Un giorno ci sveglieremo e la Cina ci avrà superati’ Limes 2025-12
Un giorno ci sveglieremo e la Cina ci avrà superati’
Conversazione con Oriana Skylar Mastro, professoressa associata alla Stanford University e riservista dell’Aeronautica degli Stati Uniti.
a cura di Federico Petroni
Pubblicato il 29 Dicembre 2025 alle 10:19
Pubblicato in: IL TEMPO DELLA CINA - n°12 - 2025
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Carta di Laura Canali - 2025
LIMES Il governo Biden descriveva la Cina come la «minaccia incalzante». Ora, la Strategia di sicurezza nazionale del governo Trump non ne parla mai come rivale, minaccia, nemico. Che cosa è cambiato?
MASTRO Quel documento è tutto strano. Tutti gli obiettivi che cita e i modi per arrivarci hanno uno e un solo ostacolo: la Cina. Dice che nessun paese deve dominare una regione e l’unica in grado di riuscirci è la Cina. Dice che gli Stati Uniti devono controllare gli standard tecnologici dell’intelligenza artificiale e l’unica a sfidarci è la Cina. Dice che la nostra economia deve essere dominante e l’unica a minacciare la nostra posizione è la Cina. Sembra esserci un divario tra quello che il governo vuole e i mezzi per arrivare a quegli obiettivi. Parla del soft power e dell’importanza di avere alleati, ma al contempo dice che gli Stati Uniti non chiederanno scusa per niente di quanto fatto in passato o faranno in futuro. Non è esattamente il modo per rendere attraente il nostro paese. Anche la priorità data all’emisfero occidentale è controproducente: per decenni i cinesi ci hanno detto di volere controllare la loro regione esattamente come noi avevamo la dottrina Monroe, e noi rispondevamo che la dottrina Monroe non esiste più, è roba di secoli fa, ora è tutto libero e aperto.
LIMES Forse questo è proprio il messaggio del governo Trump: il mondo può essere diviso in sfere d’influenza?
MASTRO È impossibile che la Cina abbia una sfera d’influenza in Asia senza peggiorare nettamente la nostra condizione. L’emisfero occidentale non è nemmeno un premio di consolazione. Se vuoi il primato tecnologico ed economico, devi mantenere una posizione dominante in Asia.
Carta di Laura Canali - 2025
LIMES La Strategia di sicurezza nazionale elenca alcuni interessi (difesa di Taiwan, controllo Mar Cinese Meridionale) senza menzionare una generale competizione mondiale con Pechino. Il messaggio è che l’obiettivo dello schieramento militare americano in Asia non è più strangolare la Cina?
MASTRO Tecnicamente, la posizione militare degli Stati Uniti nell’Indo-Pacifico non ha come obiettivo soffocare la Cina ma dissuadere un’aggressione. Non è in grado di minacciare la stabilità del regime: non ha le capacità di invadere la Repubblica Popolare e rovesciarne il governo. Né penso che il popolo cinese insorgerà se Pechino non sarà in grado di controllare il Mar Cinese Meridionale. Però sicuramente la prima amministrazione Trump intendeva minare la potenza cinese. L’idea era: per restare la prima potenza al mondo, gli Stati Uniti devono tenere la Cina in basso. L’amministrazione Biden ha cambiato approccio: cercava di rafforzare le basi della potenza americana. Invece di spingere in giù la Cina, spingere in su l’America. Ora invece non è chiaro come Trump intenda arrivare al predominio di cui parla.
LIMES Però si è messo d’accordo su TikTok sui microchip più avanzati. Se stesse cercando di strutturare la competizione per non finire in guerra?
MASTRO Se conosco il governo Trump, l’ipotesi non decolla. Quando si sente in posizione di debolezza, aggredisce. Non penso che queste mosse conciliatorie derivino da una sua valutazione realistica delle capacità americane. Non penso nemmeno che lo ritenga un compromesso. Trump crede di essere il negoziatore supremo e di poter avere qualcosa in cambio dalla Cina. Tanti governi in passato hanno cercato di spingere Pechino a seguire le regole. Forse Trump pensa di riuscirci. Non è un modo per evitare una guerra, semmai è dare priorità alle questioni economiche rispetto a quelle militari, perché queste ultime sembrano ipotetiche, lontane nel tempo, scaricabili su qualcun altro.
Carat di Laura Canali - 2025
LIMES L’approccio a Taiwan è molto cambiato. Perché gli Stati Uniti smettono di usare l’isola come punto di pressione sulla Cina?
