PECHINO È CON MOSCA CONTRO IL REVISIONISMO OCCIDENTALE Limes 2025-12
PECHINO È CON MOSCA CONTRO IL REVISIONISMO OCCIDENTALE
Cina e Russia allineano le narrazioni contro le interpretazioni storiche di Usa ed Europa. Il G2 sino-americano è pura propaganda di Washington, che intanto cerca di ‘ucrainizzare’ il Giappone in funzione anticinese.
di Hou Aijun
Pubblicato il 29 Dicembre 2025 alle 10:19
Pubblicato in: IL TEMPO DELLA CINA - n°12 - 2025
Cina
Russia
Scontro Usa-Cina
Occidente
Asia-Pacifico
Russia E Csi
Carta di Laura Canali - 2025
1. Un nuovo ordine internazionale sta prendendo forma attraverso il caos. Nonostante i tentativi di prolungare il proprio dominio, l’egemonia degli Stati Uniti sta ormai scadendo. Non solo in ragione delle politiche paradossali intraprese dal presidente Trump, ma anche per via della legge naturale secondo cui una volta raggiunto l’apice non si può che declinare. Allo stesso tempo, la sovraestensione dell’America e le sue faglie interne, come le contraddizioni razziali e di classe, trovano un corrispettivo sul piano internazionale nelle tensioni tra i paesi sviluppati e quelli in via di sviluppo. A ciò si aggiunge la contrapposizione tra Occidente collettivo e potenze in ascesa come Russia e Cina, ma anche quella tra lo schieramento occidentale e i paesi che ne sono ostracizzati: Iran, Corea del Nord, Cuba e Venezuela. Per non parlare della frattura che si è aperta tra le due sponde dell’Atlantico, con l’America che minaccia gli europei affinché paghino per le garanzie di sicurezza a stelle e strisce e preme per avere libero accesso alla tecnologia e ai capitali del Vecchio Continente.
Questo contesto apre spazi di manovra inediti per le medie potenze. È il caso del Giappone, che sconfitto nella seconda guerra mondiale cerca di cavalcare il declino dell’egemonia americana per liberarsi da restrizioni di lunga data e invertire il proprio corso storico. O della Turchia, che facendo leva sul panturchismo e sul panislamismo mira ad affermarsi approfittando dell’indebolimento dell’influenza russa negli Stati postsovietici. La possibilità di governare il caos, dunque la stabilità della politica internazionale, dipende dalle relazioni tra Cina, Russia e Stati Uniti, triangolo in cui oggi i rapporti di forza stanno cambiando rapidamente.
2. Primo dato fondamentale: si è ormai consolidato il modello di cooperazione «schiena contro schiena» tra Cina e Russia. Nel 2025, l’evento simbolico più significativo nelle relazioni sino-russe è stato il reciproco sostegno alle rispettive interpretazioni storiche della seconda guerra mondiale. Il 9 maggio il presidente cinese Xi Jinping ha partecipato alle celebrazioni russe per il Giorno della vittoria nella Grande guerra patriottica, mentre il 3 settembre il leader russo Vladimir Putin ha presenziato alla parata cinese per celebrare la vittoria nella guerra di resistenza contro il Giappone.
Carta di Laura Canali - 2024
Per molti anni la Russia è stata bersaglio di accuse e revisionismi storici costruiti dai paesi dell’Europa centro-orientale e degli Stati postsovietici. È stato sostenuto che l’Unione Sovietica e la Germania fossero ugualmente responsabili dell’inizio della seconda guerra mondiale, che l’Urss fosse alleata del Terzo Reich o addirittura che il patto segreto tra Mosca e Berlino avrebbe portato all’invasione della Polonia. Analogamente, oggi molti paesi condannano la Russia per le sue responsabilità nel conflitto militare in Ucraina. La Cina, al contrario, riconosce il grande contributo dell’Unione Sovietica alla sconfitta degli Stati fascisti, fornendo a Mosca un prezioso sostegno simbolico. Allo stesso modo, politici e studiosi russi hanno accolto la visione storica cinese secondo cui la guerra antifascista ebbe inizio nel 1931 (con l’incidente di Mukden e l’invasione giapponese della Manciuria, n.d.t.). Il 30 agosto 2025, in un’intervista a Xinhua, il presidente Putin ha espresso un forte apprezzamento per il contributo della Cina alla resistenza contro il Giappone e per il supporto fornito all’Urss: «La Russia non dimenticherà mai che proprio l’eroica resistenza cinese fu uno dei fattori decisivi che impedirono al Giappone di attaccare l’Unione Sovietica tra 1941 e 1942, pugnalando il nostro paese alle spalle». Visione condivisa anche da molti storici russi, i quali ritengono che il ruolo della Cina fu cruciale nel determinare la vittoria sul fascismo.
