2026, FUGA DAL DOLLARO
2026, FUGA DAL DOLLARO
1. Nel 1897 Samuel Clemens, in arte Mark Twain, rispose definendo «esagerata» la notizia della sua morte che circolava a sproposito. Sebbene indebitato, il grande autore americano era vivo e vegeto. Definire oggi in punto di morte la moneta che Twain doveva ai suoi assillanti creditori è altrettanto inopportuno. Il dollaro vive e continuerà a farlo per il futuro scrutabile. Tuttavia, dire che se la passi bene sarebbe una grossolana esagerazione.
La ragione è presto detta: il sistema monetario incentrato sul dollaro che ha sostenuto finora l’egemonia statunitense si sta lentamente, ma visibilmente disfacendo. Come dimostra il braccio di ferro sui dazi tra amministrazione Trump e Corte suprema, questo processo non è lineare, né indolore. Ma è in corso, per volontà di un’America scopertasi impossibilitata, oltre che restia, a sostenere appieno i costi di un dollaro «globale». Nonché per la reazione di amici e avversari, che si attrezzano a un mondo sempre meno dollarocentrico. Le conseguenze sono già visibili, ma appaiono destinate a intensificarsi nei prossimi anni giacché la dinamica sembra difficilmente reversibile 1.
All’indomani della seconda guerra mondiale, gli Stati Uniti svettano su un mondo distrutto: con Europa, Giappone e Urss – uniche altre aree del mondo in grado di esprimere una tangibile potenza economica – in macerie, assommano oltre il 50% del pil e gran parte delle riserve auree mondiali. Nel 1944 a Bretton Woods, New Hampshire, Washington è dunque nella posizione di plasmare il sistema monetario postbellico, pensato per fare in primo luogo l’interesse americano. Il dollaro è sancito di fatto come moneta di scambio e riserva mondiale, ancorato all’oro in ragione di 35 dollari a oncia, mentre le altre valute sono a esso commisurate. Il sistema che ne deriva è a tutti gli effetti un nuovo gold standard, con una differenza rispetto all’originale ottocentesco: è mediato dal biglietto verde, che assurge a cruna dell’ago valutario attraverso cui tutte le altre valute devono passare per attingere all’oro, misura ultima del loro valore.
A Bretton Woods i negoziatori americani si assicurarono che il neocostituito Fondo monetario internazionale (Fmi) e le altre istituzioni scaturite dagli accordi – in particolare la Banca mondiale e il Gatt, antesignano dell’Organizzazione mondiale del commercio – «promuovano l’export statunitense, sopra tutto» e tutti 2. Alleati compresi, com’è subito chiaro a Londra che deve ingoiare l’asfissia della sua industria e il brutale ridimensionamento della sterlina già imperiale, di cui l’odierna City (distretto finanziario) londinese è un pallido surrogato.
Nei primi quindici anni circa, il sistema si traduce in una voluta e crescente fame di dollari: le economie europee (prima) e giapponese (poi) reclamano prestiti statunitensi in dollari per ricostruirsi e comprare dagli Stati Uniti ciò di cui necessitano, ma che non producono. L’America, dal Piano Marshall in poi, non lesina danari, favorendo così l’internazionalizzazione del dollaro. Dagli anni Sessanta la dinamica prende a invertirsi. (Ri)costituita una capacità di esportazione, Europa e Sol Levante si trasformano gradualmente in creditori di un’America che registra crescenti deficit commerciali, mentre aumentano le sue spese militari (Corea, Indocina, mantenimento in Europa e in Asia di truppe e assetti in funzione antisovietica) con l’entrata nel vivo della guerra fredda.
