BONYARDI DI STATO
BONYARDI DI STATO
1. Uno degli aspetti più importanti della rivoluzione islamica del 1979 è rappresentato dalla riorganizzazione dell’amministrazione statale. L’instaurazione della Repubblica Islamica va di pari passo con la creazione di un governo presidenziale di tipo duale, caratterizzato dal primato di organi religiosi non elettivi sulle istituzioni civili. Per stabilizzarsi il nuovo regime doveva non solo separare gli enti laici da quelli religiosi, ma anche legittimare l’ideologia rivoluzionaria khomeinista. In questo senso, le bonyad (fondazioni) sono state e restano uno degli strumenti di potere e propaganda più importanti per la stabilità dello Stato.
Storicamente le bonyad hanno svolto una funzione di controllo e fidelizzazione della popolazione mediante la creazione di reti di assistenza parallele a quelle statali, oltre a diventare strumenti di propaganda e delegittimazione delle opposizioni (interne ed esterne) mediante la riproduzione dell’ideologia khomeinista. Le bonyad dipendono direttamente dalla Guida suprema e per questo sono un pilastro del potere politico-economico della Repubblica Islamica. Mediante le loro ramificazioni hanno costituito una rete clientelare che include tutti i settori chiave dello Stato, compresa la sicurezza.
Nell’islam le fondazioni di beneficenza hanno sempre svolto un ruolo fondamentale nell’amministrazione delle comunità, coesistendo con il potere statale e mantenendo una propria autonomia. Durante le dinastie Qajar (1794-1925) e Pahlavi (1925-1979), le fondazioni erano escluse dal controllo statale e gestite esclusivamente dal clero sciita in quanto preposte alla gestione delle waqf (donazioni) e alla costruzione e gestione di proprietà a uso religioso (moschee, luoghi santi) o sociale (ospedali, scuole) 1. Raccogliendo le tasse e le elemosine (zakat) dei fedeli, i giurisperiti (mujtahid) accrebbero il loro potere sollevando preoccupazioni negli ambienti laici. Le tensioni tra clero sciita e corte reale si protrassero nel tempo, sino alla rottura durante il regno di Mohammad Reza Pahlavi (1941-1979). Il sovrano cercò di rafforzare la monarchia – pesantemente criticata dalla popolazione dopo la destituzione del primo ministro Mohammad Mossadeq nel 1953 e la repressione che ne seguì – mediante il depotenziamento politico ed economico del clero sciita.
Nel 1958 Mohammad Reza istituì la Bonyad-e Pahlavi, fondazione benefica finanziata dal ministero delle Finanze attraverso cui la monarchia consolidò il controllo sulla struttura economico-sociale del paese. Nonostante l’obiettivo dichiarato di promuovere lo sviluppo culturale, sociale e sanitario, la fondazione gestiva le entrate della famiglia reale e i suoi beni senza vero controllo governativo, attingendo alle riserve statali per fini politici e favorendo le élite di corte. Il passo successivo fu la rivoluzione bianca del 1963, un programma di riforme per la modernizzazione del paese volto a limitare l’influenza del clero sciita con l’imposizione del controllo (e del prelievo) statale sulle rendite delle waqf 2. In risposta al provvedimento e all’esilio forzato dell’ayatollah Khomeini, dal 1964 iniziarono a diffondersi reti informali di solidarietà tra le vittime della repressione monarchica; queste costituirono il primo nucleo del Komiteh Emdad (Comitato di assistenza dell’imam Khomeini, Ikrc), una delle strutture cruciali per la diffusione della propaganda rivoluzionaria attraverso il welfare. Il comitato fu riconosciuto come bonyad per la promozione della solidarietà sociale nel 1979 3.