Oggi il mondo può essere diviso in due blocchi in base alla lettura storica della seconda guerra mondiale. Cina e Russia difendono una versione tradizionale. Al contrario i paesi occidentali, quelli dell’Europa centro-orientale e gli Stati postsovietici adottano un approccio storico revisionista. Così, nel tentativo di legare a sé il Giappone, gli Stati Uniti evitano di menzionare l’attacco giapponese a Pearl Harbor o lo sgancio delle bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki, definite da Trump «piccoli conflitti». Una vera e propria alterazione della storia. Il 16 agosto 2025, il sito dell’ambasciata statunitense in Cina ha persino pubblicato un comunicato in cui si affermava che ottant’anni prima Stati Uniti e Giappone avevano insieme posto fine a una devastante guerra nel Pacifico. Come se Washington e Tōkyō fossero state alleate. Questa rivisitazione utilitaristica dei fatti storici non è solo miope, ma anche pericolosa.
Per l’Occidente collettivo, non sono la sovranità e l’integrità territoriale dell’Ucraina a contare realmente, quanto la possibilità di sfruttare quel territorio per logorare la potenza russa. L’Occidente non sta affatto portando avanti una politica di pace. Al contrario, interviene attivamente continuando a fornire aiuti all’Ucraina nel tentativo di trasformarla in un nuovo Afghanistan, così da trascinare la Russia in un pantano e dissanguarla lentamente. I paesi europei si sono accodati agli Stati Uniti nel fare pressione sulla Cina, allo scopo di di costringerla ad allinearsi all’Occidente e a sanzionare la Russia. Si tratta di una posizione ipocrita, palesemente inaccettabile per Pechino. In quest’ottica va letta un’insolita dichiarazione del ministro degli Esteri cinese Wang Yi, che il 4 luglio 2025 ha abbandonato il linguaggio diplomatico e ha espresso apertamente la propria posizione: la Cina non può accettare le conseguenze di una sconfitta russa.
3. Secondo dato fondamentale. Le teorie del «condominio russo-americano», del «G2 sino-americano» e persino della «tripartizione del mondo tra Cina, Russia e Stati Uniti» sono tutte cortine fumogene propagandistiche che Washington alza contro Pechino e Mosca. Negli ambienti accademici russi e occidentali circola da diversi anni un’idea per cui, visto il drastico indebolimento dell’egemonia americana, la Russia potrebbe essere incentivata a cooperare con gli Stati Uniti, facilitandone anche l’accesso ai capitali e alle tecnologie europee. Mosca potrebbe dunque farsi capofila del mondo non occidentale e Washington del resto. In questo modo, la supremazia americana potrebbe perpetuarsi o addirittura uscirne rinvigorita.
Carta di Laura Canali - 2025
Nel 2004 i quattro partner più importanti per gli Stati Uniti erano l’Unione Europea, Cina, Giappone e Arabia Saudita. Nel 2008, sullo sfondo della grave crisi finanziaria negli Usa, lo studioso americano C. Fred Bergsten ha pubblicato sulla rivista Foreign Affairs l’articolo «A Partnership of Equals. How Washington Should Respond to China’s Economic Challenge», rilanciando l’idea di un G2 tra Cina e Stati Uniti in cui le due potenze avrebbero guidato insieme l’economia globale. Da allora, tale posizione si è radicata negli ambienti politici e accademici americani.
L’idea di un G2 sino-americano è stata rilanciata da Washington nell’ottobre 2025, quando la Cina ha risposto alla guerra commerciale avviata dagli Stati Uniti imponendo controlli sulle esportazioni di terre rare e costringendo gli Usa a un compromesso. Da Pechino, tuttavia, non c’è stata alcuna risposta positiva. Il 26 maggio 2025, anche il New York Times ha avanzato la teoria di un «mondo tripartito fra Cina, Stati Uniti e Russia» o di una «cogestione Cina-Russia-Usa». Queste teorie sono pure mistificazioni, schemi geopolitici irrealizzabili. Le idee di un condominio sino-americano o russo-americano non possiedono alcuna base storica, economica o politico-culturale. Gli Stati Uniti, in realtà, non possono e non vogliono condividere il proprio potere con Cina o Russia, né considerarle partner alla pari. Ecco perché nei fatti l’Occidente collettivo guidato dagli Usa non ha mai smesso di esercitare pressioni strategiche contro Cina e Russia.
Washington ha intrapreso vari negoziati separati con Pechino e con Mosca, con risultati decisamente limitati. Per gli Stati Uniti, l’obiettivo principale di tali colloqui era anzi quello di minare i rapporti bilaterali tra i due paesi. Naturalmente, il campo di battaglia più importante per dividere Cina e Russia è quello della guerra cognitiva e dell’informazione, in cui gli Stati Uniti hanno riportato un discreto successo. In Russia i gruppi filo-americani tendono a essere anticinesi; allo stesso modo, in Cina i gruppi filo-americani tendono a essere antirussi. Nello spazio pubblico cinese, il conflitto russo-ucraino e la questione israelo-palestinese hanno aperto divisioni profonde, che si sono tradotte in lacerazioni del tessuto sociale. I filo-americani tendono a sostenere che la Russia sia l’aggressore e la Palestina un attore terroristico, mentre Ucraina e Israele starebbero dalla parte «giusta». Una minoranza di cinesi accetta e condivide persino la visione occidentale della seconda guerra mondiale.
