CURTIS YARVIN O DELLA MONARCHIA ASSOLUTA
CURTIS YARVIN O DELLA MONARCHIA ASSOLUTA
Per anni Curtis Yarvin è rimasto ai margini del dibattito pubblico americano. Oggi è considerato uno degli ideologi del trumpismo e ambisce a presentarsi come l’«intellettuale della Silicon Valley». Yarvin comincia a scrivere online verso la metà degli anni Duemila, ma rimane a lungo un blogger semisconosciuto. Ha idee eccentriche, non ha un curriculum da Ivy League e coltiva un gusto costante per la provocazione: tutti aspetti che faticano a fare breccia nel dibattito mediatico precedente all’elezione di Trump. Qualcosa cambia, tuttavia, nel 2024 con l’elezione del tycoon e l’ascesa al potere di una figura che incarna la versione «colta» del trumpismo: l’attuale vicepresidente americano J.D. Vance, il quale menziona Yarvin in alcune interviste presentandolo come un autore che avrebbe qualcosa da dire al movimento Maga.
Da quel momento Yarvin diventa un volto noto della nuova destra. Il suo passaggio dall’ombra alla ribalta del dibattito politico segnala come idee fino a poco tempo fa marginali abbiano iniziato a circolare in ambienti che, di norma, le avrebbero ignorate. Come scriveva il New Yorker in un articolo del giugno 2025: «In un’altra epoca storica, Yarvin sarebbe rimasto un oscuro e inefficace eccentrico del web, un de Maistre digitale». E invece, nel nuovo mondo di Trump le sue idee sono entrate nel mainstream: le interviste al New York Times e alla Cnn sono solo gli ultimi atti di questa recente consacrazione. Al punto che Yarvin è persino finito all’università di Harvard, invitato a dibattere con la docente di filosofia politica Danielle Allen.
Chi è Curtis Yarvin
Ma chi è Curtis Yarvin? E quali sono le sue idee? Yarvin è soprattutto un prodotto del web, un pensatore digitale, non uno studioso accademico. Anzi, egli disprezza apertamente la scrittura accademica tradizionale e gli intellettuali delle università americane. Dopo aver studiato alla Brown University, comincia un dottorato in informatica a Berkeley ma non lo completa mai perché decide di andare a lavorare nella Silicon Valley. In California entra in contatto con figure molto attive. Peter Thiel, con cui Yarvin avrà una frequentazione assidua. Ma c’è anche Marc Andreessen, uno dei più noti imprenditori della Silicon Valley, che non a caso ha definito Yarvin «un buon amico».
Non soddisfatto del lavoro da start-upper, nel 2007 Yarvin apre, sotto lo pseudonimo di Mencius Moldbug, un blog chiamato Unqualified Reservations, dove inizia a diffondere idee decisamente nuove, soprattutto nel contesto della destra americana, e che di lì a poco verranno ribattezzate «illuminismo oscuro» dal filosofo britannico Nick Land, che simpatizza per Yarvin. Il bersaglio polemico di quest’ultimo è il sistema che definisce «La Cattedrale», ovvero l’insieme di istituzioni e organi di stampa che, secondo il blogger, formano l’apparato di difesa delle idee del progressismo americano. Il New York Times diventa un simbolo di questo apparato, e appare quasi ironico che Yarvin sia stato intervistato dallo stesso giornale nel 2025. In ogni caso, ossessionato dalla guerra al progressismo liberal, Yarvin dedica diverse pagine del suo blog a discutere come combattere quella che definisce la dittatura woke dei liberal americani.
E tuttavia, la sua idea principale, quella che costituisce il fulcro della sua visione politica, è la convinzione che gli Stati Uniti dovrebbero trasformarsi in una monarchia assoluta modellata su una start-up, con un monarca assoluto che agisce come l’amministratore delegato di un’azienda. Quest’idea, che può sembrare bizzarra in Europa, appare meno estrema nel contesto americano, dove politicizzazioni impensabili del connubio tra tecnologia e politica sono ormai normalizzate nel discorso pubblico.