Questa fase non è meno cruciale della precedente. Se alla vigilia della vittoria bellica Washington sceglie deliberatamente di imporre il dollaro ad amici e nemici, vent’anni dopo ne abbraccia l’inaggirabile conseguenza: passivo commerciale e deficit strutturale delle partite correnti. L’esito è un progressivo, inesorabile indebitamento che per lungo tempo pare sfidare la forza di gravità: grazie al dollar standard il resto del mondo – «occidentale» prima, tutto con la fine dell’Urss e l’ingresso della Cina nel Wto dieci anni dopo – finanzia l’egemonia americana reinvestendo in asset statunitensi (Treasury bonds, azioni, aziende) la montagna di dollari accumulata con gli attivi commerciali. L’America può spendere costantemente oltre i propri mezzi senza rendere conto a nessuno – in primo luogo a sé stessa – del debito che va cumulando e senza creare inflazione, perché la crescente massa di dollari in circolazione è «sterilizzata» da un’insaziabile domanda, che ne tutela il valore. L’esorbitante privilegio, in nuce, è questo: comportarsi da bancarottieri impenitenti senza andare in bancarotta. Almeno per un po’.
Nessuno oggi in America può dire «non lo sapevo», perché la prova che il sistema fosse intrinsecamente instabile reca data e firma leggibili. La data è il 15 agosto 1971, la firma è quella di Richard Nixon. Stante la manifesta impossibilità per Washington di accumulare oro in misura proporzionale alla smodata quantità di dollari in circolazione, Nixon ufficializza in tv la fine di una convertibilità aurea (35 dollari per oncia) ormai intenibile e infatti ampiamente violata. È il terzo snodo cruciale: a differenza di una potenza «normale», cui debito e inflazione impongono di scegliere tra austerità (riduzione di importazioni e consumi aggregati, aumento dei tassi d’interesse) e plateale bancarotta, la dirigenza americana opta per la via breve: il default mascherato. Dichiarando il dollaro inconvertibile in oro, Nixon ne certifica la svalutazione di fatto con conseguente, parziale insolvenza del paese sul suo debito. Offrendo al contempo le obbligazioni federali in alternativa, costringe però – sempre di fatto – le Banche centrali straniere a finanziare ancora l’America, che può così seguitare a creare moneta senza dover saldare i propri debiti.

Che tutto questo sia compiuto in modo non dichiarato (di fatto), anzi sotto il vessillo del libero mercato recante in bella vista lo stemma della moneta fiat, attesta la forza di un’egemonia finanziaria cui Milton Friedman e la sua scuola conferiscono nobiltà dottrinaria. Non si vincono due guerre mondiali per niente. Ciò che la teoria neoclassica brevetta «nuovo modello di crescita» si rivela, di fatto, un classico sistema tributario. L’innovazione è che i tassati – il Golfo petrolifero, l’Europa e l’Asia manifatturiere, i paesi in via di eterno sviluppo gravati da debiti inestinguibili e da economie estrattive – (re)investono nel centro flussi di ricchezza poco appariscenti, perché finanziarizzati e omogeneamente denominati in dollari. Mentre Fmi e Banca mondiale, «neutrali» come possono esserlo la Federal Reserve e gli altri fulcri del sistema, disciplinano i debitori e vietano controlli dei capitali per dissuadere ogni deroga dallo schema. Con efficace slittamento semantico, «neutrale» soppianta «normale» nell’indicare la conformità di pratiche e istituzioni al meccanismo, vissuto come ovvio e necessario ancorché frutto di scelte arbitrarie e rapporti di forza.
2. Per oltre mezzo secolo questo assetto monetario ha nutrito, finanziandola, la Pax Americana. Ma ogni sistema tributario ha i suoi limiti e questo non fa eccezione. Oggi il sistema dollarocentrico fronteggia due sfide simultanee: interna ed esterna.
Internamente, la vittoria elettorale di Donald Trump molto deve alla sua promessa di tornare a un’età dell’oro – figurata e letterale – in cui la supremazia monetaria era conseguente e funzionale a uno schiacciante primato economico, che garantiva burro alla classe media e cannoni alla politica estera. Tale vittoria ha reso manifesti i guasti sociopolitici dell’«impero a debito» e dell’ormai cronica inabilità dell’America di convertire il denaro preso a prestito dal resto del mondo in capacità produttiva, redistribuendo equamente i proventi. Dopo appena un anno – dei quattro istituzionali di mandato – di Trump alla Casa Bianca, l’uso erratico e spregiudicato dei dazi come arma negoziale, il solipsismo presidenziale, il manicheismo delle promesse elettorali, la guerra senza prigionieri alle burocrazie e l’inconciliabilità tra l’asserito campione del popolo e il miliardario legato all’élite tecnologico-finanziaria, già presentano il conto in termini di consenso (in calo) e ostilità degli apparati (in crescita). Ma se a conti fatti Trump fallisse nell’aggredire le cause strutturali del disagio che ha saputo intercettare e sfruttare a fini politici, quel disagio e le retrostanti ragioni non sparirebbero per incanto.
