EDMUND BURKE, PADRE TRADITO DEI CONSERVATORI

 

EDMUND BURKE, PADRE TRADITO DEI CONSERVATORI

Come e perché i Maga recuperano il pensatore anglo-irlandese. Da Leo Strauss a J.D. Vance passando per Charlie Kirk: la rete di potere e influenza delle NatCon. La critica al liberalismo di Deneen. Quel che la destra americana non ricorda del suo autore preferito.
di Giacomo M. ARRIGO
Pubblicato il Aggiornato il 
Pubblicato in: L'AMERICA INGOLFA IL MONDO - n°2 - 2026


1. Il discorso conservatore nell’America trumpiana è alla ricerca di giustificazioni intellettuali profonde, di consonanze con i grandi maestri del passato, nel tentativo di una legittimazione che non sia solo quella dell’opportunità momentanea o dell’interesse economico. Gli intellettuali d’area – se così ci è permesso chiamarli – si trovano nella difficile condizione di dover gettare ponti fra un presente turbolento e altrettanto turbolenti periodi storici del passato: l’obiettivo è cercare consonanze, perfino rassicurazioni, utili ad evitare un completo spaesamento. In questa storia di tradizioni e di tradimenti, a farne le spese è Edmund Burke, il grande filosofo e politico anglo-irlandese che, in pieno Settecento, divenne il primo grande critico della Rivoluzione francese.

Gli intellettuali americani impegnati nella ratifica del nuovo corso repubblicano si sono presto accordati intorno a un semplice punto: la filosofia di Burke è il necessario riferimento speculativo per il conservatorismo contemporaneo. Ad esempio, la Edmund Burke Foundation di Yoram Hazony, fondata nel 2019 e che si richiama fin dal nome al filosofo anglo-irlandese, organizza annualmente in giro per l’Occidente le NatCon, conferenze sul conservatorismo nazionale, alle quali prendono parte personalità di spicco del panorama conservatore americano ed europeo. Citando solo alcuni nomi famosi al grande pubblico, in occasione dell’edizione del 2020 tenutasi a Roma hanno partecipato Giorgia Meloni, Marion Marechal, Viktor Orbán, Antonio Martino e altri leader europei; nel 2022 a Miami hanno parlato, tra gli altri, Ron DeSantis, Marco Rubio, Peter Thiel e R.R. Reno; nel 2024 a Washington D.C. J.D. Vance e Vivek Ramaswamy; nel 2025, sempre a Washington D.C., Tulsi Gabbard, Nigel Farage, Steve Bannon e Patrick J. Deneen. Charlie Kirk nei suoi dibattiti si riferiva spesso a lui, influencer politici come Steve Bannon si connettono alle sue idee a ogni piè sospinto, e intellettuali come Deneen ne fanno la pietra angolare del loro edificio speculativo. Per non parlare di Roger Scruton, il più celebre pensatore conservatore del secondo dopoguerra e sovente citato da Giorgia Meloni 1, che pur non appartenendo di fatto al contesto americano contemporaneo (era inglese, nato nel 1944 e morto nel 2020), si è da sempre riallacciato all’eredità burkeana: «Mentre familiarizzavo con la letteratura conservatrice, mi rendevo conto che la mia posizione non era in alcun modo nuova e che, anzi, era esattamente identica a quella di Edmund Burke» 2.

Difficile dire fino a che punto l’operazione di riappropriazione da parte dei nuovi repubblicani stia riuscendo. Il motivo è presto detto: la filosofia burkeana non è sistematica, e il rischio di operare in modo troppo selettivo è dietro l’angolo. Burke non scrisse mai un trattato metodico e strutturato, affidando i suoi pensieri ai dibattiti parlamentari e a lettere private. Ma questo non ha certo frenato i rappresentanti del conservatorismo del nuovo millennio, che l’hanno invece subito eletto come proprio padrino. Forse distorcendone il pensiero, ingigantendone alcune dichiarazioni e tacendone altre, forse più importanti. Perché se Burke esaltò sempre la propria coerenza in tutto ciò che fece e scrisse 3, studiare il suo pensiero in modo parziale e frammentario significa andarne contro lo spirito originario.

