TRA CINA E RUSSIA P'YŎNGYANG GODE Limes 2025-12

 

TRA CINA E RUSSIA P'YŎNGYANG GODE

Fedele alla ‘diplomazia del pendolo’, la Corea del Nord gioca di sponda tra i due giganti asiatici per rendersi partner indispensabile. Lo scambio soldati-aiuti con Mosca. Come Pechino usa la geografia. Il nucleare resta polizza sulla vita dei Kim.

di Riccardo Banzato

Pubblicato il 29 Dicembre 2025 alle 10:21

Pubblicato in: IL TEMPO DELLA CINA - n°12 - 2025

Corea Del Nord

Cina

Russia

Scontro Usa-Cina

Indo-Pacifico

Asia-Pacifico

Carta di Laura Canali - 2025 


1. Tre settembre 2025, Pechino, piazza Tiananmen. Il presidente cinese Xi Jinping assiste, dall’ex poggio di Mao, alla parata militare indetta per commemorare gli ottant’anni dalla fine della seconda guerra mondiale. Proprio lì, il 1° ottobre 1949, il Grande timoniere proclamava la fondazione della Repubblica Popolare Cinese in seguito alla sconfitta delle forze nazionaliste di Chiang Kai-shek, costretto a fuggire a Taiwan.

La data del 3 settembre ha un significato particolare. Altri paesi dell’area come la Corea del Sud, occupati dal Giappone nella prima metà del XX secolo, tendono a festeggiare la fine del secondo conflitto mondiale e la conseguente liberazione il 15 agosto, giorno dell’annuncio della resa da parte dell’imperatore giapponese Hirohito. Il 2 settembre la resa fu formalizzata a bordo della nave da guerra USS Missouri, ma la Cina sceglie volutamente come anniversario il 3 settembre per discostarsi dal ricordo della vittoria che nel fronte del Pacifico è tuttora associata allo sforzo bellico americano.

La narrazione del Partito comunista sceglie di presentare l’esito della guerra come una vittoria prettamente cinese. Lo stesso conflitto è chiamato in Cina «guerra di resistenza contro l’aggressione giapponese», per distinguerlo dalla guerra mondiale di cui ha fatto parte. Il Giorno della vittoria è una celebrazione stabilita in data recente, nel 2014, come parte della campagna di memoria introdotta da Xi. Strumento di legittimazione del partito alla guida della nazione, ma anche indicazione del ruolo che la Cina si propone di giocare come garante della pace mondiale. L’aggressione giapponese viene così istituzionalizzata, ritualizzata e personalizzata. Questa campagna non è limitata alle cerimonie ufficiali come la parata militare, ma è divenuta parte integrante dell’educazione patriottica statale e pilastro della campagna culturale che enfatizza equamente vittimismo ed eroismo. I testi scolastici presentano il tutto non come un mero fatto storico, ma come il trauma fondante che giustifica l’esistenza del Partito comunista.

Carta di Laura Canali - 2023 

La rivalità tra Cina e Giappone per l’egemonia in Asia orientale ha basi antiche ed è destinata a rimanere. Al 1274 e al 1281 risalgono i tentativi d’invasione del Giappone da parte di Kublai Khan, della dinastia Yuan. A salvare il paese da quasi certa disfatta furono due kamikaze («tempeste divine», da cui il primo uso del termine), che decimarono la flotta navale cinese. Al 1894-1895 e al 1937 risalgono invece le guerre sino-giapponesi, la seconda delle quali divenne parte del conflitto mondiale. Un’armoniosa coesistenza di due aspiranti egemoni in un’area marittima così ristretta è improbabile, soprattutto nel lungo periodo.

Quanto dichiarato a novembre della neo-insediata premier nipponica Takaichi Sanae, secondo cui un’invasione cinese di Taiwan sarebbe una minaccia esistenziale per il Giappone, dimostra che il paese (occupante di Taiwan fino al 1945) considera ancora il Pacifico occidentale il proprio cortile di casa. Una visione inaccettabile per la Cina, nel pieno di un’espansione militare e marittima. L’intensificarsi a dicembre delle esercitazioni militari cinesi nell’area di Okinawa e delle isole Miyako sono la risposta forte di Pechino a qualsiasi accenno d’interferenza nella questione taiwanese.

