EUROPEI CONTRO
EUROPEI CONTRO
1. Giulio Andreotti direbbe che gli europei amano tanto l’Europa da volerne ventisette. Ventotto, includendo il Regno Unito uscito sbattendo una porta che il vento della storia è tornato a socchiudere. Nulla di nuovo. Le dinamiche comunitarie ci hanno abituato a uno iato tra princìpi solidali e solipsismi pratici che dalla bocciatura franco-olandese della costituzione europea (2005) all’emergenza migranti (2015-16), passando per la crisi dell’euro (2009-10) e il Brexit (2016), ha visto i paesi dell’Unione Europea derogare all’asserito «primato del diritto» ogniqualvolta fosse ritenuto comodo e/o necessario in un’ottica di interesse nazionale.
Proprio perché gli europei amano tanto le loro ventotto Europe, hanno sinora desiderato e spesso invocato – specialmente quando dicevano il contrario – la presenza di un ordine superiore rispetto al quale distinguersi. Soprattutto, un ordine che consentisse loro di coltivare interessi particolari abilitati dalla cornice comunitaria e scevri di eccessivi oneri esterni. Per brevità chiameremo «secolo americano» tale ordine. Solo che, direbbe Mick Jagger, non puoi sempre avere ciò che vuoi. Ed è questo il problema colossale contro cui s’infrange oggi un’Europa che si voleva solida e si scopre fragile.
Una selettiva rassegna degli ultimi fatti aventi come protagonista o innesco un’America irriconoscibile aiuta a chiarire il punto.
Partiamo da Caracas. I leader europei hanno offerto uno spettacolo a tratti surreale nel tentativo di conciliare l’inconciliabile: mostrare genuino sollievo per lo spodestamento violento del dittatore Nicolás Maduro; digerire l’accantonamento di María Corina Machado – leader dell’opposizione e Nobel per la pace considerata dagli europei l’ovvia alternativa a Maduro – in favore della scaltra Delcy Rodríguez, già vice dell’autocrate; ripudiare metodi e scelte di Trump senza disturbarlo troppo, onde garantirne l’essenziale sostegno all’Ucraina. L’arduo esercizio ha prodotto due esiti, entrambi ascrivibili alla categoria della «supplica strategica» usata da Robert Shrimsley sul Financial Times 1 per definire l’odierno atteggiamento europeo verso la Casa Bianca.
Il primo esito: un completo allineamento alle ragioni di Washington. È quello esibito tra gli altri da Giorgia Meloni, che ha sposato la logica dell’«intervento difensivo» nell’appoggiare pubblicamente il blitz venezuelano. Così facendo ha riecheggiato la narrazione della Casa Bianca, incentrata sul «narcoterrorismo» di Maduro la cui connivenza con i cartelli criminali, venezuelani e non, mirava a inondare gli Stati Uniti di stupefacenti per minarne stabilità e coesione, oltre ovviamente che per fare soldi.

Il secondo esito: sublimare la frustrazione per l’impotenza nell’appello a un diritto internazionale invocato di continuo, consapevoli della totale incapacità di farlo rispettare. Kaja Kallas, alto rappresentante dell’Ue per gli Affari esteri e la politica di sicurezza: «L’Ue ha ripetutamente detto che Maduro mancava di legittimità e ha invocato una transizione pacifica. In ogni caso, i princìpi del diritto internazionale vanno rispettati». Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea: «Esprimiamo solidarietà al popolo venezuelano e sosteniamo una transizione pacifica e democratica. Qualsiasi soluzione deve rispettare il diritto internazionale». Friedrich Merz, cancelliere tedesco: «La legalità dell’intervento statunitense [in Venezuela] è questione complessa che richiede ulteriori, attente analisi» – per ora non pervenute. Jean-Noël Barrot, ministro degli Esteri francese: la cattura di Maduro «viola il principio di non-uso della forza che sottende il diritto internazionale» – come la rimozione di Gheddafi, per intenderci. Keir Starmer, primo ministro britannico: «Non verso lacrime per Maduro, ma il diritto internazionale resta importante». Al premier greco Kyriakos Mitsotakis la palma del pragmatismo: «Nicolás Maduro era a capo di una dittatura brutale e repressiva. (…) Non è il momento di soffermarsi sulla legalità delle recenti azioni [statunitensi]» 2.