Da buon informatico, Yarvin utilizza spesso paragoni tecnologici per rendere più concrete le sue idee. Per esempio, sostiene che Apple sia una monarchia assoluta: il ceo si concentra sulla produzione di un prodotto super-efficiente e non deve affrontare ostacoli legati a procedure di decisione collettive, come invece accade nelle democrazie. Dietro questo esempio si nasconde un assunto fondamentale del credo politico di Yarvin: la democrazia sarebbe intrinsecamente incapace di produrre risultati efficienti e coerenti, e tale inefficacia giustificherebbe il sacrificio della libertà e dei diritti politici, riducendo l’importanza di procedure democratiche complesse e ingombranti. In questo caso l’ispirazione di Yarvin arriva anche da Hans-Hermann Hoppe, teorico post-libertario tedesco, autore nei primi anni del Duemila di Democrazia, il Dio che ha fallito. Hoppe ritiene che la monarchia assoluta sia il miglior regime possibile per un sistema anarcocapitalista, dove il potere pubblico scompare a favore di un potere privato strutturato secondo un concetto patrimoniale di sovranità. Yarvin riprende questa idea e la adatta al contesto dell’accelerazione tecnologica americana.

Come comprendere il fenomeno Yarvin?
Per comprendere il fenomeno Yarvin, è necessario collocarlo all’interno del contesto politico della destra reazionaria americana. In un’intervista del 2021, J.D- Vance aveva paragonato lo stato attuale della democrazia americana a quello della tarda repubblica romana, quando conflitti civili violentissimi portarono all’emergere di leader come Cesare e Ottaviano, che permisero la nascita dell’impero. Vance utilizzava questo paragone per esortare i repubblicani Maga a promuovere idee che avrebbero potuto infastidire molti conservatori tradizionali e a spingersi verso gesti estremi e radicali nella conquista del potere. Il fenomeno Yarvin si inserisce perfettamente in questo contesto in tre modi distinti.
Innanzitutto, egli è un vero e proprio ideologo. La galassia del trumpismo è ampia e variegata, ma per cercare di decifrarla è importante distinguere tra attivisti e ideologi. Tra i primi si collocano figure come Christopher Rufo, Steve Bannon o Charlie Kirk, ucciso pochi mesi fa; tra gli ideologi figurano invece Yarvin, Patrick Deneen, Peter Thiel e (in modo più indiretto) Hans-Hermann Hoppe. Attivisti e ideologi condividono la lotta contro quello che definiscono il dispotismo woke e la critica al vecchio conservatorismo americano ritenuto ormai fallimentare, incarnato prima da Reagan e poi dai neocon.
La differenza tra attivisti e ideologi sta però negli orizzonti temporali delle loro strategie. Gli attivisti sono concentrati sul presente, facendo parte integrante del movimento Maga, mentre gli ideologi – come Yarvin, Thiel o Deneen – pensano a lungo termine e si presentano come veri e propri architetti del futuro. Il loro obiettivo è un cambiamento di regime (Regime change, come suggerisce il titolo di un libro recente di Deneen) che superi la democrazia rappresentativa e introduca forme di governo alternative.
Questo aspetto del superamento della democrazia distingue i diversi ideologi della nuova destra americana da quelli europei. Mentre in Europa la destra radicale tende ancora a dichiararsi «democratica», pur simpatizzando con concetti come quello di democrazia illiberale (come nel caso di Orbán), la nuova destra americana è già oltre: non la difende in una pseudo-versione illiberale, ma aspira apertamente a superarla, auspicando forme di regime che possono arrivare fino alla monarchia assoluta. Anche Yarvin non si limita a denunciare la crisi profonda della democrazia americana, ma ne auspica apertamente la fine, proponendo l’avvento di un Cesare americano in grado di porre fine all’attuale sistema democratico e di esercitare pieni poteri in un dichiarato stato di eccezione.