Esternamente, il mondo ha preso nota. Amici e nemici sono sempre meno propensi a finanziare Washington, in quanto il presupposto del credito illimitato era l’illimitata disponibilità statunitense a farsi mercato altrui tramite quel meccanismo globale di credito al consumo che ha costituito il motore primo della «globalizzazione» post-1945, cui il crollo dell’Urss e il decollo capitalistico cinese hanno impresso una poderosa accelerazione. Più che per la sua discutibile efficacia, il Liberation Day tariffario (2 aprile 2025) conta per l’intenzione che segnala: la finzione postbellica di un sistema finanziario neutro è caduta. L’America – in modo non monolitico, ma in misura sufficiente a cambiare traiettoria – rigetta un’egemonia monetaria creata e sostenuta per decenni, in quanto non più funzionale al proprio benessere e alla propria coesione (tabella 1).

Al simbolismo del Liberation Day fa riscontro la tangibilità del «Reverse Yankee» in corso da mesi sui mercati finanziari: le stesse aziende statunitensi emettono obbligazioni in euro e in yen, con una strategia di diversificazione dal dollaro favorita da fattori – il riarmo europeo, lo stimolo fiscale giapponese promesso dalla premier Takaichi Sanae – che concorrono a rafforzare le alternative 3. Dal gennaio 2025 il dollaro ha perso oltre l’11% rispetto a un paniere di monete che include euro, yen e sterlina inglese: la discesa maggiore dal 1986. Quell’anno però la svalutazione era esito voluto degli accordi del Plaza con cui nel settembre 1985 Ronald Reagan aveva imposto a Giappone e Germania Ovest di svalutare yen e marco occidentale, per compensare con il tasso di cambio lo svantaggio verso l’industria nipponica e tedesca 4. Quarant’anni dopo, la debolezza del dollaro riflette invece il crescente desiderio dei grandi investitori – come i fondi pensione, che investono soprattutto in economia reale – di tutelarsi da ulteriori svalutazioni del biglietto verde, riducendo l’esposizione. Le scommesse sull’ulteriore, futuro deprezzamento del dollaro (soprattutto) verso euro e yen hanno toccato livelli visti solo all’apice del Covid-19 5.
Parte del problema, paradossalmente, sta in tassi d’interesse americani persistentemente alti, malgrado le forti pressioni della Casa Bianca sui vertici della Fed – l’ex governatore Jerome Powell e il suo successore, Kevin Warsh – affinché li abbassino. L’egemonia del dollaro si è retta infatti anche su tassi d’interesse bassi, che in deroga alla normale logica d’investimento (secondo cui il denaro va dove rende di più) consentivano a soggetti esteri – governi e privati – di indebitarsi in dollari a costi contenuti, certi di trovare acquirenti per le loro obbligazioni malgrado i bassi rendimenti perché questi erano compensati dalla sicurezza dell’investimento. Il dollaro come bene rifugio, al pari dell’oro o di un appartamento nel centro di Londra. Ora non è più così. Trump ha fatto dell’accesso alla casa un pilastro della sua agenda economica e a tal fine i tassi sui mutui ipotecari – l’insolvenza di massa sui quali scatenò la crisi del 2008-2009 – devono scendere. Ma Warsh, scelto dal presidente per rimpiazzare il detestato Powell, è non meno critico di questi sull’enorme quantità di debito pubblico federale – 6.600 miliardi di dollari – presente nel bilancio della Fed. Ogni tentativo volto a ridurre questa massa di T-bonds e titoli strutturati composti in gran parte da mutui ipotecari (sì, come prima del 2008…) non fa che spingere in alto i tassi, perché Tesoro e banche devono offrire rendimenti più alti onde ingolosire gli acquirenti sostitutivi della Federal Reserve 6. Ecco che succede quando l’impero a debito smette di funzionare, anche e soprattutto per la classe media: direttamente (accesso alla casa) e indirettamente (finanziamento a debito dello Stato).