Questo riflesso pavloviano, frutto di una contraddizione irrisolvibile, emerge anche nelle reazioni alle mire dell’amministrazione Trump sulla Groenlandia. Fin da subito le capitali europee si sono affannate a rimarcare che «la difesa della Groenlandia compete alla Nato». Sottotesto: se Washington annette Nuuk uccide l’Alleanza, che senza l’America non sopravvive, ma senza la Nato (cioè l’America), l’Europa è indifesa. Le medesime cancellerie ricordano che «la Groenlandia appartiene ai groenlandesi». Deciderne il futuro spetta dunque «ai groenlandesi». Ma anche «alla Danimarca» 3. È forse l’alba del principio di etero-autodeterminazione dei popoli, che potremmo vedere presto sancito nell’acquis communautaire.
Nel suo fluviale discorso a Davos (Svizzera), Trump ha escluso l’uso della forza militare. Poi ha annunciato l’immancabile deal (accordo) che rende superflue le ventilate sanzioni agli Stati europei presenti in Groenlandia con sparuti contingenti militari. È bene non illudersi però: non sono questi ultimi ad averlo dissuaso (del resto, «senza l’America l’Europa non funziona» 4), né la timida opposizione di alcuni repubblicani e tantomeno il colloquio con il segretario della Nato Mark Rutte. Come già dopo il «liberation day» del 2 aprile 2025, determinante è stato lo smottamento dei mercati – cassaforte dei patrimoni dello stesso Trump e di molti dei suoi «tecnovassalli» – alla prospettiva di un conflitto tra Stati Uniti ed europei. Dietro le quinte, infatti, anonimi eurocrati ammettono: «Siamo tutti solidali con la Danimarca, ma poi c’è il Venezuela e nessuno piange per Maduro, e comunque la priorità è mantenere gli Usa dalla nostra per garantire all’Ucraina una soluzione degna. (…) Sappiamo che i nostri alleati [americani] non sono più quelli di un tempo, ma speriamo tutti di esserci sbagliati e che il problema se ne vada» (grafico 1) 5.

2. Il problema invece resta. Alla litania europea si contrappone infatti un messaggio statunitense brutale e univoco, che sarà forse attenuato da futuri presidenti ma che difficilmente potrà essere archiviato come se nulla fosse. Specie se a Trump dovesse subentrare uno dei suoi non pochi aspiranti epigoni – democratico come un Gavin Newsom o repubblicano come un J.D. Vance, l’etichetta poco importa.
«Il multilateralismo non ha prodotto un singolo negoziato efficace che sfociasse in una transizione ordinata, pacifica e negoziata, malgrado anni di appelli da parte di milioni di venezuelani che hanno votato, protestato ed esaurito ogni alternativa civica a un prezzo umano enorme. La Corte penale internazionale, che indaga sul Venezuela dal 2021, deve ancora emettere un singolo capo d’accusa, malgrado l’ampia documentazione di crimini contro l’umanità». Così Nizar El Fakih, analista dell’Atlantic Council, dettaglia la crescente insofferenza del mondo washingtoniano per l’irretimento dell’America nelle regole che essa stessa ha massimamente concorso ad affermare 6. Con una forza considerevole ancora schierata nei Caraibi il segretario di Stato Marco Rubio, tra i principali artefici e fautori del blitz venezuelano, ha detto che anche «Cuba è un disastro, guidata da leader incompetenti e senili. Se vivessi all’Avana e fossi nel governo, mi preoccuperei» 7. Qualche giorno dopo, intervistato dal New York Times sulla legittimità di queste e altre azioni della sua amministrazione, Trump si è limitato a dire: «Non ho bisogno del diritto internazionale (…) l’unico limite ai miei poteri è la mia moralità» 8.