La creazione della Repubblica Islamica diede nuovo slancio all’utilizzo delle bonyad, divenute lo strumento principale per adattare il sistema economico del nuovo Stato alla cornice rivoluzionaria. Dal 1979 le bonyad furono incluse nella gestione delle industrie attraverso l’Organizzazione per lo sviluppo industriale (Idro), rimanendo esenti dalla tassazione statale e dall’obbligo di riferire al governo i dettagli delle proprie attività. Godevano anche di un cospicuo capitale per lo svolgimento delle loro funzioni derivante dalla confisca dei beni della famiglia Pahlavi. L’inclusione delle bonyad nell’Idro è un passaggio cruciale: parte integrante del ministero dell’Industria, delle Miniere e del Commercio, l’Idro controlla i settori chiave dell’economia iraniana sotto stretta supervisione dei lealisti del regime. Le fondazioni monarchiche vennero trasformate in fondazioni pubbliche sotto diretto controllo della Repubblica Islamica, mentre le bonyad istituite dal 1979 furono inquadrate legalmente come enti privati. Malgrado la differente natura giuridica, le bonyad mantennero una forte indipendenza dal controllo governativo sino al 1984, quando vennero poste sotto la supervisione dell’Organizzazione per le fondazioni religiose e le opere di beneficenza 4.
Affermatesi come entità parastatali, le bonyad hanno accumulato ingenti somme per conto della dirigenza rivoluzionaria, diventando il pilastro della rete clientelare alla base della Repubblica Islamica. Esse hanno facilitato l’instaurazione di un nucleo di potere (dowreh) formato dalla Guida suprema, dai suoi fedelissimi e dagli amministratori delle fondazioni: un oligopolio che esclude dalla redistribuzione della ricchezza chiunque non presti giuramento di fedeltà alla rivoluzione. Per legittimare la necessità di questa economia parastatale, le bonyad sono state presentate alla popolazione come strutture che garantiscono assistenza e agevolazioni ai bisognosi, diventando così strumenti di propaganda. Contrapponendo la corruzione della monarchia Pahlavi alla rettitudine del governo islamico, durante la prima Repubblica Islamica (1979-1989) le bonyad divennero lo strumento con cui il regime rivoluzionario sfruttò l’assistenzialismo islamico per rafforzare la propria legittimità.
Negli anni Novanta le presidenze di Ali Hashemi Rafsanjani (1989-1997) e di Mohammad Khatami (1997-2005) cercarono di limitare l’influenza delle bonyad e dell’apparato di potere facente capo all’ayatollah Khamenei, tentando di stabilire un controllo governativo diretto sulle loro attività. Le fondazioni elusero però la riduzione delle sovvenzioni statali interagendo direttamente con le aziende senza l’obbligo di intermediari. La loro capacità di gestire direttamente l’economia al livello locale – soprattutto influenzando il prezzo dei beni – ne palesò il ruolo determinante. Inoltre, l’ascesa dei guardiani della rivoluzione ad attore chiave della Repubblica Islamica limitò fortemente l’efficacia delle misure presidenziali. Nate come forze dell’ordine e di difesa autorganizzate e direttamente afferenti alla Guida, i pasdaran si legittimarono come forza politico-militare nella guerra contro l’Iraq (1980-1988). Il consistente supporto economico ricevuto dallo Stato consentì loro di creare bonyad e stabilire una rete di affiliati, divenendo parte integrante del dowreh. L’elezione di Mahmud Ahmadinejad alla presidenza sancì un ulteriore rafforzamento del dowreh, che l’influenza delle bonyad controllate dall’Irgc rese un complesso militare-economico-commerciale indipendente dalle istituzioni pubbliche.
2. La legittimazione politica delle bonyad è sempre dipesa direttamente dall’aderenza ai princìpi rivoluzionari. Durante la prima Repubblica Islamica, le bonyad vennero inquadrate come strumenti assistenziali con accesso a prestiti senza interessi 5. L’utilizzo di strumenti propri della finanza islamica si rivelò estremamente funzionale perché garantiva il rafforzamento economico e politico del dowreh, che poteva così giustificare le attività delle bonyad. Solo attraverso specifici canali economici la Repubblica Islamica poteva provvedere alle persone in stato di necessità, ovvero mostazafin (oppressi) e jazanban (diseredati).