2. Da qualche tempo è invalsa l’abitudine di far risalire la distinzione tra destra e sinistra politica al dibattito a distanza tra due figure intellettuali di spicco, Edmund Burke e Thomas Paine. In parte complice il libro del politologo israelo-americano Yuval Levin intitolato The Great Debate. Edmund Burke, Thomas Paine, and the Birth of Right and Left (2014) 4, i due pensatori inglesi hanno finito per simboleggiare due schieramenti intellettuali opposti: da una parte il conservatorismo (Burke), dall’altra il progressismo (Paine).

Sebbene possa sembrare una semplificazione (e in parte lo è), è indubbio che questa descrizione colga un significativo snodo evolutivo all’interno della storia delle idee. Edmund Burke (1729-1797) è stato il grande oppositore della Rivoluzione francese, intesa da lui come un momento drammaticamente nefasto della storia europea, una rottura irreparabile entro la continuità evolutiva dei popoli del Vecchio Continente. Thomas Paine (1737-1809), invece, è stato il grande difensore e strenuo tifoso dell’abbattimento dell’ancien régime in vista di un mondo finalmente liberato dall’oppressione. Il primo è autore del celebre Reflections on the Revolution in France (1790), al quale invece il secondo ha replicato con Rights of Man (1791), una violenta invettiva contro «il rancore, il pregiudizio e l’ignoranza» 5 che attribuisce a Burke.

Generalmente gli anni Cinquanta del Novecento vengono considerati come il momento del revival conservatore negli Stati Uniti: il forte anticomunismo culminato nel maccartismo, il rafforzamento del binomio American way of life contra comunismo sovietico, unitamente all’esaltazione della famiglia nucleare tradizionale e all’ampio consenso bipartisan su una linea dura verso l’Urss, sono stati assorbiti anche dall’ambiente intellettuale ed accademico. In quel clima, il pensiero di Burke è stato recuperato per il suo atteggiamento riformista e non rivoluzionario, tradizionalista e non progressista, divenendo vieppiù lo standard del nuovo orizzonte conservatore. Non che prima di conservatorismo non si parlasse; solo, mancava un dichiarato precursore, un illustre fondatore storico, che ogni rispettabile corrente intellettuale merita.

<span class=gwt-InlineHTML kpm3-ContentLabel>Carta di Laura Canali - 2023</span>
 

Due sono i libri che hanno consacrato Burke nella qualità di padre nobile del conservatorismo: The Conservative Mind di Russell Kirk e Natural Right and History di Leo Strauss, entrambi usciti nel 1953 ed entrambi complici di un rinnovato richiamo alla legge naturale in ambito sociale e politico. Kirk, in particolare, pone Burke all’inizio di una lunga genealogia d’intellettuali legati al cosiddetto conservatorismo, scrivendo già nelle prime pagine: «Questo libro è un’analisi di pensatori lungo la linea di Burke (…) convinto come sono che Burke sia il vero maestro del principio conservatore. (…) Un conservatorismo consapevole, nel senso moderno, si è manifestato solamente nel 1790, con la pubblicazione di Reflections on the Revolution in France. In quell’anno il vigore profetico di Burke fissò per la prima volta all’interno della coscienza pubblica la polarità oppositiva di conservazione e innovazione» 6. Un giudizio, questo, rimasto stabile nel tempo e cristallizzato poi dal filosofo Robert Nisbet, che nel 1986 scrive: «Raramente, nella storia del pensiero politico, un sistema di idee è dipeso da un solo uomo e un solo evento, come è stato per il conservatorismo moderno, talmente legato a Burke e al suo fiero antigiacobinismo che i suoi temi degli ultimi due secoli non sono altro che corollari agli enunciati di Burke sulla Francia rivoluzionaria» 7.