Esiste una regola costante: ogni qualvolta la cooperazione tra Pechino e Mosca si stringe, qualcuno riesuma le vecchie ferite e i nodi irrisolti nel passato delle relazioni sino-russe per «ricordare» ai cittadini cinesi di diffidare del Cremlino. E lo stesso avviene, a parti invertite, anche in Russia.
4. La Russia ha conquistato un vantaggio militare sul campo nel conflitto con l’Ucraina, mentre la possibilità che si realizzi una riconciliazione tra Mosca e Kiev, come auspicato dai piani occidentali, è piuttosto ridotta. Le trattative tra Russia e Stati Uniti procedono e Washington ha presentato a Mosca condizioni relativamente flessibili. La posizione dell’Ucraina sarà plasmata in larga misura dagli americani, e i negoziati tra Mosca e Kiev avverranno di conseguenza. Washington ha bisogno di ritirarsi gradualmente dal conflitto e di attenuare il livello di confronto con Mosca.
Quando gli Stati Uniti hanno avanzato questo piano, l’esercito russo aveva già conquistato città importanti come Časiv Jar e non dava cenno di arrestarsi. Il piano in 18 punti, lungi dall’affrontare le questioni che stanno al cuore della guerra russo-ucraina, serve piuttosto a congelare il conflitto. Di conseguenza, le prospettive di una soluzione pacifica paiono incerte. In Russia, alcuni temono che i colloqui di pace possano essere soltanto una tattica occidentale per concedere un po’ di respiro a Ucraina e paesi europei, esattamente come accadde con gli accordi di Minsk e come fu infatti riconosciuto dalla stessa Angela Merkel.
D’altronde, se anche si raggiungesse un accordo di pace con Mosca basato sulla situazione attuale, Kiev ne uscirebbe chiaramente come la principale sconfitta. I pesantissimi sacrifici umani degli ultimi tre anni verrebbero vanificati e sarebbe a rischio la tenuta stessa dello Stato ucraino. Per tale ragione, l’Ucraina difficilmente accetterà condizioni che danneggino ulteriormente i propri interessi strategici e nazionali. Da un punto di vista geopolitico, gli altri grandi perdenti sarebbero gli europei, che continuano a sostenere Kiev nella resistenza contro Mosca.
Carta di Laura Canali - 2025
Dal punto di vista russo è praticamente impossibile accettare di fare un passo indietro e cedere i territori dell’Ucraina orientale attualmente occupati. Perciò, la riuscita del piano di pace guidato dagli Stati Uniti è tutt’altro che scontata. Da pedina strategica, per gli americani l’Ucraina è scaduta a pesante fardello. Washington ha dunque bisogno di chiudere rapidamente questo conflitto per poter convogliare altrove le proprie capacità militari. Se il piano di pace russo-ucraino andasse in porto, probabilmente gli occidentali cercherebbero un altro paese in grado di subentrare all’Ucraina nel compito di logorare la Russia.
5. Che gli Stati Uniti abbiano usato l’Ucraina per contenere la Russia non è un segreto. La novità è che ora tentano di replicare la stessa operazione con la Cina, stavolta attraverso il Giappone. Il paese del Sol Levante si è infatti progressivamente «ucrainizzato», ciò che aumenta sensibilmente la probabilità di una guerra in Asia orientale.
Il 7 novembre 2025 la prima ministra giapponese Takaichi Sanae ha dichiarato in parlamento che se la Cina schierasse navi militari e usasse la forza contro Taiwan,ciò potrebbe costituire una «situazione di crisi esistenziale» per il Giappone, circostanza che legittimerebbe il dispiegamento delle Forze di autodifesa nipponiche. Tali affermazioni provocatorie hanno suscitato un’ondata di indignazione in Cina, tanto nell’opinione pubblica quanto a livello governativo. Pechino ha infatti sospeso viaggi turistici e soggiorni di studio in Giappone e ha ricordato che le clausole sulle nazioni nemiche della Carta delle Nazioni Unite (articoli 53, 77 e 107) adottate dopo la seconda guerra mondiale sono ancora valide. In altre parole, qualora Tōkyō dimostrasse di voler riprendere una politica aggressiva, i membri fondatori dell’Onu – Cina, Francia, Russia, Regno Unito e Stati Uniti – avrebbero il diritto di usare la forza senza l’autorizzazione del Consiglio di Sicurezza. Pechino ha comunicato al segretario generale delle Nazioni Unite che, se le forze giapponesi intervenissero nell’ambito del dossier Taiwan, la Cina eserciterebbe il proprio diritto all’autodifesa.
Durante la seconda guerra mondiale, il Giappone si è macchiato di gravi crimini contro il popolo cinese e altri paesi asiatici. Nel dopoguerra, le forze militariste giapponesi non sono state completamente epurate dei membri che vi avevano preso parte. In sostanza, il paese non ha compiuto una sincera e profonda riflessione sulla propria storia, né ha mai davvero preso le distanze dal proprio passato militarista. Tōkyō non ha mai offerto compensazioni o scuse al popolo cinese. Al contrario, ha cercato di occultare e edulcorare i crimini commessi, presentandosi persino come vittima. Durante la guerra fredda gli Usa elevarono il Giappone ad attore chiave nel sistema di contenimento dell’Urss e della Cina. Il supporto americano gli permise di sviluppare una potente economia, al prezzo però di appaltare la propria politica estera e di difesa agli Stati Uniti, diventando di fatto uno Stato fantoccio.