MASTRO Effettivamente il primo governo Trump ha fatto di tutto per provocare apertamente Pechino su Taiwan. E anche il governo Biden ha dato grande sostegno politico a Taipei. Persino io criticavo questo approccio: non portava niente in termini di deterrenza e legittimava la posizione cinese, quindi nel complesso ci faceva del male e basta. È un bene che queste manovre politiche si siano ridotte. Non vedremo più visite ufficiali di alti funzionari americani, che innescavano periodiche crisi. Difficile però che il governo Trump lo faccia per ridurre il rischio di una guerra. Penso che semplicemente ritenga che lo status quo non cambierà nel giro di qualche anno e dunque conviene concentrarsi sugli affari. Trump ha detto più volte che Xi Jinping non sarà così stupido da azzardare qualcosa durante la sua presidenza: se dovessimo arrivare a una resa dei conti, non è escluso che il presidente americano adotti una posizione molto dura. Non vedo alcun segnale che gli Stati Uniti ridurranno il contingente militare in Asia. Se succedesse, la probabilità di un conflitto a Taiwan aumenterebbe. Ma quando il governo Trump parla di scaricare il fardello sugli alleati (burden shifting, n.d.t.) si riferisce all’Europa, non all’Indo-Pacifico.
LIMES Se gli Stati Uniti avessero un vantaggio militare molto più ampio sulla Cina, Trump si comporterebbe in altro modo?
MASTRO Su Taiwan la politica non sarebbe diversa e non incoraggeremmo l’indipendenza. L’atteggiamento cambierebbe con la Cina. Se Pechino creasse problemi, gli Stati Uniti farebbero come negli anni Novanta: reagiremmo, spediremmo un grande contingente con le portaerei a ridosso della costa cinese, ci aspetteremmo che Pechino faccia marcia indietro e, qualora ciò non accadesse, le ricorderemmo i rapporti di forza. Era quello che facevamo quando l’equilibrio di potenza era a nostro favore.
LIMES Che impatto hanno avuto i licenziamenti dei vertici militari sulla preparazione bellica della Cina?
MASTRO Non lo sappiamo di preciso. Sono possibili molte ipotesi. Può voler dire che non sono pronti ma anche che il sistema è forte. La prima incertezza è sui motivi dei licenziamenti: incompetenza o scontro con Xi Jinping? Se è la seconda, può aver causato delle turbolenze nel sistema, perché Xi è stato molto chiaro: vuole informazioni precise e veritiere su quel che non va, per consentirgli di risolvere i problemi e di prendere decisioni accurate. In quel caso, la rimozione dei comandanti potrebbe aver intaccato la catena di trasmissione delle informazioni e, forse, anche la prontezza bellica. La seconda incertezza è se Xi si fida del sistema o no. Soprattutto, della sua capacità di valutare se i militari sono pronti. Se le commissioni disciplinari trovano qualche caso di corruzione e incompetenza, il leader può pensare che tutto sommato il meccanismo funziona perché gli consente di trovare le mele marce; viceversa, può concludere che è meglio prendere altro tempo. Se nel 2027 i vertici militari gli dicono di essere pronti a una mossa su Taiwan, Xi ci crederà o no? Questa è la vera domanda, perché se non è sicuro della sua valutazione sulla preparazione bellica, questo sarà il primo fattore a dissuaderlo dall’attaccare.
Mi lasci aggiungere una cosa: quando è tornato al potere, Trump ha condotto purghe più profonde di quelle cinesi tra gli alti ufficiali. E nessuno si chiede se i militari americani sono meno pronti perché il presidente ha cacciato le donne e le minoranze.
Carta di Laura Canali - 2025
LIMES Che cosa farebbe se fosse cinese, davanti a questi Stati Uniti?
MASTRO Mi siedo, mi rilasso e lascio fare l’America. Perché provocarla ora? Non c’è ragione di affrettare. Andrei a consolidare le mie posizioni altrove. Gli Stati Uniti hanno abbandonato il mondo in via di sviluppo. Con i paesi europei non farei niente di drastico, non li costringerei a scegliere o ad abbandonare Washington. Basta solo dimostrare di essere diversi, più affidabili. I cinesi già lo fanno: i nostri obiettivi e i nostri atteggiamenti sono gli stessi da decenni, ci conoscete, alcune cose possono piacervi, altre spiacervi, ma sapete che cosa prendete. Potete fare previsioni su ciò che farà la Cina.
LIMES Qualcuno invece prevede un affondo su Taiwan, magari un blocco navale, dopo il Congresso nazionale di fine 2027, per approfittare dell’ultimo anno di un’indebolita presidenza Trump.
MASTRO Non ho mai sentito nessuno dirlo in Cina. Mi sembra un modo di vedere le cose molto americano: Trump è un’anomalia e questo crea una finestra di opportunità. Tuttavia, a prescindere da quel che pensa di Taiwan, Trump è molto attento a non apparire debole né tantomeno prevedibile. O non fa nulla o fa una cosa apparentemente folle. I cinesi non sono molto a loro agio con l’incertezza, non amano correre rischi. Noi pensiamo che un 50% di possibilità che Trump non reagisca sia tanto, ma forse i cinesi pensano che un 50% di possibilità che faccia una guerra grande sia troppo. Li manda in paranoia non riuscire a leggerlo e ad anticiparne le mosse. In ogni caso, è certo che la Cina attuerà manovre più audaci a Taiwan. Ogni volta che Taipei farà qualcosa di sgradito, Pechino userà il blocco navale temporaneo come strumento di punizione. Non però come strumento per indurla a capitolare e ad accettare la riunificazione.