Burke è il grande avversario di azioni collettive inconsulte e repentine, fulgido assertore di una posizione prudente e moderata, sempre lontano dal propugnare inedite ricomposizioni di istituzioni politiche o pratiche consolidate, e difensore delle tradizioni spontanee dei popoli. Il suo pensiero contiene una forza che continua a parlare alle generazioni contemporanee. Eppure Burke, parlamentare whig dal 1765 al 1794 presso la Camera dei Comuni e mai filosofo «di professione», è e rimane un pensatore sui generis: sostenne un certo grado d’indipendenza delle colonie americane e i diritti dei cattolici irlandesi contro il dominio inglese, si oppose ai privilegi della Compagnia delle Indie Orientali e agli abusi del potere monarchico nei confronti del parlamento, e attaccò con fermezza i rivoluzionari francesi. In questo senso, il pensiero burkeano presenta sfumature che lo rendono parzialmente indecifrabile, o quantomeno complesso. Ad esempio, quando prese le difese del popolo indiano vessato dai capricci della Compagnia britannica delle Indie Orientali, Burke non esita a manifestare tutta la sua simpatia per un popolo extraeuropeo contro gli interessi del proprio paese. Attaccato persino dai membri del suo stesso partito, non demorde dal proposito di accusare pubblicamente il governatore generale della Compagnia, Warren Hastings. E con un’enfasi e un trasporto fin troppo moderni, scrive: «So bene cosa sto facendo, che piaccia o meno alle persone bianche (whether the white people like it or not 8. È per tal motivo che il sociologo Karl Mannheim ha potuto scrivere che «Burke divenne sì con l’età sempre più conservatore, ma mantenne pur sempre tante istanze di libertà, che anche oggi i liberali inglesi possono rivendicarne l’eredità» 9.

Tutto ciò per ricordare che la filosofia morale e politica di Burke è particolarmente articolata e oggetto di continue, e talvolta contrastanti, letture interpretative. Ma quando di un pensiero si fa una bandiera ideologica, la complessità tende ad evaporare: è il destino di tanti autori, come Karl Marx, Friedrich Nietzsche e Jean-Jacques Rousseau. Così, l’idea di un Burke fondatore del conservatorismo continua ad essere perpetrata, talvolta con tono elogiativo e talaltra denigratorio. E prosegue ancora oggi, rispolverata com’è dalla destra Maga e da intellettuali vicini al Partito repubblicano. Burke è tornato. Forse non se n’era mai andato. Oggi parla attraverso i suoi autoproclamati eredi, e le sue idee tornano a circolare nell’arena pubblica come mai prima d’ora.

3. Partiamo con la Edmund Burke Foundation, un think tank americano fondato nel 2019 con sede a Washington D.C. La Fondazione ha l’esplicito obiettivo di rivitalizzare quello che chiama National Conservatism, il conservatorismo nazionale o nazional-conservatorismo. Rispetto al conservatorismo liberale, che invece propone una ricetta aperta a compromessi con varie forme di liberalismo economico e politico, il conservatorismo nazionale insiste sull’identità nazionale, intesa come una miscela unica di norme sociali, religiose e dal forte connotato etnico. Presidente e fondatore della Edmund Burke Foundation è Yoram Hazony, filosofo israelo-americano autore di The Virtue of Nationalism (2018), tradotto in italiano come Le virtù del nazionalismo (Guerini e Associati, 2019), e di Conservatism: A Rediscovery (2022), tradotto come La scoperta del conservatorismo (Giubilei Regnani, 2023). Nel secondo testo, Hazony scrive che «per nazione, intendiamo un certo numero di tribù con un’eredità condivisa, che di solito include una lingua, una legge o una tradizione religiosa in comune, e un passato in cui ci si è uniti contro nemici comuni e per perseguire imprese congiunte. (…) Per Stato nazionale, intendiamo una nazione le cui tribù più disparate si sono riunite sotto un unico governo permanente, indipendentemente da tutti gli altri governi» 10. E chiosa: «Il paradigma liberale è cieco nei confronti della nazione» 11. Questa descrizione, per quanto analitica e quindi apparentemente scientifica, nasconde in realtà un’implicita parzialità per Israele: l’idea di «nazione come di un insieme di tribù, che a rigore non condividono uno stesso territorio, e di «Stato nazionale» come di una riunificazione delle tribù prima sparse, si applica più al popolo ebraico e allo Stato d’Israele che non a tutti gli altri popoli, tradizionalmente radicati in una porzione geografica ben specifica. Similmente, anche un altro filosofo e sociologo israelo-americano ed ebreo egli stesso, Amitai Etzioni, nel tentativo di definire il concetto di «comunità”» scrive che «la comunità non implica necessariamente una concentrazione geografica» 12. E infatti aggiunge: «Si può parlare, per esempio, di una comunità ebraica in una città anche se i suoi membri sono distribuiti tra la popolazione e mantengono il loro sistema socio-normativo attorno a istituzioni fondamentali quali la sinagoga o le scuole private» 13.

