LA CINA BATTE GLI USA SENZA COMBATTERE
LA CINA BATTE GLI USA SENZA COMBATTERE
1. Il protrarsi della terza guerra del Golfo potrebbe fornire all’Impero del Centro l’ennesima finestra di opportunità strategica per accorciare il divario con l’America sul piano tecnologico e militare. Trump ha avvalorato questa prospettiva chiedendo vanamente a Xi di contribuire alla preservazione del libero passaggio nello Stretto di Hormuz e poi rimandando il fondamentale incontro con il presidente cinese, previsto a fine marzo.
Di fatto, gli Stati Uniti non sono in grado di dedicarsi pienamente all’Indo-Pacifico. Agli occhi di Xi, la Casa Bianca resta imprevedibile e pericolosa. È impelagata nella crisi interna all’America, in quella di Israele, nell’ennesimo conflitto mediorientale e nel faticoso conseguimento del cessate-il-fuoco tra Russia e Ucraina. A Pechino basta portare avanti i negoziati bilaterali, che ruotano attorno a quattro temi: la maggiore dedizione della Cina nel contrasto al traffico illegale di fentanyl che affligge gli Stati Uniti; l’acquisto di un numero crescente di beni made in Usa da parte cinese, per esempio semi di soia e petrolio; il regolare flusso di terre rare dalla Repubblica Popolare agli Stati Uniti, che ne hanno bisogno per alimentare la propria industria militare; l’allentamento delle restrizioni americane nei confronti dell’accesso di Pechino ai microchip di Nvidia. Il quarto argomento, sin qui non compiutamente affrontato, è il futuro di Taiwan, che funge da sfondo a qualunque interlocuzione sino-statunitense.
La dirigenza cinese organizzerà con accortezza il prossimo incontro con Trump. D’altronde, rimandando quello di marzo The Donald ha già violato i codici negoziali sinici, che attribuiscono grande rilevanza alla preparazione e all’esito di simili vertici. Non si tratta di mere cerimonie, ma di passi in avanti calcolati in un processo di contrattazione permanente.
Per Xi in gioco c’è il definitivo riconoscimento dell’Impero del Centro quale superpotenza e l’avvio di una coesistenza funzionale con Washington. Al fine di allontanare le Forze armate americane dalla costa cinese (vasto programma), evitare la guerra aperta e intanto espandere la presenza della Repubblica Popolare in Eurasia, Africa e Americhe. Parafrasando Sunzi, vincere senza combattere, sfruttando l’indebolimento del soft power a stelle e strisce rispetto a quello mandarino, che ora punta sul progresso tecnologico per attrarre cervelli stranieri.

Tra questi vi sono anche quelli statunitensi. Secondo un sondaggio condotto da Carnegie Endowment for International Peace, i tre quarti degli americani pensano che la Cina presto sarà più potente del proprio paese. Il 47% ritiene che tale svolta sia già avvenuta. Il 62% crede che ciò non cambierà più di tanto la loro vita 1. Nel frattempo, la frase «you met me in a very Chinese moment of my life» è diventata virale su TikTok, segnalando il crescente apprezzamento dei giovani per usi e costumi della Repubblica Popolare.
Xi ha bene in mente l’assioma del filosofo Mencio: «Nei momenti difficili coltiva la tua virtù. Raggiunto il successo, porta prosperità sotto il cielo (tianxia)» 2. Il crollo statunitense consente a Pechino di concentrarsi sui diversi problemi che angosciano il paese sul piano economico, sociale e militare. Il «sogno del risorgimento della nazione cinese» deve resistere alla combinazione tra scossoni interni ed esterni in vista del Congresso nazionale del Partito comunista a fine 2027, che potrebbe determinare la riconferma di Xi alla guida della Repubblica Popolare, e poi delle elezioni a Taiwan nel 2028, passaggio potenzialmente decisivo per l’unificazione.
