padre Xi Zhongxun, il tema della sofferenza e la lealtà al Partito comunista cinese (Pcc)?
TORIGIAN Si devono considerare due piani diversi: l’impatto di Xi Zhongxun sul figlio come persona e quello sulla sua carriera. Sul piano personale è necessario ricordare che i membri della famiglia Xi hanno tratto conclusioni molto diverse dalla vita del padre. Una delle figlie si tolse la vita durante la rivoluzione culturale, un’altra si avvicinò ai circoli riformisti e costituzionalisti di Pechino, mentre gli altri si dedicarono agli affari. Jinping decise invece di votare la propria vita al Pcc. Una scelta non scontata, soprattutto se si considera che il padre fu perseguitato duramente e costretto a colpire altre persone dal Pcc, talvolta in modi che lo stesso Zhongxun non riteneva giusti. Possiamo solo ipotizzare, ma in una cultura politica comunista così interiorizzata quando il partito «ti tradisce» la reazione istintiva non è abbandonarlo, bensì impegnarsi ancor di più per riconquistarne la fiducia. Per molti il comunismo diventa una fonte di senso e di scopo, rifiutarlo equivarrebbe a rifiutare la propria stessa identità. Xi Zhongxun venne epurato nel 1962, diversi anni prima della rivoluzione culturale. Rivoluzione culturale che per Jinping, in particolare, rappresentò un disastro tale da convincerlo che una vita dotata di significato dovesse essere consacrata a evitare che qualcosa di simile si ripetesse. Dopo le vicende del padre e un’infanzia difficile, è probabile che abbia sentito il bisogno di provare qualcosa a sé stesso e agli altri. Xi Jinping ha insistito spesso sul fatto di non essere come gli altri «principi rossi» proprio perché avrebbe sofferto di più. Non ha tutti i torti quando dice che quell’eredità, in certi momenti, lo ha danneggiato. A causa dello status del padre per molti anni non riuscì a entrare nel Pcc. D’altra parte, l’attuale presidente ha certamente tratto beneficio dal fatto che il padre era stato una figura di primo piano. Non si può ridurre tutto a vantaggio o svantaggio. Negli anni Ottanta ottenne un incarico nella Difesa, quasi certamente grazie ai contatti paterni. Ma fu lui stesso a decidere di andare a lavorare alla base, nei quadri del partito nei villaggi e nelle contee. Scelta che colpì molti osservatori e, forse per merito del padre, gli portò anche il favore della stampa. Quando però Xi Zhongxun cercò di intervenire apertamente in suo sostegno, gesto che il segretario provinciale interpretò come un evidente caso di nepotismo, fu costretto a lasciare lo Hebei per trasferirsi nel Fujian. Negli anni Novanta è probabile che le difficoltà di Jinping nell’ottenere un seggio nel Comitato centrale fossero legate al diffuso scetticismo verso i «principi rossi». Xi figlio ha insistito più volte pubblicamente sul fatto che l’influenza del padre non sia quella che l’opinione pubblica si immagina. Ha raccontato piuttosto di essere stato testimone della volubilità della natura umana e della facilità con cui le persone potevano essere arrestate. Ha parlato inoltre dell’estrema frugalità della sua famiglia, cercando di contrastare l’idea che sia cresciuto in un ambiente privilegiato. In definitiva, dobbiamo guardare al suo percorso come il prodotto di dinamiche familiari e sociali che coesistono e talvolta vanno in direzioni opposte.
LIMES Xi Zhongxun viene spesso descritto, soprattutto in Occidente, come un riformatore, in particolare nell’epoca di Deng Xiaoping. Questa definizione è condivisibile o si tratta solo di una delle molte facce della sua personalità?