Ora, l’idea di una condivisione valoriale e identitaria, dunque nazionale, sganciata dalla partecipazione alla vita comunitaria di un dato territorio è alquanto aliena, o almeno così ci pare, alla filosofia di Edmund Burke: la sua idea di comunità è sempre legata, anche visivamente, alle placidità del countryside inglese, che spesso egli richiama in modo romantico e pure nostalgico. Nonostante ciò, Burke viene recuperato in chiave nazionalista (in un’intervista a Il Foglio del 2019, Hazony definisce Burke «la pietra angolare del conservatorismo» 14) e posto a fondamento di un edificio teorico che, nella pagina online della fondazione dedicata allo Statement of Principles del conservatorismo nazionale, comprende i seguenti punti: 1) indipendenza nazionale; 2) rifiuto dell’imperialismo e del globalismo; 3) centralità del governo nazionale; 4) Dio e religione pubblica; 5) Stato di diritto; 6) libertà d’impresa; 7) ricerca pubblica; 8) famiglia e bambini 9) immigrazione; 10) razza 15.

4. Come già accennato, la Edmund Burke Foundation organizza e promuove anche le conferenze note come NatCon, divenute il cuore pulsante dell’intellettualità conservatrice americana e occasione di scambio di idee tra partecipanti da tutto il mondo. Finora le conferenze si sono tenute a Orlando, Bruxelles, Miami, Londra, Roma e Washington D.C. 16. È chiaro che una così vasta influenza della Edmund Burke Foundation pone programmaticamente la filosofia burkeana al fondo di un ripensamento del conservatorismo stesso, sia esso nazionalista o liberale. Talvolta in modo ragionato talaltra in modo superficiale, le più brillanti menti repubblicane si riallacciano – anche idealmente – a Burke come proprio padrino. Ed è così che il suo nome viene interpolato, quasi come un intercalare, nelle dichiarazioni pubbliche di personalità in vista, anche attraverso diversi post sul social media X.

Merita una menzione un recente episodio: durante un dibattito all’Oxford

Union tenutosi il 20 maggio 2025, Charlie Kirk disse: «Incoraggerei tutti voi che siete intellettualmente onesti, che siete di sinistra, che siete liberali, a conoscere ciò in cui credono i conservatori meglio dei conservatori stessi. Leggete la nostra letteratura. Leggete C.S. Lewis, Mere Christianity. Andate a leggere Edmund Burke. Andate a leggere Russell Kirk, con il quale non ho alcuna parentela. Andate a leggere Milton Friedman. Comprendetela, dedicatele tempo, trattatela con rispetto». E in più occasioni durante i suoi dibattiti, Kirk si è richiamato a Burke come guida ed esempio del pensiero conservatore.

Persino Steve Bannon, generalmente restio a citare i propri riferimenti intellettuali, si è appoggiato abbondantemente sul pensiero burkeano. In occasione di una lezione tenuta nel 2016 per la Liberty Restoration Foundation, ha apertamente parlato del «Burkean compact» («il contratto burkeano»), sostenendo che «abbiamo il sacro dovere di mantenere le tradizioni del passato e passarle al futuro», sebbene la generazione dei baby boomer non sia stata all’altezza del compito e abbia abbandonato i valori dei genitori per volgersi a falsi idoli. Il riferimento è a diversi passi contenuti in Reflections on the Revolution in France, dove il filosofo anglo-irlandese scrive: «I popoli che non si volgono indietro ai loro antenati non sapranno neanche guardare al futuro. (…) Il popolo inglese sa bene che l’idea ereditaria fornisce un principio sicuro di conservazione e un principio sicuro di trasmissione, senza affatto escluderne uno di miglioramento» 17. E ancora: «Quando si agisce continuamente come se si fosse alla presenza di antenati venerabili, lo spirito della libertà, che porterebbe in sé stesso a tumulti ed eccessi, è temperato da una gravità che ispira timore» 18. Infine: «È vero che la società è un contratto, ma un contratto di ordine superiore. (…) È questo un contratto che riguarda ben altre esigenze di quelle pertinenti agli interessi animali di una natura effimera e corruttibile. È questo un contratto che ha in sé tutte le arti, tutte le scienze, tutte le virtù e la più grande perfezione. E siccome il fine di tale contratto non è perseguibile che nel corso di molte generazioni, ecco che questo contratto non vincola solo i vivi, ma i vivi, i morti e coloro non ancora nati» 19.

