PER UN NUOVO PROTAGONISMO DELLA COREA DEL SUD

 

PER UN NUOVO PROTAGONISMO DELLA COREA DEL SUD

Il triangolo Usa-Cina-Russia muta i suoi contorni, ponendo fine alla denuclearizzazione in Asia nord-orientale. Per Seoul è tempo di diventare una potenza attiva. La chiave sono i sottomarini a propulsione nucleare, cui Washington non si oppone.

di KIM Heungchong

Pubblicato il 29 Dicembre 2025 alle 10:21

Pubblicato in: IL TEMPO DELLA CINA - n°12 - 2025

Cina

Russia

Scontro Usa-Cina

Oceano Pacifico

Indo-Pacifico

Corea Del Sud

Asia-Pacifico

Carta di Laura Canali - 2018 


1. Stiamo entrando in un’èra caratterizzata da nuove geometrie del potere. Per quasi un decennio una sola immagine ha dominato lo scenario strategico dell’Asia nord-orientale: l’acuirsi della competizione tra Stati Uniti e Cina. Decisori politici e militari hanno interpretato ogni singola azione – esercitazioni marittime, schermaglie diplomatiche, norme sull’esportazione di tecnologia – indossando quelle lenti. Ma il paradosso della geopolitica è che raramente un conflitto previsto da lungo tempo si manifesta nelle forme immaginate. Il confronto tra Washington e Pechino non è scomparso. Si è trasformato in qualcosa di più vago, ambiguo e imprevedibile.

Oggi il triangolo costituito da America, Cina e Russia non assomiglia più alla rigida struttura dei decenni successivi alla guerra fredda. Non è un equilibrio stabile, né una semplice riedizione del confronto bipolare o tripolare. Il triangolo è divenuto mutevole. E i suoi vertici si muovono in base alla convenienza, alle pressioni, alla stanchezza e all’ambizione delle potenze. Washington è attanagliata dalla fatica imperiale, sovraestesa e divisa al suo interno. Pechino è guidata da un’ambizione programmatica e marcia in avanti, nonostante la sua economia rallenti. Mosca è animata da sentimenti di revanscismo geopolitico e sfrutta il caos come forma di arte di governo. Ogni attore tenta di ottenere un vantaggio. Ma nessuno è in grado di ripristinare un ordine stabile.

Tale fluidità non è questione di poco conto, poiché sta erodendo i pilastri che tenevano insieme l’Asia nord-orientale. Una volta la regione faceva affidamento sulla prevedibilità dell’egemonia americana, sull’economia cinese e sul contenimento dei rischi da parte russa. Certezze ormai scomparse. Al loro posto è emerso un nuovo contesto dove deterrenza, competizione e cooperazione selettiva coesistono senza che gli attori concordino su gerarchie e scopi strategici complessivi. Potenze che una volta si controllavano a vicenda ora si aggirano l’un l’altra. Vecchi rivali oggi collaborano. E alleati di lunga data si trovano a ricalibrare i propri legami con inquietante facilità. Questi cambiamenti non sono distanti o astratti per la Corea del Sud. Sono un’esperienza diretta, vissuta nei silenzi diplomatici, nel mutato vocabolario degli alleati, nelle manovre più audaci degli avversari e nella silenziosa messa a punto delle aspettative militari.

Fino a poco tempo fa, il termine «denuclearizzazione» dominava il dibattito politico. E il suo progressivo venir meno rivela, con la massima chiarezza, il processo che stiamo descrivendo. La parola è scomparsa dal vocabolario diplomatico e non si tratta di una semplice evoluzione lessicale. È un terremoto strategico. Il fenomeno non è avvenuto in una notte. Per anni l’America ha ripetuto il termine per semplice abitudine, anche se la sua realizzabilità stava svanendo. Cina e Russia l’hanno invocata superficialmente, benché poi abbiano protetto la Corea del Nord. La Corea del Sud vi si è attenuta sotto il profilo diplomatico, ma ha integrato la deterrenza nella propria postura militare. Ora la finzione è giunta al termine. Lo shock è diventato innegabile dopo la pubblicazione dei nuovi documenti strategici americani. La Strategia di sicurezza nazionale ha posto come priorità la difesa della «homeland» e la competizione con la Cina. E ha rivelato qualcosa di sorprendente: il termine denuclearizzazione è scomparso. Per decenni le varie amministrazioni lo hanno mantenuto in vita come simbolica dichiarazione di intenti, ma la sua rimozione ora significa che gli Stati Uniti non la considerano più un obiettivo politico realizzabile.

Carta di Laura Canali - 2025 

La novità conferma i sospetti di vecchia data dei decisori politici, che però non avevano mai espresso ad alta voce i propri dubbi: il gioco è cambiato. Tutte e tre le potenze stanno abbandonando la struttura diplomatica che ha retto la penisola coreana per tre decenni. Il triangolo sta mutando forma, allontanandosi da rollback e obiettivi condivisi in favore di containment e altri interessi divergenti. Quanto sta accadendo ora non è una semplice redistribuzione del potere, bensì una ridefinizione della grammatica strategica stessa.

La denuclearizzazione una volta forniva alla regione l’illusione di avere una direzione. Senza, la Corea del Sud si trova esposta a un ambiente strategico più duro, ma anche più veritiero. Il triangolo Usa-Cina-Russia non promette più stabilità. Genera piuttosto il suo contrario. Di fronte a tutto ciò, Seoul deve muoversi senza quelle certezze che in passato ha dato per scontate.

Emerge dunque una nuova configurazione: una Corea del Nord nucleare da un lato, dall’altro una coalizione che deve esercitare deterrenza senza avere il disarmo come obiettivo condiviso.