Il diritto internazionale però ha bisogno di Trump: è questa la tragica verità cui gli europei sono messi di fronte. Trump pone infatti una minaccia esistenziale all’Unione Europea, maggior produttore mondiale di norme internazionali ma priva di una forza militare capace di sanzionarne il (mancato) rispetto. Ogni anno l’Ue emana oltre duemila tra atti, direttive e regolamenti indirizzati ai suoi Stati membri, che all’apice dell’ottimismo miravano a influenzare anche la condotta di soggetti terzi. Ma in un mondo dove tornano a contare soprattutto i rapporti di forza (militare, economica, finanziaria, tecnologica, industriale), la macchina normativa dell’Ue rischia l’impasse. È la nemesi dell’«effetto Bruxelles» 9, termine coniato nel 2012 da Anu Bradford, giurista della Columbia University, in assonanza al California effect in base al quale le norme ambientali dello Stato economicamente più forte della federazione tendevano nel tempo a diventare standard nazionali. L’idea su cui l’Ue basava la sua (auto)immagine di «potenza del diritto» era che le regole sulla privacy digitale, sugli ogm in agricoltura o sulla decarbonizzazione fossero introiettate da multinazionali e paesi terzi come prezzo per poter commerciare con l’Europa.
Con questa filosofia sei anni fa, in piena frenesia green, la prima Commissione von der Leyen puntò a bloccare la deforestazione con la sola forza del diritto. Importando il 30% del caffè e il 60% del cacao mondiali, l’Ue scommise che i coltivatori brasiliani di caffè e i fabbricanti malesi di guanti in lattice ci avrebbero pensato due volte prima di deforestare ancora per fare largo alle colture. Ma con Jair Bolosnaro al potere, le cose sono andate diversamente. L’attuale rallentamento del ritmo di deforestazione in Amazzonia 10 nulla deve a Bruxelles e molto al ritorno di Luiz Inácio Lula da Silva, più sensibile alla questione anche perché meno legato all’industria del legname. A mostrarsi assai meno verde è invece la seconda Commissione von der Leyen, il cui Green Deal ha ceduto il passo alla «semplificazione» normativa per rilanciare l’industria e gli armamenti. Frattanto il copione amazzonico si sta ripetendo con la retromarcia sulla normativa volta ad arginare Big Tech, che ha nell’Europa un mercato ma non una patria.
A uscirne ribadita è una spietata verità: non si regola ciò che non si controlla. Siano alberi, chip, minerali, armi, dati. Oppure energia: fino al 2019 l’Area economica europea (Ue più Islanda, Norvegia e Liechtenstein) importava dalla Russia il 60% del gas che consumava. Nel 2025 la quota è scesa all’8%, ma in parallelo il gnl (gas naturale liquefatto) statunitense è arrivato a coprire la medesima quota del consumo europeo (59%). Ciò rende l’Europa iperdipendente da Washington per la linfa vitale delle sue economie e società 11.
Questo ci porta all’ultima iterazione comunitaria della tragedia ucraina, che oggi vede gli europei divisi tra il dichiarato imperativo di difendere il paese e la ritrosia a sostenerne i costi. Riavvolgiamo brevemente il nastro. 19 dicembre, tre del mattino di una fredda notte brussellese: i leader dei paesi Ue riuniti in conclave concordano che la Commissione raccoglierà sui mercati 90 miliardi di euro con l’emissione di obbligazioni – garantite dagli Stati membri – per evitare la bancarotta dell’Ucraina nei prossimi due anni. L’accordo giunge dopo mesi di acceso dibattito sull’opportunità di usare all’uopo parte (210 miliardi) delle riserve monetarie sequestrate alla Banca centrale russa dopo l’invasione del febbraio 2022. L’ipotesi è caldeggiata da Germania e Francia, ma respinta dal premier belga Bart De Wever nel cui paese ha sede Euroclear, l’istituto presso il quale giace il grosso di dette riserve.