La visione di Yarvin, ed è questo un secondo elemento cruciale, nasce da una miscela ideologica audace e talvolta scomposta: idee premoderne, apertamente anti-egualitarie e ispirate a una gerarchia naturale della società sono combinate con l’ossessione per l’efficienza e con la logica manageriale della Silicon Valley. La sua «monarchia tech» non è solo un’idea astratta, ma un esperimento concettuale inquietante in cui tradizione e innovazione si incontrano. Dietro questa visione c’è una politicizzazione tristemente lungimirante dei meccanismi di sorveglianza di massa, resi possibili dalle recenti accelerazioni tecnologiche. Un modello che fino a pochi anni fa sembrava impensabile, ma che Yarvin immagina come la chiave per un potere centralizzato, efficiente e controllato, capace di governare come farebbe un ceo all’interno di una start-up.
Non sorprende, quindi, che Yarvin abbia trovato ascolto presso alcuni imprenditori della California, diventando in breve tempo l’ideologo anti-woke della Silicon Valley. Come ho spiegato nel mio libro Tecnomonarchi, il pensiero di Yarvin è ispirato da un coacervo di autori e da tradizioni intellettuali eterogenee, accomunate tuttavia da un’opposizione netta e spesso violenta all’immaginario culturale e politico del mondo democratico. Tra i riferimenti più ricorrenti di Yarvin figurano James Burnham, ex trotzkista convertitosi al pensiero reazionario nel secondo dopoguerra, e autori come Robert Filmer, Erik von Kuehnelt-Leddihn, Thomas Carlyle e George Fitzhugh. Filmer, nell’Inghilterra del Seicento, teorizzava una monarchia di origine divina modellata sul potere patriarcale del capofamiglia, diventando così uno dei principali bersagli polemici di John Locke, padre del liberalismo classico. Kuehnelt-Leddihn, teorico cattolico conservatore austriaco del Novecento e nostalgico dell’impero austro-ungarico, sosteneva nel secondo dopoguerra modelli monarchici ispirati alla struttura imperiale asburgica. Thomas Carlyle, a metà Ottocento, pur nell’epoca dei primi movimenti abolizionisti, difendeva apertamente la schiavitù, contrapponendosi a figure come John Stuart Mill. Ancora più radicale era stato George Fitzhugh, teorico e sostenitore dei confederati durante la guerra di secessione americana. Nel suo libro Cannibals All! Fitzhugh sosteneva che gli afroamericani – ritenuti incapaci di autonomia intellettuale – dovessero rimanere schiavi dei bianchi.
Per Yarvin, Carlyle e Fitzhugh non sono semplici figure storiche, ma veri e propri punti di riferimento intellettuali: modelli da cui recuperare concetti scomodi, ma ritenuti necessari, come quello della «schiavitù naturale» di Aristotele, ovvero l’idea che esistano esseri umani destinati per natura alla subordinazione. È anche per questo che, nel suo blog, Yarvin definisce la lettura di Fitzhugh «meravigliosa» e, in una recente intervista al New York Times, sostiene la necessità di tornare a una certa scienza politica premoderna e inegualitaria, fatta derivare da Aristotele. Dimenticando che esistono interpretazioni dello stagirita che, pur essendo premoderne, ne offrono una lettura repubblicana ed egalitaria.
Il terzo aspetto da tenere in considerazione è che Yarvin attribuisce agli intellettuali – includendo sé stesso – un ruolo chiave nella presa del potere da parte di Trump e nella creazione di opzioni politiche alternative alla democrazia nel mondo occidentale. Secondo lui, il compito degli intellettuali è «spiegare a chiunque che il solo obiettivo della destra americana, o di qualsiasi destra in un paese occidentale all’inizio del XXI secolo, deve essere una presa del potere dello Stato unilaterale, permanente e incondizionata, e l’instaurazione di un regime completamente nuovo».

Nel blog Unqualified Reservations, l’approccio di Yarvin si distingueva per due strategie politiche, spesso presentate anche come posture intellettuali. La prima, da lui definita formalismo, si fonda sull’accettazione della realtà così com’è, formalizzandone anche gli aspetti più paradossali o ingiusti. Un esempio ricorrente riguarda i rapporti di proprietà. Dinnanzi ai quali, come scrive lo stesso Yarvin, «il formalismo dice: vediamo esattamente chi possiede cosa, adesso, e diamo loro un elegante certificato. Non discutiamo su chi dovrebbe avere cosa. Perché, piaccia o no, questa è semplicemente una ricetta per ulteriore violenza. È molto difficile inventare una regola che spieghi perché i palestinesi dovrebbero riavere Haifa».
