USA E CINA AVVERSARI LEALI Limes 2025-12
USA E CINA AVVERSARI LEALI
Washington e Pechino non hanno alternativa alla coesistenza, anche se all’insegna di una forte competizione. Lo scontro tecnologico, il nodo di Taiwan e il problema del divario percettivo. La Repubblica Popolare non vuole il fardello americano.
di ZHAO Long
Pubblicato il 29 Dicembre 2025 alle 10:17
Pubblicato in: IL TEMPO DELLA CINA - n°12 - 2025
Cina
Usa
Scontro Usa-Cina
Asia-Pacifico
Usa E Canada
Carta di Laura Canali - 2025
1. Verso la fine del 2025 le relazioni tra Cina e Stati Uniti sono entrate in una fase di aggiustamento complessa e cruciale. Il 2 aprile 2025, dopo l’annuncio improvviso dei dazi da parte dell’amministrazione Trump, i rapporti bilaterali hanno subìto un rapido deterioramento.
Nonostante ciò, la condizione attuale appare la migliore degli ultimi otto mesi. Donald Trump e Xi Jinping hanno tenuto un incontro informale durante il vertice Apec (Cooperazione economica Asia-Pacifico) a Busan (Corea del Sud), caratterizzato da un’insolita distensione. Subito dopo, le due parti hanno confermato la reciproca sospensione di alcune restrizioni all’export e di specifici dazi portuali, mentre il 24 novembre hanno avuto un colloquio telefonico.
Queste interazioni hanno spinto molti osservatori a ritenere che la fase di intensa competizione tra Cina e Stati Uniti sia entrata in una pausa tecnica e che i due paesi stiano preparando il terreno diplomatico in vista delle visite reciproche previste nel 2026 e delle conferenze multilaterali (tra cui il vertice Apec a Shenzhen e il G20 in Florida). Tuttavia, sospendere la competizione non significa ricostruire la fiducia. Le contraddizioni strutturali, la diffidenza strategica e il profondo divario percettivo restano elementi radicati nelle relazioni bilaterali. Il clima è più disteso, ma rimangono forti incertezze sulla possibilità di un’effettiva svolta strategica.
Carta di Laura Canali - 2025
Negli ultimi quarant’anni, la percezione cinese degli Stati Uniti si è profondamente modificata. Durante la fase di riforma e apertura, Washington era un modello di riferimento; poi è progressivamente diventata la principale fonte esterna di pressione. Il cambiamento non è una reazione emotiva, ma il risultato dell’interazione di molteplici fattori: l’evoluzione della struttura internazionale, l’aggiustamento della strategia statunitense verso la Cina e l’ascesa della potenza cinese. Oggi Pechino osserva l’America attraverso una lente realista, considerandola l’unica variabile esterna in grado di influire direttamente sulla sua sicurezza strategica e sulle prospettive di sviluppo.
Tale consapevolezza non implica che il rapporto sino-americano sia destinato al conflitto. Segnala piuttosto che, dopo otto anni di aggiustamenti nelle politiche statunitensi verso la Cina (a partire dal primo mandato di Trump e sotto la presidenza Biden), la riflessione strategica cinese si è spostata su questioni cruciali come gli errori di valutazione o il rispetto delle «linee rosse». Ne deriva un approccio realista e prudente: vigile ma pragmatico, aperto al dialogo ma fermo nel difendere le posizioni fondamentali.
Le radici del cambiamento affondano negli Stati Uniti. La Strategia di sicurezza nazionale americana, le leggi del Congresso, i controlli tecnologici, il disaccoppiamento delle catene produttive e le politiche verso Taiwan sono stati interpretati da Pechino come un’intensificazione degli sforzi di contenimento e un’istituzionalizzazione dell’ostilità strategica. Gli ultimi otto anni di mosse americane hanno accentuato i timori cinesi. Nell’ottica di Pechino, l’America mira a ridefinire la struttura delle relazioni bilaterali lungo quattro direttrici.
Primo: riplasmare il sistema tecnologico attraverso l’embargo dei prodotti, la revisione degli investimenti, i controlli sulle esportazioni e la riorganizzazione delle filiere, per inibire alla Cina l’accesso ai settori tecnologici chiave e alla manifattura avanzata.
Secondo: contenere la Cina rafforzando le alleanze con Giappone, Filippine, Corea del Sud e Australia, nonché le collaborazioni con Five Eyes, Aukus e Quad, per comprimere lo spazio strategico di Pechino in una condizione di semi-accerchiamento.