L’opposizione belga aveva due ragioni, entrambe fondate. Primo: acconsentire avrebbe distrutto la reputazione finanziaria e giuridica del paese. Secondo: in caso di rivalsa russa, Bruxelles (intesa come sineddoche di Belgio) sarebbe stata lasciata sola a fronteggiare risarcimenti plurimiliardari. Per rassicurare il governo belga al riguardo, la Commissione aveva promesso che non un euro sarebbe stato dato all’Ucraina se prima gli Stati membri non avessero fornito garanzie finanziarie pari ad almeno il 50% dell’importo. La promessa non è apparsa molto convincente se anche Italia, Malta, Bulgaria e Repubblica Ceca hanno finito per sostenere la richiesta belga di finanziare Kiev in altro modo, ad esempio emettendo debito pubblico comune. La soluzione non sarebbe dispiaciuta a Parigi, ma ha incontrato l’inamovibile veto di Berlino, per cui il debito comune europeo resta tabù. «La narrazione è che l’Ungheria non vuole contrarre debito comune per finanziare l’Ucraina. La realtà è che la Germania non vuole il debito comune punto e basta», confida in camera caritatis un diplomatico europeo 12.
Di nuovo, Donald Trump è il mattatore che scopre le carte. Per tre anni l’Europa si è affidata ai soldi e alle armi statunitensi per difendere l’Ucraina. Dopo che Trump, tornato alla Casa Bianca, ha sospeso l’aiuto americano, gli europei hanno aumentato il loro contributo ma in misura insufficiente a colmare l’ammanco (grafico 2). Hanno un bel dire Ursula von der Leyen – «non c’è atto più importante per la difesa dell’Europa che difendere l’Ucraina» – e il premier polacco* Donald Tusk – «la scelta è semplice: soldi oggi o sangue europeo domani» 13. Sfortunatamente, molti europei – governi e opinioni pubbliche – la pensano diversamente. Il Kiel Institute ha monitorato il sostegno all’Ucraina dall’inizio della guerra e il suo ultimo sondaggio 14 indica che l’aiuto europeo a Kiev potrebbe toccare quest’anno il suo minimo storico, lasciando scoperto il buco di Washington. Secondo i termini dell’accordo di dicembre, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia non sborseranno un centesimo.

Nemmeno tedeschi e francesi però sono entusiasti di finanziare l’Ucraina: la quota di chi è per azzerare gli aiuti (45% in Germania, 37% in Francia) eccede persino quella statunitense e supera di gran lunga quella di chi li aumenterebbe (20% e 24%, rispettivamente) (grafico 3).
Consumate le feste, gli europei sono così tornati ad accapigliarsi sui dettagli dei 90 miliardi: come e quando erogarli, chi debba pagarne gli interessi (20 miliardi di euro in dieci anni la stima), ma soprattutto per cosa Kiev debba spenderli. Di nuovo, misuriamo la distanza tra ambizioni – peraltro limitate, almeno rispetto ai proclami – e realtà. Lo schema originario prevede che l’Ucraina usi i soldi europei per comprare armi europee, salvo che queste siano insufficienti o inidonee ai suoi bisogni, ma anche in quel caso a precise condizioni. Diversi paesi, su tutti Germania e Paesi Bassi, fanno notare – non a sproposito – che l’acquisto di made in Usa è esito scontato, dato che oggi non esistono alternative europee a diversi sistemi d’arma statunitensi, come i missili Patriot. La realtà non ammette repliche.
3. Il divario tra retorica e prassi caratterizza anche l’accordo commerciale «del secolo» firmato il 17 gennaio ad Asunción (Paraguay) tra Ue e Mercosur dopo venticinque anni di negoziati. Il documento apre la strada a un’area di libero scambio comprendente oltre 700 milioni di persone e, a regime, elimina oltre il 90% dei dazi sulle merci europee esportate in America Latina. Numeri importanti frutto di battaglie epiche, rispetto alle quali l’impatto economico stimato dalla Commissione europea lascia perplessi: +77,6 miliardi di euro entro il 2040, pari allo 0,05% di pil europeo in più 15.

Ursula von Der Leyen sottolinea però che l’accordo è soprattutto «un segnale al mondo», in una fase che vede Washington impegnata a disfare la globalizzazione al punto da imporre dazi del 10% agli alleati europei che inviano contingenti (peraltro simbolici) in Groenlandia. E sia. Ma proprio per questo, oltre al quanto è il come che importa. I 27 sono arrivati fortemente divisi al negoziato e divisi hanno sottoscritto un accordo che ne rimarca l’irriducibile eterogeneità. In cambio del proprio assenso, l’Italia (sostenuta in questo dalla Francia) si è assicurata salvaguardie per l’agricoltura e promesse di nuovi fondi al settore. Parallelamente, la Germania ha combattuto affinché il suo esausto settore dell’auto abbia un accesso più facile ai consumatori latinoamericani, sebbene su pressione del Brasile – che ha un’industria automobilistica nazionale – i dazi alle auto europee, ora al 35%, saranno eliminati gradualmente e privilegiando le elettriche, su cui i produttori europei sono indietro.