La retorica intorno a oppressi e diseredati vittime della corruzione e della violenza della monarchia Pahlavi fu tra i pilastri dell’ideologia khomeinista. Queste categorie divennero le prime dirette destinatarie dell’assistenza della Repubblica Islamica, poiché la loro fidelizzazione era fondamentale per la legittimazione del nuovo sistema di governo. Non a caso la prima fondazione istituita nel 1979 fu la Bonyad-e Mostazafin va Jazanban (Mjf) per il miglioramento delle condizioni dei ceti più poveri. La Mjf fu istituita con decreto di Khomeini come entità separata dal governo della Repubblica, preposta all’amministrazione dei beni confiscati ai Pahlavi per compensare le famiglie delle vittime di repressione monarchica. Ben presto si espanse nel settore immobiliare e delle costruzioni, nell’industria e nella gestione dei beni culturali, diventando una delle forze economiche più importanti del paese. Con l’attacco iracheno del 1980 estese le sue attività alle vittime di guerra e alle loro famiglie, rafforzando la retorica della giustizia sociale rivoluzionaria attraverso programmi parastatali di welfare 6.
La guerra contro l’Iraq servì da pretesto al dowreh per utilizzare il martirio (istišhād), topos importante nella tradizione sciita, quale strumento di propaganda. L’appoggio internazionale ricevuto dall’Iraq fu usato per rafforzare l’idea della Repubblica Islamica quale baluardo di resistenza all’imperialismo. Tutti i caduti vennero identificati come martiri (šuhadā’), in quanto avevano sacrificato la vita per difendere l’integrità dell’unico Stato immune alla corruzione dell’Occidente. Sfruttando questa cornice retorica, nel 1980 fu istituita la Bonyad-e Shahid per provvedere ai veterani della rivoluzione e poi al supporto dei martiri di guerra. La fondazione divenne rapidamente un importante centro di potere grazie alle sue attività di facciata, principalmente benefiche e culturali, che garantivano l’accesso alle sovvenzioni governative necessarie a rafforzare reti clientelari mediante la concessione di benefici e privilegi ai suoi affiliati. In particolare, garantiva accesso privilegiato all’istruzione superiore e agevolazioni per trovare impiego, così come l’organizzazione di matrimoni combinati per le vedove di guerra onde garantire un reddito alle famiglie degli šuhadā.

Questi servizi furono cruciali strumenti di propaganda durante la prima Repubblica Islamica, anche considerando la difficile situazione in cui versava per via della guerra. Progressivamente, la Bonyad-e Shahid sviluppò ulteriori attività economiche nei settori delle costruzioni, dell’agricoltura, del commercio e dei servizi sociali. Insieme alla Mjf e alla Jahad-e Sazandegi si affermò nella ricostruzione di alloggi e infrastrutture, diventando la bonyad più importante nel settore 7.
Dagli anni Novanta, il fronte dei pragmatisti capeggiato da Rafsanjani cercò senza grande successo di limitare l’influenza delle bonyad nell’economia. Le privatizzazioni andavano di pari passo con il divieto alle fondazioni di attingere a contributi statali. Per depotenziare le bonyad, la riforma stabiliva la possibilità per le imprese e le attività di proprietà dello Stato di condurre trattative con entità private in totale autonomia. Questo meccanismo favorì tuttavia la corruzione tra i funzionari pubblici. Le bonyad fecero dunque pressione sul parlamento affinché fosse modificato, onde includerle nel sistema di compravendita delle aziende. La legge venne cambiata nel 1994 con l’abolizione della trattativa diretta e l’introduzione di un organo di mediazione ufficiale che consentì a Mjf e Bonyad-e Shahid di acquisire quote di imprese statali. La decisione fu giustificata sulla base del fatto che entrambe le fondazioni svolgevano attività benefiche verso famiglie svantaggiate e martiri di guerra, conformemente alla dottrina rivoluzionaria.