Carta di Laura Canali - 2023 

La parata militare del 3 settembre ha anche altri tre scopi. Fungere da vetrina per potenziali acquirenti interessati a un accesso immediato e vantaggioso agli ultimi ritrovati tecnologici dell’industria bellica cinese. Proiettare l’idea che l’ascesa cinese come fulcro di un futuro ordine mondiale post-atlantico sia inevitabile e inarrestabile. Radunare paesi e leader stanchi dell’ingerenza americana nei propri affari interni e creare un fronte anti-occidentale di bilanciamento al sempre più scialbo asse transatlantico.

Nel momento intriso di grande simbolismo durante la parata, Xi indossa abiti che richiamano quelli di Mao. A circondare il leader cinese, tuttavia, non sono più gli scomparsi compagni della «lunga marcia» e della guerriglia comunista come Zhou Enlai, Zhu De o Liu Shaoqi, bensì i leader di paesi per diversi motivi vicini alla Cina, soprattutto per la loro divergenza dall’Occidente. Tra essi il russo Vladimir Putin, il nordcoreano Kim Jong-un, l’indonesiano Prabowo Subianto, il kazako Qasym-Jomart Toqaev, l’iraniano Masoud Pezeshkian e il bielorusso Aljaksandr Lukašenka. Se la compagine del Sud-Est asiatico si spiega soprattutto per gli interessi economici che la Cina ha nell’area, la presenza di Putin e di Kim ha risvolti molto più geopolitici.

2. Altra presenza che fa scalpore è quella della figlia di Kim Jong-un, Kim Ju-ae. È molta l’incertezza sulla sua figura, come su tutto quello che ruota intorno alla famiglia Kim. Fonti del Nis, il servizio di spionaggio sudcoreano, le danno un’età tra i 10 e i 13 anni; 2013 il probabile anno di nascita. Sembra che Ju-ae abbia un fratello maggiore e un altro fratello o sorella minore, nati rispettivamente nel 2010 e nel 2017 dalla stessa madre Ri Sol-ju, moglie ufficiale del leader nordcoreano.

Fonti non coreane vicine a Jong-un dai tempi del suo periodo giovanile di studi in Svizzera sono però scettiche sulla reale esistenza di un figlio maschio, visto che il leader non ne hai mai fatto menzione. Considerando la linea di successione della dinastia Kim – il fondatore Kim Il-sung, suo figlio Jong-il e l’attuale Jong-un, figlio di Jong-il – unitamente al sistema patriarcale di stampo confuciano ancora fortemente radicato in una società tradizionale e conservatrice come quella nordcoreana, risulta difficile pensare che in presenza di un erede maschio la scelta della successione cada sulla giovane Ju-ae.

Più plausibile che Jong-un non abbia ancora avuto un figlio maschio, a meno di considerare una sua predilezione per la componente femminile della famiglia. La figura politica più fidata è infatti la sorella Yo-jong. Kim Jong-un potrebbe aver deciso di escludere figure maschili dalla successione per evitare il rischio di essere spodestato in età avanzata da un erede maschio in una possibile lotta interna per la successione. Qualunque sia il motivo dell’ascesa di Kim Ju-ae, viste le sue numerose apparizioni pubbliche (anche in contesti internazionali) pare ormai ovvio il suo ruolo di delfino e probabile successore al vertice.

Carta di Laura Canali - 2017 

La prima comparsa pubblica di Kim Ju-ae risale al 18 novembre 2022, quando insieme al padre assiste al lancio di un missile balistico intercontinentale. Seguono vari eventi pubblici e cerimonie che vedono la giovane al fianco del padre. Tale presenza ha una rilevanza non trascurabile. La scelta di Kim Jong-un di portare con sé la figlia a Pechino, in uno dei suoi rari viaggi all’estero e a un evento di tale rilevanza, non lascia dubbio sul fatto che nei prossimi anni la giovane sarà una figura di spicco nella politica nordcoreana.