2. Il ritiro americano dal vecchio paradigma della denuclearizzazione fa parte di uno schema più ampio. Gli Stati Uniti si trovano ad affrontare polarizzazione interna, limiti di budget e rivalità tecnologica con la Cina. Di conseguenza non riescono più a dedicare l’attenzione necessaria a tutti i teatri. L’America resta il principale attore militare del pianeta, ma non è più scontato che sia in grado di agire come fornitore globale di sicurezza.

Jonathan Fritz, vicesegretario di Stato aggiunto per gli affari dell’Asia orientale e del Pacifico, ha espresso tale prospettiva con insolita onestà durante il suo intervento al dialogo strategico tra il Center for Strategic and International Studies (Csis) e la Korea Foundation il 3 dicembre. Ha chiarito che le aspettative americane nei confronti degli alleati sono cambiate in modo sostanziale, poiché ci si aspetta una maggiore condivisione degli oneri e lo sviluppo delle capacità dei partner. Il messaggio è chiarissimo: Washington non offre più una copertura incondizionata, ma si aspetta che gli alleati assumano ruoli un tempo riservati agli Stati Uniti.

Per la Corea del Sud il nuovo orientamento significa tre cose. Primo, gli Stati Uniti vogliono che Seoul rafforzi la propria capacità operativa, specialmente in mare. Secondo, si aspettano che la Corea del Sud contribuisca alla più generale stabilità dell’Indo-Pacifico e non solo alla difesa della penisola. Terzo, vedono nella proiezione navale coreana un asset e non uno svantaggio per la propria postura regionale. La combinazione di questi tre elementi porta a un’unica risposta strategica: i sottomarini a propulsione nucleare.

3. I sottomarini a propulsione nucleare sono stati per decenni un’aspirazione della Marina della Repubblica di Corea. A partire dagli ultimi anni della guerra fredda, i pianificatori della difesa hanno discusso della necessità di avere maggiori capacità d’azione sottomarina e in acque profonde. Negli anni Novanta e Duemila sono stati realizzati studi di fattibilità e diversi governi hanno soppesato il valore strategico della propulsione nucleare, in base alle diverse sensibilità politiche. L’ambizione è rimasta in diversi libri bianchi e programmi di modernizzazione navale, riemergendo di volta in volta quando le crisi regionali hanno evidenziato i limiti della propulsione diesel-elettrica. Sotto tale aspetto, il dibattito attuale non è altro che la continuazione di un progetto nazionale di lunga data.

Eppure il discorso pubblico coreano confonde spesso i sottomarini a propulsione nucleare con le bombe atomiche, senza distinguere tra propulsione e arma. La prima non implica la seconda. Si basa sui reattori e non sui missili, sull’autonomia e non sull’escalation, perciò non viola né le norme internazionali né i trattati. Il perseguimento coreano della propulsione nucleare è perfettamente compatibile con i suoi princìpi non nucleari e gli obblighi derivanti dai trattati, compreso quello di non proliferazione nucleare. Il programma comprende mobilità e sostenibilità, non l’armamento. La logica alla base del programma sottomarino nucleare coreano si sviluppa lungo diverse traiettorie connesse tra loro.

Carta di Laura Canali - 2025 

Primo, la continuità tecnologica. La propulsione nucleare rappresenterebbe la naturale estensione militare dell’avanzata industria civile coreana. Seoul è già uno degli esportatori di energia atomica più competitivi al mondo, dati i decenni di esperienza nel design dei reattori, nei protocolli di sicurezza e nella cooperazione internazionale. Applicare tale capacità alla propulsione navale sarebbe un passo sensato: sfrutterebbe le forze industriali esistenti, assicurerebbe il controllo interno su tecnologie critiche e dimostrerebbe l’abilità coreana di tradurre la sua eccellenza civile in capacità strategiche.

Secondo, l’indipendenza strategica. La propulsione nucleare fornirebbe una piattaforma strategicamente autonoma dalle armi atomiche. Permetterebbe attività di pattugliamento silenzioso e di lunga durata e un’ampia gamma di capacità operative. A differenza dei mezzi diesel-elettrici, che richiedono emersioni e immersioni frequenti, i sottomarini a propulsione nucleare possono rimanere sott’acqua per mesi, proiettando la propria presenza senza essere individuati. Questo livello di autonomia consentirebbe di monitorare le rotte, proteggere il commercio marittimo ed esercitare deterrenza grazie a una capacità navale credibile. Il tutto senza avere armi atomiche.

Terzo e più importante, la trasformazione marittima. I sottomarini a propulsione nucleare cambierebbero in maniera decisiva la postura navale della Corea. Eliminerebbero i limiti intrinseci ai sistemi diesel-elettrico e genererebbero un raggio d’azione completamente nuovo. Anziché essere confinati alle acque prossime alla penisola, Seoul guadagnerebbe la possibilità di operare nel più ampio Indo-Pacifico. I pattugliamenti potrebbero andare dal Mar Cinese Orientale al Mar Cinese Meridionale, addirittura sino all’Oceano Indiano. Ciò permetterebbe alla Corea di dare un contributo significativo alle operazioni di coalizione, di proteggere linee di comunicazione molto lontane e di rafforzare il ruolo sudcoreano di potenza marittima proattiva.

Tutti questi fattori dimostrano che il sottomarino a propulsione nucleare più che un’arma è la porta d’accesso a maggiori capacità strategiche. Rappresenta decenni di ambizioni navali, è compatibile con l’impegno non nucleare della Corea del Sud e offrirebbe a Seoul una postura marittima proporzionale al suo ruolo strategico ed economico globale.