Terzo: usare la propaganda per dipingere la competizione Cina-Usa come «conflitto tra democrazia e autoritarismo», onde trasformare la rivalità in uno scontro politico irreversibile.
Carta di Laura Canali - 2025
Quarto: indebolire il principio «una sola Cina» attraverso la progressiva istituzionalizzazione della vendita di armi a Taiwan e il rafforzamento dei contatti politici con Taipei, per minare la posizione cinese nello Stretto – o comunque indurre Pechino a temere il deterrente.
2. Una delle sfide maggiori è la lettura distorta dei segnali strategici. Ciò che gli Stati Uniti definiscono «gestione» o «riduzione» del rischio nelle filiere industriali viene interpretato dalla Cina come sganciamento selettivo. L’insistenza americana sul mantenimento dello status quo nello Stretto di Taiwan è percepita da Pechino come aumento della deterrenza, che incoraggia l’isola a cambiare prospettiva. La ricostruzione da parte statunitense della rete di alleanze e partenariati viene letta come estensione del contenimento anticinese. La mancanza di canali strutturati di comunicazione amplifica le divergenze nell’interpretazione dei segnali. Durante l’amministrazione Obama erano stati attivati oltre cento meccanismi di dialogo bilaterale, oggi se ne contano molti meno.
Pechino non desidera che le relazioni con l’America siano rigidamente inquadrate nella logica della competizione, ma non nega l’esistenza di una dimensione competitiva. Xi ha più volte ricordato ai leader americani che la diversità tra i due paesi rende alcune divergenze inevitabili. Tuttavia, che «cooperare porta benefici a entrambi, mentre scontrarsi danneggia entrambi» ha trovato ampia conferma nei fatti. Il problema è che questa formulazione, profondamente radicata nel pensiero cinese, risulta difficile da comprendere a Washington. Se gli Stati Uniti insistono nel considerare la Cina una minaccia incipiente e vedono i rapporti bilaterali come competizione strategica, Pechino dovrebbe fare di tutto affinché tale competizione resti controllata, circoscritta e prevedibile.
L’enfasi su questi requisiti deriva dall’esistenza di quattro aree estremamente sensibili, le cosiddette linee rosse: Taiwan, diritti umani e democrazia, sistema politico e diritto allo sviluppo. La questione di Taiwan è cruciale. Per Pechino attiene alla sovranità nazionale e all’integrità territoriale ed è nel nucleo dei suoi interessi fondamentali, non negoziabili. I rapporti Washington-Taipei hanno ormai superato la tacita, pluridecennale intesa strategica. La recente dichiarazione della premier giapponese Takaichi Sanae per cui un incidente nello Stretto potrebbe creare una «crisi esistenziale» autorizzando il Giappone a esercitare l’autodifesa, segnala una tendenza pericolosa che per Pechino sovverte la sicurezza dell’Asia-Pacifico.
Carta di Laura Canali - 2025
Quanto agli altri paletti, nei periodi in cui gli Stati Uniti hanno avuto amministrazioni guidate dal Partito democratico le questioni relative ai diritti umani, alla democrazia e al sistema politico hanno scatenato crisi nelle relazioni bilaterali, soprattutto durante l’amministrazione Biden. Per quanto riguarda il diritto allo sviluppo: la Cina non rifiuta la competizione tecnologica, ma ritiene che negli ultimi anni gli Stati Uniti abbiano fatto di tutto per impedirle l’accesso a tecnologie chiave. I controlli sulle esportazioni, la cooperazione con gli alleati e la revisione degli investimenti sono stati percepiti dalla Cina come un tentativo di tarparne lo sviluppo, ostacolando il «risorgimento della nazione cinese».
L’amministrazione Trump mostra una certa flessibilità su questi temi: pur tenendo il punto su Taiwan, ha ridotto notevolmente i tentativi di usarla come strumento di provocazione. Negli ambienti conservatori sono emerse discussioni sull’utilizzo dell’isola come merce di scambio in un accordo con Pechino. Ciò ha contribuito a stabilizzare le relazioni bilaterali, mentre l’enfasi trumpiana sugli affari interni ha ridotto l’impatto destabilizzante delle questioni legate ai diritti umani e al sistema politico. L’unica costante sembra quella economica: il protezionismo e le restrizioni tecnologiche. La Cina non si illude che Washington rinunci al suo impianto strategico, tuttavia questa fase di distensione è accolta favorevolmente. In tale contesto, Xi ha sottolineato a Trump che risorgimento della Cina e Maga (Make America Great Again) non sono in contraddizione: Pechino e Washington possono perseguirli prosperando insieme.