Dal punto di vista militare, la parata cinese suscita alcune considerazioni. Pur non essendo di nuovissima fattura, il grosso degli armamenti esibiti ha un design più moderno rispetto agli inventari occidentali. Mentre però questi ultimi sono già stati provati in teatri di guerra, come Iraq e Ucraina, quelli cinesi devono ancora affrontare un test in situazioni di conflitto reale. I recenti progressi della Cina in ambito militare sono evidenti, soprattutto nel campo dei droni sottomarini e aerei e dei sistemi di difesa laser, a dimostrazione di quanto Pechino abbia osservato e imparato dal conflitto russo-ucraino. Lontani ormai i tempi in cui la Cina era costretta a far affidamento sulle tecnologie di Russia e altri fornitori esteri. Pechino dispone attualmente di una capacità di sviluppo e produzione autoctona tale da garantirle un affidabile canale di approvvigionamento anche in caso di conflitti prolungati.

Per quanto appariscenti, le parate militari non sono mai strumenti utili a misurare l’efficienza bellica di un paese in scenari di conflitto reali, dove la Cina ha ancora poca esperienza. Lo scopo era soprattutto condizionare la percezione strategica dei leader regionali, appositamente invitati all’evento, veicolando il messaggio che chiunque in futuro deciderà di opporsi all’egemonia regionale cinese dovrà fare i conti con una potenza non solo economica, ma anche militare.

Il discorso di Xi, pur ribadendo i consueti temi di ringiovanimento e inarrestabile ascesa della nazione cinese, sottolinea come l’umanità sia in un momento storico di scelta tra pace e guerra, dialogo o confronto. Rispetto al passato, il testo del leader cinese ha toni meno accomodanti. Nel suo discorso del 2015 la parola «pace» compariva diciotto volte, contro le appena sei di quest’anno. L’approccio non è più evitare il conflitto a tuti i costi, ma prepararvisi su tutti i fronti: militare, diplomatico, tecnologico. In tale contesto anche la Cina necessita di alleati, o perlomeno della garanzia di neutralità da parte di paesi strategici quali Russia e Corea del Nord, specie nel caso di un eventuale attacco a Taiwan. Mosca per il momento sembra autoesclusa da possibili coinvolgimenti in Asia orientale, assorbita com’è dal conflitto ucraino. Questo aumenta il peso politico e strategico di P’yŏngyang, che oltre alla posizione geografica cruciale vanta una macchina bellica tutt’altro che trascurabile.

3. L’apparato militare di Kim conta circa 1,2 milioni di unità. Mentre le Forze armate sudcoreane dispongono di circa 480 mila unità e un bacino di reclutamento in diminuzione, a causa della dinamica demografica. Le Forze di autodifesa del Giappone hanno tra 228 mila e 247 mila unità attive, ma anche su di esse pende la spada di Damocle della demografia. I problemi di reclutamento di Tōkyō sono evidenti, posto che nel 2023 è stato raggiunto solo il 51% dell’obiettivo di nuove reclute per quell’anno. Giappone e Corea del Sud, insieme, superano di poco la metà delle forze nordcoreane attive.

Carta di Laura Canali - 2025 

I due paesi vantano, almeno sulla carta, il supporto militare statunitense, ma la volontà dell’America di intervenire in conflitti lontani appare sempre più in dubbio. Tutto ciò al netto dell’asso nella manica di P’yŏngyang: l’arsenale nucleare.

Insieme alla Cina, la Corea del Nord è l’unico altro paese dell’area a disporre di testate atomiche. Secondo dati del 2025, Pechino possiede circa 600 testate che intende portare a 1.500 entro il 2035. Le ultime stime situano a circa 50 il numero delle atomiche nordcoreane, con una disponibilità di materiale fissile sufficiente a produrne almeno altre 90. Considerando il ruolo strategico del deterrente atomico e l’insistenza della propaganda nordcoreana sulla sua importanza per difendere la nazione, salvaguardare la sicurezza del regime e legittimare il prestigio della dinastia Kim, sembra irrealistico che l’arsenale nucleare di P’yŏngyang possa diminuire nei prossimi anni. Probabile invece un suo sostanziale ampliamento. Dopo il via libera di Washington alla costruzione di sottomarini nucleari da parte di Seoul, la Corea del Nord non ha infatti esitato ad agitare lo spettro della proliferazione. Per Jong-un l’arma nucleare non è solo una prerogativa personale, è anche vettore d’orgoglio di un paese che sul lato economico versa in una situazione disastrosa.