Il progetto comporterebbe anche significativi vantaggi tecnologici, oltre che strategici. Non si tratta solo di un miglioramento delle possibilità militari. Seoul è già dotata di industrie navali ed energetiche nucleari di rilevanza mondiale e la convergenza dei due settori nella costruzione di un sottomarino genererebbe un nuovo potente motore di crescita. Campo dei materiali avanzati, sistemi di controllo di precisione e ingegneria marittima beneficerebbero delle ricadute tecnologiche, rafforzando le industrie sia civili sia militari. Inoltre la cooperazione internazionale darebbe alla Corea del Sud nuove opportunità di esportazione, creando un circolo virtuoso tra innovazione militare e competitività industriale.

4. Molti osservatori rimangono stupiti del fatto che gli Stati Uniti non si oppongano all’idea. Washington è stata storicamente cauta, persino limitante, nei confronti delle ambizioni di Seoul in ambito nucleare. Eppure di fronte al dibattito sui sottomarini a propulsione nucleare ha dimostrato notevole pazienza strategica.

Il motivo è semplice: se il progetto diventasse realtà, si ridurrebbe il fardello americano e si rinsalderebbe l’alleanza. Il rafforzamento delle capacità marittime coreane darebbe a Washington una maggiore flessibilità operativa nel Pacifico occidentale, colmando le lacune create dalle pressanti esigenze di dissuadere la Cina, dalla gestione delle crisi mediorientali e dagli impegni europei.

Inoltre i sottomarini a propulsione nucleare non minaccerebbero ma potenzierebbero l’architettura della deterrenza estesa. Offrirebbero a Seoul una maggiore capacità di seguire da vicino gli asset nordcoreani, complicherebbero la pianificazione marittima cinese e collegherebbero le reti di informazione alleate, il tutto senza oltrepassare la linea rossa dell’arma atomica. In breve, questi sottomarini sono quel raro asset strategico che aumenta l’autonomia coreana senza ridurre l’influenza statunitense. Genererebbero un legame più orizzontale che verticale nell’alleanza e renderebbero la Corea del Sud un partner più capace in una regione dove la supremazia americana non è più scontata.

Non è una logica che si applica alla sola Corea. Washington ha tollerato o addirittura incoraggiato i programmi di propulsione nucleare degli alleati più vicini quando ciò rinforzava la sicurezza collettiva senza rompere la norma della non proliferazione. Un esempio è il Regno Unito, la cui flotta è da lungo tempo integrata nella postura marittima della Nato e fornisce un’autonomia e un raggio d’azione complementare a quello americano. Anche la Francia, seppur più autonoma, ha usato la propulsione nucleare per sostenere il proprio schieramento globale, rimanendo però nel campo della non proliferazione al di fuori della sua forza di deterrenza. Con l’acquiescenza americana Delhi ha sviluppato questo tipo di sottomarini per bilanciare Pechino nell’Oceano Indiano, dimostrando ancora una volta che la propulsione nucleare è diversa dall’armamento. Anche il recente accordo Aukus con l’Australia conferma che gli Stati Uniti sono disposti a condividere la propria tecnologia nel settore con i partner di cui si fida, proprio perché aumenta la condivisione degli oneri senza minare la non proliferazione. Alla luce di queste considerazioni, le ambizioni coreane non sono né radicali né destabilizzanti. Anzi, per l’America la propulsione nucleare è un mezzo di stabilizzazione, se inserita all’interno delle strutture di un’alleanza.

Carta di Laura Canali - 2025 

La tolleranza dimostrata oltreoceano ha anche motivazioni di politica interna. Nel Congresso e tra l’opinione pubblica americana si sta sempre più ponendo l’accento sulla condivisione degli oneri di difesa da parte degli alleati, un sentimento rafforzato dalle pressioni di bilancio e dagli impegni globali in competizione tra loro. Dando a Seoul la possibilità di sviluppare il suo progetto, Washington dimostrerebbe che l’alleanza con la Corea del Sud sta andando verso una responsabilità più bilanciata. L’Aukus fornisce un precedente: mostra come si possa condividere la tecnologia della propulsione nucleare con i partner fidati, senza che a farne le spese sia la non proliferazione. Le ambizioni coreane sono dunque non solo strategicamente utili ma anche politicamente convenienti per i leader americani, che cercano di rassicurare l’opinione pubblica interna sulla condivisione degli oneri con gli alleati.

La logica qui esposta va compresa anche nel quadro della trasformazione del paradigma della sicurezza regionale. La scomparsa della denuclearizzazione come principio guida costringe la Corea del Sud a operare in un contesto dove è la deterrenza a definire la stabilità, non il disarmo. Stati Uniti, Cina e Russia stanno riconfigurando le priorità, lasciando la Corea del Sud esposta a pressioni più complesse. La penisola coreana non è più un teatro distinto, ma un crocevia dove converge la competizione globale. Seoul deve dunque agire accettando tre scomode realtà: lo status quo nucleare è probabilmente permanente, il sostegno alleato dipenderà sempre più dalle capacità della Corea del Sud, le acque intorno alla penisola saranno sempre più contestate. Queste considerazioni non devono portare a un atteggiamento fatalista, ma esigono capacità di immaginazione strategica.

5. Seoul non si limita più a reagire agli eventi: contribuisce a dar loro forma. Il vuoto lasciato dalla scomparsa della denuclearizzazione porta con sé sia libertà d’azione sia responsabilità. Senza i vincoli di un impianto diplomatico obsoleto, la Corea del Sud può articolare una nuova dottrina strategica che unisce capacità autonome, rafforzamento delle strutture alleate e maggiore presenza navale.