LIMES Cosa manca agli Stati Uniti per una guerra a Taiwan?
MASTRO La massa, abbreviazione gentile per: capacità di far saltare in aria un sacco di cose velocemente. Gli Stati Uniti non riescono ad accumulare sufficiente massa in teatro. I mezzi li abbiamo, ma non riusciamo ad avvicinarli a causa delle difese cinesi.
LIMES È il caso anche dei sottomarini?
MASTRO Un sottomarino può affondare otto navi circa prima di dover lasciare il teatro per due o tre settimane per far rifornimento a Guam o alle Hawaii. Non abbiamo sufficienti sottomarini per affondare abbastanza navi cinesi da impedire uno sbarco a Taiwan. È un problema matematico: quante navi possiamo colpire in una settimana? È un problema di munizioni e di piattaforme: possiamo inviare solo sottomarini e bombardieri, niente navi di superficie o altri tipi di aereo. È chiaro da tempo quali tipi di armi dovremmo produrre. Dal 2017 è di nuovo possibile dotarsi di missili a gittata intermedia, ma sono passati otto anni e la situazione non è migliorata. Infine, è un problema di spazio-tempo. Ci mettiamo troppo per schierarci nell’area. Il mio scenario ideale è che il Giappone intervenga nel conflitto nelle prime due settimane, per darci il tempo di mandare rinforzi. Ma Tōkyō non combatte finché non arrivano gli americani.
Carta di Laura Canali - 2025
LIMES È possibile un compromesso su Taiwan?
MASTRO Io non lo vedo. Come dico sempre alle mie controparti cinesi, quanto vorrei che i taiwanesi desiderassero di far parte della Repubblica Popolare. Risolverebbe tutti i problemi. Certo, non sarebbe bello se l’industria dei semiconduttori fosse in mano cinese, ma non è un motivo per far scoppiare la terza guerra mondiale. Se Taipei decidesse di riunificarsi con la Cina continentale, la credibilità degli Stati Uniti non sarebbe più in ballo. Ma con la piega più autoritaria presa sotto Xi è difficile che i taiwanesi prendano una simile decisione.
LIMES La premier giapponese ha detto che un attacco a Taiwan è una minaccia esistenziale per Tōkyō. C’è il rischio di una guerra tra Cina e Giappone?
MASTRO È impossibile che il Giappone combatta una guerra con la Cina se gli Stati Uniti non sono coinvolti. I destinatari di quel messaggio della premier erano tre. Primo, l’opinione pubblica nipponica. Il potere politico sta apportando dei cambiamenti, per esempio con la legge che consente di usare la forza anche se non si è sotto attacco ma se è minacciato un interesse esistenziale. Dire che Taiwan è esistenziale è un modo per spiegare alla popolazione che bisogna tenersi pronti. Secondo, gli Stati Uniti: tranquilli, siamo con voi. Washington incoraggia da tempo questo tipo di messaggi e nell’ultimo biennio Tōkyō è stata assai predisposta a collaborare con noi, per esempio nella pianificazione congiunta per eventuali scenari a Taiwan. Se lo paragoniamo alla Corea del Sud, che in caso di guerra sull’isola non ci lascerebbe nemmeno usare le nostre forze sul suo suolo, il Giappone ha fatto passi da gigante in questo decennio. Il terzo destinatario è la Cina, ma è il meno importante dei tre. Non penso che quel messaggio sia stato preparato per Pechino.
LIMES Il recente accordo fra Stati Uniti e Corea del Sud sui sottomarini nucleari ha un qualche impatto sulla competizione con la Cina?
MASTRO Un impatto psicologico ce l’ha. Pechino resta spiazzata se un paese inaspettato pende verso l’America. Nonostante sia un’alleata degli Stati Uniti, da tempo la Cina considera la Corea del Sud neutrale o più dalla sua parte. Dieci anni fa, Xi auspicava una penisola coreana unificata sotto Seoul perché sicuro che sarebbe stata nel suo campo. Ogni accordo con il Sud segnala a Pechino che le cose non vanno esattamente nella direzione auspicata. Inoltre, i cinesi sono molto sensibili a ogni questione sottomarina e nucleare, perché sono le uniche due aree in cui non hanno un vantaggio militare locale. In parte, i rapporti più stretti con la Russia sono dovuti proprio alla modernizzazione della tecnologia dei sottomarini, su cui Mosca ancora eccelle. Questi trasferimenti tecnologici possono creare problemi per gli Stati Uniti.
LIMES Il Giappone invece come l’ha presa?