TORIGIAN Guardando alla sua vita ci si sorprende di quanto fosse capace di riflettere criticamente, in particolare negli anni Ottanta. Ma allo stesso tempo è notevole come persistessero certi limiti nel suo modo di pensare, sia perché la disciplina del Pcc andava messa comunque al primo posto, sia perché la sua natura di uomo di partito rimase sotto molti aspetti immutata. È un argomento complesso poiché la storia paterna viene spesso strumentalizzata contro il figlio, sostenendo che Xi stia tradendo l’eredità di un padre riformatore. Inoltre, l’idea stessa di «riforma» è di per sé problematica dato che può significare cose diverse per persone diverse. Di certo Xi Zhongxun aveva delle credenziali riformiste. Ne sono prova il suo ruolo nelle Zone economiche speciali, la sua convinzione che il partito dovesse imboccare una nuova direzione per migliorare le condizioni materiali della popolazione e il fatto che non volesse che le campagne politiche sfuggissero di mano mentre cercavano di imporre il controllo sulla società. Ma al contempo aveva anche inclinazioni molto conservatrici. Si oppose, per lo meno negli anni Ottanta, al sistema dei contratti familiari in agricoltura, che attribuiva maggiori diritti ai contadini e che in seguito si dimostrò una scelta fondamentale per il decollo dell’economia cinese. E naturalmente, anche quando il partito prendeva decisioni con cui non era d’accordo, metteva la disciplina davanti alle proprie convinzioni. Dal punto di vista ideologico, continuava a pensare che fosse necessario che la gente credesse nel comunismo anche se non sapevano spiegare cosa fosse. Era realmente convinto che il partito dovesse saper raccontare una «buona storia», una narrazione capace di aiutare le persone a raggiungere quella che chiamava «civiltà spirituale», mentre la Cina si impegnava a costruire una «civiltà materiale».

LIMES Nel suo libro The Party’s Interests Come First viene ricordato che Mao attribuì a Xi Zhongxun la massima «gli interessi del partito vengono prima di tutto». Che significato aveva quella frase e in che misura ha inciso sulla visione del figlio?
TORIGIAN Durante il periodo di Yan’an, quando i comunisti avevano il loro quartier generale nella regione del Nord-Ovest, Mao aveva l’abitudine di scrivere brevi aforismi per sintetizzare un tratto essenziale che coglieva nei dirigenti più giovani. A Xi Zhongxun attribuì la formula «gli interessi del partito vengono prima di tutto» (figura). Una possibile spiegazione è che Mao sapesse che questi era stato perseguitato dal Pcc prima del suo arrivo nel Nord-Ovest e che ciononostante aveva continuato a essere leale e devoto alla causa. Xi Zhongxun appese quell’aforisma a una parete della grotta in cui viveva. Quando incontrò per la prima volta la madre di Jinping, lei visitò quella grotta e vide i caratteri, rimanendone profondamente colpita. Il contesto del loro incontro è rivelatore. Era un periodo di radicalismo e paura, segnato da una caccia alle spie nella regione in cui Zhongxun era a capo del partito. È in momenti come questi che mettere prima di tutto l’interesse del Pcc può trasformarsi in una mania persecutoria contro persone che non hanno commesso alcun crimine. Per quanto riguarda Xi Jinping, per lui entrare nel Partito comunista non significa voler fare carriera o arricchirsi. Significa voler mettere qualcosa di più grande di sé stessi al primo posto, voler superare il proprio individualismo, i propri sentimenti liberali borghesi, sacrificarsi per contribuire a riportare la Cina al posto che le spetta nel mondo e realizzare il «grande risorgimento della nazione». Nel suo immaginario occorre che il Pcc proietti disciplina e coesione di modo che i dirigenti possano persuadere le persone a fare cose che forse non vorrebbero, trasformando di continuo gli individui da materialisti e consumisti in membri leali del partito che mettono quest’ultimo al primo posto.

LIMES Che cosa rivela l’eredità familiare di Xi sulle lotte di potere interne e sui meccanismi del Partito comunista cinese?