La razionalizzazione americana crea paradossalmente spazio di manovra per la Corea. Washington continua a sostenere l’alleanza, ma si aspetta una partnership diversa, allineata all’architettura dell’intero Indo-Pacifico e non più alla sola difesa della penisola coreana. Nel frattempo l’allineamento crescente tra Cina e Russia elimina ogni residua possibilità di un «comodo compromesso» per Seoul. La neutralità non è più realizzabile, l’unica soluzione è l’impegno strategico.

Altre medie potenze hanno dovuto compiere scelte simili. L’Australia tramite l’Aukus ha accettato i rischi della propulsione nucleare per garantirsi un ruolo a lungo termine nella sicurezza indo-pacifica. L’India ha accelerato il proprio programma nucleare sottomarino per assicurarsi una deterrenza credibile nell’Oceano Indiano di fronte all’espansione navale cinese. Persino il Brasile ha perseguito la propulsione nucleare come mezzo per affermare la sua sovranità marittima senza varcare la soglia atomica. La propulsione nucleare rappresenta sempre più spesso un segnale di maturità strategica degli Stati stretti fra competizione delle grandi potenze e insicurezza regionale.

Carta di Laura Canali - 2025 

La lezione per la Corea è chiara. La domanda non è se adattarsi, ma quanto velocemente farlo. I sottomarini incarnano questa urgenza. Non sono solo una tecnologia ma una dottrina strategica in acciaio. Acquisendoli Seoul segnala di essere preparata ad assumersi maggiori responsabilità, ad ampliare il raggio d’azione e a ridefinire il proprio ruolo nell’alleanza. È una scelta netta: rimanere confinati nei concetti tradizionali o adottare una postura che corrisponde alla realtà di un ambiente marittimo contestato.

6. Se Seoul si impegnasse nel programma sottomarino, entrerebbe nel novero degli Stati capaci di condurre operazioni prolungate lontano dai mari limitrofi. Ciò non renderebbe il paese una superpotenza che opera in acque profonde, ma permetterebbe di modellare gli eventi anziché limitarsi a reagire.

Il programma permetterebbe anche di catalizzare lo sviluppo tecnologico e industriale in diversi settori: reattori navali avanzati, manifattura di precisione, sistemi di comando e controllo e cantieristica di nuova generazione. I dividendi economici sarebbero notevoli, insieme all’ascesa nei settori dell’aerospazio e dell’energia nucleare. Oltre all’economia, il programma formerebbe una nuova generazione di ingegneri, strateghi e ufficiali di Marina che incarnerebbe la transizione da una postura di sicurezza reattiva a una potenza marittima proattiva.

Le esperienze simili lo dimostrano. La Francia ha sfruttato il progetto di propulsione  nucleare per sostenere il suo schieramento globale e costruire una base industriale avanzata. Il programma dell’India ha stimolato l’innovazione interna nel design dei reattori e dei sistemi navali, mentre la partnership Aukus dell’Australia promette di trasformare il settore della cantieristica. La Corea possiede già un’industria energetica nucleare e una capacità di costruzione navale di caratura mondiale e ciò la mette nella posizione di seguire una traiettoria simile, con risultati anche migliori. Le ricadute su tecnologia civile, competitività delle esportazioni e credibilità dell’alleanza sarebbero profonde.

L’acquisizione di sottomarini a propulsione nucleare segnalerebbe una nuova maturità strategica, che risiede non nelle armi atomiche ma nella capacità di esercitare una deterrenza credibile in un’area marittima sempre più contestata. E ciò è ancora più importante. La scomparsa della politica della denuclearizzazione rappresenta la fine di un’èra. La penisola coreana entra in un periodo in cui la deterrenza non è più un’aspirazione condivisa ma una disciplina nazionale.

I sottomarini a propulsione nucleare non sono un atto di sfida, ma uno strumento per adattarsi ai cambiamenti. Permetterebbero a Seoul di rafforzare la propria autonomia senza abbandonare le sue alleanze, di espandere il raggio d’azione marittimo senza destabilizzare l’equilibrio regionale e di ancorare la strategia nazionale a una comprensione realistica delle nuove geometrie geopolitiche. Il pericolo più grande è credere che valgano ancora le regole del passato. La sfida e l’opportunità per la Corea è realizzare una strategia adatta al nuovo mondo che sta emergendo.

La dimensione umana è ugualmente importante. Il programma catalizzerebbe una trasformazione generazionale. Una nuova coorte di ingegneri e strateghi otterrebbe un’esperienza di prima mano nelle tecnologie marittime di punta e nelle dinamiche di sicurezza globali, dandole la capacità di guidare il paradigma coreano in fase di trasformazione. Si tratta perciò anche di aprire percorsi per giovani professionisti che vogliano impegnarsi sulla scena internazionale. Coltivando competenza tecnologica e visione strategica, la Corea del Sud si garantirebbe sia la capacità di deterrenza immediata sia la competitività di lungo termine.

In conclusione, i sottomarini a propulsione nucleare sono più di un’ambizione tecnologica. Rappresentano la dichiarazione che la Corea del Sud è pronta a navigare con maturità e decisione la nuova èra della post-denuclearizzazione. Dotandosi di questa capacità, Seoul segnala la sua disponibilità a bilanciare autonomia e alleanza, deterrenza e stabilità, responsabilità nazionale e impegno globale. Non si tratta solo di estendere il raggio d’azione della Marina, ma di modellare l’identità sudcoreana come media potenza proattiva in un mondo instabile. In una regione dove i vecchi assetti sono collassati, la propulsione nucleare diviene sia uno strumento sia una dichiarazione strategica: la Corea del Sud non si limiterà a reggere l’urto della nuova geometria di potere, ma contribuirà a definirla.

