AMERICA FIRST STA SMANTELLANDO L’ANGLOSFERA

 

AMERICA FIRST STA SMANTELLANDO L’ANGLOSFERA

Le pressioni esercitate da Trump erodono la special relationship tra i paesi anglofoni. La condivisione d’intelligence è già stata ridotta. Regno Unito, Canada, Australia e Nuova Zelanda cercano alternative. L’illusione di Canzuk. La profezia di Orwell.
di Srdjan VUCETIĆ
Pubblicato il 
Pubblicato in: L'ITALIA NELLA RIVOLUZIONE MONDIALE - n°1 - 2026



1. Lo scorso gennaio Donald Trump ha rilanciato le sue ambizioni sulla Groenlandia, territorio semi-autonomo della Danimarca, invocando problemi di sicurezza nazionale ampiamente gonfiati. Il presidente americano ha poi ammesso che per gli Stati Uniti l’acquisto dell’isola risponde a un bisogno «psicologico» 1. Come sempre sono seguiti insulti, minacce e infine una marcia indietro.

I leader europei si sono compattati a sostegno delle autorità e delle popolazioni danesi e groenlandesi. Inoltre, hanno dispiegato militari a Nuuk come deterrente nei confronti di Washington. Anche Ottawa ha offerto il proprio sostegno. Il 20 gennaio, The Globe and Mail, il quotidiano di riferimento del Canada anglofono, ha pubblicato in prima pagina una notizia dal titolo sorprendente: «Le Forze armate canadesi preparano una risposta a un’ipotetica invasione americana» 2. Lo stesso giorno, il primo ministro Mark Carney ha tenuto il suo oramai celebre discorso al World Economic Forum di Davos, dichiarando concluso il vecchio ordine mondiale e sottolineando che molte delle sue regole non erano che «finzioni utili». Carney ha poi sostenuto che nel nuovo sistema multipolare le potenze medie devono ripensare strategie e alleanze, ovvero «agire insieme perché se non siamo al tavolo siamo nel menù».

Quanto accaduto sulla Groenlandia ha messo in luce una nuova realtà: gli Stati Uniti hanno voltato le spalle ai loro alleati più fedeli. E proprio come le vecchie finzioni liberali, la fiducia infranta non sarà più ripristinata.

Carta di Laura Canali - 2025
Carta di Laura Canali - 2025 

2. L’Anglosfera è una comunità transnazionale imperniata su Stati Uniti, Canada, Australia, Nuova Zelanda e Regno Unito. Presenta numerose espressioni istituzionali di rilievo per la politica internazionale. A governarla non c’è nessun trattato vincolante, ma un’identità condivisa 3.

Consideriamo, per esempio, la sua influenza sulla configurazione del capitalismo a livello mondiale. Dall’epoca del gold standard fino a oggi, le élite politiche e imprenditoriali degli Stati Uniti e dei loro partner anglofoni hanno lavorato con impegno e continuità per orientare regole, reti e flussi del sistema finanziario globale. A tal fine sono state aiutate da innumerevoli figure intellettuali di riferimento, attive ovunque: ricchi think tank, quotidiani di grande diffusione, servizi radiotelevisivi pubblici. Per lungo tempo questi hanno normalizzato l’idea e la pratica della cooperazione anglosferica, facendo riferimento a «valori condivisi», formula utile a indicare un insieme di legami culturali, politici, giuridici ed economici plasmati dalle eredità dell’impero britannico e dalle guerre (calde e fredde) del Novecento. Questa narrazione ha sempre minimizzato le reali differenze interne e le asimmetrie di potere. Non stupisce così che le istituzioni e l’influenza dell’Anglosfera nella finanza internazionale siano perdurate, anzi cresciute, dopo la Grande recessione del 2007-2009.

Nel campo della sicurezza, l’Anglosfera si traduce nell’imponente partenariato di intelligence comunemente noto come Five Eyes. Giorno e notte, l’Nsa americana opera in stretta connessione con il Gchq britannico e i servizi australiani, canadesi e neozelandesi. Questi apparati lavorano di fatto come un’unica infrastruttura, consentendo una sorveglianza su scala globale: l’intelligence dei segnali (Sigint) – che include comunicazioni radio, satellitari e digitali – costituisce il piano d’indagine principale, ma lo scambio include anche altri aspetti, arrivando a coinvolgere fino a una ventina di agenzie statali. I Five Eyes rappresentano un’agenzia strategica di primaria importanza per affrontare le minacce più articolate e complesse, dagli attacchi informatici alle sfide geopolitiche poste da Cina, Russia e altre potenze rivali.