Pechino si guarderà bene dall’intervenire direttamente nel Golfo. Anche perché la produzione dell’industria militare americana dipende fortemente dall’approvvigionamento di terre rare, di cui la Repubblica Popolare è il principale fornitore. Un impegno prolungato in Medio Oriente può obbligare gli Stati Uniti a intensificare la produzione, rafforzando la posizione cinese.
Intanto la Cina studierà gli sviluppi della guerra per trarne preziosi insegnamenti. Si tratta del primo conflitto della storia in cui si registra un uso estensivo dell’intelligenza artificiale, impiegata per raccogliere informazioni, simulare operazioni, selezionare e colpire bersagli. Compresi i leader politici. I circoli strategici cinesi si interrogano su come assicurarsi che l’uomo resti il fulcro del processo decisionale nella competizione sempre più tecnologica con l’America, tra il sottosuolo e lo Spazio, passando per l’Oceano mondo.
2. La Cina considera la relazione con l’Iran di gran lunga meno importante della stabilità economica e dei negoziati con gli Stati Uniti. Cionondimeno la potenziale crisi energetica è fonte di preoccupazione. Non tanto per l’interruzione dell’acquisto del greggio iraniano, che rappresenta il 13% delle importazioni totali cinesi. Piuttosto, conta l’impatto complessivo che potrebbe avere il blocco totale dello Stretto di Hormuz.
La Cina importa rispettivamente il 70% e il 40% del petrolio e del gas naturale che consuma. L’Iran è il suo quinto fornitore petrolifero dopo Arabia Saudita, Russia, Iraq e Oman. Il Venezuela era al decimo posto prima che gli Stati Uniti ne catturassero il presidente Nicolás Maduro. Dallo Stretto di Hormuz passano il 33% del greggio e il 25% del metano acquistati dalla Repubblica Popolare su scala mondiale. All’insegna di un improbabile equilibrismo, nel 2021 Pechino aveva firmato una partnership globale strategica con l’Iran e con l’Arabia Saudita. Poi ha messo il cappello sul fugace disgelo tra i due rivali. L’intercessione è fallita, al pari di quella tentata a più riprese tra Israele e Palestina, confermando lo scarso impatto della diplomazia cinese in questa parte di mondo.

A metà marzo, l’Iran ha proposto a Pechino di continuare a importare petrolio pagandolo in yuan. L’offerta ha generato opinioni contrastanti tra gli analisti cinesi. In questo modo si potrebbe contribuire all’internazionalizzazione della valuta nazionale, per attenuare il primato del dollaro. D’altro canto, ciò potrebbe danneggiare il già tortuoso andamento dei rapporti sino-statunitensi. Inoltre, le navi portacontainer battenti bandiera cinese sarebbero comunque esposte al fuoco incrociato nello Stretto di Hormuz.
Pechino ha diverse opzioni per mitigare l’impatto di scenari catastrofici sotto il profilo energetico. La prima consiste in una riserva di oltre un miliardo di barili di petrolio, pari a circa 140 giorni di importazione di tale risorsa 3. Si consideri pure che nel 2025 gli investimenti compiuti dalla Repubblica Popolare nella cornice della Belt and Road Initiative (Bri, nuove vie della seta) hanno riguardato innanzitutto progetti energetici, in buona parte concentrati in Africa 4. Peraltro il piano quinquennale cinese 2026-2030 prevede ulteriori investimenti nell’elettrificazione automobilistica e nelle energie rinnovabili. Così da alleviare la dipendenza della Repubblica Popolare dai mercati stranieri e far valere la superiorità delle aziende cinesi all’estero in entrambi i settori.