Il duro braccio di ferro tra governo e Riserva federale segna la fine di un epoca: quella della presunta indipendenza della Banca centrale, finzione che è stata in piedi finché l’egemonia del dollaro consentiva a Washington di stampare moneta ad libitum, facendosi finanziare dal resto del mondo a tassi bassi. Saltato questo automatismo, il debito pubblico – che negli Stati Uniti si somma a ingenti quote di debito privato – diventa un problema, specie se l’economia reale non cresce abbastanza da ridimensionarlo. Ne consegue che le priorità di politica economica e industriale degli esecutivi americani non sono più necessariamente in linea con quelle della Banca centrale. Anzi, tendono facilmente a confliggere.

In America il rapporto debito-pil è sceso dal 106% del 1946 (eredità dello sforzo bellico) al 22% scarso del 1991. Da allora è schizzato al 125% e il Congressional Budget Office prevede che nel 2050 sfondi quota 150%. Questa circostanza, che erode l’affidabilità del debito federale come safe asset quando è l’America stessa a ripudiare il meccanismo, pone Washington di fronte a un bivio. Il strada impervia è contenere il peso del debito attraverso la crescita economica. Oppure mediante un’austerità – aumento delle tasse, compressione dei salari, limitazione dei consumi pubblici – che porti il bilancio in attivo al netto degli interessi sul debito: la via italiana degli ultimi vent’anni. La strada più breve e agevole, che non esclude l’altra ma che rischia di farlo se l’assuefazione al debito risulta invincibile, è l’insolvenza parziale attraverso l’inflazione7. Un default parziale, perseguito e mascherato con un’inflazione che svaluta i crediti altrui, è espediente consumato. All’Italia consentì di prolungare in modo fugace e artificiale un «miracolo» esauritosi nei primi anni Settanta, ponendo le basi del successivo e interminabile inverno fiscale. Nel caso degli Stati Uniti, attesterebbe oltre ogni ragionevole dubbio la fine del privilegio esorbitante.
3. Questo dibattito a Washington è tutt’altro che teorico. Quando nel settembre 2025 Stephen Miran, fresco di nomina al direttivo della Federal Reserve, parla all’Economic Club di New York, rompe una delle regole non scritte della Fed dicendo che «i modelli [della banca] non vanno presi alla lettera». Il problema, secondo Miran e coloro – sempre più numerosi negli ambienti economico-finanziari statunitensi – che la pensano come lui, non è necessariamente l’inaffidabilità dei dati o la fallacia degli schemi, bensì il loro anacronismo. Il mondo che questi modelli cercano di misurare non esiste più.
Il giudizio nasconde una critica più profonda alla tecnocrazia 8. L’idea neoliberista di una Banca centrale neutra e scevra dalle pressioni del meccanismo democratico è degenerata in una sterile modellistica che serve a validare politiche e ideologie – sempre presenti, mai neutre – che non funzionano più. La Fed è formalmente autonoma dal 1951, scrive Miran, ma dopo la crisi economico-finanziaria del 2008 – che è crisi del modello americano di finanziamento a debito – il mandato della banca «viene ampliato includendo attività intrinsecamente politiche come l’allocazione del credito, la selezione di vincitori e perdenti nell’economia [cioè: la politica economico-industriale] e la supervisione bancaria» 9.
Da quel momento, il confine tra politica monetaria (teoricamente) in capo solo alla Fed e politica fiscale – un confine di per sé artificiale, tracciato in virtù dell’assunto egemonico per cui «ciò che è buono per il dollaro è buono per l’America, dunque per il mondo» – diviene sempre più labile. Dato che i prestiti d’emergenza della Fed vanno autorizzati dal dipartimento del Tesoro (cioè dal governo), ogni nuovo intervento aumenta la commistione tra i due poteri, rendendo la fictio della separazione sempre meno credibile. Il Tesoro finisce per agire come Banca centrale ombra; la Banca centrale avoca a sé quote crescenti di politica economica. Questo in un contesto statunitense dove la Fed ha nell’esecutivo centrale una controparte politico-istituzionale, nella cornice dello Stato federale. Nell’Eurozona, dove il modello della Banca centrale «indipendente» tarato sull’egemonia del dollaro è stato recepito senza l’antagonista dialettico (indipendente da cosa? Da uno Stato europeo che non esiste) e senza la potenza tributaria del sistema dollarocentrico, il risultato è un’acefalia che insieme alla democrazia ha eroso la capacità di fare politica economica. Proprio ora che questa torna in auge.