(traduzione di Roger Anton Calvello)


PER UN NUOVO PROTAGONISMO DELLA COREA DEL SUD

Il triangolo Usa-Cina-Russia muta i suoi contorni, ponendo fine alla denuclearizzazione in Asia nord-orientale. Per Seoul è tempo di diventare una potenza attiva. La chiave sono i sottomarini a propulsione nucleare, cui Washington non si oppone.
di KIM Heungchong
Pubblicato il 
Pubblicato in: IL TEMPO DELLA CINA - n°12 - 2025
Carta di Laura Canali - 2018
Carta di Laura Canali - 2018 

1. Stiamo entrando in un’èra caratterizzata da nuove geometrie del potere. Per quasi un decennio una sola immagine ha dominato lo scenario strategico dell’Asia nord-orientale: l’acuirsi della competizione tra Stati Uniti e Cina. Decisori politici e militari hanno interpretato ogni singola azione – esercitazioni marittime, schermaglie diplomatiche, norme sull’esportazione di tecnologia – indossando quelle lenti. Ma il paradosso della geopolitica è che raramente un conflitto previsto da lungo tempo si manifesta nelle forme immaginate. Il confronto tra Washington e Pechino non è scomparso. Si è trasformato in qualcosa di più vago, ambiguo e imprevedibile.

Oggi il triangolo costituito da America, Cina e Russia non assomiglia più alla rigida struttura dei decenni successivi alla guerra fredda. Non è un equilibrio stabile, né una semplice riedizione del confronto bipolare o tripolare. Il triangolo è divenuto mutevole. E i suoi vertici si muovono in base alla convenienza, alle pressioni, alla stanchezza e all’ambizione delle potenze. Washington è attanagliata dalla fatica imperiale, sovraestesa e divisa al suo interno. Pechino è guidata da un’ambizione programmatica e marcia in avanti, nonostante la sua economia rallenti. Mosca è animata da sentimenti di revanscismo geopolitico e sfrutta il caos come forma di arte di governo. Ogni attore tenta di ottenere un vantaggio. Ma nessuno è in grado di ripristinare un ordine stabile.

Tale fluidità non è questione di poco conto, poiché sta erodendo i pilastri che tenevano insieme l’Asia nord-orientale. Una volta la regione faceva affidamento sulla prevedibilità dell’egemonia americana, sull’economia cinese e sul contenimento dei rischi da parte russa. Certezze ormai scomparse. Al loro posto è emerso un nuovo contesto dove deterrenza, competizione e cooperazione selettiva coesistono senza che gli attori concordino su gerarchie e scopi strategici complessivi. Potenze che una volta si controllavano a vicenda ora si aggirano l’un l’altra. Vecchi rivali oggi collaborano. E alleati di lunga data si trovano a ricalibrare i propri legami con inquietante facilità. Questi cambiamenti non sono distanti o astratti per la Corea del Sud. Sono un’esperienza diretta, vissuta nei silenzi diplomatici, nel mutato vocabolario degli alleati, nelle manovre più audaci degli avversari e nella silenziosa messa a punto delle aspettative militari.

Fino a poco tempo fa, il termine «denuclearizzazione» dominava il dibattito politico. E il suo progressivo venir meno rivela, con la massima chiarezza, il processo che stiamo descrivendo. La parola è scomparsa dal vocabolario diplomatico e non si tratta di una semplice evoluzione lessicale. È un terremoto strategico. Il fenomeno non è avvenuto in una notte. Per anni l’America ha ripetuto il termine per semplice abitudine, anche se la sua realizzabilità stava svanendo. Cina e Russia l’hanno invocata superficialmente, benché poi abbiano protetto la Corea del Nord. La Corea del Sud vi si è attenuta sotto il profilo diplomatico, ma ha integrato la deterrenza nella propria postura militare. Ora la finzione è giunta al termine. Lo shock è diventato innegabile dopo la pubblicazione dei nuovi documenti strategici americani. La Strategia di sicurezza nazionale ha posto come priorità la difesa della «homeland» e la competizione con la Cina. E ha rivelato qualcosa di sorprendente: il termine denuclearizzazione è scomparso. Per decenni le varie amministrazioni lo hanno mantenuto in vita come simbolica dichiarazione di intenti, ma la sua rimozione ora significa che gli Stati Uniti non la considerano più un obiettivo politico realizzabile.

Carta di Laura Canali - 2025
Carta di Laura Canali - 2025 

La novità conferma i sospetti di vecchia data dei decisori politici, che però non avevano mai espresso ad alta voce i propri dubbi: il gioco è cambiato. Tutte e tre le potenze stanno abbandonando la struttura diplomatica che ha retto la penisola coreana per tre decenni. Il triangolo sta mutando forma, allontanandosi da rollback e obiettivi condivisi in favore di containment e altri interessi divergenti. Quanto sta accadendo ora non è una semplice redistribuzione del potere, bensì una ridefinizione della grammatica strategica stessa.

La denuclearizzazione una volta forniva alla regione l’illusione di avere una direzione. Senza, la Corea del Sud si trova esposta a un ambiente strategico più duro, ma anche più veritiero. Il triangolo Usa-Cina-Russia non promette più stabilità. Genera piuttosto il suo contrario. Di fronte a tutto ciò, Seoul deve muoversi senza quelle certezze che in passato ha dato per scontate.

Emerge dunque una nuova configurazione: una Corea del Nord nucleare da un lato, dall’altro una coalizione che deve esercitare deterrenza senza avere il disarmo come obiettivo condiviso.