Chi si è opposto fino all’ultimo all’accordo e stenta a digerirlo è Emmanuel Macron, sotto forte pressione interna da parte del potente settore agricolo e zootecnico. Il suo non expedit è stato sostenuto da Polonia, Austria, Irlanda e Ungheria, il cui voto contrario non è tuttavia bastato a sabotare il negoziato. La ripicca è arrivata al Parlamento europeo, che ha votato per subordinare la ratifica al parere della Corte di giustizia europea: un iter che potrebbe richiedere fino a due anni. Il cancelliere tedesco Merz, in una delle sue rare dichiarazioni condivisibili, ha definito «deplorevole» la decisione in quanto «non coglie la situazione geopolitica» 16.
Oltre che in tribunale, la battaglia si sposta ora sui propositi della Commissione di rivoluzionare il modo in cui l’Ue spende i quasi 2 mila miliardi di euro (circa l’1% del pil aggregato) del proprio bilancio nel prossimo periodo di programmazione, 2028-2034. L’idea, in linea con le priorità del momento, è spostare centinaia di miliardi dai sussidi a Regioni e agricoltura alla difesa e alla competitività industriale. Le modifiche hanno negli Stati membri settentrionali i principali fautori, ma trovano contrari i paesi dell’Europa centro-meridionale che si apprestano a dare battaglia. Questa si preannuncia intensa, dato che i nordici sono infuriati per il modo in cui la Commissione l’ha data vinta a francesi e italiani sull’agricoltura per portare a casa il Mercosur. Oggi i fondi agricoli valgono circa il 46% del bilancio comunitario. Bruxelles voleva ridurli al 25% circa a partire dal 2028, ma per addolcire Roma (missione compiuta) e Parigi (non altrettanto) consentirà agli Stati membri di attingere altri 45 miliardi a un fondo per le emergenze 17. Ora quel fondo andrà quasi esclusivamente agli agricoltori, sicché in caso di emergenze – che ultimamente non mancano – i soldi andranno reperiti altrove.
Alle spallate di Washington, la cui complice antinomia ha concorso per decenni all’avanzamento del progetto comunitario, gli Stati europei reagiscono dunque sovraordinando apertamente sé stessi alla cornice che pretendeva contenerli. A dicembre, quando Trump ha definito «deboli» i leader europei e ha pubblicato una Strategia di sicurezza nazionale che incita alla «resistenza» contro una Ue giudicata «avversa» agli interessi americani e incline al «suicidio civile», i governi avrebbero premuto su von Der Leyen affinché non reagisse, in modo da non indispettire la Casa Bianca e mantenerla sul carro ucraino. Friedrich Merz si è poi affrettato a dire che se Trump «non può fare affidamento, come appare ovvio» sulle istituzioni europee, «ci sono singoli paesi, in primo luogo la Germania ovviamente, con cui la cooperazione può continuare» 18. Danke.
Lo stesso, tenace nazionalismo continua a connotare le scelte in materia finanziaria e fiscale, dove il «no» tedesco al debito comune – anticamera di un federalismo europeo aborrito da Berlino – fa il paio con la doppia faccia del Lussemburgo, cofondatore delle Comunità europee e patria di Jean-Claude Juncker, tra gli eurocrati viventi di più lungo corso. Claude Marx (nessuna parentela), capo della Commissione di vigilanza finanziaria del granducato, afferma che accentrare la supervisione bancaria nella Bce «creerebbe un mostro» 19. Quello che, almeno ufficialmente, sarebbe un obiettivo chiave della Ue, risulta dunque frustrato da uno dei più piccoli Stati membri (popolazione: 682 mila persone), sostenuto da Irlanda, Malta e Cipro. Paesi accomunati dalle piccole dimensioni, ma soprattutto da regimi fiscali che è eufemistico definire laschi. Nel Lussemburgo il 25% del pil è generato dai servizi finanziari e la parte del leone è svolta dalla gestione dei patrimoni medio-grandi: oltre 7,3 miliardi di euro il montante gestito, il maggiore d’Europa.