MASTRO Non penso se la siano presa. Negli ultimi anni i rapporti trilaterali fra Giappone, Corea del Sud e Stati Uniti hanno fatto grandi passi avanti. Non vedo passi indietro al momento. I giapponesi hanno una grande capacità di gestire il rapporto con l’America. Sanno di averle viste tutte. Sono stati nemici, alleati e avversari interni. Sono usi ai cambi di sentimento tra un governo e l’altro. Quando arriva un nuovo presidente, si chiedono freddamente come gestirlo. Ne vanno molto orgogliosi. Sono assai più proattivi di certi paesi europei, abituati a una prolungata continuità nei rapporti con gli Stati Uniti.
Carta di Laura Canali - 2025
LIMES Che cosa dobbiamo imparare dai giapponesi?
MASTRO Il pragmatismo. E a essere meno emotivi sulla politica estera. Voi italiani vi accalorate molto, ma non penso che i vostri apparati facciano quella che noi chiamiamo conta dei fagioli. Un esercizio di contabilità spicciola, in cui fai il punto su chi hai di fronte, quali carte hai, cosa funziona e cosa no. Voi invece avete due modi di fare, uno giusto e uno sbagliato. E date grande importanza a come vi trattano. È comune anche a paesi più freddi come la Germania e il Regno Unito, ossessionati dalla gerarchia e dal rispetto del protocollo. È un teatro che mal si sposa con un altro teatro, quello della politica statunitense. I giapponesi invece vedono Trump urlare o adularli e a loro interessa uguale, cioè niente. Non cercano di convincere gli Stati Uniti a essere in un certo modo. Puntano al risultato e accettano chi hanno davanti.
LIMES La Cina è più pericolosa in Europa o in America Latina, specie a…
MASTRO Oh, in Europa, 100%! La Cina in America Latina non mi preoccupa affatto.
LIMES Nemmeno a Cuba?
MASTRO Cuba, eh? Ascolti. Sarebbe un sogno se i cinesi fossero così stupidi da costruire basi militari in giro per il mondo. Noi non possiamo toccarli a casa loro, ma li possiamo distruggere ovunque a 300 miglia dalla loro costa. Le racconterò un aneddoto. Un paio d’anni fa, facendo interviste in Cina, mi hanno raccontato che nel decennio scorso stavano pensando di costruire una rete di basi oltremare, di cui Gibuti sarebbe stata la prima. Avevano stretto accordi in Africa orientale e nel Sud-Est asiatico. Poi a Gibuti hanno imparato che avere una base è difficile e costa. Pare, ma non è confermato, che una decina d’anni fa la Marina abbia detto a Xi Jinping: o ci concentriamo sulla protezione delle vie della seta, cioè sulle basi, o consolidiamo il controllo del Mar Cinese Meridionale. Entrambe non le possiamo fare. Hanno abbandonato il piano delle basi e dal punto di vista cinese è la mossa giusta. Non c’è motivo per proiettare potenza così lontano. Pechino è capacissima di proteggere i propri interessi commerciali con altri strumenti. Esiste un dibattito in Cina sull’emisfero occidentale: gli Stati Uniti sono nel nostro cortile di casa, dovremmo ripagarli della stessa moneta. Poi però intervengono gli strateghi e dicono: non ne vale la pena, aumentiamo solo l’irritabilità degli americani. Non mi preoccupano i cinesi a Cuba, ma i cinesi in Cina.
Carta di Laura Canali - 2025
LIMES Che cosa teme dalla Cina in Europa?
MASTRO L’Europa è il primo partner commerciale della Cina, ha ancora potere economico in forma collettiva, ha ancora potere normativo e istituzionale. Se vuoi che gli Stati Uniti restino dominanti dal punto di vista tecnologico, la scelta dell’Europa fra gli standard americani e gli standard cinesi cambia il gioco. L’Europa conta ancora, non solo come mercato. Pur essendo all’altro capo dell’Eurasia, il rapporto tra la Russia e la Cina la rende rilevante. Il punto è che non è pronta a giocare un ruolo. Vuole essere un attore cruciale o vuole starsene fuori da questo secolo?
LIMES Che cosa la tiene sveglia la notte a proposito della Cina?
MASTRO Non agire e pianificare mentre non accade nulla. Trattare la competizione con la Cina come se bastasse prepararsi la sera prima per un’interrogazione. Ma è più come scrivere un libro: se non scrivi tutti i giorni, fra due anni non avrai un libro. Non mi preoccupa tanto che domani ci sia una crisi in Corea del Nord. Mi preoccupa questo lento cambiamento nei rapporti di forza. La Cina aumenta la propria potenza ogni giorno, con diligenza, in settori chiave, non solo militari, mentre noi non reagiamo. Temo più che un altro anno trascorra senza passi avanti nella competitività dell’economia americana mentre la Cina continua ad accumulare progressi, lenta ma costante. E a prepararsi per un trasferimento di potenza come quello fra Gran Bretagna e Stati Uniti. Un giorno gli inglesi si svegliarono e capirono che gli americani li stavano superando. Troppo tardi. E a differenza di inglesi e americani di allora, non c’è un nemico comune, una Germania, per addolcire il trapasso.*
* Le opinioni qui espresse non riflettono necessariamente quelle del dipartimento della Guerra e dell’Aeronautica degli Stati Uniti.