Dal 1992 anche i pasdaran si fecero spazio nel mondo delle fondazioni tramite la Bonyad-e Taavon-e Basij, ideata per gestire investimenti e fornire supporto ai guardiani della rivoluzione 8. I basiji, oltre ad aver ricoperto un ruolo fondamentale nella guerra contro l’Iraq, si erano affermati come milizia volta al mantenimento dell’ordine pubblico, diventando il braccio armato del dowreh 9. A differenza delle altre fondazioni, la Bonyad-e Taavon-e Basij era supervisionata direttamente dalla Guida suprema e godeva del supporto economico di attività associate ai guardiani o di loro proprietà, come la banca Mehr Eqtesad. Con questa rete la fondazione dei basiji poté costituire un ampio ventaglio di lucrose attività: servizi finanziari, costruzioni, logistica, tecnologia, telecomunicazioni. Le filiali della banca Mehr si rivelarono cruciali per l’accesso prioritario agli appalti e alle quote delle imprese statali redistribuite tra fondazioni vicine alla Guida.
L’incapacità delle istituzioni repubblicane di limitare l’influenza delle bonyad emerse in modo ancor più evidente durante la presidenza Khatami, quando le fondazioni agirono da strumento di mitigazione della crisi economica scaturita dalle sanzioni. Le bonyad riuscirono a contenere il rincaro dei beni di prima necessità e ad aumentare la disponibilità di cibo e servizi essenziali tramite le reti clientelari. Il loro supporto economico salvaguardò la stabilità politica della Repubblica Islamica e minò la legittimità del progetto del mardumsalari (riformismo) di Khatami 10, accusato di abbandonare le famiglie dei diseredati, dei martiri e degli oppressi in nome della modernità occidentale. Intervenendo attivamente nelle zone rurali dove il governo non arrivava, le fondazioni si confermarono tangibili reti di sicurezza per gli svantaggiati.
L’elezione di Ahmadinejad rafforzò ulteriormente l’economia parastatale delle bonyad. Per la prima volta nella storia della Repubblica Islamica, il presidente proveniva dai pasdaran e non dall’establishment religioso, espressione di una corrente politica fortemente improntata alla conservazione della dottrina rivoluzionaria. Questo posizionamento ideologico garantì ad Ahmadinejad durante la sua prima presidenza il forte sostegno di Khamenei, che si concretizzò principalmente nell’emendamento alla legge sulle privatizzazioni per promuovere le «quote sociali» 11. Il 40% delle azioni di imprese già privatizzate veniva redistribuito alle famiglie a basso reddito individuate dalla Ikrc, in gran parte legate ai basiji. Ahmadinejad promosse in tal modo un sistema di ricompense per i lealisti del regime, i veterani di guerra e le famiglie dei martiri, che ora beneficiavano dei dividendi oltre che del ricavato della vendita di aziende pubbliche. L’acquisto delle quote sociali poteva essere effettuato solo dalle bonyad, in quanto le sanzioni internazionali avevano drasticamente ridotto il numero di compratori privati.
Le politiche di Hassan Rouhani ed Ebrahim Raisi verso le bonyad si sono poste in scia. Il primo ha cercato di migliorare le condizioni economiche del paese tramite liberalizzazioni che hanno trovato l’opposizione delle fazioni più conservatrici; il secondo ha riformato l’utilizzo dei sussidi statali, tuttavia indirizzati nuovamente a favore dei lealisti 12. Il supporto politico ed economico fornito da Khamenei a Raisi attraverso la Astan Quds Razavi, la bonyad che gestisce il santuario dell’imam Reza a Mashhad (di cui Raisi era stato nominato custode), ha posto ancor più la gestione della Repubblica Islamica nelle mani della ierocrazia a scapito delle istituzioni civili 13.