3. Alla vigilia dell’incontro di Busan, Trump ha pubblicato sui social media un messaggio che descriveva l’avvio imminente del G2, riportando all’attenzione internazionale una formula delle relazioni sino-americane risalente al 2009 (amministrazione Obama). Molti paesi, specie gli alleati tradizionali degli Stati Uniti, hanno iniziato a discutere la possibilità che il mondo stia entrando in una fase di governo congiunto sino-americano. Pechino mantiene però un atteggiamento prudente, per diverse ragioni.
La Cina non accetterà una divisione egemonica del mondo fondata sulle sfere d’influenza. La differenza maggiore tra la versione obamiana del G2 e quella trumpiana è che Obama insisteva sulla condivisione delle responsabilità globali, mentre Trump appare più interessato a una spartizione. La «dottrina della difesa emisferica» implica una tripartizione: Stati Uniti nel continente americano, Russia in Europa, Cina nell’Asia-Pacifico.
L’Asia però è molto diversa dall’Occidente: in Asia la complessità delle dispute storiche resta estremamente elevata. Considerare la regione una sfera d’influenza esclusiva sarebbe in contraddizione con i princìpi di Pechino, come il multilateralismo. Inoltre genererebbe più oneri che vantaggi strategici, legittimando le strategie di contenimento contro la Cina e indebolendo la capacità cinese di costruire un mondo multipolare.
Carta di Laura Canali - 2025
Pechino teme che una diplomazia transattiva incentivi comportamenti opportunistici. Trump è imprevedibile: ha abbandonato il liberal-internazionalismo a favore dell’opportunismo, ridefinendo così i fondamenti della politica estera americana. La Cina vede il G2 più come una carta negoziale che come un quadro stabile. Teme inoltre che Washington possa usarlo per spingerla a colmare il vuoto lasciato dal disimpegno americano, chiedendole di fornire beni pubblici globali secondo modelli e responsabilità tipicamente americani, ben oltre le sue capacità. Teme infine che Washington possa offrire un accordo di falsa parità in cambio di concessioni su economia, tecnologia o Taiwan.
Quanto alla relazione strategica Cina-Usa-Russia e all’idea di una nuova Jalta, Pechino non percepisce alcuna divisione rigida delle aree d’influenza. Si tratta di un triangolo dinamico in cui coesistono cooperazione e competizione. Qualsiasi assetto che veda due attori schierati contro il terzo creerebbe instabilità, pertanto la Cina non forgerà un’alleanza fissa contro una delle altre potenze.
4. La Cina non cerca una leadership globale improntata al modello americano e non ritiene che gli Stati Uniti abbandoneranno l’Asia. L’esigenza è stabilizzare le relazioni bilaterali, non costruire un’armonia di valori. Un approccio pragmatico deve garantire il funzionamento costante e routinario dei canali di comunicazione; evitare errori d’interpretazione dei segnali politici su questioni fondamentali; costruire meccanismi di gestione delle crisi, soprattutto nello Stretto di Taiwan e nel Mar Cinese Meridionale; mantenere uno stretto coordinamento in ambiti come lo spazio extra-atmosferico, i fondali marini, le regioni polari e l’intelligenza artificiale.
Sul fronte economico e tecnologico, le parti devono esercitare massima prudenza: per Washington è inevitabile un disaccoppiamento nelle tecnologie avanzate, ma è necessario definirne con chiarezza i confini. Tra Cina e Stati Uniti non esiste la possibilità di una spartizione del mondo, ma c’è l’esigenza di una competizione limitata e di una coesistenza pacifica.
È innegabile che la percezione strategica cinese degli Stati Uniti abbia subìto un cambiamento profondo. Tuttavia, questa trasformazione non implica una deriva ostile, bensì una competizione incentrata sul confronto dei rispettivi interessi nazionali. Per Pechino, l’evoluzione delle relazioni sino-americane non sarà determinata da una sola amministrazione, ma da come le parti sapranno gestire gli attriti e rispettare le «linee rosse», definendo un modello di coesistenza competitiva.