L’Anglosfera opera inoltre attraverso dozzine di reti transgovernative. Si consideri il cosiddetto Five Country Ministerial: nel settembre 2025 la ministra dell’Interno del Regno Unito Shabana Mahmood e la segretaria alla Sicurezza interna degli Stati Uniti Kristi Noem si sono incontrate a Londra con le controparti di Canada, Australia e Nuova Zelanda allo scopo di concordare «princìpi comuni in materia di rimpatri»: deportazioni «legali, sicure e ordinate» di persone prive dei diritti legali per restare nei cinque paesi 4. E si tratta solo di un caso tra tanti. La cooperazione anglosferica, insomma, non è solo intelligence. Riguarda immigrazione, forze dell’ordine, controllo delle frontiere e molto altro.

La rete coinvolge anche il piano militare. L’esempio di maggior spessore degli ultimi anni è senza dubbio l’Aukus, un «partenariato strategico rafforzato» tra Australia, Regno Unito e Stati Uniti. Nel 2021 il suo annuncio ha colto il mondo di sorpresa. Ma a ben guardare il programma non è altro che il culmine di una lunga storia di cooperazione militare tra gli attori dell’Anglosfera 5. Chiara espressione di questa dinamica è anche l’Abcanz, che promuove l’interoperabilità e la standardizzazione degli Eserciti dei cinque paesi, nei loro aspetti «umani, procedurali e tecnici». Nato di fatto durante la seconda guerra mondiale, tale programma è stato ufficializzato nel 1947, inizialmente coinvolgendo le sole forze «Abc», ovvero americane, britanniche e canadesi 6. L’Australia si è aggiunta nel 1963 e la Nuova Zelanda, divenuta osservatore nel 1964, è entrata a farne parte a pieno titolo nel 2006.

Carta di Laura Canali - 2025
Carta di Laura Canali - 2025 

Pratiche analoghe esistono da tempo anche in altri ambiti – mare, aria, Spazio, ciberspazio e forze speciali. Alcuni protocolli permettono ai militari professionisti di un paese dell’Anglosfera di arruolarsi con relativa facilità nei ranghi di un altro. E ci sono poi trattati esclusivi che consolidano la cooperazione tra Forze armate e apparati della difesa, i quali rimuovono alcune restrizioni al trasferimento di sistemi d’arma e materiali connessi. All’origine dell’Anglosfera c’è il concetto di «combattere insieme». E Washington ha sempre potuto contare sui partner dei Five Eyes, beneficiando, in particolare, di soldati e legittimità per i propri interventi all’estero 7.

3. Per molti versi l’Anglosfera ha costituito il pilastro ideologico, economico, militare e politico dell’ordine liberaldemocratico su scala globale. Certo, non sono mancate finzioni e semplificazioni. Ma questo ordine ha funzionato nel tempo e raggiunto il suo apice nei due decenni successivi alla fine della guerra fredda. Il crollo dell’Unione Sovietica ha permesso agli Stati Uniti di emergere come unica superpotenza, consentendo così all’Anglosfera e al resto dell’Occidente di rimodellare gran parte del mondo a propria immagine e somiglianza: dall’allargamento della democrazia in Europa orientale, Africa subsahariana e America Latina alla creazione dell’Organizzazione mondiale del commercio (Omc) e alla crescente liberalizzazione degli scambi e dei flussi finanziari.

Quest’ordine appartiene al passato. Il potere si è progressivamente spostato dall’Occidente al resto del mondo. Le potenze emergenti rivendicano il superamento dei tradizionali quadri multilaterali. Assistiamo oggi a una contrazione dell’iperglobalizzazione che ha caratterizzato gli ultimi decenni. Cresce il divario tra paesi ricchi e poveri, aggravato dagli effetti dell’emergenza climatica e da altre crisi sistemiche. È in parte l’Occidente stesso a essersi allontanato dal liberalismo. Oggi molti governi, partiti e movimenti occidentali – variamente definiti «populisti», «nazionalisti» o addirittura «autoritari» – vorrebbero riappropriarsi di quelle leve economiche che nel tempo sono state demandate ai mercati. L’effetto cumulativo di queste trasformazioni, definite dal primo ministro canadese «spaccature», è l’emergere di un ordine multipolare post-liberale, caratterizzato da imprevedibilità e turbolenze, oltre che dal ritorno delle sfere di influenza.