UN GIORNO CI SVEGLIEREMO E LA CINA CI AVRÀ SUPERATI’

LIMES Il governo Biden descriveva la Cina come la «minaccia incalzante». Ora, la Strategia di sicurezza nazionale del governo Trump non ne parla mai come rivale, minaccia, nemico. Che cosa è cambiato?
MASTRO Quel documento è tutto strano. Tutti gli obiettivi che cita e i modi per arrivarci hanno uno e un solo ostacolo: la Cina. Dice che nessun paese deve dominare una regione e l’unica in grado di riuscirci è la Cina. Dice che gli Stati Uniti devono controllare gli standard tecnologici dell’intelligenza artificiale e l’unica a sfidarci è la Cina. Dice che la nostra economia deve essere dominante e l’unica a minacciare la nostra posizione è la Cina. Sembra esserci un divario tra quello che il governo vuole e i mezzi per arrivare a quegli obiettivi. Parla del soft power e dell’importanza di avere alleati, ma al contempo dice che gli Stati Uniti non chiederanno scusa per niente di quanto fatto in passato o faranno in futuro. Non è esattamente il modo per rendere attraente il nostro paese. Anche la priorità data all’emisfero occidentale è controproducente: per decenni i cinesi ci hanno detto di volere controllare la loro regione esattamente come noi avevamo la dottrina Monroe, e noi rispondevamo che la dottrina Monroe non esiste più, è roba di secoli fa, ora è tutto libero e aperto.
LIMES Forse questo è proprio il messaggio del governo Trump: il mondo può essere diviso in sfere d’influenza?
MASTRO È impossibile che la Cina abbia una sfera d’influenza in Asia senza peggiorare nettamente la nostra condizione. L’emisfero occidentale non è nemmeno un premio di consolazione. Se vuoi il primato tecnologico ed economico, devi mantenere una posizione dominante in Asia.

LIMES La Strategia di sicurezza nazionale elenca alcuni interessi (difesa di Taiwan, controllo Mar Cinese Meridionale) senza menzionare una generale competizione mondiale con Pechino. Il messaggio è che l’obiettivo dello schieramento militare americano in Asia non è più strangolare la Cina?
MASTRO Tecnicamente, la posizione militare degli Stati Uniti nell’Indo-Pacifico non ha come obiettivo soffocare la Cina ma dissuadere un’aggressione. Non è in grado di minacciare la stabilità del regime: non ha le capacità di invadere la Repubblica Popolare e rovesciarne il governo. Né penso che il popolo cinese insorgerà se Pechino non sarà in grado di controllare il Mar Cinese Meridionale. Però sicuramente la prima amministrazione Trump intendeva minare la potenza cinese. L’idea era: per restare la prima potenza al mondo, gli Stati Uniti devono tenere la Cina in basso. L’amministrazione Biden ha cambiato approccio: cercava di rafforzare le basi della potenza americana. Invece di spingere in giù la Cina, spingere in su l’America. Ora invece non è chiaro come Trump intenda arrivare al predominio di cui parla.
LIMES Però si è messo d’accordo su TikTok sui microchip più avanzati. Se stesse cercando di strutturare la competizione per non finire in guerra?
MASTRO Se conosco il governo Trump, l’ipotesi non decolla. Quando si sente in posizione di debolezza, aggredisce. Non penso che queste mosse conciliatorie derivino da una sua valutazione realistica delle capacità americane. Non penso nemmeno che lo ritenga un compromesso. Trump crede di essere il negoziatore supremo e di poter avere qualcosa in cambio dalla Cina. Tanti governi in passato hanno cercato di spingere Pechino a seguire le regole. Forse Trump pensa di riuscirci. Non è un modo per evitare una guerra, semmai è dare priorità alle questioni economiche rispetto a quelle militari, perché queste ultime sembrano ipotetiche, lontane nel tempo, scaricabili su qualcun altro.

LIMES L’approccio a Taiwan è molto cambiato. Perché gli Stati Uniti smettono di usare l’isola come punto di pressione sulla Cina?