I due paesi devono imparare a gestire la competizione riconoscendo le proprie differenze e, all’interno di questo quadro, creare una stabilità e definire un ordine. Finché manterranno efficaci canali di comunicazione e affronteranno le questioni più sensibili con la consapevolezza che cooperare avvantaggia entrambi (mentre il confronto li danneggia), si potrà puntare a una sorta di stabilità. Attraverso questo lungo processo storico si potranno perseguire la realizzazione reciproca e la prosperità condivisa.
(traduzione di Chiara Lepri)
USA E CINA AVVERSARI LEALI

1. Verso la fine del 2025 le relazioni tra Cina e Stati Uniti sono entrate in una fase di aggiustamento complessa e cruciale. Il 2 aprile 2025, dopo l’annuncio improvviso dei dazi da parte dell’amministrazione Trump, i rapporti bilaterali hanno subìto un rapido deterioramento.
Nonostante ciò, la condizione attuale appare la migliore degli ultimi otto mesi. Donald Trump e Xi Jinping hanno tenuto un incontro informale durante il vertice Apec (Cooperazione economica Asia-Pacifico) a Busan (Corea del Sud), caratterizzato da un’insolita distensione. Subito dopo, le due parti hanno confermato la reciproca sospensione di alcune restrizioni all’export e di specifici dazi portuali, mentre il 24 novembre hanno avuto un colloquio telefonico.
Queste interazioni hanno spinto molti osservatori a ritenere che la fase di intensa competizione tra Cina e Stati Uniti sia entrata in una pausa tecnica e che i due paesi stiano preparando il terreno diplomatico in vista delle visite reciproche previste nel 2026 e delle conferenze multilaterali (tra cui il vertice Apec a Shenzhen e il G20 in Florida). Tuttavia, sospendere la competizione non significa ricostruire la fiducia. Le contraddizioni strutturali, la diffidenza strategica e il profondo divario percettivo restano elementi radicati nelle relazioni bilaterali. Il clima è più disteso, ma rimangono forti incertezze sulla possibilità di un’effettiva svolta strategica.

Negli ultimi quarant’anni, la percezione cinese degli Stati Uniti si è profondamente modificata. Durante la fase di riforma e apertura, Washington era un modello di riferimento; poi è progressivamente diventata la principale fonte esterna di pressione. Il cambiamento non è una reazione emotiva, ma il risultato dell’interazione di molteplici fattori: l’evoluzione della struttura internazionale, l’aggiustamento della strategia statunitense verso la Cina e l’ascesa della potenza cinese. Oggi Pechino osserva l’America attraverso una lente realista, considerandola l’unica variabile esterna in grado di influire direttamente sulla sua sicurezza strategica e sulle prospettive di sviluppo.
Tale consapevolezza non implica che il rapporto sino-americano sia destinato al conflitto. Segnala piuttosto che, dopo otto anni di aggiustamenti nelle politiche statunitensi verso la Cina (a partire dal primo mandato di Trump e sotto la presidenza Biden), la riflessione strategica cinese si è spostata su questioni cruciali come gli errori di valutazione o il rispetto delle «linee rosse». Ne deriva un approccio realista e prudente: vigile ma pragmatico, aperto al dialogo ma fermo nel difendere le posizioni fondamentali.
Le radici del cambiamento affondano negli Stati Uniti. La Strategia di sicurezza nazionale americana, le leggi del Congresso, i controlli tecnologici, il disaccoppiamento delle catene produttive e le politiche verso Taiwan sono stati interpretati da Pechino come un’intensificazione degli sforzi di contenimento e un’istituzionalizzazione dell’ostilità strategica. Gli ultimi otto anni di mosse americane hanno accentuato i timori cinesi. Nell’ottica di Pechino, l’America mira a ridefinire la struttura delle relazioni bilaterali lungo quattro direttrici.
Primo: riplasmare il sistema tecnologico attraverso l’embargo dei prodotti, la revisione degli investimenti, i controlli sulle esportazioni e la riorganizzazione delle filiere, per inibire alla Cina l’accesso ai settori tecnologici chiave e alla manifattura avanzata.
Secondo: contenere la Cina rafforzando le alleanze con Giappone, Filippine, Corea del Sud e Australia, nonché le collaborazioni con Five Eyes, Aukus e Quad, per comprimere lo spazio strategico di Pechino in una condizione di semi-accerchiamento.
Terzo: usare la propaganda per dipingere la competizione Cina-Usa come «conflitto tra democrazia e autoritarismo», onde trasformare la rivalità in uno scontro politico irreversibile.