TORIGIAN È interessante ricordare una delle frasi che Xi ha pronunciato a proposito del padre: «Da mio padre ho imparato due cose: una è non mentire, l’altra è non perseguitare le persone. Non perseguitare le persone è possibile, non mentire è impossibile». Questa frase, riportata nei diari di Li Rui, rinvia a più livelli di lettura. Il primo riguarda il dibattito sul presunto ritorno sotto Xi Jinping di un’epoca di radicalismo ed epurazioni in stile maoista. In sostanza il presidente cinese sta dicendo che, a differenza di molti dei bersagli di Mao, e forse di Deng, le persone che lui prende di mira hanno davvero commesso dei crimini. Quanto al mentire, vuole intendere che il linguaggio politico è uno strumento. Xi lo considera in modo utilitaristico: quel che conta è il suo scopo, non la sua veridicità. Ciò spiega anche perché abbia opinioni così nette su alcune versioni del passato. Si tratta di raccontare una verità in modo da alimentare la fede nella storia del partito e la convinzione nella sua causa, piuttosto che la verità sugli errori che ha effettivamente commesso. Una delle cose che emergono è che anche persone molto intelligenti e molto caute possono essere epurate e che la lealtà, persino quella assoluta al leader supremo, non garantisce l’immunità. Solo Mao poteva comprendere i complessi calcoli che faceva per stabilire chi epurare, quando e come. E spesso alcune di queste cose avevano poco a che fare con l’errore effettivamente commesso. Le accuse riguardano in realtà l’incapacità di intuire che cosa il leader voglia, il non aver fatto abbastanza, l’esigenza di mandare un messaggio, più che una vera e propria slealtà.
LIMES Xi Jinping sta solo cercando di istituzionalizzare il suo potere o sta anche smantellando alcuni meccanismi?
TORIGIAN Chiaramente Xi ritiene che senza un nucleo il Pcc non possa funzionare e che serva qualcuno in grado di prendere decisioni finali senza doversi preoccupare del «populismo parlamentare» – termine usato per criticare le società occidentali, in cui i politici prendono spesso decisioni per vincere le elezioni invece che per servire gli interessi della nazione. Ma a Xi interessa anche dare legittimità alla sua posizione centrale, utilizzando le cornici formali delle istituzioni e della legge per far sembrare che agisca secondo un insieme di linee guida. Linee guida che naturalmente servono a far capire al Pcc che deve ascoltarlo, ma anche a creare un sistema che stabilizza le aspettative su come le cose dovrebbero funzionare. Penso che tale gestione sia una reazione alle ere di Mao e di Deng e forse anche a parte delle epoche di Jiang Zemin e Hu Jintao, durante le quali c’era una massima autorità che però non veniva coinvolta nella quotidiana amministrazione. Cosa che ha portato a un sistema molto instabile, in cui nessuno sapeva bene quanto o quando coinvolgere il leader supremo. Non c’erano riunioni regolari del Politburo, era anzi considerato pericoloso averne. Rappresentavano persino un costo per la reputazione dei leader, dato che non facevano nemmeno finta di rispettare le regole. Per lo meno Xi Jinping finge di farlo.

LIMES L’impressione è che il presidente cinese stia cercando di mantenere il potere anche oltre lo scadere del suo mandato nel 2028, ma che al tempo stesso stia chiarendo come affrontare i vari dossier in una ripartizione dei compiti tra i vari dirigenti. Come si deve interpretare questa fase?
