LA RIVOLUZIONE DIGITALE E IL RITORNO DEL RE
LA RIVOLUZIONE DIGITALE E IL RITORNO DEL RE
1. La stampa a caratteri mobili non si limitò a modificare le modalità di circolazione dell’informazione. Trasformò gli assetti normativi della conoscenza. A tale riconfigurazione seguì una fase di sconvolgimenti caotici, dalla quale emersero la visione del mondo e i modelli politici propri della modernità. In Inghilterra il risultato fu la crisi del XVII secolo, che generò non soltanto un nuovo ordinamento politico, ma anche un quadro della realtà destinato a plasmare l’immaginario culturale, scientifico e tecnologico dell’età moderna, arrivando col tempo a dare forma alle norme democratiche del nostro tempo.
Spesso questa vicenda è presentata come il prodotto di un progresso inarrestabile e necessario, secondo l’«interpretazione whig» della storia. Il termine fu coniato nel 1931 dallo storico Herbert Butterfield in riferimento alla fazione della restaurazione inglese del XVII secolo che svolse un ruolo decisivo nella liquidazione della monarchia assoluta. L’interpretazione whig propone una lettura storiografica secondo cui quegli eventi – e tutto ciò che ne è seguito – delineano una traiettoria unidirezionale e cumulativa verso il progresso e la libertà moderni.
Tale visione resta influente, ma il suo impianto teorico è ormai esaurito, dissolto dall’emergere di un contro-illuminismo legato alla fine della cultura tipografica. I sostenitori della storia whig hanno sempre riconosciuto il contributo della stampa al proprio paradigma interpretativo. Eppure, la maggior parte di loro riteneva che l’avvento dell’età digitale ne avrebbe proseguito la traiettoria. Si sbagliavano. La rivoluzione digitale è profondamente reazionaria: nulla a che vedere con le rivoluzioni nel senso whig, dunque elogiativo, del termine. Siamo di fronte a un Putsch, un sovvertimento che mina tutti i presupposti dell’interpretazione progressista della storia. La fine della cultura della stampa è già qui. E con essa vediamo dissolversi i pilastri portanti della modernità, dalla valorizzazione dei fatti all’oggettività e alla concezione dell’individuo come modello universale della persona umana. Il quadro della realtà consolidatasi nel XVII secolo si sta dissolvendo a causa dell’azione corrosiva dei media digitali, processo accelerato dalla diffusione dell’intelligenza artificiale (Ai).
Può sembrare eccessivamente schematico sostenere che il passaggio dalla stampa al digitale ci costringa a rivivere il XVII secolo, pur se in forma inversa. Ma lette in questa chiave, diventano intelligibili molte delle dinamiche odierne. Tra gli effetti più dirompenti figura la corrosione delle norme culturali e delle forme mentali su cui ha sempre poggiato la moderna democrazia liberale.
2. Di fronte all’impossibilità di negare questa dinamica, esplode oggi uno scontro aspro sull’assetto che dovrebbe assumere l’ordine politico post-tipografico – dunque post-liberale e post-democratico. Finora il vantaggio è restato nelle mani di coloro che detengono il potere, che vorrebbero prolungare il sistema democratico dell’èra passata all’interno di una struttura dominata prevalentemente dai media digitali. Il risultato è stato un modello «a sciame»: un programma presentato come radicalmente democratico ed espressione dei desideri dell’opinione pubblica, che tuttavia, nei fatti, espropria il popolo del potere decisionale per concentrarlo nelle mani di una classe tecnocratica che si proclama neutrale.
Questi funzionari prendono spesso decisioni impopolari e le istituzioni del loro potere vengono considerate illegittime proprio da coloro che pretendono di rappresentare. L’impopolarità non nasce tanto dalla rottura con i princìpi democratici, ma dalla loro continuità: in particolare dall’idea, costitutiva della democrazia moderna, di un rapporto intrinsecamente antagonistico tra governanti e governati. Il quadro mentale che per i sostenitori della «democrazia a sciame» giustifica l’emergere di questo modello è, in altre parole, precisamente ciò che lo depriva di legittimità popolare.
Tra tutte le possibili forme di governo, quella che oggi possiede il maggiore potere simbolico resta perlopiù nell’ombra, ai margini dell’immaginario politico. Non è considerata legittima dalle élite dei paesi rispettabili. La ragione è semplice: la sua abolizione costituisce il gesto originario attorno a cui si struttura la concezione whig del mondo. Ma per secoli, nell’età premoderna, è stato il modello più diffuso in Occidente. Mi riferisco alla monarchia, o meglio: al re. Dalla prospettiva di molti giovani radicali dell’ecosistema digitale tale forma di sovranità non sembra provenire dal passato, ma dal futuro. Esattamente come la democrazia, che nell’èra digitale si è trasformata in qualcosa di altro da sé, anche la figura del monarca, dotata di un’aura magnetica e quasi liturgica, è riaffiorata dalle frange reazionarie fino a mobilitare una minoranza non trascurabile. E considerando il sovvertimento metafisico in atto appare con chiarezza inquietante che, nel nuovo ordine post-digitale, la monarchia possa configurarsi come l’opzione meno sfavorevole.