L’Anglosfera non può esserne immune. Trump aveva iniziato a prendere di mira i Five Eyes già nel corso del suo primo mandato. Nel marzo 2017 il tycoon accusò Barack Obama di aver fatto intercettare la Trump Tower durante la campagna presidenziale, generando così indagini e dibattiti senza fine. I suoi alleati la considerarono la «riprova» dell’esistenza di un complotto del deep State contro la presidenza. Tutti gli attori coinvolti, compresi il Gchq, l’Nsa e le Commissioni intelligence del Congresso statunitense, respinsero invece tali affermazioni, convinti che il presidente stesse diffondendo disinformazione volta a minare la fiducia pubblica nelle istituzioni. I Five Eyes sopravvissero nonostante ciò al primo mandato di Trump, che dopotutto allora operava ancora entro i vincoli delle regole democratiche.

Oggi lo scenario è differente. Trump ha spinto il sistema politico statunitense in una direzione autoritaria. Scelta deliberata: secondo l’ideologia Maga, il mondo contemporaneo sarebbe dominato dall’ascesa al potere di una classe manageriale professionale e non eletta. Si tratta di un concetto già elaborato negli anni Quaranta da James Burnham, intellettuale statunitense passato da simpatie comuniste al conservatorismo radicale 8. Trump e i suoi sostenitori adattano questo sistema di idee ai propri fini politici: considerano la comunità d’intelligence statunitense un pilastro del deep State, ovvero una rete ostile di funzionari di carriera determinati a sabotare l’agenda del presidente. Ecco perché Trump ha deciso di nominare esclusivamente suoi fedelissimi alla guida di Cia, Fbi, Nsa e altre agenzie di sicurezza, riducendone le capacità operative, epurando i dissenzienti e facendo pressione sui dipendenti affinché si allineassero all’agenda Maga. Così l’intelligence smette di essere al servizio della sicurezza nazionale e si trasforma in una prova di lealtà politica.

Le conseguenze non si limitano alla politica interna. È risaputo che il segretario alla Difesa – oggi rinominato segretario alla Guerra – Pete Hegseth ha utilizzato il proprio telefono personale e l’app Signal per discutere un attacco pianificato contro i ribelli ḥūṯī nello Yemen, includendo per errore un giornalista nella chat. Inoltre, il direttore dell’Fbi Kash Patel si è recato a Londra aspettandosi che gli interlocutori britannici lo aiutassero a produrre contenuti per le sue pagine social e a trovare i biglietti per una partita di Premier League 9. Nel luglio 2025 il senatore democratico Mark Warner, presidente della Commissione intelligence, ha sottolineato che tali comportamenti sono dannosi per gli Stati Uniti: «Ritengo che i nostri partner dei Five Eyes e altri stiano oggi condividendo meno informazioni di quanto non farebbero in condizioni normali».

Gli eventi successivi hanno confermato la sua interpretazione. Nel novembre 2025 il Regno Unito ha sospeso la condivisione di informazioni di intelligence con gli Stati Uniti per timore che le Forze armate americane potessero farne «un uso improprio» nei Caraibi, ovvero impiegarle per operazioni militari potenzialmente illegali secondo il diritto internazionale o incompatibili con gli standard britannici. In passato Londra aveva già sollevato dubbi sulla legittimità di alcuni attacchi statunitensi con droni. Ma divergenze di questo tipo, capaci di raggiungere il grande pubblico, sono estremamente rare e perciò indici di crisi 10.

Carta di Laura Canali - 2025
Carta di Laura Canali - 2025 

Gli alleati e i partner di Washington hanno capito che ogni concessione garantita a Trump, anziché risolvere il problema, è sempre seguita da altre richieste. Il Regno Unito è un caso emblematico. Londra ha dedicato mesi alla negoziazione di un accordo commerciale volto a facilitare l’esportazione di automobili e prodotti farmaceutici verso gli Stati Uniti. In cambio ha accettato considerevoli concessioni, su tutte l’aumento del prezzo dei medicinali pagati dal sistema sanitario pubblico britannico. A dispetto di ciò, i negoziatori commerciali di Trump hanno continuato a premere per ottenere ulteriori vantaggi: adozione di standard regolatori statunitensi e riconoscimento degli organismi accreditati americani. E tutto questo è avvenuto prima della crisi sulla Groenlandia. La differenza tra il primo e il secondo Trump sta tutta qui: il tycoon ha chiarito che la sua politica estera non ammette compromessi. O si è allineati del tutto o si è tagliati fuori.