TORIGIAN Xi Jinping riflette molto sulla propria successione. In Cina, come un tempo nell’Unione Sovietica, i leader sono profondamente preoccupati dalla possibilità che, dopo la propria morte, l’erede designato porti lo Stato su una strada in aperta opposizione a quello che cercavano di realizzare. In un certo senso Xi si serve della propria esperienza come di un monito. Nessuno, infatti, si poteva immaginare chi sarebbe diventato. Occorre fidarsi in modo assoluto della persona che si sceglie. Le politiche di successione possono essere esplosive: del resto Andropov scelse Gorbačëv. Il padre di Xi fu molto vicino a Zhou Enlai tra gli anni Cinquanta e Sessanta e a Hu Yaobang negli anni Ottanta. Contatti che hanno permesso al futuro presidente cinese di essere testimone privilegiato sia dei passaggi di potere sia del rapporto tra il leader supremo e i suoi vice, mettendolo così di fronte al carattere profondamente patologico di tali dinamiche. Lo schema ricorrente era più o meno questo: se uno dei quadri del partito si rivolgeva troppo spesso al segretario generale per chiedere indicazioni, il leader – prima Mao, poi Deng – finiva per domandarsi che cosa se ne facesse di un numero due incapace di prendere decisioni in autonomia. Allo stesso tempo il leader però voleva preservare le proprie energie per poter pensare alle grandi questioni senza venire risucchiato dalle piccole incombenze quotidiane e non appena vi finiva invischiato attribuiva la colpa proprio all’insistenza dei suoi vice. Se invece i sottoposti riferivano troppo poco, essi diventavano imputabili dell’accusa di voler costruire dei centri di potere alternativi. Le difficoltà che i secondi in comando devono gestire sono legate al problema del passaggio di potere. Poniamo che il leader supremo scelga un successore. Designarlo presenta un vantaggio evidente. Si può individuare la persona, metterla alla prova, darle il tempo di consolidare la propria autorità, così che in caso di morte del segretario generale non vi sia una fase di instabilità e le possibilità che sia proprio quella persona a succedergli aumentino. Ma la scelta ha un costo perché, se il successore non si rivela all’altezza del compito o smette di ascoltare il leader, rimuoverlo diventa un fattore estremamente destabilizzante. D’altra parte, non scegliere un successore significa rinunciare a ogni controllo su chi verrà dopo e accettare il fatto che un incidente improvviso possa aprire una fase di grave vulnerabilità per il Pcc. In altre parole, non esiste una soluzione ovvia a tale problema.
LIMES Considerata l’età media dell’attuale Comitato permanente del Politburo, una serie di passaggi di consegne ravvicinati non rischia di diventare un fattore di instabilità in un sistema che fa della stabilità interna il suo primo pilastro?
TORIGIAN La mia impressione è che Xi Jinping stia cercando di tenersi aperte tutte le opzioni. Osserva la propria salute, i suoi sottoposti, la direzione che prende il suo paese e le dinamiche di successione negli altri. Molto dipenderà dall’abilità politica delle persone che lo circondano e da eventi che potranno fargli cambiare idea. Ma, proprio perché il passaggio di potere è così rischioso per il partito, è plausibile che Xi ritenga che meno successioni ci sono, meglio è. Se riterrà di poter sostenere un altro mandato, probabilmente lo farà. Del resto, il crollo dell’Unione Sovietica rappresenta per lui un monito costante. Xi è convinto che l’Occidente non cerchi di distruggere i regimi comunisti con la violenza, ma tramite i passaggi di potere, tentando di «infettare» ideologicamente i potenziali eredi affinché, una volta raggiunta la posizione giusta, possano distruggere il sistema dall’interno. È in questi termini che Xi Jinping interpreta il crollo dell’Unione Sovietica.
LIMES Nel dibattito statunitense è spesso data per scontata l’ipotesi che la Cina attaccherà Taiwan. È una prospettiva inevitabile?
TORIGIAN In Xi Jinping convivono due impulsi in tensione. È evidente che Taiwan abbia per lui un forte significato emotivo e che nella sua visione la Cina non possa realizzare il proprio «grande risorgimento» finché la questione non sarà risolta. Nel 2015, durante l’incontro con il presidente taiwanese Ma Ying-jeou, Xi gli raccontò di una conversazione avuta con la cancelliera tedesca Angela Merkel. Merkel gli avrebbe detto in sostanza: «Nel corso della storia noi tedeschi abbiamo combattuto molte guerre e perso territori, ma ormai non ce ne preoccupiamo più. Perché voi cinesi non potete essere più simili a noi?». Xi allora riferì di aver risposto: «Noi cinesi non siamo come voi tedeschi. Non rinunceremo mai a tutto ciò che abbiamo ereditato dai nostri antenati». Inoltre Taiwan ha avuto una grande importanza nella vita politica di Xi Zhongxun. Il padre dell’attuale presidente cinese era una figura di primo piano nel Fronte unito, ha diretto campagne di influenza politica contro i nazionalisti e negli anni Ottanta ha cercato di convincere i taiwanesi ad avviare un dialogo sull’unificazione. D’altra parte, Xi Jinping è convinto dell’inevitabilità dell’ascesa della Cina. Se le cose stessero così, allora non vi sarebbe motivo di affrettare i tempi. È meno costoso muoversi nel momento in cui il proprio predominio è schiacciante e se si può raggiungere l’obiettivo senza combattere una guerra tanto meglio. Pur tenendo molto all’integrità territoriale, Xi ha altrettanto a cuore il Pcc. Sa che, se una guerra non andasse per il verso giusto, l’effetto sarebbe destabilizzante per il regime.