MASTRO Effettivamente il primo governo Trump ha fatto di tutto per provocare apertamente Pechino su Taiwan. E anche il governo Biden ha dato grande sostegno politico a Taipei. Persino io criticavo questo approccio: non portava niente in termini di deterrenza e legittimava la posizione cinese, quindi nel complesso ci faceva del male e basta. È un bene che queste manovre politiche si siano ridotte. Non vedremo più visite ufficiali di alti funzionari americani, che innescavano periodiche crisi. Difficile però che il governo Trump lo faccia per ridurre il rischio di una guerra. Penso che semplicemente ritenga che lo status quo non cambierà nel giro di qualche anno e dunque conviene concentrarsi sugli affari. Trump ha detto più volte che Xi Jinping non sarà così stupido da azzardare qualcosa durante la sua presidenza: se dovessimo arrivare a una resa dei conti, non è escluso che il presidente americano adotti una posizione molto dura. Non vedo alcun segnale che gli Stati Uniti ridurranno il contingente militare in Asia. Se succedesse, la probabilità di un conflitto a Taiwan aumenterebbe. Ma quando il governo Trump parla di scaricare il fardello sugli alleati (burden shifting, n.d.t.) si riferisce all’Europa, non all’Indo-Pacifico.
LIMES Se gli Stati Uniti avessero un vantaggio militare molto più ampio sulla Cina, Trump si comporterebbe in altro modo?
MASTRO Su Taiwan la politica non sarebbe diversa e non incoraggeremmo l’indipendenza. L’atteggiamento cambierebbe con la Cina. Se Pechino creasse problemi, gli Stati Uniti farebbero come negli anni Novanta: reagiremmo, spediremmo un grande contingente con le portaerei a ridosso della costa cinese, ci aspetteremmo che Pechino faccia marcia indietro e, qualora ciò non accadesse, le ricorderemmo i rapporti di forza. Era quello che facevamo quando l’equilibrio di potenza era a nostro favore.
LIMES Che impatto hanno avuto i licenziamenti dei vertici militari sulla preparazione bellica della Cina?
MASTRO Non lo sappiamo di preciso. Sono possibili molte ipotesi. Può voler dire che non sono pronti ma anche che il sistema è forte. La prima incertezza è sui motivi dei licenziamenti: incompetenza o scontro con Xi Jinping? Se è la seconda, può aver causato delle turbolenze nel sistema, perché Xi è stato molto chiaro: vuole informazioni precise e veritiere su quel che non va, per consentirgli di risolvere i problemi e di prendere decisioni accurate. In quel caso, la rimozione dei comandanti potrebbe aver intaccato la catena di trasmissione delle informazioni e, forse, anche la prontezza bellica. La seconda incertezza è se Xi si fida del sistema o no. Soprattutto, della sua capacità di valutare se i militari sono pronti. Se le commissioni disciplinari trovano qualche caso di corruzione e incompetenza, il leader può pensare che tutto sommato il meccanismo funziona perché gli consente di trovare le mele marce; viceversa, può concludere che è meglio prendere altro tempo. Se nel 2027 i vertici militari gli dicono di essere pronti a una mossa su Taiwan, Xi ci crederà o no? Questa è la vera domanda, perché se non è sicuro della sua valutazione sulla preparazione bellica, questo sarà il primo fattore a dissuaderlo dall’attaccare.
Mi lasci aggiungere una cosa: quando è tornato al potere, Trump ha condotto purghe più profonde di quelle cinesi tra gli alti ufficiali. E nessuno si chiede se i militari americani sono meno pronti perché il presidente ha cacciato le donne e le minoranze.

LIMES Che cosa farebbe se fosse cinese, davanti a questi Stati Uniti?
MASTRO Mi siedo, mi rilasso e lascio fare l’America. Perché provocarla ora? Non c’è ragione di affrettare. Andrei a consolidare le mie posizioni altrove. Gli Stati Uniti hanno abbandonato il mondo in via di sviluppo. Con i paesi europei non farei niente di drastico, non li costringerei a scegliere o ad abbandonare Washington. Basta solo dimostrare di essere diversi, più affidabili. I cinesi già lo fanno: i nostri obiettivi e i nostri atteggiamenti sono gli stessi da decenni, ci conoscete, alcune cose possono piacervi, altre spiacervi, ma sapete che cosa prendete. Potete fare previsioni su ciò che farà la Cina.
LIMES Qualcuno invece prevede un affondo su Taiwan, magari un blocco navale, dopo il Congresso nazionale di fine 2027, per approfittare dell’ultimo anno di un’indebolita presidenza Trump.
MASTRO Non ho mai sentito nessuno dirlo in Cina. Mi sembra un modo di vedere le cose molto americano: Trump è un’anomalia e questo crea una finestra di opportunità. Tuttavia, a prescindere da quel che pensa di Taiwan, Trump è molto attento a non apparire debole né tantomeno prevedibile. O non fa nulla o fa una cosa apparentemente folle. I cinesi non sono molto a loro agio con l’incertezza, non amano correre rischi. Noi pensiamo che un 50% di possibilità che Trump non reagisca sia tanto, ma forse i cinesi pensano che un 50% di possibilità che faccia una guerra grande sia troppo. Li manda in paranoia non riuscire a leggerlo e ad anticiparne le mosse. In ogni caso, è certo che la Cina attuerà manovre più audaci a Taiwan. Ogni volta che Taipei farà qualcosa di sgradito, Pechino userà il blocco navale temporaneo come strumento di punizione. Non però come strumento per indurla a capitolare e ad accettare la riunificazione.