4. A metà 2025 i sondaggi mostravano che sempre più canadesi consideravano gli Stati Uniti una minaccia più che un alleato fraterno. Siamo all’inizio del 2026 e questo clima si è esteso a tutta l’Anglosfera. Diminuiscono costantemente quei britannici, australiani e neozelandesi che esprimono un’opinione favorevole su Trump o sull’America 11.

Questa sfiducia ha conseguenze di rilievo. Oltre ad aver pianificato una risposta militare a un’ipotetica invasione statunitense, il governo canadese ha avviato una strategia di diversificazione commerciale – introducendo la Buy Canadian Policy ed elaborando nuovi, ambiziosi piani di integrazione del mercato interno – e lanciato un fondo miliardario per rafforzare le esportazioni non dirette verso il mercato statunitense. L’obiettivo del Canada è raddoppiare le esportazioni extra-Usa nel prossimo decennio. Traguardo non semplice. Trump ha già minacciato dazi punitivi qualora il Canada stringesse accordi con la Cina. E la revisione dell’attuale accordo commerciale nordamericano tra Washington, Ottawa e Città del Messico, prevista entro la fine dell’anno, promette di riaccendere lo scontro.

Il governo canadese non è il solo a esplorare alternative strategiche. Nonostante il Brexit del 2016, l’economia del Regno Unito resta profondamente legata a quella del continente europeo. Londra esporta nell’Ue sei volte più che negli Stati Uniti e importa circa otto volte di più. La risposta a Trump sembra trovarsi quindi nella semplice geografia. Dinamica analoga vale per Australia e Nuova Zelanda, le quali potrebbero cercare nuove opportunità commerciali nei mercati asiatici, in particolare in Cina, India e Indonesia.

Eppure, il rapporto di sicurezza con gli Stati Uniti continua per ora a costituire il pilatro delle politiche estere dei quattro paesi. Uno stravolgimento in questo senso indebolirebbe l’Anglosfera più di qualsiasi dazio. Oggi è pienamente plausibile una lenta erosione della condivisione d’intelligence dei Five Eyes, attraverso crescenti lacune nella raccolta e nell’analisi delle informazioni. Il passo successivo sarebbe una graduale disintegrazione tecnica di sistemi e software condivisi. Qualora ciò accadesse, Regno Unito, Canada, Australia e Nuova Zelanda sarebbero costretti a cercare nuovi alleati o a perseguire direttamente una maggiore autonomia.

È in questo contesto che riemerge l’ipotesi della partnership geopolitica Canzuk – termine coniato per la prima volta negli anni Cinquanta e rilanciato alla vigilia del referendum sul Brexit – sostenuta da una rete ristretta ma influente di politici, funzionari, giornalisti e imprenditori. Le proposte avanzate nel tempo sono state eterogenee e si sono concentrate in larga parte sulla libera circolazione di beni e servizi. Non sono però mancate idee più audaci. Tra cui spicca l’ipotesi di creare un’agenzia spaziale Canzuk, un patto energetico comune, un deterrente nucleare condiviso e una vasta confederazione transcontinentale. Molti sostenitori ne offrono un’interpretazione teleologica, che potrebbe, a loro avviso, portare a una comunità politica coesa, magari persino all’affermazione di una grande potenza in grado di competere con Stati Uniti, Cina e Unione Europea 12. A differenza del concetto più ampio di Anglosfera, Canzuk è riuscito in pochi anni a passare dall’attivismo di pochi ai think tank e ai media, fino a entrare a pieno titolo nel dibattito politico e nelle istituzioni. Nel 2018, per esempio, il Partito conservatore canadese ha adottato formalmente l’idea, seguito poco dopo da un gruppo alleato all’interno del parlamento britannico.