Come in Europa, anche in America non è una mera questione procedurale e di forma istituzionale. L’unione di fatto tra Fed e Tesoro sostanzia la fine dell’ordine neoliberista dove il dollaro, in quanto moneta di scambio e riserva, è usato tanto dai paesi esportatori quanto dagli importatori per finanziare produzione e consumo. Da qui la sua domanda insaziabile, dovuta all’assenza di vere alternative. Tuttavia, già dai primi anni Settanta è chiaro che un sistema pensato per favorire il commercio internazionale stabilizzando il tasso di cambio impedisce ipso facto di compensare gli squilibri commerciali per via monetaria. Dall’esilio forzato, David Ricardo sorride compiaciuto. L’America opta allora per un sistema tributario in tutto fuorché nel nome, summa dell’apparato concettuale neoliberista. I guasti socioeconomici prodotti dalla progressiva abitudine al debito sono favoriti ironicamente dall’ideologia dello Stato minimo e dall’enfasi sull’individuo imprenditore, fucine di indebitamento pubblico e privato. Il signoraggio monetario è sfruttato per favorire la transizione dall’industria ai servizi, mantenendo economici i beni (d’importazione) che l’America non produce più e l’accesso al credito. Funziona per un po’, ma dagli anni Duemila la sottoccupazione nell’economia degli espedienti, i deficit gemelli (commerciale e federale) e il debito comportano il progressivo collasso del sistema. I dazi di Trump sono le schegge prodotte dal cedimento 10.

Oggi a questo si contrappone una Cina dove la Banca del popolo – al pari del renminbi – non è mai stata, nemmeno formalmente, avulsa dal partito-Stato e dalle sue priorità politico-economiche. A fine gennaio Qiushi, il bimestrale ideologico del Partito comunista cinese, ha pubblicato estratti di una conversazione del 2024 tra Xi Jinping e alcuni alti funzionari, in cui il leader cinese ufficializza la politica di internazionalizzazione del renminbi per «costruire una valuta potente con rango di moneta di riserva da usare nel commercio e negli investimenti internazionali» 11. È una rivoluzione: se finora il renminbi ha avuto uno status nettamente inferiore al ruolo pervasivo della Cina nelle filiere economico-industriali non è per necessità, ma per scelta politica. I benefici sono stati considerevoli: stretto controllo dei capitali da indirizzare allo sviluppo di infrastrutture e capacità industriale nei comparti ritenuti strategici dal partito; svalutazione costante rispetto a dollaro ed euro per favorire l’export, da cui l’accusa di Trump di aver «fregato» l’America 12.
Ora anche questo tassello è caduto. La pluridecennale dipendenza cinese dal reinvestimento in dollari del surplus commerciale per garantire l’afflusso di capitali e know-how statunitense, oltre che le commesse per l’export, è sempre meno in linea con gli imperativi strategici di Pechino. Oggi appena un quarto del commercio internazionale cinese è condotto in renminbi; quasi tutto il resto è in dollari o in valute agganciate al dollaro. Da qui lo sforzo cinese per accelerare la fine dell’ordine dollarocentrico. L’obiettivo non è sostituirsi al dollaro, rischiando di replicarne i problemi, bensì eroderne la supremazia in misura sufficiente a impedire che l’America continui a usarlo come arma. Nel mondo ideale di Pechino, al dollaro restano i gravami di una moneta «globale» e in quanto tale sottratta al pieno controllo di Washington, mentre il renminbi acquisisce i vantaggi di una moneta internazionale, sì, ma solo quanto basta a fare gli interessi della Cina.