Quarto: indebolire il principio «una sola Cina» attraverso la progressiva istituzionalizzazione della vendita di armi a Taiwan e il rafforzamento dei contatti politici con Taipei, per minare la posizione cinese nello Stretto – o comunque indurre Pechino a temere il deterrente.
2. Una delle sfide maggiori è la lettura distorta dei segnali strategici. Ciò che gli Stati Uniti definiscono «gestione» o «riduzione» del rischio nelle filiere industriali viene interpretato dalla Cina come sganciamento selettivo. L’insistenza americana sul mantenimento dello status quo nello Stretto di Taiwan è percepita da Pechino come aumento della deterrenza, che incoraggia l’isola a cambiare prospettiva. La ricostruzione da parte statunitense della rete di alleanze e partenariati viene letta come estensione del contenimento anticinese. La mancanza di canali strutturati di comunicazione amplifica le divergenze nell’interpretazione dei segnali. Durante l’amministrazione Obama erano stati attivati oltre cento meccanismi di dialogo bilaterale, oggi se ne contano molti meno.
Pechino non desidera che le relazioni con l’America siano rigidamente inquadrate nella logica della competizione, ma non nega l’esistenza di una dimensione competitiva. Xi ha più volte ricordato ai leader americani che la diversità tra i due paesi rende alcune divergenze inevitabili. Tuttavia, che «cooperare porta benefici a entrambi, mentre scontrarsi danneggia entrambi» ha trovato ampia conferma nei fatti. Il problema è che questa formulazione, profondamente radicata nel pensiero cinese, risulta difficile da comprendere a Washington. Se gli Stati Uniti insistono nel considerare la Cina una minaccia incipiente e vedono i rapporti bilaterali come competizione strategica, Pechino dovrebbe fare di tutto affinché tale competizione resti controllata, circoscritta e prevedibile.
L’enfasi su questi requisiti deriva dall’esistenza di quattro aree estremamente sensibili, le cosiddette linee rosse: Taiwan, diritti umani e democrazia, sistema politico e diritto allo sviluppo. La questione di Taiwan è cruciale. Per Pechino attiene alla sovranità nazionale e all’integrità territoriale ed è nel nucleo dei suoi interessi fondamentali, non negoziabili. I rapporti Washington-Taipei hanno ormai superato la tacita, pluridecennale intesa strategica. La recente dichiarazione della premier giapponese Takaichi Sanae per cui un incidente nello Stretto potrebbe creare una «crisi esistenziale» autorizzando il Giappone a esercitare l’autodifesa, segnala una tendenza pericolosa che per Pechino sovverte la sicurezza dell’Asia-Pacifico.

Quanto agli altri paletti, nei periodi in cui gli Stati Uniti hanno avuto amministrazioni guidate dal Partito democratico le questioni relative ai diritti umani, alla democrazia e al sistema politico hanno scatenato crisi nelle relazioni bilaterali, soprattutto durante l’amministrazione Biden. Per quanto riguarda il diritto allo sviluppo: la Cina non rifiuta la competizione tecnologica, ma ritiene che negli ultimi anni gli Stati Uniti abbiano fatto di tutto per impedirle l’accesso a tecnologie chiave. I controlli sulle esportazioni, la cooperazione con gli alleati e la revisione degli investimenti sono stati percepiti dalla Cina come un tentativo di tarparne lo sviluppo, ostacolando il «risorgimento della nazione cinese».
L’amministrazione Trump mostra una certa flessibilità su questi temi: pur tenendo il punto su Taiwan, ha ridotto notevolmente i tentativi di usarla come strumento di provocazione. Negli ambienti conservatori sono emerse discussioni sull’utilizzo dell’isola come merce di scambio in un accordo con Pechino. Ciò ha contribuito a stabilizzare le relazioni bilaterali, mentre l’enfasi trumpiana sugli affari interni ha ridotto l’impatto destabilizzante delle questioni legate ai diritti umani e al sistema politico. L’unica costante sembra quella economica: il protezionismo e le restrizioni tecnologiche. La Cina non si illude che Washington rinunci al suo impianto strategico, tuttavia questa fase di distensione è accolta favorevolmente. In tale contesto, Xi ha sottolineato a Trump che risorgimento della Cina e Maga (Make America Great Again) non sono in contraddizione: Pechino e Washington possono perseguirli prosperando insieme.