3. Superare l’interpretazione whig della storia, che tuttora ostacola la nostra comprensione della rivoluzione digitale, impone di analizzare l’orizzonte ontologico che essa ha soppiantato. L’immaginario cristiano medievale concepiva la realtà materiale, politica e sociale quale ordine gerarchico inscritto nella natura, plasmato per volere divino dall’alto e strutturato secondo un sistema di corrispondenze analogiche. In questa cornice, il re governava il proprio regno come Cristo la Chiesa, il pater familias la casa, la testa il corpo umano.
L’insieme delle gerarchie naturali poggiava su una concezione metafisica derivata da Aristotele nell’interpretazione di Tommaso d’Aquino, che leggeva i fenomeni non come prodotti esclusivi della materia e delle forze contingenti che agiscono nei suoi confronti. Ogni ente possedeva anche una causa formale – ovvero la forma che gli conferisce il suo modo di essere – e una causa finale – lo scopo verso cui è orientato. Lo statuto ontologico di tali forme era controverso, ma molti le consideravano espressioni del pensiero divino.
Nel pensiero cristiano medievale, l’ordine politico presupponeva la figura del monarca e trovava fondamento nel sacrificio di Cristo per la sua Chiesa, emblema del servizio perfetto. Solo la condizione decaduta dell’umanità rendeva possibile lo scarto dal modello prelapsario dell’autorità come servizio, introducendo la possibilità di coercizione, violenza e tirannide. Non a caso, buona parte del pensiero politico medievale si concentrava proprio sui mezzi per scongiurare tali ricadute.
Questa cosmologia fu progressivamente disarticolata dalla rivoluzione dell’informazione. La diffusione della stampa innescò cambiamenti materiali di ampia portata, documentati autorevolmente da Elizabeth Eisenstein in The printing press as an agent of change. La stampa sconvolse la cultura europea, ridefinì i rapporti tra commercio, fede e sapere, accelerò la disgregazione della cristianità latina, favorì la nascita della scienza moderna e dell’età delle esplorazioni. Mutamenti che, a loro volta, generarono i pilastri dell’interpretazione whig: la Riforma protestante, l’espansione europea nel mondo, la rivoluzione scientifica e, infine, la guerra civile inglese, che portò alla decapitazione di Carlo I, al protettorato di Cromwell e, nel 1688, alla monarchia costituzionale.
La stampa non moltiplicò soltanto le copie della Bibbia, ma anche i lettori. Secondo Walter Ong, la scrittura è una tecnologia che trasforma la mente: «Più di ogni altra invenzione, la scrittura ha trasformato la coscienza umana». Inoltre, come ha dimostrato Maryanne Wolf, l’alfabeto greco favorisce particolarmente l’attività neurologica dell’emisfero sinistro, associato al pensiero logico e sistematico. Tra le principali conseguenze della diffusione dell’alfabetizzazione vi fu dunque l’affermarsi di una logica sempre più lineare e analitica, oltre che lo sviluppo di un senso interiore e di una concezione lineare del tempo.
Con la diffusione della stampa, la rivoluzione cognitiva dell’alfabetizzazione si estese dall’élite clericale e politica all’uomo comune. Ciò trasformò la cultura dominante, diffuse razionalità e sistematizzazione: Eisenstein documenta, per esempio, la mania per la tabulazione, la classificazione e la sistematizzazione in ogni campo del sapere. Favorì pure l’affermazione dell’individualismo, con effetti politici di vasta portata. Si sviluppava così l’interiorità. E parallelamente – come si può intuire leggendo i testi dei primi radicali protestanti – cresceva la riluttanza verso l’autorità, soprattutto in materia di fede, e la rivendicazione del diritto a un rapporto personale con Dio. Questa interiorizzazione dell’autorità, inizialmente rivolta contro l’istituzione ecclesiastica, finì per destabilizzare anche i poteri temporali.
4. Spesso si pensa che nel mondo medievale si desse per scontato che i monarchi fossero assoluti e investiti del loro potere da Dio. Ma in realtà fu proprio l’indebolimento della fiducia pubblica nella monarchia, all’alba dell’età moderna, a generare la dottrina del diritto divino dei re. Era l’ultimo tentativo per salvare l’ordine monarchico. In particolare, la teoria fu formulata in The Trew Law of Free Monarchies (La vera legge delle monarchie libere), scritta nel 1598 da Giacomo I, secondo il quale il diritto del re a governare derivava non dal consenso dei governati, ma solo ed esclusivamente da Dio.