4. Gli Stati Uniti fronteggiano oggi una scelta. Possono cercare di governare il declino del dollaro, o possono difenderne a oltranza l’egemonia rischiandone il tracollo ingestibile. È l’aspetto monetario di un dilemma più ampio: aggrapparsi a un primato non più incontrastato, magari accelerandone l’erosione nel tentativo di ripristinarlo; o accomodarsi al multipolarismo reclamato da Pechino, Delhi, Istanbul e da altri più o meno capaci «emergenti».
Come nel campo militare, anche in quello monetario il dilemma è mascherato dall’istantanea del momento, che vede il dollaro ancora strapotente. Oltre il 56% delle riserve valutarie mondiali è costituito da buoni del Tesoro statunitense e da altri titoli espressi in dollari. Simile le percentuali di commercio internazionale e obbligazioni (bancarie e non) espresse nel biglietto verde, mentre sui mercati valutari quasi il 90% dell’attività – compresa quella enorme degli swap, che vale oltre 100 mila miliardi – è effettuata in dollari 13.
L’infrastruttura del dollaro, tuttavia, si va riducendo in modo graduale e apparentemente inesorabile 14. La Cina fa da capofila con il suo Cross-Border Interbank Payment System (Cips), il sistema di comunicazione interbancaria alternativo allo Swift, che oggi gestisce transazioni per 45 mila miliardi di yuan (6.500 miliardi di dollari). In Brasile il 93% degli abitanti usa il Pix, il sistema di pagamento digitale del paese, mentre il Pan-African Payment and Settlement System (Papss), lanciato nel 2022, è usato in 18 paesi africani con oltre 150 banche affiliate. Le Banche centrali, singolarmente o in gruppo, stanno sperimentando le valute digitali: il progetto m-Bridge tra Cina, Hong Kong, Arabia Saudita, Thailandia ed Emirati Arabi Uniti; il Brics bridge tra Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica; la piattaforma di pagamento digitale lanciata nell’ottobre 2025 dal Mercato comune per l’Africa orientale e meridionale (Comesa). Si tratta di iniziative tutt’al più regionali e frammentate, ma segnalano il moltiplicarsi degli sforzi, spesso concertati, per affrancarsi dall’infrastruttura finanziaria dollarocentrica (tabella 2).

Questi sforzi sono incentivati dalla volontà di sfuggire all’apparato sanzionatorio statunitense, che militarizza l’egemonia del dollaro a danno dei soggetti (statali e non) presi di mira. Dal 2022 gli Stati Uniti e i (non sempre entusiasti) paesi europei sommergono la Russia di sanzioni, ma Mosca inaspettatamente si è adattata 15. Non è stato un processo indolore, ma le ha garantito una sopravvivenza e una capacità di proseguire lo sforzo bellico per nulla scontate. A tal fine ha riorientato l’export di idrocarburi soprattutto verso India e Cina facendosi pagare in rupie e yuan, in gran parte mediante il Cips e l’equivalente russo, noto in inglese come Spfs (System for Transfer of Financial Messages). Oggi Mosca conduce il 60-70% del proprio commercio estero fuori dal sistema del dollaro, essendo partita quattro anni fa da poco più di zero. Molto simile l’espediente dell’Iran, che ha messo in piedi un sistema interbancario denominato Acumer. A rilevare non sono tanto le dimensioni di questi sistemi singolarmente presi, quanto il loro proliferare e la loro efficacia, impensabile ancora pochi anni fa.
Che il destino del dollaro sia anche e soprattutto una questione di competizione nazionale lo dimostrano anche le criptovalute 16. Nel gennaio 2025 Trump firma l’ordine esecutivo 14178 (Strengthening American Leadership in Digital Financial Technology) che vieta alle agenzie federali di sviluppare, emettere o promuovere valute digitali centralizzate. Motivata come forma di tutela della libertà personale (anche di farsi la propria criptovaluta) contro l’ingerenza statale, la norma è letta da molti – non a torto – quale scudo per gli affari della famiglia Trump, che sempre a gennaio lancia la sua criptovaluta, $Trump.
Sepolta nell’ordine esecutivo figura però una direttiva che dice altro. Essa istituisce un gruppo di lavoro per regolamentare a livello federale l’emissione di stablecoins, criptovalute che puntano a mantenere un valore il più stabile possibile (a differenza delle altre, molto volatili e dunque altamente speculative) e che a tal fine sono ancorate a una moneta ufficiale, sovente il dollaro. Ciò le rende un’estensione digitale della valuta, dunque della sovranità monetaria, cui afferiscono, da cui l’interesse a regolamentarle.