3. Alla vigilia dell’incontro di Busan, Trump ha pubblicato sui social media un messaggio che descriveva l’avvio imminente del G2, riportando all’attenzione internazionale una formula delle relazioni sino-americane risalente al 2009 (amministrazione Obama). Molti paesi, specie gli alleati tradizionali degli Stati Uniti, hanno iniziato a discutere la possibilità che il mondo stia entrando in una fase di governo congiunto sino-americano. Pechino mantiene però un atteggiamento prudente, per diverse ragioni.
La Cina non accetterà una divisione egemonica del mondo fondata sulle sfere d’influenza. La differenza maggiore tra la versione obamiana del G2 e quella trumpiana è che Obama insisteva sulla condivisione delle responsabilità globali, mentre Trump appare più interessato a una spartizione. La «dottrina della difesa emisferica» implica una tripartizione: Stati Uniti nel continente americano, Russia in Europa, Cina nell’Asia-Pacifico.
L’Asia però è molto diversa dall’Occidente: in Asia la complessità delle dispute storiche resta estremamente elevata. Considerare la regione una sfera d’influenza esclusiva sarebbe in contraddizione con i princìpi di Pechino, come il multilateralismo. Inoltre genererebbe più oneri che vantaggi strategici, legittimando le strategie di contenimento contro la Cina e indebolendo la capacità cinese di costruire un mondo multipolare.

Pechino teme che una diplomazia transattiva incentivi comportamenti opportunistici. Trump è imprevedibile: ha abbandonato il liberal-internazionalismo a favore dell’opportunismo, ridefinendo così i fondamenti della politica estera americana. La Cina vede il G2 più come una carta negoziale che come un quadro stabile. Teme inoltre che Washington possa usarlo per spingerla a colmare il vuoto lasciato dal disimpegno americano, chiedendole di fornire beni pubblici globali secondo modelli e responsabilità tipicamente americani, ben oltre le sue capacità. Teme infine che Washington possa offrire un accordo di falsa parità in cambio di concessioni su economia, tecnologia o Taiwan.
Quanto alla relazione strategica Cina-Usa-Russia e all’idea di una nuova Jalta, Pechino non percepisce alcuna divisione rigida delle aree d’influenza. Si tratta di un triangolo dinamico in cui coesistono cooperazione e competizione. Qualsiasi assetto che veda due attori schierati contro il terzo creerebbe instabilità, pertanto la Cina non forgerà un’alleanza fissa contro una delle altre potenze.
4. La Cina non cerca una leadership globale improntata al modello americano e non ritiene che gli Stati Uniti abbandoneranno l’Asia. L’esigenza è stabilizzare le relazioni bilaterali, non costruire un’armonia di valori. Un approccio pragmatico deve garantire il funzionamento costante e routinario dei canali di comunicazione; evitare errori d’interpretazione dei segnali politici su questioni fondamentali; costruire meccanismi di gestione delle crisi, soprattutto nello Stretto di Taiwan e nel Mar Cinese Meridionale; mantenere uno stretto coordinamento in ambiti come lo spazio extra-atmosferico, i fondali marini, le regioni polari e l’intelligenza artificiale.
Sul fronte economico e tecnologico, le parti devono esercitare massima prudenza: per Washington è inevitabile un disaccoppiamento nelle tecnologie avanzate, ma è necessario definirne con chiarezza i confini. Tra Cina e Stati Uniti non esiste la possibilità di una spartizione del mondo, ma c’è l’esigenza di una competizione limitata e di una coesistenza pacifica.
È innegabile che la percezione strategica cinese degli Stati Uniti abbia subìto un cambiamento profondo. Tuttavia, questa trasformazione non implica una deriva ostile, bensì una competizione incentrata sul confronto dei rispettivi interessi nazionali. Per Pechino, l’evoluzione delle relazioni sino-americane non sarà determinata da una sola amministrazione, ma da come le parti sapranno gestire gli attriti e rispettare le «linee rosse», definendo un modello di coesistenza competitiva.
I due paesi devono imparare a gestire la competizione riconoscendo le proprie differenze e, all’interno di questo quadro, creare una stabilità e definire un ordine. Finché manterranno efficaci canali di comunicazione e affronteranno le questioni più sensibili con la consapevolezza che cooperare avvantaggia entrambi (mentre il confronto li danneggia), si potrà puntare a una sorta di stabilità. Attraverso questo lungo processo storico si potranno perseguire la realizzazione reciproca e la prosperità condivisa.
(traduzione di Chiara Lepri)
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