LIMES Cosa manca agli Stati Uniti per una guerra a Taiwan?
MASTRO La massa, abbreviazione gentile per: capacità di far saltare in aria un sacco di cose velocemente. Gli Stati Uniti non riescono ad accumulare sufficiente massa in teatro. I mezzi li abbiamo, ma non riusciamo ad avvicinarli a causa delle difese cinesi.
LIMES È il caso anche dei sottomarini?
MASTRO Un sottomarino può affondare otto navi circa prima di dover lasciare il teatro per due o tre settimane per far rifornimento a Guam o alle Hawaii. Non abbiamo sufficienti sottomarini per affondare abbastanza navi cinesi da impedire uno sbarco a Taiwan. È un problema matematico: quante navi possiamo colpire in una settimana? È un problema di munizioni e di piattaforme: possiamo inviare solo sottomarini e bombardieri, niente navi di superficie o altri tipi di aereo. È chiaro da tempo quali tipi di armi dovremmo produrre. Dal 2017 è di nuovo possibile dotarsi di missili a gittata intermedia, ma sono passati otto anni e la situazione non è migliorata. Infine, è un problema di spazio-tempo. Ci mettiamo troppo per schierarci nell’area. Il mio scenario ideale è che il Giappone intervenga nel conflitto nelle prime due settimane, per darci il tempo di mandare rinforzi. Ma Tōkyō non combatte finché non arrivano gli americani.

LIMES È possibile un compromesso su Taiwan?
MASTRO Io non lo vedo. Come dico sempre alle mie controparti cinesi, quanto vorrei che i taiwanesi desiderassero di far parte della Repubblica Popolare. Risolverebbe tutti i problemi. Certo, non sarebbe bello se l’industria dei semiconduttori fosse in mano cinese, ma non è un motivo per far scoppiare la terza guerra mondiale. Se Taipei decidesse di riunificarsi con la Cina continentale, la credibilità degli Stati Uniti non sarebbe più in ballo. Ma con la piega più autoritaria presa sotto Xi è difficile che i taiwanesi prendano una simile decisione.
LIMES La premier giapponese ha detto che un attacco a Taiwan è una minaccia esistenziale per Tōkyō. C’è il rischio di una guerra tra Cina e Giappone?
MASTRO È impossibile che il Giappone combatta una guerra con la Cina se gli Stati Uniti non sono coinvolti. I destinatari di quel messaggio della premier erano tre. Primo, l’opinione pubblica nipponica. Il potere politico sta apportando dei cambiamenti, per esempio con la legge che consente di usare la forza anche se non si è sotto attacco ma se è minacciato un interesse esistenziale. Dire che Taiwan è esistenziale è un modo per spiegare alla popolazione che bisogna tenersi pronti. Secondo, gli Stati Uniti: tranquilli, siamo con voi. Washington incoraggia da tempo questo tipo di messaggi e nell’ultimo biennio Tōkyō è stata assai predisposta a collaborare con noi, per esempio nella pianificazione congiunta per eventuali scenari a Taiwan. Se lo paragoniamo alla Corea del Sud, che in caso di guerra sull’isola non ci lascerebbe nemmeno usare le nostre forze sul suo suolo, il Giappone ha fatto passi da gigante in questo decennio. Il terzo destinatario è la Cina, ma è il meno importante dei tre. Non penso che quel messaggio sia stato preparato per Pechino.
LIMES Il recente accordo fra Stati Uniti e Corea del Sud sui sottomarini nucleari ha un qualche impatto sulla competizione con la Cina?
MASTRO Un impatto psicologico ce l’ha. Pechino resta spiazzata se un paese inaspettato pende verso l’America. Nonostante sia un’alleata degli Stati Uniti, da tempo la Cina considera la Corea del Sud neutrale o più dalla sua parte. Dieci anni fa, Xi auspicava una penisola coreana unificata sotto Seoul perché sicuro che sarebbe stata nel suo campo. Ogni accordo con il Sud segnala a Pechino che le cose non vanno esattamente nella direzione auspicata. Inoltre, i cinesi sono molto sensibili a ogni questione sottomarina e nucleare, perché sono le uniche due aree in cui non hanno un vantaggio militare locale. In parte, i rapporti più stretti con la Russia sono dovuti proprio alla modernizzazione della tecnologia dei sottomarini, su cui Mosca ancora eccelle. Questi trasferimenti tecnologici possono creare problemi per gli Stati Uniti.
LIMES Il Giappone invece come l’ha presa?
MASTRO Non penso se la siano presa. Negli ultimi anni i rapporti trilaterali fra Giappone, Corea del Sud e Stati Uniti hanno fatto grandi passi avanti. Non vedo passi indietro al momento. I giapponesi hanno una grande capacità di gestire il rapporto con l’America. Sanno di averle viste tutte. Sono stati nemici, alleati e avversari interni. Sono usi ai cambi di sentimento tra un governo e l’altro. Quando arriva un nuovo presidente, si chiedono freddamente come gestirlo. Ne vanno molto orgogliosi. Sono assai più proattivi di certi paesi europei, abituati a una prolungata continuità nei rapporti con gli Stati Uniti.