Quasi certamente la Cina aumenterà l’approvvigionamento di greggio e di gas naturale dalla Russia, sebbene non si tratti di una grande opzione per Xi. Dopo l’invasione dell’Ucraina e il blocco dei flussi energetici russi verso l’Europa, il Cremlino ha dovuto rivolgersi all’Impero del Centro come principale mercato di destinazione. Quest’ultimo ne ha tratto vantaggio al fine di ridurre la propria dipendenza dall’inquinante carbone, che oggi rappresenta il 51% del paniere energetico cinese. Ora per Pechino è cruciale evitare che Mosca passi da risorsa a spina nel fianco. Non si può escludere che, raggiunto il cessate-il-fuoco tra Ucraina e Russia, gli Stati Uniti offrano a Putin l’opportunità per allontanarsi dalla Repubblica Popolare. Per tali ragioni, non stupisce l’interesse cinese a comprare più gas e petrolio dai paesi dell’Asia centrale, disturbando qui l’influenza di Mosca.
Se necessario Pechino potrebbe intensificare l’estrazione di petrolio nei bacini del Tarim, di Ordos (entrambi nel Xinjiang), in quello del Sichuan e nelle acque contese con il Vietnam. Infine, la crisi mediorientale potrebbe incentivare la costruzione di nuovi reattori nucleari. La Repubblica Popolare ne ha 57 come la Francia, ma punta a raggiungere l’America, che ne conta 97 5.
Energia a parte, la terza guerra del Golfo conferma l’instabilità delle rotte terrestri delle nuove vie della seta passanti per il Medio Oriente e dirette verso l’Europa. Altra prova è il conflitto meno mediatizzato ma comunque rilevante tra Afghanistan e Pakistan. L’efficacia del corridoio infrastrutturale sino-pakistano tra il Xinjiang e il porto di Gwadar è storicamente messa a repentaglio dagli attacchi dei ribelli baluci. Dopo il ritiro degli americani dal suolo afghano, Pechino ha provato a coinvolgere Kabul nella Bri a patto che i taliban prevenissero attentati simili sul proprio territorio. La collaborazione non ha portato i risultati sperati, come hanno confermato gli assalti contro lavoratori cinesi al confine con il Tagikistan lo scorso dicembre.

Pechino sta tentando la mediazione diplomatica tra Islamabad e Kabul per evitare che Washington rinsaldi i rapporti con il governo pakistano, il quale ha storicamente ottime relazioni militari con la Repubblica Popolare.
3. La terza guerra del Golfo e la cattura di Maduro hanno rafforzato in Cina l’assunto secondo cui essa non può tenere testa all’America solo con la forza economica. La capacità militare è avvertita come un mezzo cruciale per evitare la coercizione statunitense, esercitata con le sanzioni. Ciò spiega l’insofferenza di Xi circa la dipendenza dalle esportazioni del suo paese e l’apparente inadeguatezza dell’Esercito popolare di liberazione (Epl).
Gli analisti cinesi sono stati sorpresi dall’abilità con cui Stati Uniti e Israele hanno raccolto informazioni in Iran e poi ucciso la Guida suprema Ali Khamenei grazie all’ausilio di software quali Maven e Claude, rispettivamente prodotti da Palantir e Anthropic. Secondo Zheng Yongnian, preside della School of Public Policy della Chinese University di Hong Kong (Shenzhen), l’attacco americano sottolinea l’imprevedibilità di Trump, la sua disponibilità a usare la forza e soprattutto l’immutato primato statunitense in campo militare. Per Zheng, l’emisfero occidentale rappresenta il fulcro della strategia americana, ma Washington non intende ritirarsi dal resto del mondo 6. Ragion per cui, secondo l’analista, Pechino deve ragionare su un «interventismo 2.0», evitando però le tattiche muscolari americane 7.
Tali spunti spiegano perché la Repubblica Popolare sia alle prese con il potenziamento delle capacità spaziali. Pechino sta sperimentando un’architettura tecnologica multistrato che colleghi i fondali alle orbite basse tramite sensori, unità navali, droni anfibi e satelliti. Un sistema in grado di adattarsi all’eventuale messa fuori uso di uno dei componenti.