L’incertezza provocata dal secondo mandato di Trump ha rilanciato questa interpretazione politica, corroborandola con nuove istituzioni e pratiche. Nel luglio 2025 Australia e Regno Unito hanno firmato un accordo cinquantennale per la produzione congiunta di sottomarini nell’ambito di Aukus, significativamente senza coinvolgere gli Stati Uniti. Ottawa sta invece allineando i propri programmi navali ai progetti britannici e australiani, specialmente per quanto riguarda le fregate, e collaborando con Canberra per la creazione di un sistema radar artico per la rilevazione di missili. Presi assieme, questi sviluppi suggeriscono una sempre più profonda convergenza, che potrebbe anche evolvere in un’alleanza multilaterale nei settori della tecnologia e della difesa, sul modello di Aukus. Esperti dei quattro paesi potrebbero unire risorse e competenze per sviluppare nuove capacità militari, condividere costi e rafforzare la sicurezza collettiva.

Carta di Laura Canali - 2026
Carta di Laura Canali - 2026 

Nella pratica, tuttavia, le ambizioni geopolitiche di Canzuk incontrano ostacoli considerevoli. Un patto di difesa appare improbabile: Australia e Nuova Zelanda non torneranno a considerare il Regno Unito il pilastro della loro sicurezza, così come il Canada difficilmente potrà riorientare del tutto la propria postura militare, adattandosi a rotazioni navali nell’Australia occidentale o nella North Shore. Lo stesso vale per un ipotetico Four Eyes, che richiederebbe investimenti enormi, dalle stazioni di intercettazioni radio e satellitari alle operazioni cibernetiche. E soprattutto, pensare che Canzuk possa in qualche modo sostituire l’Anglosfera a guida statunitense presuppone l’idea che il vecchio ordine internazionale possa essere salvato. È ciò che ha sostenuto il primo ministro canadese a Davos: «I potenti hanno il loro potere. Ma anche noi abbiamo qualcosa: la capacità di smettere di fingere, di vedere la realtà per quella che è, di rafforzarci singolarmente e agire insieme». Nell’interpretazione di Carney, la cooperazione economica e securitaria può proseguire à la carte. E alle potenze medie spetterà di unirsi per raggiungere accordi vantaggiosi.

Potrebbe essere un’illusione. L’amministrazione statunitense ha accolto con favore il «ritorno a un mondo multipolare, con più grandi potenze», come sostenuto dal segretario di Stato Marco Rubio un anno fa. Per le potenze medie si tratta di una pessima notizia. Rispondendo a Carney, Trump ha suggerito che «il Canada esiste solo grazie agli Stati Uniti», con un chiaro riferimento alla difesa militare nordamericana. Il presidente statunitense ha poi fatto una velata minaccia: «Ricordatelo, Mark, la prossima volta che ti verrà in mente di fare certe dichiarazioni». Sono avvertimenti analoghi a quelli di Mosca nei confronti di Ucraina e Bielorussia, o di Pechino a Taiwan. Ma dalla prospettiva del consigliere della Casa Bianca Stephen Miller, si tratta di puro e semplice realismo: «Viviamo in un mondo (…) governato dalla forza, dalla coercizione, dal potere» 13.

5. Come intravedere che aspetto potrebbe assumere questo mondo multipolare nuovo, duro e implacabile? Basta sfogliare 1984 di George Orwell. Romanzo che, pur concepito come monito contro i totalitarismi nazista e sovietico, prefigura un pianeta suddiviso in tre giganteschi Superstati: Oceania, Eurasia ed Estasia.

Nell’immaginario orwelliano, il cuore di Oceania si colloca nell’emisfero occidentale, come suggerisce peraltro il suo inno – «Oceania, ‘Tis for Thee», una variazione dell’inno patriottico statunitense «My Country, ‘Tis of Thee». Si tratta di una visione coerente con la dottrina Donroe, di chiaro stampo neocoloniale, che Trump sostiene essere emersa dalla recente Strategia di sicurezza nazionale e dall’intervento manu militari contro il Venezuela. Oceania non coincide soltanto con gli Stati Uniti: ne fanno parte tutti gli attori dell’Anglosfera, dalle isole britanniche all’Australasia e all’Africa meridionale. Non a caso la trama del romanzo è ambientata nella Pista d’atterraggio Uno (Airstrip One), nell’ex Inghilterra indipendente trasformatasi in provincia di Oceania. Quella di Orwell è una critica al Regno Unito del dopoguerra: un attore politicamente ridimensionato, ma di considerevole valore militare.