Il paese del Sol Levante cerca da anni di reinventare la propria identità, aspirando sostanzialmente a diventare un «paese normale». In quest’ottica, Tōkyō investe grandi somme in attività di lobbying e ambisce al seggio di membro permanente nel Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Negli anni ha inoltre accumulato in segreto materiali sufficienti a produrre armi nucleari. Gli Stati Uniti hanno quindi coltivato un alleato potenzialmente pericoloso, che in determinate circostanze potrebbe sfuggire al loro controllo. Considerando le storiche tensioni irrisolte con la Repubblica Popolare e le aggressioni compiute in passato dal Giappone, è particolarmente grave che Tōkyō non abbia mai avviato un vero processo di autocritica. Soprattutto vista la sua attuale centralità nella falange di contenimento anticinese a guida statunitense, funzione che spiega la retorica interventista del Giappone su Taiwan, al cuore degli interessi strategici di Pechino. Stando ai sondaggi, Takaichi Sanae gode di ampio sostegno nel proprio paese, mentre le sue provocazioni hanno generato un diffuso risentimento antinipponico nella Repubblica Popolare. Le opinioni pubbliche dei due paesi stanno entrando in collisione frontale. Sulla base di questi elementi, si può prevedere che il Giappone diventerà il principale ostacolo alla riunificazione nazionale cinese. Tōkyō sta nuovamente imboccando la strada del militarismo e non si può più escludere che le Forze di autodifesa passino all’azione.
Carta di Laura Canali - 2025
6. Gli attriti tra Pechino e Tōkyō in Asia orientale sono di natura strutturale: difficilmente le relazioni bilaterali miglioreranno, e anzi sta aumentando la possibilità di un conflitto armato. Cina, Corea del Nord e Russia si offrono mutuo sostegno per far fronte alle provocazioni giapponesi. Tutti i vicini del Giappone sono stati vittime del suo militarismo. Dall’inizio del conflitto russo-ucraino, Tōkyō ha aderito attivamente alle sanzioni economiche contro la Russia e ha fornito assistenza militare a Kiev, suscitando non poca irritazione a Mosca. La Corea del Nord ha classificato il Giappone come «nemico millenario» e persino la Corea del Sud mostra una certa cautela nei confronti di Tōkyō.
Secondo quanto recentemente trapelato da esponenti militari tedeschi, la Germania avrebbe preparato un piano per il dispiegamento di 800 mila soldati da schierare contro la Russia. Per il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov sarebbero le prime avvisaglie di un «ritorno del nazismo». La situazione sembra quasi riportare allo scenario della seconda guerra mondiale: la Russia (allora Unione Sovietica) impegnata sul fronte europeo e la Cina sul fronte asiatico.
Gli Stati Uniti possono controllare la politica militare e diplomatica del Giappone, ma Tōkyō spera che la Casa Bianca allenti la presa, così da lanciarsi in un conflitto armato con la Cina e portarsi dietro Washington. L’esperienza storica dimostra che l’estrema destra giapponese, nei momenti di crisi, è spesso incline a compiere azioni avventate.
7. Il quadro appena delineato consente di formulare alcune previsioni. Prima. l’America è ossessionata dalla necessità di contenere Cina e Russia, ma ciò non basterebbe a invertire il suo declino. La ragione del tramonto irreversibile degli Stati Uniti non risiede nell’ascesa degli altri due Stati, bensì nel deterioramento complessivo delle capacità economiche, politiche, militari e tecnologiche americane. Soprattutto, abbracciare una linea egemonica che postulasse l’espansione illimitata è stato un errore strategico per l’America. E la crisi si farà ancora più profonda quando non sarà più possibile sfogare all’esterno le proprie contraddizioni per risolvere i problemi interni.
Seconda. La Russia ha pagato un prezzo altissimo nella guerra con l’Ucraina, ma ha al contempo dimostrato una notevole capacità di resistenza. Mosca si è confrontata, praticamente da sola, con le risorse militari e politiche di oltre trenta paesi: finché non sarà sconfitta, questa potrà essere considerata una grande vittoria. Molti cittadini russi inizialmente percepivano il conflitto come una guerra fratricida, ma proprio l’esistenza di forti influenze esterne ha finito per rafforzare la coesione interna e la legittimità percepita dell’azione militare. Qualunque fattore che non riesca a distruggere la Russia non farà che rafforzarla.
Terza. Nei prossimi due o tre anni potrebbero soffiare venti di guerra nell’intorno strategico cinese. L’economia giapponese è in difficoltà, le tensioni sociali nel paese si stanno acuendo e le forze militariste e di estrema destra tornano alla ribalta, costituendo un pericolo imprevedibile per l’intera regione. Tōkyō inizia a intromettersi nella questione di Taiwan, mentre gli Usa sono impegnati a gestire i conflitti interni. Basterebbe un’evoluzione improvvisa nella politica americana e il Giappone potrebbe sfuggire al controllo. O addirittura, incoraggiato dagli Stati Uniti, potrebbe intraprendere iniziative militari, costringendo la Cina al confronto diretto. Per Pechino si tratterebbe di una sfida enorme, ma anche di un’occasione decisiva per assicurarsi un triplice risultato: sconfitta del Giappone, con completa smilitarizzazione e risoluzione definitiva delle dispute storiche in Asia orientale; ritiro totale degli Stati Uniti dall’area; ritorno di Taiwan alla Repubblica Popolare.