2. Il ritiro americano dal vecchio paradigma della denuclearizzazione fa parte di uno schema più ampio. Gli Stati Uniti si trovano ad affrontare polarizzazione interna, limiti di budget e rivalità tecnologica con la Cina. Di conseguenza non riescono più a dedicare l’attenzione necessaria a tutti i teatri. L’America resta il principale attore militare del pianeta, ma non è più scontato che sia in grado di agire come fornitore globale di sicurezza.

Jonathan Fritz, vicesegretario di Stato aggiunto per gli affari dell’Asia orientale e del Pacifico, ha espresso tale prospettiva con insolita onestà durante il suo intervento al dialogo strategico tra il Center for Strategic and International Studies (Csis) e la Korea Foundation il 3 dicembre. Ha chiarito che le aspettative americane nei confronti degli alleati sono cambiate in modo sostanziale, poiché ci si aspetta una maggiore condivisione degli oneri e lo sviluppo delle capacità dei partner. Il messaggio è chiarissimo: Washington non offre più una copertura incondizionata, ma si aspetta che gli alleati assumano ruoli un tempo riservati agli Stati Uniti.

Per la Corea del Sud il nuovo orientamento significa tre cose. Primo, gli Stati Uniti vogliono che Seoul rafforzi la propria capacità operativa, specialmente in mare. Secondo, si aspettano che la Corea del Sud contribuisca alla più generale stabilità dell’Indo-Pacifico e non solo alla difesa della penisola. Terzo, vedono nella proiezione navale coreana un asset e non uno svantaggio per la propria postura regionale. La combinazione di questi tre elementi porta a un’unica risposta strategica: i sottomarini a propulsione nucleare.

3. I sottomarini a propulsione nucleare sono stati per decenni un’aspirazione della Marina della Repubblica di Corea. A partire dagli ultimi anni della guerra fredda, i pianificatori della difesa hanno discusso della necessità di avere maggiori capacità d’azione sottomarina e in acque profonde. Negli anni Novanta e Duemila sono stati realizzati studi di fattibilità e diversi governi hanno soppesato il valore strategico della propulsione nucleare, in base alle diverse sensibilità politiche. L’ambizione è rimasta in diversi libri bianchi e programmi di modernizzazione navale, riemergendo di volta in volta quando le crisi regionali hanno evidenziato i limiti della propulsione diesel-elettrica. Sotto tale aspetto, il dibattito attuale non è altro che la continuazione di un progetto nazionale di lunga data.

Eppure il discorso pubblico coreano confonde spesso i sottomarini a propulsione nucleare con le bombe atomiche, senza distinguere tra propulsione e arma. La prima non implica la seconda. Si basa sui reattori e non sui missili, sull’autonomia e non sull’escalation, perciò non viola né le norme internazionali né i trattati. Il perseguimento coreano della propulsione nucleare è perfettamente compatibile con i suoi princìpi non nucleari e gli obblighi derivanti dai trattati, compreso quello di non proliferazione nucleare. Il programma comprende mobilità e sostenibilità, non l’armamento. La logica alla base del programma sottomarino nucleare coreano si sviluppa lungo diverse traiettorie connesse tra loro.

Carta di Laura Canali - 2025
Carta di Laura Canali - 2025 

Primo, la continuità tecnologica. La propulsione nucleare rappresenterebbe la naturale estensione militare dell’avanzata industria civile coreana. Seoul è già uno degli esportatori di energia atomica più competitivi al mondo, dati i decenni di esperienza nel design dei reattori, nei protocolli di sicurezza e nella cooperazione internazionale. Applicare tale capacità alla propulsione navale sarebbe un passo sensato: sfrutterebbe le forze industriali esistenti, assicurerebbe il controllo interno su tecnologie critiche e dimostrerebbe l’abilità coreana di tradurre la sua eccellenza civile in capacità strategiche.

Secondo, l’indipendenza strategica. La propulsione nucleare fornirebbe una piattaforma strategicamente autonoma dalle armi atomiche. Permetterebbe attività di pattugliamento silenzioso e di lunga durata e un’ampia gamma di capacità operative. A differenza dei mezzi diesel-elettrici, che richiedono emersioni e immersioni frequenti, i sottomarini a propulsione nucleare possono rimanere sott’acqua per mesi, proiettando la propria presenza senza essere individuati. Questo livello di autonomia consentirebbe di monitorare le rotte, proteggere il commercio marittimo ed esercitare deterrenza grazie a una capacità navale credibile. Il tutto senza avere armi atomiche.

Terzo e più importante, la trasformazione marittima. I sottomarini a propulsione nucleare cambierebbero in maniera decisiva la postura navale della Corea. Eliminerebbero i limiti intrinseci ai sistemi diesel-elettrico e genererebbero un raggio d’azione completamente nuovo. Anziché essere confinati alle acque prossime alla penisola, Seoul guadagnerebbe la possibilità di operare nel più ampio Indo-Pacifico. I pattugliamenti potrebbero andare dal Mar Cinese Orientale al Mar Cinese Meridionale, addirittura sino all’Oceano Indiano. Ciò permetterebbe alla Corea di dare un contributo significativo alle operazioni di coalizione, di proteggere linee di comunicazione molto lontane e di rafforzare il ruolo sudcoreano di potenza marittima proattiva.

Tutti questi fattori dimostrano che il sottomarino a propulsione nucleare più che un’arma è la porta d’accesso a maggiori capacità strategiche. Rappresenta decenni di ambizioni navali, è compatibile con l’impegno non nucleare della Corea del Sud e offrirebbe a Seoul una postura marittima proporzionale al suo ruolo strategico ed economico globale.