Nei primi giorni della terza guerra del Golfo, in Cina si è discusso anche del bisogno di collocare alcune infrastrutture critiche nel sottosuolo, per schermarle da eventuali attacchi. All’origine della riflessione vi è un articolo pubblicato a febbraio sul Bollettino dell’Accademia delle scienze cinesi. Secondo Zhang Shishu, capo tecnico di Power Construction Corporation of China, i giacimenti di petrolio e gas nel Nord-Ovest e gli snodi per la produzione di energia idroelettrica nel Sud sono ideali per lo stoccaggio di risorse strategiche, terre rare incluse. Ciò collima con il piano di Pechino per ridistribuire le attività industriali, energetiche e di difesa tradizionalmente concentrate nelle province costiere, maggiormente popolate e tecnologicamente avanzate8. Disseminarle e camuffarle mitigherebbe i danni determinati da circostanze quali blocco navale dei Mari Cinesi, interruzione delle filiere produttive e attacchi da parte statunitense. Il ricollocamento delle infrastrutture critiche dal nucleo geopolitico del paese alle zone cuscinetto potrebbe incontrare due ostacoli: le condizioni geologiche del territorio cinese e le latenti tensioni tra la maggioranza han e le minoranze che popolano Xinjiang e Tibet. Qui da anni Pechino conduce una campagna per sorvegliare uiguri e tibetani e assicurarsi la loro fedeltà al Partito comunista.
In Cina si discetta anche del rischio che, come ha affermato recentemente il portavoce del ministero della Difesa Jiang Bin, l’uso incontrollato dell’intelligenza artificiale possa «determinare la vita e la morte» sul campo di battaglia. Pechino sta investendo fortemente nell’Ai per due ragioni. La prima è economica. Per il 2026 il tasso di crescita del pil è stimato tra il 4,5% e il 5%, quindi inferiore rispetto al 5% dello scorso anno. L’Ai e la robotica sono percepiti come catalizzatori di nuovi settori lavorativi tramite cui ridurre la disoccupazione giovanile, attualmente pari al 20%. Si tratta di un passo importante nel più ampio programma per porre rimedio al montante stress sociale, espandere i consumi interni, rovesciare il problematico declino demografico e diventare agli occhi dei paesi stranieri una civiltà «open source» (kaiyuan) 9: cioè in grado di attrarre consenso condividendo la propria innovazione.

La seconda ragione è bellica. L’Epl deve vincere le «guerre intelligenti», in cui l’uso dell’Ai riguarda tutte le fasi del conflitto. Da qui al 2030, lo scopo è accrescere la deterrenza strategica e migliorare le capacità di combattimento autonome. I presupposti sono la «fusione» dell’industria civile e militare, lo sviluppo di tecnologia a utilizzo duale e lo stretto controllo del Partito comunista sul percorso di crescita delle aziende cinesi. Controllo che Xi in persona ha messo in chiaro in più occasioni. Prima nel 2020, quando il fondatore di Alibaba Jack Ma è svanito temporaneamente dalle scene per aver criticato espressamente la gestione del settore finanziario da parte del governo. Poi nel 2025, quando il presidente cinese ha convocato i leader di colossi come Huawei, Byd, Tencent, Will Semiconductor, Xiaomi, DeepSeek e lo stesso Ma per coinvolgerli platealmente nel «risorgimento della nazione». E quindi nell’eventuale fallimento di tale progetto.
L’apprensione cinese per le macchine (e le aziende) che si ribellano porta al dibattito sul ruolo che l’uomo deve avere nella gestione delle armi autonome. Su tale argomento Stati Uniti e Cina si confrontano su molteplici livelli, incluso quello accademico, per limitare i danni generati da un possibile conflitto – e per comprendere il funzionamento dell’altrui catena di comando.
La definizione delle responsabilità individuali nel processo decisionale è qualcosa di estremamente delicato per la cultura cinese. Secondo la filosofia confuciana la società funziona solo se tutti svolgono correttamente il proprio ruolo, rispettando l’ordine gerarchico. Chi sbaglia può incappare in gravi conseguenze. Quindi è indispensabile chiedersi chi vada punito se il programma di intelligenza artificiale commette un errore: colui che emette l’ordine, il sottoposto che lo esegue o lo sviluppatore del software?