(traduzione di Chiara Lepri)PECHINO È CON MOSCA CONTRO IL REVISIONISMO OCCIDENTALE

1. Un nuovo ordine internazionale sta prendendo forma attraverso il caos. Nonostante i tentativi di prolungare il proprio dominio, l’egemonia degli Stati Uniti sta ormai scadendo. Non solo in ragione delle politiche paradossali intraprese dal presidente Trump, ma anche per via della legge naturale secondo cui una volta raggiunto l’apice non si può che declinare. Allo stesso tempo, la sovraestensione dell’America e le sue faglie interne, come le contraddizioni razziali e di classe, trovano un corrispettivo sul piano internazionale nelle tensioni tra i paesi sviluppati e quelli in via di sviluppo. A ciò si aggiunge la contrapposizione tra Occidente collettivo e potenze in ascesa come Russia e Cina, ma anche quella tra lo schieramento occidentale e i paesi che ne sono ostracizzati: Iran, Corea del Nord, Cuba e Venezuela. Per non parlare della frattura che si è aperta tra le due sponde dell’Atlantico, con l’America che minaccia gli europei affinché paghino per le garanzie di sicurezza a stelle e strisce e preme per avere libero accesso alla tecnologia e ai capitali del Vecchio Continente.
Questo contesto apre spazi di manovra inediti per le medie potenze. È il caso del Giappone, che sconfitto nella seconda guerra mondiale cerca di cavalcare il declino dell’egemonia americana per liberarsi da restrizioni di lunga data e invertire il proprio corso storico. O della Turchia, che facendo leva sul panturchismo e sul panislamismo mira ad affermarsi approfittando dell’indebolimento dell’influenza russa negli Stati postsovietici. La possibilità di governare il caos, dunque la stabilità della politica internazionale, dipende dalle relazioni tra Cina, Russia e Stati Uniti, triangolo in cui oggi i rapporti di forza stanno cambiando rapidamente.
2. Primo dato fondamentale: si è ormai consolidato il modello di cooperazione «schiena contro schiena» tra Cina e Russia. Nel 2025, l’evento simbolico più significativo nelle relazioni sino-russe è stato il reciproco sostegno alle rispettive interpretazioni storiche della seconda guerra mondiale. Il 9 maggio il presidente cinese Xi Jinping ha partecipato alle celebrazioni russe per il Giorno della vittoria nella Grande guerra patriottica, mentre il 3 settembre il leader russo Vladimir Putin ha presenziato alla parata cinese per celebrare la vittoria nella guerra di resistenza contro il Giappone.

Per molti anni la Russia è stata bersaglio di accuse e revisionismi storici costruiti dai paesi dell’Europa centro-orientale e degli Stati postsovietici. È stato sostenuto che l’Unione Sovietica e la Germania fossero ugualmente responsabili dell’inizio della seconda guerra mondiale, che l’Urss fosse alleata del Terzo Reich o addirittura che il patto segreto tra Mosca e Berlino avrebbe portato all’invasione della Polonia. Analogamente, oggi molti paesi condannano la Russia per le sue responsabilità nel conflitto militare in Ucraina. La Cina, al contrario, riconosce il grande contributo dell’Unione Sovietica alla sconfitta degli Stati fascisti, fornendo a Mosca un prezioso sostegno simbolico. Allo stesso modo, politici e studiosi russi hanno accolto la visione storica cinese secondo cui la guerra antifascista ebbe inizio nel 1931 (con l’incidente di Mukden e l’invasione giapponese della Manciuria, n.d.t.). Il 30 agosto 2025, in un’intervista a Xinhua, il presidente Putin ha espresso un forte apprezzamento per il contributo della Cina alla resistenza contro il Giappone e per il supporto fornito all’Urss: «La Russia non dimenticherà mai che proprio l’eroica resistenza cinese fu uno dei fattori decisivi che impedirono al Giappone di attaccare l’Unione Sovietica tra 1941 e 1942, pugnalando il nostro paese alle spalle». Visione condivisa anche da molti storici russi, i quali ritengono che il ruolo della Cina fu cruciale nel determinare la vittoria sul fascismo.
Oggi il mondo può essere diviso in due blocchi in base alla lettura storica della seconda guerra mondiale. Cina e Russia difendono una versione tradizionale. Al contrario i paesi occidentali, quelli dell’Europa centro-orientale e gli Stati postsovietici adottano un approccio storico revisionista. Così, nel tentativo di legare a sé il Giappone, gli Stati Uniti evitano di menzionare l’attacco giapponese a Pearl Harbor o lo sgancio delle bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki, definite da Trump «piccoli conflitti». Una vera e propria alterazione della storia. Il 16 agosto 2025, il sito dell’ambasciata statunitense in Cina ha persino pubblicato un comunicato in cui si affermava che ottant’anni prima Stati Uniti e Giappone avevano insieme posto fine a una devastante guerra nel Pacifico. Come se Washington e Tōkyō fossero state alleate. Questa rivisitazione utilitaristica dei fatti storici non è solo miope, ma anche pericolosa.