Non stupisce che il premier britannico Keir Starmer, desideroso di «riallineare» il suo paese alla Ue per contrastare l’impatto del Brexit, escluda categoricamente dall’esercizio la City (distretto finanziario) di Londra, che genera il 9% del pil nazionale e dà lavoro a oltre un milione di persone 20. Le autorità britanniche di settore hanno approfittato di questi anni fuori dalla Ue per smantellarne alcune regole, come il tetto ai bonus dei banchieri o l’introduzione di Basilea III (le regole che dovrebbero evitare una nuova Lehman Brothers) e non intendono tornare indietro. Perché poi? L’Europa ha oltre 35 Borse valori, 17 banche dei regolamenti e 28 depositari centrali che liquidano e regolano titoli internazionali: una pletora rispetto agli Stati Uniti, il mercato finanziario che a parole gli europei prendono a modello. Una City (of London) in più non fa grande differenza. Oppure sì?
4. «È troppo ottimistico annunciare la decisione di eliminare tutte le frontiere in Europa e poi metterla in pratica?», chiedeva Jacques Delors nel 1985. A posteriori, la mesta risposta è: sì. Molte barriere intra-europee alla circolazione di beni e persone sono state rimosse nel 1992, ma ne rimangono di inamovibili per i servizi, i capitali e diversi aspetti occupazionali. La Banca centrale europea stima che le residue barriere al commercio equivalgano a un dazio del 100% sui servizi e del 65% sui beni. Nuove regole su prodotti e servizi hanno inoltre eroso alcuni dei progressi fatti in precedenza 21.
In realtà, il mercato unico non è mai stato concepito per essere applicato completamente all’infuori dei manufatti, sebbene già al tempo di Maastricht i servizi costituissero la quota principale di molte economie europee. Il risultato è ciò che Mario Monti chiama «triangolo dell’ipocrisia»: imprese e governi nazionali ripetono che l’Ue si deve svegliare e completare il mercato unico, «quando in realtà il grosso degli ostacoli viene proprio dai governi nazionali su pressione dei rispettivi ambienti economici» 22. I costi associati allo stabilirsi per lavoro in un altro paese dell’Unione sono otto volte maggiori di quelli in cui incorrono gli statunitensi che per la stessa ragione cambiano Stato dentro gli Usa. A differenza di questi ultimi, inoltre, l’Europa manca completamente di un vasto mercato dei capitali. Le conseguenze sono tangibili: il boom nell’investimento tecnologico in corso negli Stati Uniti (ma anche in Cina) surclassa di gran lunga qualsiasi sforzo in Europa, dove l’assenza di capitale di rischio e la proliferazione di ostacoli normativi rende spesso impossibile alle startup fare il salto quantitativo (e qualitativo) necessario a competere nel mondo. Molto più facile andare oltreatlantico, con buona pace dell’«effetto Bruxelles».
I dati della Commissione mostrano che oggi il commercio tra Stati membri è in calo, malgrado gli asseriti sforzi per rilanciare il mercato unico di fronte al protezionismo statunitense e al mercantilismo cinese. Gli scambi in percentuale al pil sono scesi dal 23,5% del 2023 al 22% del 2024: è la prima volta che avviene dal 2016, fatta eccezione per il picco del Covid-19. Intanto, il tempo che ci vuole alle burocrazie europee per approvare standard merceologici comunitari è passato dai tre anni abbondanti del 2023 ai quattro del 2024 23.