Il tema della colpa è particolarmente attuale per l’Esercito popolare di liberazione. Nell’arco di due anni ben cinque membri su sette della Commissione militare centrale (Cmc) sono stati estromessi. Gli unici rimasti sono Xi, che presiede l’organo, e Zhang Shengmin, segretario della Commissione disciplinare interna. La massiccia epurazione, che ha colpito pure diversi funzionari a cavallo tra l’Epl e l’industria militare, è il risultato di un intreccio di corruzione, lotte di potere e segrete divergenze tra il leader cinese e i suoi sottoposti. A inizio 2026, il Quotidiano del Popolo ha commentato le indagini contro i generali Zhang Youxia e Liu Zhenli asserendo che avevano «seriamente calpestato e minato il sistema di responsabilità» di Xi. Come se Zhang e Liu volessero scavalcare la leadership del presidente. E magari contestarla al prossimo Congresso nazionale del Partito comunista.
Altri arresti potrebbero verificarsi nei prossimi mesi. Potrebbe essere il caso di Yang Wei, capo del progetto con cui Pechino ha prodotto il caccia J-20. Yang è scomparso improvvisamente dalla lista dei docenti dell’Accademia cinese delle scienze a metà marzo 10. A prescindere da ciò, le turbolenze interne all’Epl generano dubbi sulla sua effettiva prontezza alla guerra.
4. Marzo è stato un mese insolitamente tranquillo per le relazioni sino-statunitensi. Forse per la coincidenza temporale tra i preparativi per il vertice rimandato tra The Donald e Xi e lo svolgimento delle sessioni dell’Assemblea nazionale del popolo e della Conferenza politica consultiva cinese (le «Due sessioni»). Washington ha congelato il più grande pacchetto di armi mai venduto a Taiwan. L’Epl ha interrotto le operazioni navali e aeree intorno all’isola per due settimane. Pechino ha arrestato diversi criminali coinvolti nel traffico di fentanyl.
Nel frattempo, in un discorso il presidente taiwanese Lai Ching-te ha menzionato la Repubblica Popolare chiamandola «Cina continentale». Si è trattato di un comportamento insolito, contrario al suo consueto impegno per affermare la sovranità di Taiwan. Il leader del Partito progressista democratico non ha mai riconosciuto ufficialmente il consenso del 1992, secondo cui Pechino e Taipei stabilivano l’esistenza di una «unica Cina» (yige Zhongguo), pur divergendo su chi dovesse governarla.
Non è escluso che nei prossimi mesi Lai abbia un approccio più morbido alla questione. Se non altro perché il Kuomintang (Kmt), favorevole all’interazione con Pechino, ha la maggioranza in parlamento insieme al Partito del popolo di Taiwan e può ostacolare provvedimenti volti a un sostanzioso consolidamento dei rapporti con gli Stati Uniti. Da qui alle prossime elezioni taiwanesi, Pechino cavalcherà il rapporto col Kmt. Se andasse al governo, sarebbe l’interlocutore migliore per intavolare nuovamente l’unificazione. Qualora perdesse, potrebbe diventare un cavallo di Troia per dividere la popolazione locale e rendere più efficace la pressione militare, politica ed economica nei confronti di Taipei.
In tale contesto, la valutazione ufficiale dell’intelligence americana pubblicata a fine marzo secondo cui Pechino non intende invadere l’isola entro il 2027 è stata interpretata dai media cinesi come l’ennesimo segno di ammorbidimento dell’amministrazione Trump 11. Resta il fatto che non è possibile escludere scenari di guerra attorno all’isola, compresi l’accerchiamento o l’embargo da parte dell’Esercito popolare di liberazione.