5. Un capitolo a parte merita Patrick J. Deneen, professore di scienze politiche alla University of Notre Dame, Indiana. Con il suo libro Why Liberalism Failed (2018) è diventato un intellettuale di riferimento del mondo conservatore statunitense, specialmente per l’area teorica cosiddetta post-liberale. Il libro, tradotto in più di venti lingue, ha avuto persino il plauso di Barack Obama e Cornel West, e ha ricevuto approvazioni entusiastiche dal New York Times e dall’Economist. J.D. Vance ha più volte parlato di Deneen come di un suo importante riferimento intellettuale, avendo pure partecipato in prima persona all’evento «Regime Change & The Future of Liberalism» organizzato il 17 maggio 2023 dallo Intercollegiate Studies Institute presso la Catholic University of America, Washington, D.C., in occasione della pubblicazione dell’ultimo libro di Deneen, Regime Change: Towards a Postliberal Future. Più di recente, nel settembre 2025, Deneen ha preso parte alla NatCon di Washington, D.C., con uno intervento intitolato «Renewing American Political Theology: The Task for Conservatism Today».

In Why Liberalism Failed, Patrick Deneen propone una lettura radicale e sorprendente del fallimento del progetto liberale. A suo avviso, il liberalismo non ha semplicemente tradito le proprie promesse: piuttosto, è il suo stesso successo ad aver generato le condizioni della crisi contemporanea. L’autore analizza in modo critico il sistema politico e culturale del liberalismo occidentale, mettendo in luce le contraddizioni interne che ne hanno portato, secondo l’autore, al declino e al fallimento. La considerazione di fondo è: il liberalismo ha fallito perché si è pienamente dispiegato?

Ora, all’interno di Why Liberalism Failed i riferimenti a Edmund Burke abbondano. Ad esempio, Deneen scrive: «Non è vero che le tradizioni non possono essere modificate; piuttosto, come sosteneva Burke, esse dovrebbero essere lasciate evolvere dall’interno, con la comprensione e il consenso di coloro che hanno costruito la propria vita e le proprie comunità attorno a quelle pratiche» 20. In questo passo è presente un intendimento più appropriato del pensiero burkeano, radicato in molteplici parti delle sue opere. Ad esempio: «È da considerare il fatto che nelle vecchie istituzioni col tempo si sono provveduti correttivi per la loro deviazione dai principi torici. Queste modificazioni sono la risultante naturale di varie necessità ed espedienti» 21. In un altro testo, Burke scrive (e in modo alquanto controintuitivo per una superficiale mentalità conservatrice): «Tutti dobbiamo obbedire alla grande legge del mutamento. Essa è la più potente legge di Natura, forse anzi è lo strumento della sua conservazione. Tutto ciò che noi possiamo fare, che la saggezza umana può fare, è provvedere che il mutamento avvenga per gradi impercettibili. Ciò reca tutti i benefici del mutamento senza alcuno degli inconvenienti dello snaturamento. Tutto viene affrontato via via che si presenta» 22.

Sempre in Why Liberalism Failed, Deneen oppone al liberalismo (nella duplice forma di liberalismo classico e progressista) il cosiddetto «lived Burkeanism», cioè un burkeanismo vissuto. In questo senso, Deneen reinterpreta le origini del dibattito contemporaneo tra destra e sinistra, e scrive: «Contrariamente all’argomento di Yuval Levin secondo cui il Great Debate è stato tra Burke e Paine, le culture wars del nostro tempo hanno più a che fare con le differenze tra burkeani impliciti, da una parte, e diretti discepoli di Mill, dall’altra» 23. Il riferimento è al filosofo John Stuart Mill, che Deneen vede come colui che più di ogni altro pensatore dell’epoca ha insistito sulla liberazione da ogni tradizione come presupposto per l’emancipazione degli individui. Burke, invece, aveva opposto allo spirito illuministico a lui contemporaneo una provocatoria riaffermazione dei pregiudizi: «Noi inglesi siamo generalmente uomini legati ai sentimenti più naturali, uomini che invece di disfarsi di tutti i vecchi pregiudizi preferiscono coltivarli e persino, a nostra maggiore vergogna, aggiungerò che li coltiviamo proprio in quanto pregiudizi, tanto più cari quanto più lunga e più remota ne è stata l’esistenza» 24.