Storicamente Pechino ha sempre cercato di influenzare, controllare o occupare direttamente la penisola coreana, vista la sua posizione strategica ai confini nord-orientali dell’Impero del centro. Dall’epoca maoista la Cina ha sempre considerato il regime dei Kim quale appendice della proiezione d’influenza cinese nell’area. Dalle operazioni di conquista e soggiogamento militare ai tentativi d’insediare nel parlamento nordcoreano una fazione filocinese durante i primi anni di Kim Il-sung, Pechino non hai mai rinunciato a inquadrare P’yŏngyang in un rapporto confuciano fratello maggiore–fratello minore, puntando a renderla docile e malleabile.

Tutti questi tentativi sono falliti. Nel tempo la Corea del Nord ha confermato di voler essere autonoma nelle sue scelte, scrollandosi di dosso la scomoda influenza cinese. La scelta di sviluppare un proprio arsenale nucleare deve solo in parte alla volontà di scongiurare un attacco sudcoreano e americano. Una grossa spinta viene anche dalla volontà di slegarsi da Pechino, mettendo in guardia i leader cinesi da qualsiasi tentativo d’influenzare i processi interni a P’yŏngyang. Le atomiche puntano a sud e a est, verso Seoul e Washington, ma anche a ovest verso Pechino. Kim Jong-un è refrattario ai compromessi e dopo anni di tentata moderazione dei capricci nordcoreani, Pechino sembra aver accettato suo malgrado l’idea che imbonirlo sia meglio che infastidirlo.

La Cina sa che, per quanto potente, non può permettersi di essere circondata da vicini ostili. Da qui il nuovo approccio diplomatico funzionale ad aggregare un blocco di paesi che in comune hanno poco, se non l’avversione agli Stati Uniti. Pechino propone un modello flessibile dove ogni soggetto è libero di perseguire i propri obiettivi interni senza costrizioni o condizionamenti. Sebbene questo blocco anti-americano manchi di alleanze formali, esercita un peso non trascurabile. L’immagine di oltre venti leader riuniti al fianco di Xi Jinping per le celebrazioni del 3 settembre è un simbolo potente che segnala un cambiamento già in atto. Un cambiamento inarrestabile, secondo la narrazione del governo cinese.

L’inevitabile aumento dell’influenza cinese nella regione è stato probabilmente ribadito da Xi nell’incontro del 30 ottobre scorso con Trump a Busan, in Corea del Sud. Al di là dei titoli, il vertice sembra abbia sancito una tregua – o comunque una temporanea attenuazione – della «guerra commerciale» tra le due potenze. È alquanto improbabile che si siano state discusse questioni chiave come Taiwan o la Corea del Nord.

Il ruolo della Corea del Nord in questo contesto è fondamentale, in quanto potenza nucleare posta alla frontiera nord-orientale della Cina. Quest’ultima può far leva sul forte sentimento anti-americano del vicino per sposarne le mire. Il posto d’onore riservato a Kim, alla sinistra di Xi, è indicativo al riguardo. I nordcoreani sono storicamente maestri nella «diplomazia del pendolo». Kim Il-sung si dimostrò abilissimo nell’accaparrarsi aiuti economici e militari da Mosca e Pechino, oscillando tra le due per tutta la guerra fredda, anche nei momenti più tesi della difficile relazione sino-sovietica. Kim Jong-un sembra far tesoro della lezione del nonno: il rafforzamento dei rapporti con la Russia tramite l’invio di truppe nordcoreane al fronte ucraino in cambio di aiuti economici e tecnologia militare, insieme all’importanza strategica che P’yŏngyang ricopre nei piani di Pechino, rendono la Corea del Nord uno dei paesi più corteggiati della regione.

Guardando la parata del 3 settembre in un’ottica più ampia di quella delle telecamere della televisione cinese, si ha l’impressione che la vera star del tappeto rosso fosse Kim Jong-un.