Sarebbe però troppo facile attribuire tutto questo al miope egoismo dei governi nazionali, come spesso l’europeismo di maniera sostiene. La crisi dell’integrazione europea è infatti specchio della più ampia crisi della globalizzazione americanocentrica che l’ha in massima parte abilitata. Una crisi scaturita a sua volta dall’incrinamento del rapporto sino-statunitense, architrave del «mondo globale»; nonché del momento nero che attraversa l’America, finita schiacciata dal peso della propria egemonia 24. E non da oggi. Già con George W. Bush, filo-occidentale al midollo, l’America ha preso a mal tollerare l’«ordine basato sulle (sue stesse) regole»: dopo l’11 settembre la Casa Bianca rifiuta l’offerta europea di aiuto ex articolo 5 della Carta atlantica per avere mano libera in Afghanistan e poi in Iraq, mentre l’amministrazione non nasconde la sua insofferenza per la Corte penale internazionale.
Difficilmente l’erosione di un primato geopolitico è scindibile dalla bancarotta della sua ideologia di cui volenti o nolenti, consapevoli o meno, siamo (stati) tutti parte. In un bel saggio 25 apparso sulla London Review of Books, Perry Anderson ricorda che dopo la crisi del 2008 negli Stati Uniti lo Stato si è precipitato a soccorrere l’economia: sotto Obama, banche e assicurazioni fraudolente e case automobilistiche in bancarotta sono state salvate con montagne di denaro pubblico che non erano mai state disponibili per sanità, scuola, pensioni, strade, ferrovie e aeroporti. In deroga al suo mandato, la Federal Reserve ha salvato non solo le periclitanti banche statunitensi, ma anche quelle europee con transazioni occultate al Congresso e all’opinione pubblica.
«Tutto questo ha implicato il ripudio del neoliberismo?», si chiede Anderson. «Niente affatto». Nel Regno Unito, l’austerità contabile ha ridotto al lumicino la spesa degli enti locali e ha decurtato i fondi pensione degli insegnanti. In Spagna e in Italia, la legislazione sul lavoro ha facilitato i licenziamenti e aumentato il precariato. Negli Stati Uniti la defiscalizzazione dei redditi alti è stata mantenuta, mentre i settori finanziario ed energetico venivano deregolamentati ancora. La Francia ha vissuto la sua stagione thatcheriana: privatizzazioni, legislazione volta a indebolire i sindacati, sgravi fiscali alle multinazionali, taglio del pubblico impiego, riduzione delle pensioni, aumento delle tasse universitarie.
Come è stato possibile? In parte perché non vi era alcun paradigma alternativo: il keynesismo non si è mai ripreso davvero dalla débâcle degli anni Settanta e da allora la crescente matematizzazione ha anestetizzato il pensiero economico, riducendo l’economia a quella che in un bel libro Francesco Saraceno chiama «la scienza inutile» 26. In parte perché, in questo drammatico vuoto intellettuale, a latitare è stato anche un vasto movimento pubblico che chiedesse una profonda, strutturale riforma del sistema economico. L’egemonia vale per tutti: chierici e laici, «esperti» e «uomo della strada».
Ciò non vuol dire che il sistema neoliberale sia rimasto incontestato. Tutt’altro. Dal 2008 si sono moltiplicate le forme di rigetto dei suoi guasti socioeconomici: forme di protesta disparate, eppure accomunate dal rifiuto non già del capitalismo, bensì della sua versione corrente. Il loro bersaglio sono le dirigenze politiche che da decenni presiedono quest’ordine, di norma articolate nell’apparente dicotomia centrodestra-centrosinistra, ma che, all’atto pratico hanno condiviso i capisaldi neoliberisti 27. Ovviamente il sistema ha sviluppato i suoi anticorpi, bollando irricevibili perché massimaliste, disinformate, e pericolosamente sovversive queste manifestazioni di malessere. In breve: populismo.
«I princìpi neoliberisti», ricorda Anderson, «stipulano la deregolamentazione dei mercati per favorire il libero movimento di tutti i fattori di produzione: beni, capitale, lavoro. (…) Ma per gli Stati, le considerazioni puramente economiche vanno soppesate a fronte di quelle sociali e politiche. (…) Il sistema neoliberista incarna tre princìpi: estremizzazione delle differenze di reddito e ricchezza, abrogazione del controllo e della rappresentanza democratica, deregolamentazione di più transazioni economiche possibili. In sintesi: diseguaglianza, oligarchia e mobilità dei fattori. Questi sono i bersagli principali delle reazioni populiste».