Dal punto di vista cinese, la situazione è talmente favorevole che Pechino non si è scomposta più di tanto neanche quando il segretario di Stato americano Marco Rubio ha promesso di «scatenare Chiang» per spiegare indirettamente che l’America avrebbe intensificato gli attacchi contro l’Iran. La terminologia usata da Rubio risale alla guerra di Corea. Nel 1950 il presidente Harry Truman decise di posizionare la Settima Flotta nello Stretto di Taiwan per evitare che i comunisti guidati da Mao Zedong approfittassero del conflitto a nord per invadere l’isola. Contemporaneamente Truman si oppose al progetto del leader nazionalista Chiang Kai-shek per riprendere la Cina continentale. Così, Mao scelse di contrastare gli americani nella penisola coreana anziché attaccare Taiwan.
Nel decennio successivo negli Stati Uniti lo slogan «scatenare Chiang» si diffuse tra i gruppi più ferventemente anticomunisti, che desideravano la capitolazione della neonata Repubblica Popolare. Quella formula entrò nel lessico di Washington. Il presidente George H.W. Bush la usava mentre giocava a tennis prima di sferrare un colpo poderoso. Quando nel 2006 Rubio è stato nominato speaker alla Camera dei rappresentanti della Florida, il governatore Jeb Bush gli ha donato una spada cerimoniale affermando che apparteneva a un mistico guerriero di nome «Chang» (senza la «i»), il quale credeva nel libero mercato e nella società libera 12. La vicenda, pur non avendo avuto strascichi, evidenzia la scarsa conoscenza che Bush figlio e Rubio hanno della storia cinese e dell’impatto che l’America ha avuto su di essa.

5. La terza guerra del Golfo ha già drenato risorse che gli Stati Uniti potrebbero impiegare per affrontare la Cina. Inoltre, ha messo in allarme Giappone e Corea del Sud. Washington ha deciso di spostare dei missili Patriot e delle batterie antimissile Thaad dal suolo sudcoreano al Medio Oriente per combattere l’Iran. Quei dispositivi erano stati installati nel 2017 come forma di deterrenza nei confronti di Repubblica Popolare e Corea del Nord.
Negli ultimi mesi Pechino ha rilanciato la collaborazione proprio con P’yŏngyang, con due obiettivi. Primo, evitare che quest’ultima finisca nell’orbita della Russia in virtù del loro accordo di difesa reciproca e del conseguente supporto dei soldati nordcoreani all’invasione dell’Ucraina. Secondo, usare il regime dei Kim per alimentare l’insicurezza degli Stati Uniti e dei loro alleati regionali.
Il riavvicinamento sino-coreano è iniziato nel 2025 con la partecipazione di Kim Jong-un alla parata militare tenuta a piazza Tiananmen per commemorare la fine della seconda guerra mondiale in Asia. Adesso i collegamenti ferroviari tra i due paesi sono di nuovo attivi e altre infrastrutture sono in fase di sviluppo. Da tempo Pechino e P’yŏngyang non sono più come labbra e denti, ma Xi – a differenza di Rubio – ha ben in mente l’importanza della penisola coreana in una guerra attorno a Taiwan.
Intanto, il Giappone sta velocizzando il suo riarmo, oggetto di costanti critiche da parte dei media fedeli al Partito comunista13, e dispiegando nuovi sistemi missilistici sulle sue isole meridionali. L’incursione di un presunto membro delle Forze di autodifesa nipponiche nell’ambasciata cinese a Tōkyō per ucciderne il personale «in nome di Dio» ha alimentato le tensioni bilaterali mentre il governo della premier Takaichi stava per declassare le relazioni con la Repubblica Popolare da «le più importanti» per il Giappone a «strategiche e reciprocamente vantaggiose»14. Si tratta di segnali piuttosto chiari di un aumento della tensione tra Impero del Centro e paese del Sol Levante.