TRA CINA E RUSSIA P'YŎNGYANG GODE

Fedele alla ‘diplomazia del pendolo’, la Corea del Nord gioca di sponda tra i due giganti asiatici per rendersi partner indispensabile. Lo scambio soldati-aiuti con Mosca. Come Pechino usa la geografia. Il nucleare resta polizza sulla vita dei Kim.
di Riccardo Banzato
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Pubblicato in: IL TEMPO DELLA CINA - n°12 - 2025
Carta di Laura Canali - 2025
Carta di Laura Canali - 2025 

1. Tre settembre 2025, Pechino, piazza Tiananmen. Il presidente cinese Xi Jinping assiste, dall’ex poggio di Mao, alla parata militare indetta per commemorare gli ottant’anni dalla fine della seconda guerra mondiale. Proprio lì, il 1° ottobre 1949, il Grande timoniere proclamava la fondazione della Repubblica Popolare Cinese in seguito alla sconfitta delle forze nazionaliste di Chiang Kai-shek, costretto a fuggire a Taiwan.

La data del 3 settembre ha un significato particolare. Altri paesi dell’area come la Corea del Sud, occupati dal Giappone nella prima metà del XX secolo, tendono a festeggiare la fine del secondo conflitto mondiale e la conseguente liberazione il 15 agosto, giorno dell’annuncio della resa da parte dell’imperatore giapponese Hirohito. Il 2 settembre la resa fu formalizzata a bordo della nave da guerra USS Missouri, ma la Cina sceglie volutamente come anniversario il 3 settembre per discostarsi dal ricordo della vittoria che nel fronte del Pacifico è tuttora associata allo sforzo bellico americano.

La narrazione del Partito comunista sceglie di presentare l’esito della guerra come una vittoria prettamente cinese. Lo stesso conflitto è chiamato in Cina «guerra di resistenza contro l’aggressione giapponese», per distinguerlo dalla guerra mondiale di cui ha fatto parte. Il Giorno della vittoria è una celebrazione stabilita in data recente, nel 2014, come parte della campagna di memoria introdotta da Xi. Strumento di legittimazione del partito alla guida della nazione, ma anche indicazione del ruolo che la Cina si propone di giocare come garante della pace mondiale. L’aggressione giapponese viene così istituzionalizzata, ritualizzata e personalizzata. Questa campagna non è limitata alle cerimonie ufficiali come la parata militare, ma è divenuta parte integrante dell’educazione patriottica statale e pilastro della campagna culturale che enfatizza equamente vittimismo ed eroismo. I testi scolastici presentano il tutto non come un mero fatto storico, ma come il trauma fondante che giustifica l’esistenza del Partito comunista.

Carta di Laura Canali - 2023
Carta di Laura Canali - 2023 

La rivalità tra Cina e Giappone per l’egemonia in Asia orientale ha basi antiche ed è destinata a rimanere. Al 1274 e al 1281 risalgono i tentativi d’invasione del Giappone da parte di Kublai Khan, della dinastia Yuan. A salvare il paese da quasi certa disfatta furono due kamikaze («tempeste divine», da cui il primo uso del termine), che decimarono la flotta navale cinese. Al 1894-1895 e al 1937 risalgono invece le guerre sino-giapponesi, la seconda delle quali divenne parte del conflitto mondiale. Un’armoniosa coesistenza di due aspiranti egemoni in un’area marittima così ristretta è improbabile, soprattutto nel lungo periodo.

Quanto dichiarato a novembre della neo-insediata premier nipponica Takaichi Sanae, secondo cui un’invasione cinese di Taiwan sarebbe una minaccia esistenziale per il Giappone, dimostra che il paese (occupante di Taiwan fino al 1945) considera ancora il Pacifico occidentale il proprio cortile di casa. Una visione inaccettabile per la Cina, nel pieno di un’espansione militare e marittima. L’intensificarsi a dicembre delle esercitazioni militari cinesi nell’area di Okinawa e delle isole Miyako sono la risposta forte di Pechino a qualsiasi accenno d’interferenza nella questione taiwanese.