3. Oligopolio funzionale al rafforzamento del potere rivoluzionario a scapito delle istituzioni statali, le bonyad si sono rivelate anche un eccellente strumento propagandistico. Se durante la prima Repubblica Islamica svolsero la funzione di centri di propaganda a supporto del progetto khomeinista di esportazione della rivoluzione, dagli anni Duemila la loro attività internazionale è diventata espressione del pragmatismo che caratterizza la postura dell’Iran. La natura paragovernativa ha rappresentato un vantaggio per diffondere la propaganda rivoluzionaria all’estero, in quanto le fondazioni potevano eludere le sanzioni internazionali e costituire una rete di solidarietà tra i mustazafin.

Nei primi anni Ottanta il soft power della Repubblica Islamica si indirizzò verso il Libano, dove le bonyad fornirono supporto economico e politico alla resistenza sciita contro l’invasione israeliana del 1982. La loro presenza favorì la diffusione dell’ideologia rivoluzionaria, influendo sulla fondazione di Ḥizbullāh mediante l’utilizzo di canali informali 14. Lo stesso Partito di Dio sviluppò una rete di fondazioni sul modello di quelle iraniane. I due esempi più significativi sono Al-Mu’assasat Al-Shahid (fondazione dei martiri) e Jihad al-Bina (edilizia) 15. Oltre a mantenere saldi legami tra loro, le fondazioni iraniane e libanesi mostrano fortissime similitudini nella struttura e nella capacità di costituire reti informali di potere indipendenti dai governi centrali.
Con il ritiro delle truppe statunitensi nel 2014, l’Iraq diventò il secondo destinatario delle attenzioni delle bonyad anche grazie alla presenza in loco della Forza Qods, guidata dal generale Qassem Soleimani. Il caso iracheno assume tratti molto più peculiari di quello libanese. La Repubblica Islamica ordinò un intervento militare per difendere dall’avanzata dello Stato Islamico la popolazione sciita e i luoghi santi dell’islam duodecimano, come Nağaf e Karbalā’. Ciò alimentò l’emergere di reti locali politiche e militari che favorirono l’ingresso dei basiji nella gestione economica irachena 16. L’esempio più evidente è Setad-e Bazsaz-e Atabat Aliyat (Organizzazione per la ricostruzione dei luoghi santi), direttamente controllata da Soleimani e poi sotto l’ombrello dei pasdaran, che ha favorito l’accesso dell’azienda Bajhat al-Kawthar (commercio e edilizia) con cui collabora ai finanziamenti di Melli, principale banca iraniana. La ricostruzione dell’Iraq ha favorito l’emergere di una «diplomazia umanitaria» concentrata sul soccorso dei mustazafin, concretizzatasi nelle azioni del Mjf con evidenti scopi propagandistici 17.
La diplomazia umanitaria dell’Iran non si è limitata all’Iraq. Dagli anni Novanta l’Ikrc è diventato il principale organo di propaganda della politica estera rivoluzionaria, fortemente legato all’eredità khomeinista e indipendente dal ministero degli Esteri. La fondazione risponde agli indirizzi politici del dowreh, intervenendo con aiuti umanitari in paesi terzi così da creare un ambiente amichevole e stabilire relazioni diplomatiche. Il primo e forse più emblematico esempio è rappresentato dalle attività in Afghanistan negli anni Novanta e tra il 2001 e il 2014. Con la fine della guerra russo-afghana la fondazione aprì tre filiali a Mazar-i Sharif, Kabul e Bamyan per la distribuzione di aiuti, mentre l’intervento statunitense favorì la ripresa delle attività che inclusero la costruzione di infrastrutture sanitarie e di assistenza sociale, l’erogazione di borse di studio, l’organizzazione di matrimoni combinati e la fornitura di beni essenziali 18. Favorita dalla presidenza di Hamid Karzai, l’opera dell’Ikrc si concentrò sui mostazafin afghani, vittime dei taliban e dell’invasione statunitense, assoldando reclute da inviare in Siria 19. Questo fu facilitato dall’influenza di Soleimani negli ambienti politici afghani, in particolare con Sayed Husain Anwari, poiché entrambi avevano combattuto nell’Alleanza del Nord durante la guerra contro i taliban. Attraverso l’Ikrc, Soleimani e Anwari riuscirono a mantenere canali diplomatici informali tra i governi afghano e iraniano fino all’elezione di Ashraf Ghani nel 2014 e al rafforzamento dell’influenza statunitense 20.