In diversi momenti della guerra fredda, intellettuali britannici di diverse affiliazioni politiche hanno evocato «Airstrip One» per descrivere il nuovo contesto storico: la proliferazione di basi militari e d’intelligence statunitensi sul loro suolo, cui nel corso dei decenni si sono sommate, a rotazione, centinaia di migliaia di militari. Nonostante ciò, i governi di Londra hanno sempre abbracciato quella che definivano la «special relationship» con Washington, sostenendo di conseguenza che gli obiettivi di politica estera statunitensi fossero anche i loro.

L’esecutivo guidato da Starmer non fa eccezione: Londra è dipendente dagli Stati Uniti sul piano finanziario e su quello militare e fatica a far fronte alle pressioni dei negoziatori di Trump. È la dottrina Donroe in azione, che a conti fatti non ha soltanto una connotazione geografia, ma sostiene l’esercizio del potere di Washington per massimizzare i vantaggi di coloro che affermano di parlare in nome degli Stati Uniti. Oggi, la famiglia Trump e i suoi numerosi partner d’affari. Ancor meglio, poi, se tali pressioni finiscono per ostacolare i negoziati tra Regno Unito e Unione Europea per una ridefinizione dei rapporti post-Brexit.

Vale la pena ricordare che lo scenario immaginato da Orwell traeva ispirazione dalle idee di James Burnham, che abbiamo già menzionato, le cui idee sono oggi sempre più influenti negli ambienti Maga. L’autore di 1984 scrisse una recensione alle opere di Burnham nel 1946, sottolineando che gli strateghi americani avrebbero preferito «vedere il mondo diviso tra due o tre Stati mostro che, giunti ai loro confini naturali», sarebbero stati «in grado di negoziare tra loro su questioni economiche, senza essere disturbati da differenze ideologiche».

Questa è la tragedia del nostro tempo: gli avvertimenti di Orwell sembrano sempre più attuali. Le relazioni speciali che hanno a lungo accomunato i paesi anglofoni stanno cambiando rapidamente forma. Il futuro dell’Anglosfera non è affatto garantito. L’unica cosa che Canada, Regno Unito, Australia e Nuova Zelanda possono fare è passare dalle parole ai fatti. Ovvero assumersi maggiori responsabilità individuali e lavorare insieme ai partner di fiducia, in nome dei valori democratici che affermano di voler difendere.

(traduzione di Giacomo Mariotto)

 

Note:

1. S. Benen, «Trump says he wants Greenland because it’s “psychologically needed for success”», Ms Now, 9/1/2026.

2. R. Fife, G. John, «Military models Canadian response to hypothetical American invasion», The Globe and Mail, 20/1/2026.

3. Per approfondire questo tema, si veda S. Vucetić, The Anglosphere: A Genealogy of a Racialized Identity in International Relations, Redwood City 2011, Stanford University Press.

4. «Five Country Ministerial 2025: Communiqué», United Kingdom’s Home Office, 8-9/9/2025.

5. Cfr. T. Legrand. «La militarizzazione dell’Anglosfera», Limes, n. 3/2024, «Mal d’America», pp. 111-121.

6. Cfr. A. O’Mahony (a cura di), Prioritizing Security Cooperation with Highly Capable U.S. Allies: Framing Army-to-Army PartnershipsSanta Monica 2022, Rand Corporation, 2022.

7. Cfr. S. Vucetić, «Bound to Follow? The Anglosphere and US-Led Coalitions of the Willing, 1950–2001», European Journal of International Relations, 1/2011, pp. 27–51.

8. Cfr. J. Burnham, The Managerial Revolution, New York 1941, Praeger, pp. 45-67.

9. Cfr. E. Bazelon, R. Poser, «Kash Patel’s FBI Is Making America Less Safe, Current and Former Employees Say», The New York Times Magazine, 22/1/2026.

10. D. Sabbagh, B. Julian, «UK pauses intelligence-sharing with US on suspected drug vessels in Caribbean», The Guardian, 11/11/2025.

11. Cfr. T.B. Edsall, «Trump Unmasked», The New York Times, 13/1/2026; R. Neelam, «In Donald Trump we distrust – in record numbers», Financial Review, 25/4/2025.

12. Cfr. A. Roberts, «It’s Time to Revive the Anglosphere», The Wall Street Journal, 8/4/2020.

13. Cit. in S. Collinson, «Trump’s new US mission statement: Strength, force, power», Cnn, 6/1/2026.



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