Carta di Laura Canali - 2023
Carta di Laura Canali - 2023 

La parata militare del 3 settembre ha anche altri tre scopi. Fungere da vetrina per potenziali acquirenti interessati a un accesso immediato e vantaggioso agli ultimi ritrovati tecnologici dell’industria bellica cinese. Proiettare l’idea che l’ascesa cinese come fulcro di un futuro ordine mondiale post-atlantico sia inevitabile e inarrestabile. Radunare paesi e leader stanchi dell’ingerenza americana nei propri affari interni e creare un fronte anti-occidentale di bilanciamento al sempre più scialbo asse transatlantico.

Nel momento intriso di grande simbolismo durante la parata, Xi indossa abiti che richiamano quelli di Mao. A circondare il leader cinese, tuttavia, non sono più gli scomparsi compagni della «lunga marcia» e della guerriglia comunista come Zhou Enlai, Zhu De o Liu Shaoqi, bensì i leader di paesi per diversi motivi vicini alla Cina, soprattutto per la loro divergenza dall’Occidente. Tra essi il russo Vladimir Putin, il nordcoreano Kim Jong-un, l’indonesiano Prabowo Subianto, il kazako Qasym-Jomart Toqaev, l’iraniano Masoud Pezeshkian e il bielorusso Aljaksandr Lukašenka. Se la compagine del Sud-Est asiatico si spiega soprattutto per gli interessi economici che la Cina ha nell’area, la presenza di Putin e di Kim ha risvolti molto più geopolitici.

2. Altra presenza che fa scalpore è quella della figlia di Kim Jong-un, Kim Ju-ae. È molta l’incertezza sulla sua figura, come su tutto quello che ruota intorno alla famiglia Kim. Fonti del Nis, il servizio di spionaggio sudcoreano, le danno un’età tra i 10 e i 13 anni; 2013 il probabile anno di nascita. Sembra che Ju-ae abbia un fratello maggiore e un altro fratello o sorella minore, nati rispettivamente nel 2010 e nel 2017 dalla stessa madre Ri Sol-ju, moglie ufficiale del leader nordcoreano.

Fonti non coreane vicine a Jong-un dai tempi del suo periodo giovanile di studi in Svizzera sono però scettiche sulla reale esistenza di un figlio maschio, visto che il leader non ne hai mai fatto menzione. Considerando la linea di successione della dinastia Kim – il fondatore Kim Il-sung, suo figlio Jong-il e l’attuale Jong-un, figlio di Jong-il – unitamente al sistema patriarcale di stampo confuciano ancora fortemente radicato in una società tradizionale e conservatrice come quella nordcoreana, risulta difficile pensare che in presenza di un erede maschio la scelta della successione cada sulla giovane Ju-ae.

Più plausibile che Jong-un non abbia ancora avuto un figlio maschio, a meno di considerare una sua predilezione per la componente femminile della famiglia. La figura politica più fidata è infatti la sorella Yo-jong. Kim Jong-un potrebbe aver deciso di escludere figure maschili dalla successione per evitare il rischio di essere spodestato in età avanzata da un erede maschio in una possibile lotta interna per la successione. Qualunque sia il motivo dell’ascesa di Kim Ju-ae, viste le sue numerose apparizioni pubbliche (anche in contesti internazionali) pare ormai ovvio il suo ruolo di delfino e probabile successore al vertice.

Carta di Laura Canali - 2017
Carta di Laura Canali - 2017 

La prima comparsa pubblica di Kim Ju-ae risale al 18 novembre 2022, quando insieme al padre assiste al lancio di un missile balistico intercontinentale. Seguono vari eventi pubblici e cerimonie che vedono la giovane al fianco del padre. Tale presenza ha una rilevanza non trascurabile. La scelta di Kim Jong-un di portare con sé la figlia a Pechino, in uno dei suoi rari viaggi all’estero e a un evento di tale rilevanza, non lascia dubbio sul fatto che nei prossimi anni la giovane sarà una figura di spicco nella politica nordcoreana.