Catastrofi naturali e altre crisi offrono ulteriori occasioni di diplomazia umanitaria. Il caso più celebre sono le inondazioni in Pakistan del 2011: il comitato congiunto per il soccorso gestito dal ministero per i Disastri naturali pakistano e dall’Ikrc è stato utilizzato come schermo per stringere rapporti con il ministero per gli Affari religiosi. L’anno successivo, durante gli scontri tra musulmani e buddisti, insieme alle squadre di soccorso l’Ikrc inviò in Myanmar testi religiosi da distribuire nei campi profughi a fini di proselitismo. Diverso il caso degli aiuti alla popolazione palestinese: non potendo operare direttamente sul territorio, l’Ikrc ha inviato negli anni ingenti somme di denaro alle organizzazioni umanitarie locali, ma non risultano attive sedi in loco né sono reperibili rendiconti delle operazioni dal 2012 21.
4. Le bonyad sono un elemento cardine della struttura di governo della Repubblica Islamica. La loro natura ibrida garantisce la stabilità della ierocrazia attraverso il costante rafforzamento del dowreh. In quanto strumenti parastatali, le fondazioni sono dispositivi flessibili in grado di salvaguardare le dinamiche di potere del regime malgrado le pressioni interne e internazionali. Comprenderne il funzionamento aiuta a capire la tenacia della Repubblica Islamica, che nonostante l’uccisione di numerosi esponenti politici, religiosi e militari sopravvive grazie anche alla rete clientelare interna ed estera.
Nell’ultimo decennio gli attacchi volti all’eliminazione di figure chiave della Repubblica Islamica non sembrano aver scalfito l’architettura del potere. Piuttosto, l’hanno frammentata in sottogruppi ancora più difficili da individuare. L’uccisione di Qassem Soleimani nel 2020 ne è esempio significativo, come le recenti eliminazioni – tra molti altri – della Guida Ali Khamenei e del portavoce del parlamento Ali Larijani, figure emblematiche dell’organizzazione clientelare dello Stato. Se la dirigenza politica appare in difficoltà, altrettanto non può dirsi con certezza del dowreh, che sta recuperando la retorica del martirio e dell’oppressione per legittimare un controllo ancora più capillare sulla popolazione. La morte di Ali Khamenei, dipinto come martire della battaglia finale contro l’imperialismo, ha avuto una risonanza tale da dare nuova spinta al dowreh per trasformare la crisi in un momento di rinnovata autoaffermazione 22.
Nel complesso quadro che si va componendo, le bonyad restano la spina dorsale della ierocrazia, cruciali supporti economici e politici per la sua sopravvivenza. Mojtaba Khamenei, figlio del defunto Ali e nuova Guida suprema, rappresenta l’anello di congiunzione tra dowreh e bonyad grazie al controllo del Setad-e ejra’i-ye farman-e Emam, struttura parastatale direttamente gestita dalla famiglia Khamenei e vertice di tutta l’economia informale della Repubblica Islamica.
Note:
1. G. Cimbalo, «Il ritorno del waqf», Stato, Chiese e pluralismo confessionale, n. 14, 2016, pp. 2-3. I beni waqf sono beni inalienabili gestiti da un amministratore (mutawalli). Generalmente sono edifici costruiti per la comunità (scuole, moschee, ospedali), fondazioni o donazioni di privati.
2. C.S. Prigmore, «Social welfare in Iran», in D. Elliot, N. S. Mayadas, T. D. Watts (a cura di), Social Welfare, Springfield 1990, C. T. Thomas, p. 175.
3. K. Harris, A social revolution: Politics and the welfare state in Iran, Berkeley 2017, University of California Press, pp. 46-115.
4. S. Maloney, Politics, Patronage, and Social Justice: Parastatal Foundations and Post-Revolutionary Iran. Medford 2000, Tufts University, p. 213.