La seconda strategia, teorizzata fino a poco tempo fa, è quella che Yarvin definisce passivismo politico, in aperta polemica sia con l’attivismo della sinistra liberal americana sia con quello più recente – e, a suo giudizio, eccessivamente chiassoso – del movimento Maga. Secondo questa impostazione, i reazionari dovrebbero costruire gradualmente le basi del potere, evitando forme di attivismo esplicito e interventi improvvisi. L’idea è osservare, restare all’erta e intervenire in modo contenuto, così da preparare lentamente l’avvento della monarchia assoluta. Tuttavia, al di là di questo atteggiamento prudente incarnato dal passivismo politico, Yarvin ha spesso disseminato idee che contraddicono quello che potrebbe apparire come un attendismo strategico.
Per esempio, nel 2022, durante un intervento in un podcast di Michael Anton, ex responsabile della pianificazione ideologica alla Casa Bianca, Yarvin ha parlato apertamente della possibilità di un «Cesare americano» incarnato da Trump. Secondo questo scenario, il tycoon avrebbe dovuto conquistare il potere attraverso le elezioni, acquisendo così la necessaria legittimità, per poi proclamare uno stato di eccezione nel corso del suo primo discorso sullo stato dell’Unione al Congresso. Il modello di riferimento è Franklin D. Roosevelt, che Yarvin descrive spesso, in un crescendo di mistificazioni storiche, come un vero e proprio dittatore, senza tuttavia considerare le circostanze eccezionali che portarono quel presidente a adottare decisioni da stato di eccezione dopo Pearl Harbor.
Nello scenario delineato da Yarvin, subito dopo l’elezione Trump avrebbe dovuto presentarsi come «una vera e propria incarnazione della costituzione vivente», revocando tutti i contrappesi istituzionali in grado di ostacolare il suo progetto. «Non c’è bisogno di una forza militare», spiegava Yarvin, «quello che serve è la massima capacità possibile di mobilitare il potere democratico, e per farlo occorrono, fondamentalmente, 80 milioni di numeri di cellulare. Ognuno di questi numeri dovrebbe avere installata un’app – chiamiamola, per esempio, l’app di Trump – e questa app, sin dal giorno dell’insediamento, segnala: “Questa o quella agenzia non sta seguendo le mie istruzioni”». Attraverso questa app, i cittadini si porrebbero direttamente sotto il controllo di Trump, dando vita a una forma di protesta permanente: una folla in cui ogni individuo può essere guidato a distanza, quasi come con un joystick, dallo stesso Trump.
Per Yarvin, questo è il cuore del tecnomonarchismo: il telefono cellulare diventa lo strumento attraverso cui Trump può trasformarsi in un Cesare americano, pronto a impadronirsi dei pieni poteri aggirando contrappesi tradizionali come Harvard o il New York Times. Una mobilitazione di massa resa possibile dalla tecnologia. La quale per la prima volta nella storia consentirebbe di garantire l’inviolabilità del potere senza ricorrere direttamente alla forza militare. Come sottolinea Yarvin usando un paragone volutamente provocatorio, se negli anni Trenta le milizie paramilitari in uniforme potevano coordinarsi apertamente, nel XXI secolo la presa del potere deve avvenire in modo diverso, sfruttando i mezzi tecnologici.
Il sogno di una monarchia tech e il ruolo di Trump
L’idea di una presa del potere mediata da una app ritorna anche nel suo blog più recente, Gray Mirror of the Nihilist Prince, aperto nel 2020. Come scrive Yarvin in diversi post, una conquista davvero incondizionata del potere da parte di Trump dovrebbe avvenire tramite una vera e propria operazione chirurgica: anestetizzando i nemici del nuovo regime e rendendoli innocui, senza arretrare su alcuna misura che possa favorire la centralizzazione del potere.