Per l’Occidente collettivo, non sono la sovranità e l’integrità territoriale dell’Ucraina a contare realmente, quanto la possibilità di sfruttare quel territorio per logorare la potenza russa. L’Occidente non sta affatto portando avanti una politica di pace. Al contrario, interviene attivamente continuando a fornire aiuti all’Ucraina nel tentativo di trasformarla in un nuovo Afghanistan, così da trascinare la Russia in un pantano e dissanguarla lentamente. I paesi europei si sono accodati agli Stati Uniti nel fare pressione sulla Cina, allo scopo di di costringerla ad allinearsi all’Occidente e a sanzionare la Russia. Si tratta di una posizione ipocrita, palesemente inaccettabile per Pechino. In quest’ottica va letta un’insolita dichiarazione del ministro degli Esteri cinese Wang Yi, che il 4 luglio 2025 ha abbandonato il linguaggio diplomatico e ha espresso apertamente la propria posizione: la Cina non può accettare le conseguenze di una sconfitta russa.
3. Secondo dato fondamentale. Le teorie del «condominio russo-americano», del «G2 sino-americano» e persino della «tripartizione del mondo tra Cina, Russia e Stati Uniti» sono tutte cortine fumogene propagandistiche che Washington alza contro Pechino e Mosca. Negli ambienti accademici russi e occidentali circola da diversi anni un’idea per cui, visto il drastico indebolimento dell’egemonia americana, la Russia potrebbe essere incentivata a cooperare con gli Stati Uniti, facilitandone anche l’accesso ai capitali e alle tecnologie europee. Mosca potrebbe dunque farsi capofila del mondo non occidentale e Washington del resto. In questo modo, la supremazia americana potrebbe perpetuarsi o addirittura uscirne rinvigorita.

Nel 2004 i quattro partner più importanti per gli Stati Uniti erano l’Unione Europea, Cina, Giappone e Arabia Saudita. Nel 2008, sullo sfondo della grave crisi finanziaria negli Usa, lo studioso americano C. Fred Bergsten ha pubblicato sulla rivista Foreign Affairs l’articolo «A Partnership of Equals. How Washington Should Respond to China’s Economic Challenge», rilanciando l’idea di un G2 tra Cina e Stati Uniti in cui le due potenze avrebbero guidato insieme l’economia globale. Da allora, tale posizione si è radicata negli ambienti politici e accademici americani.
L’idea di un G2 sino-americano è stata rilanciata da Washington nell’ottobre 2025, quando la Cina ha risposto alla guerra commerciale avviata dagli Stati Uniti imponendo controlli sulle esportazioni di terre rare e costringendo gli Usa a un compromesso. Da Pechino, tuttavia, non c’è stata alcuna risposta positiva. Il 26 maggio 2025, anche il New York Times ha avanzato la teoria di un «mondo tripartito fra Cina, Stati Uniti e Russia» o di una «cogestione Cina-Russia-Usa». Queste teorie sono pure mistificazioni, schemi geopolitici irrealizzabili. Le idee di un condominio sino-americano o russo-americano non possiedono alcuna base storica, economica o politico-culturale. Gli Stati Uniti, in realtà, non possono e non vogliono condividere il proprio potere con Cina o Russia, né considerarle partner alla pari. Ecco perché nei fatti l’Occidente collettivo guidato dagli Usa non ha mai smesso di esercitare pressioni strategiche contro Cina e Russia.
Washington ha intrapreso vari negoziati separati con Pechino e con Mosca, con risultati decisamente limitati. Per gli Stati Uniti, l’obiettivo principale di tali colloqui era anzi quello di minare i rapporti bilaterali tra i due paesi. Naturalmente, il campo di battaglia più importante per dividere Cina e Russia è quello della guerra cognitiva e dell’informazione, in cui gli Stati Uniti hanno riportato un discreto successo. In Russia i gruppi filo-americani tendono a essere anticinesi; allo stesso modo, in Cina i gruppi filo-americani tendono a essere antirussi. Nello spazio pubblico cinese, il conflitto russo-ucraino e la questione israelo-palestinese hanno aperto divisioni profonde, che si sono tradotte in lacerazioni del tessuto sociale. I filo-americani tendono a sostenere che la Russia sia l’aggressore e la Palestina un attore terroristico, mentre Ucraina e Israele starebbero dalla parte «giusta». Una minoranza di cinesi accetta e condivide persino la visione occidentale della seconda guerra mondiale.
Esiste una regola costante: ogni qualvolta la cooperazione tra Pechino e Mosca si stringe, qualcuno riesuma le vecchie ferite e i nodi irrisolti nel passato delle relazioni sino-russe per «ricordare» ai cittadini cinesi di diffidare del Cremlino. E lo stesso avviene, a parti invertite, anche in Russia.