Dal punto di vista militare, la parata cinese suscita alcune considerazioni. Pur non essendo di nuovissima fattura, il grosso degli armamenti esibiti ha un design più moderno rispetto agli inventari occidentali. Mentre però questi ultimi sono già stati provati in teatri di guerra, come Iraq e Ucraina, quelli cinesi devono ancora affrontare un test in situazioni di conflitto reale. I recenti progressi della Cina in ambito militare sono evidenti, soprattutto nel campo dei droni sottomarini e aerei e dei sistemi di difesa laser, a dimostrazione di quanto Pechino abbia osservato e imparato dal conflitto russo-ucraino. Lontani ormai i tempi in cui la Cina era costretta a far affidamento sulle tecnologie di Russia e altri fornitori esteri. Pechino dispone attualmente di una capacità di sviluppo e produzione autoctona tale da garantirle un affidabile canale di approvvigionamento anche in caso di conflitti prolungati.

Per quanto appariscenti, le parate militari non sono mai strumenti utili a misurare l’efficienza bellica di un paese in scenari di conflitto reali, dove la Cina ha ancora poca esperienza. Lo scopo era soprattutto condizionare la percezione strategica dei leader regionali, appositamente invitati all’evento, veicolando il messaggio che chiunque in futuro deciderà di opporsi all’egemonia regionale cinese dovrà fare i conti con una potenza non solo economica, ma anche militare.

Il discorso di Xi, pur ribadendo i consueti temi di ringiovanimento e inarrestabile ascesa della nazione cinese, sottolinea come l’umanità sia in un momento storico di scelta tra pace e guerra, dialogo o confronto. Rispetto al passato, il testo del leader cinese ha toni meno accomodanti. Nel suo discorso del 2015 la parola «pace» compariva diciotto volte, contro le appena sei di quest’anno. L’approccio non è più evitare il conflitto a tuti i costi, ma prepararvisi su tutti i fronti: militare, diplomatico, tecnologico. In tale contesto anche la Cina necessita di alleati, o perlomeno della garanzia di neutralità da parte di paesi strategici quali Russia e Corea del Nord, specie nel caso di un eventuale attacco a Taiwan. Mosca per il momento sembra autoesclusa da possibili coinvolgimenti in Asia orientale, assorbita com’è dal conflitto ucraino. Questo aumenta il peso politico e strategico di P’yŏngyang, che oltre alla posizione geografica cruciale vanta una macchina bellica tutt’altro che trascurabile.

3. L’apparato militare di Kim conta circa 1,2 milioni di unità. Mentre le Forze armate sudcoreane dispongono di circa 480 mila unità e un bacino di reclutamento in diminuzione, a causa della dinamica demografica. Le Forze di autodifesa del Giappone hanno tra 228 mila e 247 mila unità attive, ma anche su di esse pende la spada di Damocle della demografia. I problemi di reclutamento di Tōkyō sono evidenti, posto che nel 2023 è stato raggiunto solo il 51% dell’obiettivo di nuove reclute per quell’anno. Giappone e Corea del Sud, insieme, superano di poco la metà delle forze nordcoreane attive.

Carta di Laura Canali - 2025
Carta di Laura Canali - 2025 

I due paesi vantano, almeno sulla carta, il supporto militare statunitense, ma la volontà dell’America di intervenire in conflitti lontani appare sempre più in dubbio. Tutto ciò al netto dell’asso nella manica di P’yŏngyang: l’arsenale nucleare.

Insieme alla Cina, la Corea del Nord è l’unico altro paese dell’area a disporre di testate atomiche. Secondo dati del 2025, Pechino possiede circa 600 testate che intende portare a 1.500 entro il 2035. Le ultime stime situano a circa 50 il numero delle atomiche nordcoreane, con una disponibilità di materiale fissile sufficiente a produrne almeno altre 90. Considerando il ruolo strategico del deterrente atomico e l’insistenza della propaganda nordcoreana sulla sua importanza per difendere la nazione, salvaguardare la sicurezza del regime e legittimare il prestigio della dinastia Kim, sembra irrealistico che l’arsenale nucleare di P’yŏngyang possa diminuire nei prossimi anni. Probabile invece un suo sostanziale ampliamento. Dopo il via libera di Washington alla costruzione di sottomarini nucleari da parte di Seoul, la Corea del Nord non ha infatti esitato ad agitare lo spettro della proliferazione. Per Jong-un l’arma nucleare non è solo una prerogativa personale, è anche vettore d’orgoglio di un paese che sul lato economico versa in una situazione disastrosa.