6. La Cina cercherà di aumentare il costo dell’impegno statunitense in Iran per tenere Trump lontano dall’Indo-Pacifico. Pechino preferirebbe che il regime della Repubblica Islamica restasse in piedi, come partner energetico e perenne spina nel fianco di Washington. Perciò si proporrà per una mediazione diplomatica, lavorando sottotraccia per capire con chi interloquire qualora a Teheran si instaurasse un governo obbediente agli Stati Uniti. Soprattutto, la dirigenza cinese concentrerà la maggior parte delle risorse negli obiettivi domestici, lungi dall’essere completamente raggiunti. Nei prossimi mesi, l’Epl potrebbe svolgere nuove esercitazioni attorno a Taiwan.
Infine, Pechino userà le sue nuove capacità tecnologiche per stringere a sé i paesi che credono sempre meno nel sogno americano. Ciò si verificherà innanzitutto nel Sud-Est asiatico. Non tanto perché gli attori regionali siano intenzionati a riconoscere il progetto tianxia 2.0 di Xi. Ma perché ai loro occhi gli Stati Uniti non sono mai stati così distanti e inclini a un’intesa con la Repubblica Popolare.
Tutto ciò può facilitare l’espansione dell’influenza di Pechino in Estremo Oriente. Oppure creare le basi di una seria crisi sino-giapponese, che quasi certamente trascinerebbe l’America in uno scontro frontale con la Cina. Anche dal fattore nipponico dipenderà la prossima fase delle relazioni sino-statunitensi.
Note:
1. C.S. Chivvis, S. Wertheim, L. Schmitter-Emerson, «What Americans Think About American Power Today», Carnegie Endowment for International Peace, 21/1/2026.
2. «Qiong ze dushanqishen, da ze jianshan tianxia» («Nei momenti difficili coltiva la tua virtù, raggiunto il successo, porta prosperità sotto il cielo»), The Academy of Contemporary China and World Studies, 13/10/2022.
3. E. White, «China to lean on Russian oil as Iran crisis chokes supply», Financial Times, 4/3/2026.
4. C.N. Wang, China Belt and Road Initiative (Bri) Investment Report 2025, greenfdc.org, 18/1/2026.
5. «Five countries account for 71% of the world’s nuclear generation capacity», Eia, 11/8/2025.
6. «Zheng Yongnian: Na shi jiyu guize jiushi conglin faze» («Zheng Yongnian: Non è sulla base delle regole. È la legge della giungla»), Xin Hunan, 2/3/2026.
7. Shi Jiangtao, «Is it time for China to rethink non-intervention in this new age of disorder?», South China Morning Post, 12/3/2026.
8. A. Chen, «China urged to build underground great wall of defence in crisis-hit world», South China Morning Post, 8/3/2026.
9. Xi Jinping, «Kuoda neixu shì zhanlue zhi ju» («Espandere il consumo domestico è una mossa strategica»), Qiushi, 2024/2025; Zheng Yongnian, «Zhongguo shi xiandaihua de shijie yiyi guanjian zaiyu “kaiyuan”» («La chiave del significato globale della modernizzazione cinese sta nell’essere “open source”»), Quotidiano del Popolo, 18/3/2026.
10. Zou Xiaotong, Lin Yunshi, «Chief Designer of China’s J-20 Stealth Fighter Disappears From Elite Academic Roster», Caixin, 17/3/2026.
11. Zhang Yuying, «US intelligence report shows shifted tone on Taiwan question; “China threat” narrative persists despite signs of “softened stance”», Global Times, 19/3/2026.
12. S.V. Dáte, «The Myth of Jeb’s Protégé», Politico, 15/1/2015; «Marco Rubio Won’t Be V.P.», The New York Times, 26/1/2012.
13. Huan Yuping, «Riben “xinxing junguo zhuyi” yi shi xianshi weixie, bixu ezhi qi cheng shi» («Il neo-militarismo del Giappone rappresenta una minaccia reale e la sua ascesa deve essere contenuta»), Quotidiano del Popolo, 17/3/2026.
14. T. Kihara, «Japan to drop “most important” tag for China ties», Reuters, 24/2/2026.
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