Nel momento in cui si rompe un ordine, i suoi nodi vengono al pettine. Ciò che oggi è buono per un dollaro «mondiale» non è necessariamente buono per l’America. Malgrado dazi più o meno draconiani e generalizzati, nel 2025 l’import statunitense di beni e servizi è aumentato di quasi il 5% sull’anno precedente attestandosi a 4.300 miliardi di dollari, mentre l’export ha toccato i 3.400 miliardi (+6,2%). Il disavanzo commerciale, pari a circa 900 miliardi, è leggermente diminuito rispetto al 2024, ma solo grazie a un maggiore export di servizi, soprattutto informatici. Il deficit nel commercio di beni industriali, cui Trump ha dichiarato guerra, ha toccato un record 17.
Questo non ci parla solo o tanto dei dazi, ma anche e soprattutto dell’impossibilità di una transizione monetaria – più in generale, egemonica – indolore. Un dollaro debole aiuta l’export statunitense, ma solo se e quando gli Stati Uniti tornano a produrre ciò che gli altri chiedono, in quantità e qualità (almeno) pari a quanto fatto da cinesi e altri concorrenti. Soprattutto, un dollaro armato (svalutato) per l’esportazione produce inflazione endogena (importata) quando è usato per comprare all’estero ciò che l’America chiede, ma non produce. È il prezzo, salato, che gli americani sono chiamati a pagare per disfarsi di un ordine imperniato per decenni sul dollaro e sulla potenza che lo ha affermato. Non è detto che riescano a sostenerlo, ma a questo punto il gioco vale la candela.
Note:
1. C. Roa, «Byzantine America and the Coming Geoeconomic Reordering», Institute for Peace & Diplomacy, 6/7/2025.
2. M. De Cecco, Moneta e impero: Economia e finanza internazionale dal 1890 al 1914, Roma 2017, Donzelli.
3. H.E. Lang, «Wall Street’s Hunt for Cheaper Stocks Goes Global», The Wall Street Journal, 9/2/2026.
4. P. Pilkington, «America Needs a New Bretton Woods», Compact Magazine, 16/7/2025.
5. I. Smith, R. Rees, E. Dunkley, C. Jones, «Fund managers take most bearish stance on dollar for a decade», Financial Times, 16/2/2026.
6. A. Ackerman, «Trump wants lower mortgage rates. His Fed pick may push the other way», The Washington Post, 10/2/2026.
7. J. Plender, «Have we reached a tipping point on public debt?», Financial Times, 20/12/2025.
8. S. Miran, «The Fed Isn’t as Independent as It Seems», Barron’s, 15/10/2024.
9. Ibidem.
10. D.L. Jacobs, «Stephen Miran’s Post-Neoliberal Economics», Compact Magazine, 13/11/2025.
11. D. Roche, «Dollar v Renminbi. China’s drive to turn the Renminbi into a global currency may run into structural barriers», Engelsberg Ideas, 4/2/2026.
12. R. Napier, «Il dollaro e la fine dell’eccezione cinese», Limes, 1/2025, «L’ordine del caos», pp. 93-102.
13. P. Blustein, «Don’t bet on dollar dethronement», Financial Times, 29/1/2026.
14. S. Stuart-Menteth, «The future of dollar dominance», International Institute for Strategic Studies, 20/1/2026.
15. F. Maronta, «La madre di tutte le sanzioni è un’arma spuntata», Limes, 2/2022, «La Russia cambia il mondo», pp. 87-99; Id., «Le sanzioni tra maschera e volto», Limes, 1/2023, «La guerra continua», pp. 155-170; Id., «Se mosca cadrà non sarà per l’embargo», Limes, 6-2023, «Russia o non Russia», pp. 177-184.
16. F. Vighi, «Why Crypto Won’t Free You», Compact Magazine, 18/7/2025.
17. B. Casselman, A. Swanson, «In 2025, Trade Deficit in Goods Reached Record High», The New York Times, 19/2/2026.
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