4. La Russia ha conquistato un vantaggio militare sul campo nel conflitto con l’Ucraina, mentre la possibilità che si realizzi una riconciliazione tra Mosca e Kiev, come auspicato dai piani occidentali, è piuttosto ridotta. Le trattative tra Russia e Stati Uniti procedono e Washington ha presentato a Mosca condizioni relativamente flessibili. La posizione dell’Ucraina sarà plasmata in larga misura dagli americani, e i negoziati tra Mosca e Kiev avverranno di conseguenza. Washington ha bisogno di ritirarsi gradualmente dal conflitto e di attenuare il livello di confronto con Mosca.
Quando gli Stati Uniti hanno avanzato questo piano, l’esercito russo aveva già conquistato città importanti come Časiv Jar e non dava cenno di arrestarsi. Il piano in 18 punti, lungi dall’affrontare le questioni che stanno al cuore della guerra russo-ucraina, serve piuttosto a congelare il conflitto. Di conseguenza, le prospettive di una soluzione pacifica paiono incerte. In Russia, alcuni temono che i colloqui di pace possano essere soltanto una tattica occidentale per concedere un po’ di respiro a Ucraina e paesi europei, esattamente come accadde con gli accordi di Minsk e come fu infatti riconosciuto dalla stessa Angela Merkel.
D’altronde, se anche si raggiungesse un accordo di pace con Mosca basato sulla situazione attuale, Kiev ne uscirebbe chiaramente come la principale sconfitta. I pesantissimi sacrifici umani degli ultimi tre anni verrebbero vanificati e sarebbe a rischio la tenuta stessa dello Stato ucraino. Per tale ragione, l’Ucraina difficilmente accetterà condizioni che danneggino ulteriormente i propri interessi strategici e nazionali. Da un punto di vista geopolitico, gli altri grandi perdenti sarebbero gli europei, che continuano a sostenere Kiev nella resistenza contro Mosca.

Dal punto di vista russo è praticamente impossibile accettare di fare un passo indietro e cedere i territori dell’Ucraina orientale attualmente occupati. Perciò, la riuscita del piano di pace guidato dagli Stati Uniti è tutt’altro che scontata. Da pedina strategica, per gli americani l’Ucraina è scaduta a pesante fardello. Washington ha dunque bisogno di chiudere rapidamente questo conflitto per poter convogliare altrove le proprie capacità militari. Se il piano di pace russo-ucraino andasse in porto, probabilmente gli occidentali cercherebbero un altro paese in grado di subentrare all’Ucraina nel compito di logorare la Russia.
5. Che gli Stati Uniti abbiano usato l’Ucraina per contenere la Russia non è un segreto. La novità è che ora tentano di replicare la stessa operazione con la Cina, stavolta attraverso il Giappone. Il paese del Sol Levante si è infatti progressivamente «ucrainizzato», ciò che aumenta sensibilmente la probabilità di una guerra in Asia orientale.
Il 7 novembre 2025 la prima ministra giapponese Takaichi Sanae ha dichiarato in parlamento che se la Cina schierasse navi militari e usasse la forza contro Taiwan,ciò potrebbe costituire una «situazione di crisi esistenziale» per il Giappone, circostanza che legittimerebbe il dispiegamento delle Forze di autodifesa nipponiche. Tali affermazioni provocatorie hanno suscitato un’ondata di indignazione in Cina, tanto nell’opinione pubblica quanto a livello governativo. Pechino ha infatti sospeso viaggi turistici e soggiorni di studio in Giappone e ha ricordato che le clausole sulle nazioni nemiche della Carta delle Nazioni Unite (articoli 53, 77 e 107) adottate dopo la seconda guerra mondiale sono ancora valide. In altre parole, qualora Tōkyō dimostrasse di voler riprendere una politica aggressiva, i membri fondatori dell’Onu – Cina, Francia, Russia, Regno Unito e Stati Uniti – avrebbero il diritto di usare la forza senza l’autorizzazione del Consiglio di Sicurezza. Pechino ha comunicato al segretario generale delle Nazioni Unite che, se le forze giapponesi intervenissero nell’ambito del dossier Taiwan, la Cina eserciterebbe il proprio diritto all’autodifesa.
Durante la seconda guerra mondiale, il Giappone si è macchiato di gravi crimini contro il popolo cinese e altri paesi asiatici. Nel dopoguerra, le forze militariste giapponesi non sono state completamente epurate dei membri che vi avevano preso parte. In sostanza, il paese non ha compiuto una sincera e profonda riflessione sulla propria storia, né ha mai davvero preso le distanze dal proprio passato militarista. Tōkyō non ha mai offerto compensazioni o scuse al popolo cinese. Al contrario, ha cercato di occultare e edulcorare i crimini commessi, presentandosi persino come vittima. Durante la guerra fredda gli Usa elevarono il Giappone ad attore chiave nel sistema di contenimento dell’Urss e della Cina. Il supporto americano gli permise di sviluppare una potente economia, al prezzo però di appaltare la propria politica estera e di difesa agli Stati Uniti, diventando di fatto uno Stato fantoccio.