5. M.S. Khan, A. Mirakhor, «Islamic Banking: Experiences in the Islamic Republic of Iran and in Pakistan», Economic Development and Cultural Change, vol. 32, n, 2, 1990, pp. 353-375.
6. A.A. Saeidi, «The Accountability of Para-Governmental Organizations (Bonyads): The Case of Iranian Foundations», Iranian Studies, vol. 37, n. 3, 2004, pp. 501-522.
7. E. Lob, «Mobilizing and Framing Construction Jihad and Islamic Development in Revolutionary Iran», Muslim World, vol. 112, 2022, pp. 130-150.
8. H. Forozan, A. Shahi, «The military and the state in Iran: The economic rise of the Revolutionary Guards», Middle East Journal, vol. 71, n. 1, 2017, p. 74.
9. M. Alemzadeh, «The informal roots of the IRGC and the implications for Iranian politics today», Middle East Brief, vol. 130, n. 4-5, 2019, pp. 1-8. A. Azizi, The shadow commander. Soleimani, the U.S., and Iran’s global ambitions. London 2021, One World, pp. 230-236.
10. S. Maloney, op. cit., pp. 262-264. Per mardumsalari si intende una visione della democrazia incentrata sulla compatibilità tra religione e Stato di diritto (hokumat-e qanun), dove quest’ultimo garantisce l’esercizio della giustizia da parte del governo islamico (hokumat-e eslami); S. Holliday, «Khatami’s Islamist-Iranian Discourse of National Identity», British Journal of Middle Eastern Studies, vol. 37, n. 1, pp. 1-13.
11. N. Habibi, How Ahmadinejad changed Iran’s economy, The Journal of Developing Areas, vol. 49, n. 1, 2015, pp. 306-307.
12. M.J. Zarif, «What Iran Really Wants: Iranian Foreign Policy in the Rouhani Era», Foreign Affairs, vol. 93, n. 3, 2014, pp. 49-54, pp. 55-59; R. Parsi, «Iran’s Structural Agenda Limit Rouhani’s Domestic Agenda», World Politics Review, 6/3/2014. M. Kamrava, «Iran’s Domestic Policy One Year into the Raisi Presidency», The Muslim World, vol. 113, n. 1-2, 2023, pp. 3-5.
13. A. Alfoneh, «Is Raisi Iran’s Supreme Leader in Waiting?», Middle East Quarterly, vol. 29, n. 1, 2022, pp. 1-7.
14. K. Knio, «Structure, Agency, and Hezbollah: A Morphogenetic View», Third World Quarterly, vol. 34, n. 5, 2013, p. 863.
15. K. Taremi, «At the service of Hezbollah: The Iranian Ministry of Construction Jihad in Lebanon, 1988-2003», Politics, Religion & Ideology, vol. 16, n. 2-3, 2015, pp. 255-257.
16. A. Azizi, op. cit., pp. 157-180.
17. W.B. Jenkins, «Bonyad as agents and vehicles of the Islamic Republic’s Soft Power», in S. Akbarzadeh, D. Conduit (a cura di), Iran in the World. President Rouhani’s Foreign Policy, New York 2016, Palgrave Macmillan, pp. 162-163.
18. A. Majidar, A. Alifoneh, «Iranian influence in Afghanistan: Imam Khomeini Relief Committee», American Enterprise for Public Policy Research, vol. 4, 2010, pp. 2-3.
19. A.M.B. Kamal, W. Ra’ees, «Iran’s Aid Diplomacy in Afghanistan: The Role of the Imam Khomeini Relief Committee», Contemporary Review of Middle East, vol. 5, n. 4, 2018, pp. 313-314.
20. A. Azizi, op. cit., pp. 139-156.
21. A.M.B. Kamal, W. Ra’ees, op. cit., p. 318.
22. E. Sadeghi-Boroujerdi, «War and Succession. The Islamic Republic’s New Supreme Leader», Phenomenal World, 18/3/2026.
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