Va da sé che Burke, attento com’era alle parole, abile oratore e politico di prim’ordine, con questo passo voleva scandalizzare, ma non intendeva di certo custodire superstizioni, credenze insensate o fantasie erronee, bensì pillole inconsce di una saggezza secolare; pregiudizi, insomma, non nel senso di opinioni infondate bensì «pre-giudicate» dai popoli nel corso dei secoli passati. In questo, Deneen si mostra un più attento interprete di Burke, sensibile alle sfumature del suo pensiero e capace di evitare i vicoli ciechi di una sciocca giustificazione ad oltranza dell’esistente.

Carta di Laura Canali - 2026
Carta di Laura Canali - 2026 

6. Insomma, Burke è tornato. Ed è diventato il cavallo di battaglia di coloro che intendono difendere uno stile di vita lento, comunitario, identitario, lontano dal marasma metropolitano e incompatibile con il multiculturalismo caotico. In lui vedono una giustificazione del radicamento, il fondamento dell’identità nazionale, un argine al liberalismo.

Epperò il Burke storico, l’oratore instancabile, l’indefesso custode delle tradizioni, certo condannò la Rivoluzione francese, ma difese strenuamente la tradizione indiana contro gli interessi commerciali britannici, prese le parti dei cattolici irlandesi contro le pretese della Corona, si schierò moderatamente in favore dell’indipendenza delle colonie americane, e questo in modo del tutto coerente con il suo sistema filosofico.

Oggi un recupero di Burke dovrebbe essere consonante con tutto questo, nel riconoscimento che egli sempre e ovunque condannò l’oppressione ingiusta e il potere arbitrario. Scrive: «La legge e il potere arbitrario sono in eterna ostilità tra loro. Nominatemi un magistrato, e io dirò proprietà; nominatemi qualsiasi potere, e io dirò protezione. È una contraddizione in termini, è una bestemmia in religione, è una malvagità in politica, affermare che qualsiasi uomo possa avere un potere arbitrario. I giudici sono guidati e governati dalle eterne leggi della giustizia, alle quali siamo tutti assoggettati. Possiamo mordere le nostre catene, se vogliamo, ma dovremmo conoscere noi stessi ed essere edotti del fatto che l’uomo è nato per essere governato dalla legge; e colui che la vuole sostituire con l’arbitrio è un nemico di Dio» 25. L’arbitrio conduce all’ingiustizia, e l’ingiustizia è sempre illegittima: non c’è tradizione che tenga dinnanzi alla mancanza di leggi e all’oppressione degli innocenti.

Al nuovo pensiero conservatore americano, specialmente quello post-liberale, manca una sistematica riflessione intorno a questo tema, che è invece ben presente in Burke. Nella situazione globale attuale, segnata da un indebolimento quasi irreparabile del diritto internazionale, un recupero integrale del pensiero di Edmund Burke potrebbe fungere da correttivo per una certa visione del mondo riformata lungo le linee dell’arbitrarietà del potere delle grandi potenze mondiali.

L’8 gennaio 2026 Donald Trump ha dichiarato al New York Times«Non ho bisogno del diritto internazionale. I miei poteri sono limitati solo dalla mia morale personale, dalla mia mente. È l’unica cosa che possa fermarmi». Ecco allora che una riflessione intorno alle «eterne leggi della giustizia», come Burke le chiama, si impone nuovamente per la sua urgenza. E no, non si tratta di un’impresa utopica: d’altronde, Burke è un pensatore espressamente antiutopico. È una riflessione teologico-morale (e non teologico-politica) quella che Burke suggerisce e incoraggia, come emerge limpidamente in suo un famoso passaggio troppo spesso intenzionalmente omesso: «Siamo tutti allo stesso modo, alti e bassi, governatori e governati, – siamo tutti nati in soggezione a una grande legge immutabile e preesistente, anteriore a tutte le nostre invenzioni e a tutti i nostri espedienti, antecedente a tutte le nostre idee e a tutte le nostre sensazioni, superiore alla nostra stessa esistenza, e attraverso la quale siamo legati e connessi all’eterna struttura dell’universo da cui non possiamo fuggire. Questa grande legge non nasce dalle nostre convenzioni o dai nostri accordi; al contrario, dà alle nostre convenzioni e ai nostri accordi tutta la forza e la sanzione che possono avere. Non nasce dalle nostre vane istituzioni. Ogni dono è da Dio; ogni potere è di Dio; e Colui che ha dato il potere, e da cui solo ha origine, non permetterà mai che l’esercizio di esso sia praticato su basi meno solide del potere stesso» 26.