Il progetto comporterebbe anche significativi vantaggi tecnologici, oltre che strategici. Non si tratta solo di un miglioramento delle possibilità militari. Seoul è già dotata di industrie navali ed energetiche nucleari di rilevanza mondiale e la convergenza dei due settori nella costruzione di un sottomarino genererebbe un nuovo potente motore di crescita. Campo dei materiali avanzati, sistemi di controllo di precisione e ingegneria marittima beneficerebbero delle ricadute tecnologiche, rafforzando le industrie sia civili sia militari. Inoltre la cooperazione internazionale darebbe alla Corea del Sud nuove opportunità di esportazione, creando un circolo virtuoso tra innovazione militare e competitività industriale.

4. Molti osservatori rimangono stupiti del fatto che gli Stati Uniti non si oppongano all’idea. Washington è stata storicamente cauta, persino limitante, nei confronti delle ambizioni di Seoul in ambito nucleare. Eppure di fronte al dibattito sui sottomarini a propulsione nucleare ha dimostrato notevole pazienza strategica.

Il motivo è semplice: se il progetto diventasse realtà, si ridurrebbe il fardello americano e si rinsalderebbe l’alleanza. Il rafforzamento delle capacità marittime coreane darebbe a Washington una maggiore flessibilità operativa nel Pacifico occidentale, colmando le lacune create dalle pressanti esigenze di dissuadere la Cina, dalla gestione delle crisi mediorientali e dagli impegni europei.

Inoltre i sottomarini a propulsione nucleare non minaccerebbero ma potenzierebbero l’architettura della deterrenza estesa. Offrirebbero a Seoul una maggiore capacità di seguire da vicino gli asset nordcoreani, complicherebbero la pianificazione marittima cinese e collegherebbero le reti di informazione alleate, il tutto senza oltrepassare la linea rossa dell’arma atomica. In breve, questi sottomarini sono quel raro asset strategico che aumenta l’autonomia coreana senza ridurre l’influenza statunitense. Genererebbero un legame più orizzontale che verticale nell’alleanza e renderebbero la Corea del Sud un partner più capace in una regione dove la supremazia americana non è più scontata.

Non è una logica che si applica alla sola Corea. Washington ha tollerato o addirittura incoraggiato i programmi di propulsione nucleare degli alleati più vicini quando ciò rinforzava la sicurezza collettiva senza rompere la norma della non proliferazione. Un esempio è il Regno Unito, la cui flotta è da lungo tempo integrata nella postura marittima della Nato e fornisce un’autonomia e un raggio d’azione complementare a quello americano. Anche la Francia, seppur più autonoma, ha usato la propulsione nucleare per sostenere il proprio schieramento globale, rimanendo però nel campo della non proliferazione al di fuori della sua forza di deterrenza. Con l’acquiescenza americana Delhi ha sviluppato questo tipo di sottomarini per bilanciare Pechino nell’Oceano Indiano, dimostrando ancora una volta che la propulsione nucleare è diversa dall’armamento. Anche il recente accordo Aukus con l’Australia conferma che gli Stati Uniti sono disposti a condividere la propria tecnologia nel settore con i partner di cui si fida, proprio perché aumenta la condivisione degli oneri senza minare la non proliferazione. Alla luce di queste considerazioni, le ambizioni coreane non sono né radicali né destabilizzanti. Anzi, per l’America la propulsione nucleare è un mezzo di stabilizzazione, se inserita all’interno delle strutture di un’alleanza.

Carta di Laura Canali - 2025
Carta di Laura Canali - 2025 

La tolleranza dimostrata oltreoceano ha anche motivazioni di politica interna. Nel Congresso e tra l’opinione pubblica americana si sta sempre più ponendo l’accento sulla condivisione degli oneri di difesa da parte degli alleati, un sentimento rafforzato dalle pressioni di bilancio e dagli impegni globali in competizione tra loro. Dando a Seoul la possibilità di sviluppare il suo progetto, Washington dimostrerebbe che l’alleanza con la Corea del Sud sta andando verso una responsabilità più bilanciata. L’Aukus fornisce un precedente: mostra come si possa condividere la tecnologia della propulsione nucleare con i partner fidati, senza che a farne le spese sia la non proliferazione. Le ambizioni coreane sono dunque non solo strategicamente utili ma anche politicamente convenienti per i leader americani, che cercano di rassicurare l’opinione pubblica interna sulla condivisione degli oneri con gli alleati.

La logica qui esposta va compresa anche nel quadro della trasformazione del paradigma della sicurezza regionale. La scomparsa della denuclearizzazione come principio guida costringe la Corea del Sud a operare in un contesto dove è la deterrenza a definire la stabilità, non il disarmo. Stati Uniti, Cina e Russia stanno riconfigurando le priorità, lasciando la Corea del Sud esposta a pressioni più complesse. La penisola coreana non è più un teatro distinto, ma un crocevia dove converge la competizione globale. Seoul deve dunque agire accettando tre scomode realtà: lo status quo nucleare è probabilmente permanente, il sostegno alleato dipenderà sempre più dalle capacità della Corea del Sud, le acque intorno alla penisola saranno sempre più contestate. Queste considerazioni non devono portare a un atteggiamento fatalista, ma esigono capacità di immaginazione strategica.

5. Seoul non si limita più a reagire agli eventi: contribuisce a dar loro forma. Il vuoto lasciato dalla scomparsa della denuclearizzazione porta con sé sia libertà d’azione sia responsabilità. Senza i vincoli di un impianto diplomatico obsoleto, la Corea del Sud può articolare una nuova dottrina strategica che unisce capacità autonome, rafforzamento delle strutture alleate e maggiore presenza navale.