LIMES Un’offensiva contro Taiwan avrebbe conseguenze anche sul soft power di Pechino. Un tentativo di invasione in questa fase potrebbe compromettere l’intera narrazione del «sogno cinese» e della Cina come forza positiva per l’umanità.
TORIGIAN È probabile che Xi preferisca seguire un modello più vicino a quello sperimentato durante la guerra civile cinese. Innanzitutto, si rende evidente una superiorità militare schiacciante. Poi si aprono dei canali con persone in posizioni chiave – tramite contatti familiari, universitari o personali – dicendo loro che, se collaborano, la transizione sarà meno sanguinosa e che avranno un ruolo nel futuro di Taiwan. Una volta messo piede sulla soglia e che si è in grado di proiettare anche solo un po’ di potere, lo si consolida gradualmente. Così che, qualora si renda necessario l’uso della forza, non si sia costretti a scatenare una guerra totale. Stabilita la propria presenza sull’isola, si può lavorare attraverso attori locali di modo che siano loro a svolgere il lavoro sporco. È verosimile che la Cina preferisca una strategia simile, sul modello di Hong Kong. Utilizzare, cioè, dei «patrioti» come esecutori, lasciando che l’Esercito popolare di liberazione rimanga sullo sfondo, pronto a intervenire in caso serva, facendo sentire ai primi le spalle coperte.

LIMES Il riferimento a Hong Kong rimanda anche al modello «un paese, due sistemi», che per un periodo sembrò essere la formula scelta da Pechino per la futura unificazione con Taiwan, una linea perseguita da Deng Xiaoping negli anni Ottanta. Oggi però a Taipei questa proposta non sembra più credibile. Quale ruolo ebbe Xi Zhongxun nella definizione di tale modello?
TORIGIAN Xi Zhongxun è stato forse il primo a sostenere pubblicamente l’idea che parti diverse della Cina potessero essere governate in modo diverso. E lo fece durante un viaggio a Macao. Non vorrei però attribuirgli la paternità del concetto, perché già negli anni Cinquanta circolava l’opinione che, in caso di unificazione di Taiwan con la Cina continentale, l’isola avrebbe potuto in parte conservare il proprio sistema. Ciò detto, Xi Zhongxun fu fortemente coinvolto nella questione di Hong Kong, soprattutto nei negoziati con il Regno Unito per la sua restituzione. Nell’ex colonia molti temevano che l’unificazione avrebbe segnato la fine del loro stile di vita. E Xi Zhongxun fu riportato in primo piano per ristabilire la fiducia, in particolare quella dei mercati, perché non si voleva che l’economia venisse danneggiata dalle trattative. Accostando Hong Kong a Taiwan si comprende perché per il Fronte unito tutti questi «obiettivi» si riflettono l’un l’altro. Per esempio, quando negli anni Ottanta Xi Zhongxun incontrava a Dharamsala i tibetani che rappresentavano il Dalai Lama, questi chiedevano ciò che Pechino prometteva a Taiwan. La risposta di Xi e dei suoi colleghi era che il Tibet faceva parte della Cina continentale da troppo tempo e che non si poteva offrire la stessa promessa. Taiwan, a sua volta, ha guardato a quanto accaduto in Tibet come a un monito: una volta consentito alla Repubblica Popolare di avere un ruolo, prima o poi proietterà il proprio potere al punto da rendere impossibile continuare a vivere come prima, nonostante le promesse. Per Xi Jinping l’idea è che i taiwanesi possano sì gestire i propri affari, ma non in un modo che sia destabilizzante per Pechino. Ovvero senza rischiare continue proteste o che le persone sbagliate giungano al potere. Dunque, si finisce inevitabilmente con un sistema in cui chi è critico verso la Cina continentale non può parlare liberamente e non gode degli stessi diritti degli altri.