Storicamente Pechino ha sempre cercato di influenzare, controllare o occupare direttamente la penisola coreana, vista la sua posizione strategica ai confini nord-orientali dell’Impero del centro. Dall’epoca maoista la Cina ha sempre considerato il regime dei Kim quale appendice della proiezione d’influenza cinese nell’area. Dalle operazioni di conquista e soggiogamento militare ai tentativi d’insediare nel parlamento nordcoreano una fazione filocinese durante i primi anni di Kim Il-sung, Pechino non hai mai rinunciato a inquadrare P’yŏngyang in un rapporto confuciano fratello maggiore–fratello minore, puntando a renderla docile e malleabile.

Tutti questi tentativi sono falliti. Nel tempo la Corea del Nord ha confermato di voler essere autonoma nelle sue scelte, scrollandosi di dosso la scomoda influenza cinese. La scelta di sviluppare un proprio arsenale nucleare deve solo in parte alla volontà di scongiurare un attacco sudcoreano e americano. Una grossa spinta viene anche dalla volontà di slegarsi da Pechino, mettendo in guardia i leader cinesi da qualsiasi tentativo d’influenzare i processi interni a P’yŏngyang. Le atomiche puntano a sud e a est, verso Seoul e Washington, ma anche a ovest verso Pechino. Kim Jong-un è refrattario ai compromessi e dopo anni di tentata moderazione dei capricci nordcoreani, Pechino sembra aver accettato suo malgrado l’idea che imbonirlo sia meglio che infastidirlo.

La Cina sa che, per quanto potente, non può permettersi di essere circondata da vicini ostili. Da qui il nuovo approccio diplomatico funzionale ad aggregare un blocco di paesi che in comune hanno poco, se non l’avversione agli Stati Uniti. Pechino propone un modello flessibile dove ogni soggetto è libero di perseguire i propri obiettivi interni senza costrizioni o condizionamenti. Sebbene questo blocco anti-americano manchi di alleanze formali, esercita un peso non trascurabile. L’immagine di oltre venti leader riuniti al fianco di Xi Jinping per le celebrazioni del 3 settembre è un simbolo potente che segnala un cambiamento già in atto. Un cambiamento inarrestabile, secondo la narrazione del governo cinese.

L’inevitabile aumento dell’influenza cinese nella regione è stato probabilmente ribadito da Xi nell’incontro del 30 ottobre scorso con Trump a Busan, in Corea del Sud. Al di là dei titoli, il vertice sembra abbia sancito una tregua – o comunque una temporanea attenuazione – della «guerra commerciale» tra le due potenze. È alquanto improbabile che si siano state discusse questioni chiave come Taiwan o la Corea del Nord.

Il ruolo della Corea del Nord in questo contesto è fondamentale, in quanto potenza nucleare posta alla frontiera nord-orientale della Cina. Quest’ultima può far leva sul forte sentimento anti-americano del vicino per sposarne le mire. Il posto d’onore riservato a Kim, alla sinistra di Xi, è indicativo al riguardo. I nordcoreani sono storicamente maestri nella «diplomazia del pendolo». Kim Il-sung si dimostrò abilissimo nell’accaparrarsi aiuti economici e militari da Mosca e Pechino, oscillando tra le due per tutta la guerra fredda, anche nei momenti più tesi della difficile relazione sino-sovietica. Kim Jong-un sembra far tesoro della lezione del nonno: il rafforzamento dei rapporti con la Russia tramite l’invio di truppe nordcoreane al fronte ucraino in cambio di aiuti economici e tecnologia militare, insieme all’importanza strategica che P’yŏngyang ricopre nei piani di Pechino, rendono la Corea del Nord uno dei paesi più corteggiati della regione.

Guardando la parata del 3 settembre in un’ottica più ampia di quella delle telecamere della televisione cinese, si ha l’impressione che la vera star del tappeto rosso fosse Kim Jong-un.


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