La razionalizzazione americana crea paradossalmente spazio di manovra per la Corea. Washington continua a sostenere l’alleanza, ma si aspetta una partnership diversa, allineata all’architettura dell’intero Indo-Pacifico e non più alla sola difesa della penisola coreana. Nel frattempo l’allineamento crescente tra Cina e Russia elimina ogni residua possibilità di un «comodo compromesso» per Seoul. La neutralità non è più realizzabile, l’unica soluzione è l’impegno strategico.

Altre medie potenze hanno dovuto compiere scelte simili. L’Australia tramite l’Aukus ha accettato i rischi della propulsione nucleare per garantirsi un ruolo a lungo termine nella sicurezza indo-pacifica. L’India ha accelerato il proprio programma nucleare sottomarino per assicurarsi una deterrenza credibile nell’Oceano Indiano di fronte all’espansione navale cinese. Persino il Brasile ha perseguito la propulsione nucleare come mezzo per affermare la sua sovranità marittima senza varcare la soglia atomica. La propulsione nucleare rappresenta sempre più spesso un segnale di maturità strategica degli Stati stretti fra competizione delle grandi potenze e insicurezza regionale.

Carta di Laura Canali - 2025
Carta di Laura Canali - 2025 

La lezione per la Corea è chiara. La domanda non è se adattarsi, ma quanto velocemente farlo. I sottomarini incarnano questa urgenza. Non sono solo una tecnologia ma una dottrina strategica in acciaio. Acquisendoli Seoul segnala di essere preparata ad assumersi maggiori responsabilità, ad ampliare il raggio d’azione e a ridefinire il proprio ruolo nell’alleanza. È una scelta netta: rimanere confinati nei concetti tradizionali o adottare una postura che corrisponde alla realtà di un ambiente marittimo contestato.

6. Se Seoul si impegnasse nel programma sottomarino, entrerebbe nel novero degli Stati capaci di condurre operazioni prolungate lontano dai mari limitrofi. Ciò non renderebbe il paese una superpotenza che opera in acque profonde, ma permetterebbe di modellare gli eventi anziché limitarsi a reagire.

Il programma permetterebbe anche di catalizzare lo sviluppo tecnologico e industriale in diversi settori: reattori navali avanzati, manifattura di precisione, sistemi di comando e controllo e cantieristica di nuova generazione. I dividendi economici sarebbero notevoli, insieme all’ascesa nei settori dell’aerospazio e dell’energia nucleare. Oltre all’economia, il programma formerebbe una nuova generazione di ingegneri, strateghi e ufficiali di Marina che incarnerebbe la transizione da una postura di sicurezza reattiva a una potenza marittima proattiva.

Le esperienze simili lo dimostrano. La Francia ha sfruttato il progetto di propulsione nucleare per sostenere il suo schieramento globale e costruire una base industriale avanzata. Il programma dell’India ha stimolato l’innovazione interna nel design dei reattori e dei sistemi navali, mentre la partnership Aukus dell’Australia promette di trasformare il settore della cantieristica. La Corea possiede già un’industria energetica nucleare e una capacità di costruzione navale di caratura mondiale e ciò la mette nella posizione di seguire una traiettoria simile, con risultati anche migliori. Le ricadute su tecnologia civile, competitività delle esportazioni e credibilità dell’alleanza sarebbero profonde.

L’acquisizione di sottomarini a propulsione nucleare segnalerebbe una nuova maturità strategica, che risiede non nelle armi atomiche ma nella capacità di esercitare una deterrenza credibile in un’area marittima sempre più contestata. E ciò è ancora più importante. La scomparsa della politica della denuclearizzazione rappresenta la fine di un’èra. La penisola coreana entra in un periodo in cui la deterrenza non è più un’aspirazione condivisa ma una disciplina nazionale.

I sottomarini a propulsione nucleare non sono un atto di sfida, ma uno strumento per adattarsi ai cambiamenti. Permetterebbero a Seoul di rafforzare la propria autonomia senza abbandonare le sue alleanze, di espandere il raggio d’azione marittimo senza destabilizzare l’equilibrio regionale e di ancorare la strategia nazionale a una comprensione realistica delle nuove geometrie geopolitiche. Il pericolo più grande è credere che valgano ancora le regole del passato. La sfida e l’opportunità per la Corea è realizzare una strategia adatta al nuovo mondo che sta emergendo.

La dimensione umana è ugualmente importante. Il programma catalizzerebbe una trasformazione generazionale. Una nuova coorte di ingegneri e strateghi otterrebbe un’esperienza di prima mano nelle tecnologie marittime di punta e nelle dinamiche di sicurezza globali, dandole la capacità di guidare il paradigma coreano in fase di trasformazione. Si tratta perciò anche di aprire percorsi per giovani professionisti che vogliano impegnarsi sulla scena internazionale. Coltivando competenza tecnologica e visione strategica, la Corea del Sud si garantirebbe sia la capacità di deterrenza immediata sia la competitività di lungo termine.

In conclusione, i sottomarini a propulsione nucleare sono più di un’ambizione tecnologica. Rappresentano la dichiarazione che la Corea del Sud è pronta a navigare con maturità e decisione la nuova èra della post-denuclearizzazione. Dotandosi di questa capacità, Seoul segnala la sua disponibilità a bilanciare autonomia e alleanza, deterrenza e stabilità, responsabilità nazionale e impegno globale. Non si tratta solo di estendere il raggio d’azione della Marina, ma di modellare l’identità sudcoreana come media potenza proattiva in un mondo instabile. In una regione dove i vecchi assetti sono collassati, la propulsione nucleare diviene sia uno strumento sia una dichiarazione strategica: la Corea del Sud non si limiterà a reggere l’urto della nuova geometria di potere, ma contribuirà a definirla.

(traduzione di Roger Anton Calvello)


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