LIMES Xi padre e figlio sono mai stati a Taiwan?
TORIGIAN Nessuno dei due ci è mai stato. Ma crescendo Xi Jinping osservò da vicino il lavoro di suo padre nel Fronte unito, svolto a contatto anche con nazionalisti passati dalla parte della Repubblica Popolare, e fu sicuramente al corrente del canale riservato che Xi Zhongxun mantenne con l’ex capo dei servizi di spionaggio di Taipei. In seguito, da dirigente nel Fujian e poi nello Zhejiang, il padre di Xi lavorò costantemente con imprenditori taiwanesi attivi in quelle province. Invitò Chen Shui-bian in Cina e commemorò l’incidente del 28 febbraio 1947. Tali contatti hanno permesso all’attuale presidente cinese di sviluppare una certa sensibilità per il modo in cui ragionano i taiwanesi.
LIMES Negli anni Cinquanta, quando la Repubblica Popolare decise di intervenire in Corea contro gli Stati Uniti, Pechino era pronta a invadere Taiwan, tuttavia Mao vi rinunciò. Quale fu il ruolo di Xi Zhongxun in quell’occasione?
TORIGIAN Quando scoppiò la guerra di Corea, Xi Zhongxun si trovava ancora nel Nord-Ovest e assistette a come il conflitto venne utilizzato per scopi domestici, ampliando la repressione. Liu Shaoqi diceva che «quando si battono i gong non si sentono gli altri rumori». Intendeva che un momento di forte tensione politica permette in sostanza di eliminare più persone. Xi Zhongxun fu l’uomo incaricato di condurre nel Nord-Ovest quella campagna, sfruttando il clima creato dalla guerra di Corea per portarla avanti.
LIMES In che misura l’approccio del padre nella gestione del Tibet e delle minoranze etniche può aver influito su Xi Jinping, anche alla luce del suo rapporto con il vecchio Panchen Lama e delle tensioni interne al partito su come gestire il Tibet e il Dalai Lama?
TORIGIAN Xi Zhongxun era tra le figure principali del Fronte unito e tra gli ultimi anni della rivoluzione e i primi del regime è stato a capo dell’ufficio del Pcc per il Nord-Ovest. Una regione che comprendeva gran parte dello Xinjiang, il Qinghai e il Gansu, all’epoca abitati da molti tibetani. Il partito capì che muoversi in queste zone era meno costoso se si lavorava con potenti intermediari locali, figure influenti che avevano il rispetto delle comunità. Tra gli anni Cinquanta e l’inizio degli anni Sessanta quel modello però ebbe fine e in quegli stessi territori che Xi Zhongxun aveva portato nel partito scoppiarono vere e proprie guerre. Nel 1962 fu accusato di essere stato troppo accondiscendente con alcuni di questi leader etnici, il che li aveva portati a pensare di avere più spazio d’azione di quanto ne avessero avuto in passato. Poi negli anni Ottanta, dopo il radicalismo maoista e la persecuzione delle minoranze etniche, il Pcc decise di affrontare quel malcontento. Doveva almeno sperimentare un nuovo modello incentrato sullo sviluppo economico e sull’emersione della religione, così da poterla controllare meglio, lavorando ancora una volta attraverso il Fronte unito con le figure più influenti delle comunità. In seguito alle proteste di fine anni Ottanta, alcuni dirigenti del Pcc ritenevano che fosse necessario essere più duri con la popolazione, ma senza abbandonare del tutto l’approccio precedente. Questa era l’inclinazione di Xi Zhongxun. Ma la decisione non spettava a lui. Nel marzo 1989 Deng Xiaoping dichiara la legge marziale, mettendo fine al periodo di sperimentazione. Da qui deriva la profonda familiarità di Xi Jinping con la gestione delle minoranze etniche. E conosce altrettanto bene il Fronte unito, in casa Xi era una faccenda di famiglia: con quei leader si stringevano amicizie, si passavano le serate a bere, li si ospitava in casa e li si andava a visitare nelle loro. È possibile che la storia della sua famiglia porti Xi a percepire la questione etnica come se gli appartenesse. Ma ha un approccio chiaramente diverso rispetto al padre, più orientato a trasformare i sentimenti di tali comunità per mezzo della repressione. La domanda è: perché? In un certo senso il presidente cinese vuole risolvere la questione una volta per tutte, rendendo impensabile per le minoranze di poter avere un posto al di fuori della Repubblica Popolare Cinese.