Tra le raccomandazioni rivolte da Yarvin al tycoon figurano alcuni aspetti che hanno caratterizzato l’azione della nuova amministrazione Trump nei primi mesi: la centralizzazione di tutte le risorse del ramo esecutivo, la federalizzazione di tutte le organizzazioni sovvenzionate dallo Stato e del sistema finanziario, l’identificazione biometrica di tutti gli individui presenti nel paese, la liquidazione di tutti i pagamenti in dollari e la centralizzazione elettronica di tutti i mezzi di pagamento. L’obiettivo è agire in modo chirurgico, così che il nuovo regime possa gradualmente esautorare quello precedente senza attirare eccessive attenzioni né ricorrere a una violenza politica potenzialmente controproducente.
Ancora una volta, Yarvin suggerisce che uno strumento decisivo per garantire questa transizione potrebbe essere la creazione di una app, capace di assicurare il cambio di regime una volta per tutte. Nulla, secondo lui, potrebbe funzionare meglio di un’applicazione installata sul telefono di ogni cittadino: «Tutto quello che devi fare è installare l’app», spiega Yarvin, «concederle i privilegi per le notifiche e, quando c’è un’elezione, fare semplicemente quello che dice. Il gioco del voto è uno strumento militare – con schede elettorali invece che proiettili». Yarvin ammette che una simile logica funzionerebbe perfettamente con Trump: «Una volta scelto Trump come tuo leader, per ogni elezione in cui sei eleggibile voti automaticamente per Trump», scrive. «Se Trump non è interessato a diventare il prossimo capo del controllo degli animali della contea di Volusia, deve conoscere qualcun altro perfetto per quel ruolo. Voti automaticamente per quella persona. Non è nemmeno necessario impararne il nome – figuriamoci il curriculum, il carattere morale o il record nel controllo degli animali».
Tuttavia, scrivendo sul suo blog nel gennaio 2026, Yarvin riconosce che la realtà si è rivelata diversa e che Trump non è stato all’altezza delle aspettative. La sua diagnosi è che le critiche abitualmente rivolte a Trump – l’accentramento del potere, i tratti da aspirante dittatore, l’insofferenza per le procedure diplomatiche – riguardano aspetti che il tycoon, paradossalmente, non sta perseguendo in modo sistematico e coerente: «Trump in realtà non desidera il pieno potere. Anzi, ne ha paura. E non è solo lui: lo temono ancora di più le persone che lo circondano». Secondo Yarvin, le politiche dell’autunno 2025 avevano aperto uno spiraglio: intere agenzie e programmi governativi erano stati smantellati, e Washington non aveva mai visto nulla di simile. Tuttavia, quell’accelerazione si è presto arrestata e l’ordine precedente si è in qualche modo reinstaurato. In definitiva, Trump non si conforma pienamente al progetto che Yarvin vorrebbe implementare in America: quello di una tecnomonarchia. Non è, in altre parole, abbastanza reazionario. In un certo senso, proprio come gli attivisti Maga, Trump resta prigioniero del breve termine, mentre la prospettiva di Yarvin è interamente rivolta al futuro.
Sarebbe un errore pensare che le idee di Yarvin spieghino in modo esaustivo la politica di Trump e del trumpismo. Ma sarebbe altrettanto sbagliato liquidarle come semplici elucubrazioni di un blogger che si autodefinisce intellettuale. È difficile, per esempio, credere che il video di Trump con la corona in testa in risposta alle manifestazioni «no Kings» non abbia alcun legame con l’esistenza di un ideologo – citato più volte dall’attuale vicepresidente americano – che auspica apertamente la trasformazione degli Stati Uniti in una monarchia tech assoluta. Il punto, allora, è interrogarsi sulle conseguenze che idee così radicali potrebbero produrre nel medio e nel lungo periodo. D’altra parte, Yarvin ha più volte ribadito di non avere fretta: abolire la democrazia e trasformare gli Stati Uniti in una monarchia tecnologica potrebbe richiedere anche decenni. E questo, per lui, non rappresenta affatto un problema. È evidente che Yarvin ragiona su un orizzonte temporale estremamente lungo e considera il trumpismo non come un punto di arrivo, ma come un semplice punto di partenza.
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