 

Note:

1. Meloni cita Scruton già nel discorso pronunciato per ottenere la fiducia alla Camera nel 2022, ove lo definisce «uno dei grandi maestri del pensiero conservatore europeo».

2. R. Scruton, Manifesto dei conservatori, Milano 2007, Raffaello Cortina, p. 3.

3. In Appeal from the New to the Old Whigs, parlando di sé in terza persona, scrive: «Se egli osasse attribuirsi un qualche valore, è proprio per la virtù della coerenza a sé stesso che egli se ne attribuirebbe di più». Cfr. E. Burke, «Ricorso dai nuovi agli antichi Whigs», in Id., Scritti politici, Torino 1963, Utet, p. 473.

4. Y. Levin, The Great Debate. Edmund Burke, Thomas Paine, and the Birth of Right and Left, New York 2014, Basic Books.

5. Th. Paine, I diritti dell’uomo, Roma 2016, Editori Riuniti, p. 137.

6. R. Kirk, The Conservative Mind, Washington 2019, Gateway Editions, pp. 5-6.

7. R. Nisbet, Conservatorismo: sogno e realtà, Soveria Mannelli 2012, Rubbettino, p. 3.

8. E. Burke, «To Miss Mary Palmer», in H.C. Mansfield (a cura di), Selected Letters of Edmund Burke, Chicago 1984, The University of Chicago Press, p. 381.

9. K. Mannheim, Conservatorismo. Nascita e sviluppo del pensiero conservatore, Roma-Bari 1989, Laterza, p. 58.

10. Y. Hazony, La scoperta del conservatorismo, Roma-Cesena 2023, Giubilei Regnani, p. 104.

11. Ibidem.

12. A. Etzioni, «Vecchie storie e nuovi stimoli», in Id. (a cura di), Nuovi comunitari. Persone, virtù e bene comune, Casalecchio 1998, Arianna Editrice, p. 17.

13. Ivi, pp. 17-18.

14. «Il profeta del nazionalismo. Intervista con l’intellettuale Yoram Hazony, che vuole rinnovare la destra ripulendo l’idea di patria», Il Foglio, 22/12/2019..

15. «National Conservatism: A Statement of Principles», National Conservatism, ultimo accesso: 15/1/2026.

16. L’ultima conferenza, tenutasi a Wahsington, D.C. dal 2 al 4 settembre 2025, è stata narrata da F. Petroni, «Lo sfascio», pp.115-125 e «Cambio di regime», pp. 167-179, Limes, 10/2025, «Tutti contro tutti».

17. E. Burke, Riflessioni sulla Rivoluzione in Francia, Torino 1963, Utet, p. 192.

18. Ivi, pp. 193-194.

19. Ivi, p. 268 (corsivo aggiunto).

20. P.J. Deneen, Why Liberalism Failed, New Haven 2019, Yale University Press, p. 81.

21. E. Burke, Riflessioni sulla Rivoluzione in Francia, cit., p. 356.

22. Id., «Lettera a Sir Hercules Langrishe», in Id., Scritti sull’Impero. America, India, Irlanda, Torino 2008, Utet, p. 487.

23. P.J. Deneen, op. cit., p. 144.

24. E. Burke, Riflessioni sulla Rivoluzione in Francia, cit., p. 257.

25. E. Burke, «Speech on Opening of Impeachment (16 February 1788)», in P.J. Marshall (a cura di), The Writing and Speeches of Edmund Burke, Oxford 1991, Clarendon Press, p. 351.

26. Ivi, p. 350. Per una ricognizione della filosofia morale burkeana, mi permetto di rimandare al mio La filosofia morale di Edmund Burke. Culture, tradizioni, civiltà, Roma 2023, Carocci.



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