Il paese del Sol Levante cerca da anni di reinventare la propria identità, aspirando sostanzialmente a diventare un «paese normale». In quest’ottica, Tōkyō investe grandi somme in attività di lobbying e ambisce al seggio di membro permanente nel Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Negli anni ha inoltre accumulato in segreto materiali sufficienti a produrre armi nucleari. Gli Stati Uniti hanno quindi coltivato un alleato potenzialmente pericoloso, che in determinate circostanze potrebbe sfuggire al loro controllo. Considerando le storiche tensioni irrisolte con la Repubblica Popolare e le aggressioni compiute in passato dal Giappone, è particolarmente grave che Tōkyō non abbia mai avviato un vero processo di autocritica. Soprattutto vista la sua attuale centralità nella falange di contenimento anticinese a guida statunitense, funzione che spiega la retorica interventista del Giappone su Taiwan, al cuore degli interessi strategici di Pechino. Stando ai sondaggi, Takaichi Sanae gode di ampio sostegno nel proprio paese, mentre le sue provocazioni hanno generato un diffuso risentimento antinipponico nella Repubblica Popolare. Le opinioni pubbliche dei due paesi stanno entrando in collisione frontale. Sulla base di questi elementi, si può prevedere che il Giappone diventerà il principale ostacolo alla riunificazione nazionale cinese. Tōkyō sta nuovamente imboccando la strada del militarismo e non si può più escludere che le Forze di autodifesa passino all’azione.

6. Gli attriti tra Pechino e Tōkyō in Asia orientale sono di natura strutturale: difficilmente le relazioni bilaterali miglioreranno, e anzi sta aumentando la possibilità di un conflitto armato. Cina, Corea del Nord e Russia si offrono mutuo sostegno per far fronte alle provocazioni giapponesi. Tutti i vicini del Giappone sono stati vittime del suo militarismo. Dall’inizio del conflitto russo-ucraino, Tōkyō ha aderito attivamente alle sanzioni economiche contro la Russia e ha fornito assistenza militare a Kiev, suscitando non poca irritazione a Mosca. La Corea del Nord ha classificato il Giappone come «nemico millenario» e persino la Corea del Sud mostra una certa cautela nei confronti di Tōkyō.
Secondo quanto recentemente trapelato da esponenti militari tedeschi, la Germania avrebbe preparato un piano per il dispiegamento di 800 mila soldati da schierare contro la Russia. Per il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov sarebbero le prime avvisaglie di un «ritorno del nazismo». La situazione sembra quasi riportare allo scenario della seconda guerra mondiale: la Russia (allora Unione Sovietica) impegnata sul fronte europeo e la Cina sul fronte asiatico.
Gli Stati Uniti possono controllare la politica militare e diplomatica del Giappone, ma Tōkyō spera che la Casa Bianca allenti la presa, così da lanciarsi in un conflitto armato con la Cina e portarsi dietro Washington. L’esperienza storica dimostra che l’estrema destra giapponese, nei momenti di crisi, è spesso incline a compiere azioni avventate.
7. Il quadro appena delineato consente di formulare alcune previsioni. Prima. l’America è ossessionata dalla necessità di contenere Cina e Russia, ma ciò non basterebbe a invertire il suo declino. La ragione del tramonto irreversibile degli Stati Uniti non risiede nell’ascesa degli altri due Stati, bensì nel deterioramento complessivo delle capacità economiche, politiche, militari e tecnologiche americane. Soprattutto, abbracciare una linea egemonica che postulasse l’espansione illimitata è stato un errore strategico per l’America. E la crisi si farà ancora più profonda quando non sarà più possibile sfogare all’esterno le proprie contraddizioni per risolvere i problemi interni.
Seconda. La Russia ha pagato un prezzo altissimo nella guerra con l’Ucraina, ma ha al contempo dimostrato una notevole capacità di resistenza. Mosca si è confrontata, praticamente da sola, con le risorse militari e politiche di oltre trenta paesi: finché non sarà sconfitta, questa potrà essere considerata una grande vittoria. Molti cittadini russi inizialmente percepivano il conflitto come una guerra fratricida, ma proprio l’esistenza di forti influenze esterne ha finito per rafforzare la coesione interna e la legittimità percepita dell’azione militare. Qualunque fattore che non riesca a distruggere la Russia non farà che rafforzarla.
Terza. Nei prossimi due o tre anni potrebbero soffiare venti di guerra nell’intorno strategico cinese. L’economia giapponese è in difficoltà, le tensioni sociali nel paese si stanno acuendo e le forze militariste e di estrema destra tornano alla ribalta, costituendo un pericolo imprevedibile per l’intera regione. Tōkyō inizia a intromettersi nella questione di Taiwan, mentre gli Usa sono impegnati a gestire i conflitti interni. Basterebbe un’evoluzione improvvisa nella politica americana e il Giappone potrebbe sfuggire al controllo. O addirittura, incoraggiato dagli Stati Uniti, potrebbe intraprendere iniziative militari, costringendo la Cina al confronto diretto. Per Pechino si tratterebbe di una sfida enorme, ma anche di un’occasione decisiva per assicurarsi un triplice risultato: sconfitta del Giappone, con completa smilitarizzazione e risoluzione definitiva delle dispute storiche in Asia orientale; ritiro totale degli Stati Uniti dall’area; ritorno di Taiwan alla Repubblica Popolare.
(traduzione di Chiara Lepri)
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