Tali reazioni trovano l’Ue a metà del guado: l’apice della sua integrazione, il mercato unico, è tarato su un’ideologia – quella neoliberista – sotto attacco, perché figlia di un’egemonia – quella statunitense – che appare oggi ben oltre il suo zenit. Era un modello concepito per funzionare con il pilota automatico, surrogando la politica con una logica aritmetica applicata in un mondo a marchio americano. Ora quel marchio va sbiadendo quando il modello non è stato nemmeno compiutamente applicato, perché a lungo usato come paravento per la conservazione di sovranità nazionali che ora tornano alla ribalta. In una cornice «comune» che finisce per esasperarle.
Note:
1. R. Shrimsley, «Strategic supplication is Europe’s only Trump policy», Financial Times, 8/1/2026.
2. P. Wintour, «European leaders appear torn in face of new world order after Venezuela attack», The Guardian, 4/1/2026.
3. R. Milne, H. Foy, «Donald Trump’s Greenland claim leaves Europe struggling for an answer», Financial Times, 6/1/2026.
4. «Davos 2026: Special Address by Donald J Trump, President of the United States of America», World Economic Forum, 21/1/2026.
5. R. Milne, H. Foy, op. cit.
6. Ibidem.
7. T. Wilson, «Thirty-two Cubans killed during US attack on Venezuela», Bbc, 5/1/2026.
8. D.E. Sanger, T. Pager, K. Rogers, Z. Kanno-Youngs, «Trump Lays Out a Vision of Power Restrained Only by “My Own Morality”», The New York Times, 10/1/2026.
9. P. Foster, B. Moens, «How the “Brussels effect” backfired», Financial Times, 14/12/2025.
10. R. Ayers Butler, «The year in rainforests 2025: Deforestation fell; the risks did not», MongBay, 26/12/2025.
11. D. Boffey, «Trump has growing stranglehold over EU and UK energy supply, study shows», The Guardian, 21/1/2026.
12. G. Sorgi, G. Gavin, «Belgium shoots down EU offer to unblock Russian assets stalemate», Politico, 16/12/2025.
13. T. Ross, «Summit shows Europe still doesn’t want to pay to save Ukraine», Politico, 19/12/2025.
14. S. Faris, H. Cokelaere, T. Ross, G. Svirnovskiy, «French and German adults lean toward dialing back Ukraine support, new Politico poll shows», Politico, 15/12/2025.
15. C. Martuscelli, K. Verhelst, D. Busvine, «EU-Mercosur mega trade deal: The winners and losers», Politico, 9/1/2026.
16. A. Bounds, «EU lawmakers vote to delay Mercosur trade pact over legal concerns» Financial Times, 21/1/2026.
17. G. Sorgi, «Von der Leyen’s plan to revamp EU’s €2 trillion budget is unraveling», Politico, 13/1/2026.
18. H. Foy, B. Moens, «Trump assault opens EU rift as leaders split on US strategy», Financial Times, 15/12/2025.
19. M. Arnold, P. Tamma, «How Luxembourg tamed the “monster” of a unified EU market», Financial Times, 10/12/2025.
20. G. Parker, E. Dunkley, M. Arnold, S. Fleming, P. Foster, «UK to exclude financial services from push for closer EU alignment», Financial Times, 8/1/2026.
21. A. Hancock, B. Moens, «Trade between EU member states is slowing, data shows», Financial Times, 13/1/2026.
22. Ibidem.
23. Ibidem.
24. F. Maronta, Deglobalizzazione. Se il tramonto dell’America lascia il mondo senza centro, Milano 2024, Hoepli.
25. P. Anderson, «Regime Change in the West?», London Review of Books, vol. 47, n. 6, 2025.
26. F. Saraceno, La scienza inutile, Roma 2019, Luiss University Press.
27. F. Maronta, «Da Ronald a Donald, la parabola del secolo americano», Limes, 12-2024, «Musk o Trump, America al bivio», pp. 51-61.
*Nella versione cartacea, Donald Tusk viene erroneamente qualificato come premier ceco. Ci scusiamo per l'errore.
Commenti
Posta un commento