Dai discorsi che ha tenuto e che sono trapelati Xi appare estremamente duro. Per esempio, parla di come i primi paesi a fuoriuscire dall’Urss furono i baltici, nonostante tra le repubbliche sovietiche fossero quelle più sviluppate. Quindi per lui non si tratta di un problema di ricchezza, ma di modi di pensare e per superarlo bisogna in qualche modo cambiare l’anima delle persone. Qui sta l’origine di un approccio molto aggressivo all’educazione di partito, al mescolarsi e al fondersi delle identità, alla sinizzazione del buddismo tibetano e dell’islam. Per Xi Jinping nulla può essere raggiunto senza stabilità. Se le persone non fanno spontaneamente ciò che il Pcc ritiene necessario, allora sarà quest’ultimo a costringerle a farlo.
LIMES Che rapporto ha Xi con la religione?
TORIGIAN Esistono molte voci sull’esistenza di credenze buddiste all’interno della famiglia Xi. Ho sentito dire che la madre sia buddista. Arjia Rinpoche, un lama tibetano, mi raccontò che negli anni Novanta incontrò Xi Zhongxun, il quale gli disse: «Per tutta la mia vita sono stato devoto verso due persone: il Panchen Lama e il Dalai Lama». È possibile che abbiano un tipo di rispetto della fede non sistematico, quasi superstizioso. O forse la vedono semplicemente come parte della cultura tradizionale e in tal senso è una forma di nazionalismo. Oppure stanno solo facendo il lavoro del Fronte unito dicendo di averne rispetto. Non possiamo saperlo con certezza.
LIMES Qual è l’influenza sul presidente cinese di filosofi come Han Fei – in particolare il suo pensiero riguardo all’uso congiunto di legge e forza, impiegando la prima per legittimare la seconda – e della letteratura russa, su cui lo stesso Xi Jinping insiste nelle proprie dichiarazioni?
TORIGIAN Per quanto non risulti che Xi da giovane leggesse Han Fei o che il padre gli abbia trasmesso esplicitamente quegli insegnamenti, da alcune dichiarazioni più recenti è evidente che conosca il suo pensiero e che potrebbe aver esercitato su di lui un certo influsso. Da giovani i dirigenti del Pcc venivano mandati – o esiliati – nelle campagne, dove avevano molto tempo per leggere. Non so se Han Fei fosse incluso nelle letture di Xi. In tal caso, con ogni probabilità non si è trattato di una lettura sistematica, ma di un percorso da autodidatta. Possiamo soltanto ipotizzare quale sia la natura della sua comprensione di questi pensatori. Quando incontra i diplomatici di Mosca, Xi fa spesso riferimento alle opere letterarie russe. Inoltre il suo primo viaggio all’estero è stato proprio in Russia. In quella occasione affermò che, mentre molti considerano la sua generazione orientata verso l’Occidente, lui si ritiene cresciuto dentro due tradizioni letterarie, quella cinese e quella russa. Disse anche di amare in particolare Che fare? di Nikolaj Gavrilovič Černyševskij per la figura di Rakhmëtov, un rivoluzionario che dorme su un letto di chiodi per temprarsi. Allo stesso modo anche Xi raccontò di aver passato da giovane molto tempo a camminare tra la neve e la pioggia per irrobustirsi. Per lui il comunismo è tutto e nel suo immaginario l’Unione Sovietica rappresenta il primo caso in cui una teoria scientifica si è trasformata in realtà.
(traduzione di Michelangelo Genone)
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