LIMES Che cosa dobbiamo imparare dai giapponesi?
MASTRO Il pragmatismo. E a essere meno emotivi sulla politica estera. Voi italiani vi accalorate molto, ma non penso che i vostri apparati facciano quella che noi chiamiamo conta dei fagioli. Un esercizio di contabilità spicciola, in cui fai il punto su chi hai di fronte, quali carte hai, cosa funziona e cosa no. Voi invece avete due modi di fare, uno giusto e uno sbagliato. E date grande importanza a come vi trattano. È comune anche a paesi più freddi come la Germania e il Regno Unito, ossessionati dalla gerarchia e dal rispetto del protocollo. È un teatro che mal si sposa con un altro teatro, quello della politica statunitense. I giapponesi invece vedono Trump urlare o adularli e a loro interessa uguale, cioè niente. Non cercano di convincere gli Stati Uniti a essere in un certo modo. Puntano al risultato e accettano chi hanno davanti.
LIMES La Cina è più pericolosa in Europa o in America Latina, specie a…
MASTRO Oh, in Europa, 100%! La Cina in America Latina non mi preoccupa affatto.
LIMES Nemmeno a Cuba?
MASTRO Cuba, eh? Ascolti. Sarebbe un sogno se i cinesi fossero così stupidi da costruire basi militari in giro per il mondo. Noi non possiamo toccarli a casa loro, ma li possiamo distruggere ovunque a 300 miglia dalla loro costa. Le racconterò un aneddoto. Un paio d’anni fa, facendo interviste in Cina, mi hanno raccontato che nel decennio scorso stavano pensando di costruire una rete di basi oltremare, di cui Gibuti sarebbe stata la prima. Avevano stretto accordi in Africa orientale e nel Sud-Est asiatico. Poi a Gibuti hanno imparato che avere una base è difficile e costa. Pare, ma non è confermato, che una decina d’anni fa la Marina abbia detto a Xi Jinping: o ci concentriamo sulla protezione delle vie della seta, cioè sulle basi, o consolidiamo il controllo del Mar Cinese Meridionale. Entrambe non le possiamo fare. Hanno abbandonato il piano delle basi e dal punto di vista cinese è la mossa giusta. Non c’è motivo per proiettare potenza così lontano. Pechino è capacissima di proteggere i propri interessi commerciali con altri strumenti. Esiste un dibattito in Cina sull’emisfero occidentale: gli Stati Uniti sono nel nostro cortile di casa, dovremmo ripagarli della stessa moneta. Poi però intervengono gli strateghi e dicono: non ne vale la pena, aumentiamo solo l’irritabilità degli americani. Non mi preoccupano i cinesi a Cuba, ma i cinesi in Cina.

LIMES Che cosa teme dalla Cina in Europa?
MASTRO L’Europa è il primo partner commerciale della Cina, ha ancora potere economico in forma collettiva, ha ancora potere normativo e istituzionale. Se vuoi che gli Stati Uniti restino dominanti dal punto di vista tecnologico, la scelta dell’Europa fra gli standard americani e gli standard cinesi cambia il gioco. L’Europa conta ancora, non solo come mercato. Pur essendo all’altro capo dell’Eurasia, il rapporto tra la Russia e la Cina la rende rilevante. Il punto è che non è pronta a giocare un ruolo. Vuole essere un attore cruciale o vuole starsene fuori da questo secolo?
LIMES Che cosa la tiene sveglia la notte a proposito della Cina?
MASTRO Non agire e pianificare mentre non accade nulla. Trattare la competizione con la Cina come se bastasse prepararsi la sera prima per un’interrogazione. Ma è più come scrivere un libro: se non scrivi tutti i giorni, fra due anni non avrai un libro. Non mi preoccupa tanto che domani ci sia una crisi in Corea del Nord. Mi preoccupa questo lento cambiamento nei rapporti di forza. La Cina aumenta la propria potenza ogni giorno, con diligenza, in settori chiave, non solo militari, mentre noi non reagiamo. Temo più che un altro anno trascorra senza passi avanti nella competitività dell’economia americana mentre la Cina continua ad accumulare progressi, lenta ma costante. E a prepararsi per un trasferimento di potenza come quello fra Gran Bretagna e Stati Uniti. Un giorno gli inglesi si svegliarono e capirono che gli americani li stavano superando. Troppo tardi. E a differenza di inglesi e americani di allora, non c’è un nemico comune, una Germania, per addolcire il trapasso.*
* Le opinioni qui espresse non riflettono necessariamente quelle del dipartimento della Guerra e dell’Aeronautica degli Stati Uniti.
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