Riprendendo la struttura analogica della cosmologia medievale, Giacomo I sosteneva: «L’ufficio proprio di un re nei confronti dei suoi sudditi corrisponde molto bene all’ufficio della testa rispetto al corpo e a tutte le sue membra». In questa lettura, l’unzione divina dispensava il re da ogni obbligo di tener conto del parlamento, ridotto a semplice organo incaricato di eseguirne la volontà. Ma le sue parole, ironicamente diffuse tramite quella tecnologia che ne stava minando la legittimità, rimasero inascoltate. Scritto da John Milton durante la guerra civile inglese, l’Areopagitica si rivolgeva infatti a un nuovo soggetto politico alfabetizzato e indipendente, ormai refrattario alle analogie medievali, mettendo in luce la sua rivendicazione alla libertà di parola e di pensiero – temi che avrebbero avuto un ruolo decisivo nelle successive convulsioni politiche. Nell’opera, Milton riusciva a scorgere i primi tratti dell’individuo moderno e la forma politica a esso corrispondente.
Carlo I, il successore di Giacomo, cercò di rafforzare il principio del diritto divino governando senza mediazioni. Ma ormai era troppo tardi: la diffusione della mentalità individualista nella popolazione aveva superato il punto di non ritorno. La sua decapitazione rappresentò un trauma morale e spirituale senza precedenti per tutta la nazione. Dal punto di vista simbolico, la separazione della testa dal corpo del sovrano segnò la fine dell’ordine politico medievale e del suo sistema analogico. I radicali erano sicuri che fosse la strada giusta. E proprio Milton in The Tenure of Kings and Magistrates, scritto poco dopo la pubblicazione dell’Areopagitica, giustificò l’esecuzione ritraendo Carlo come un tiranno.
Fu solo l’inizio. Seguirono drammatiche trasformazioni, culminate nel 1688 con la deposizione di Giacomo II e l’ascesa di Guglielmo d’Orange. La Gloriosa rivoluzione portò la monarchia costituzionale, che limitava i poteri regali al solo piano simbolico, trasferendo l’iniziativa politica ai partiti eletti, inclusi i whig. In quegli anni i dissidenti più radicali partirono alla volta del Nuovo Mondo, dove gli esperimenti di alfabetizzazione e il rifiuto della monarchia sfociarono, un secolo dopo, nella nascita degli Stati Uniti d’America.

5. La storia whig si apre con un sovrano inglese che perde la testa. O più precisamente: con la democratizzazione della testa, da quel momento intesa come qualità propria di ogni individuo. Non fu una coincidenza che, nel secolo che seguì il 1688, l’ideale individualista espresso dalle Teste rotonde (Roundheads) nel campo politico e dai puritani in quello teologico arrivasse a penetrare la struttura stessa dell’universo, fino ai suoi componenti più microscopici. La realtà, non più ordinata dall’alto da idee divine, era composta da «particelle solide, massicce, dure, impenetrabili e mobili», come scritto da Isaac Newton nel 1704.
La cultura della stampa cancellò la metafisica aristotelica, con le sue cause formali e finali. Nel XVII secolo Francis Bacon le considerava un ostacolo alla ricerca scientifica. Col passare del tempo, la teologia medievale venne prima sospesa e poi abbandonata. Dio passò da causa formale della creazione a «orologiaio divino», che mise in moto un universo concepito come macchina. Per poi ritirarsi del tutto.
Si tratta, naturalmente, di una sintesi semplificata. Ma la cultura contemporanea è caratterizzata dalla scomparsa della causalità formale e finale e dall’indebolimento (o addirittura dall’impossibilità) dell’ordine gerarchico. Oggi consideriamo un assioma che i fenomeni naturali siano privi di forma e scopo intrinseci, fatta eccezione per le proiezioni immaginative, da trattare con sospetto in quanto potrebbero oscurare la nostra capacità di osservare i fenomeni in modo oggettivo. Il nostro quadro della realtà accoglie l’interpretazione newtoniana della materia, frutto del paradigma tipografico: minuscoli atomi distinti e solidi, che orbitano e si aggregano in strutture più complesse da cui emergono tutte le forme della materia, inclusi la vita e il pensiero umano. Impossibile immaginare una concezione più democratica dell’esistente.
Il soggetto politico ideale di tale realtà è razionale, politicamente impegnato e capace di agire: sa assorbire informazioni, ragionare con lucidità, formulare giudizi autonomi. Questa figura trovò un’espressione autorevole prima nella critica di Milton alla censura e poi nella rivendicazione del diritto di regolare o persino respingere l’autorità monarchica da parte degli individui – considerati collettivamente come «il popolo». Secondo il sociologo Adam Garfinkle, l’individualizzazione dei soggetti e la loro capacità di «lettura profonda» (deep reading) sono i pilastri che rendono possibile la democrazia moderna: «La lettura profonda ha modellato il nostro sviluppo come esseri umani, da un punto di vista sia fisiologico sia culturale. Ed è ciò che, in ultima analisi, ha reso possibile agli americani di pensarsi “We the People”, capaci di autogoverno».
Questo paradigma raggiunse il suo apogeo alla fine del XIX secolo, quando la lettura di testi lunghi raggiunse la massima diffusione. Ma proprio allora si preparò il terreno della sua futura dissoluzione. Crisi e trionfo convergevano nell’introduzione, all’inizio del Novecento, del suffragio universale. Insieme a esso emersero infatti le prime forme post-tipografiche di comunicazione di massa: la radio e la televisione.
Nell’Areopagitica Milton sosteneva, con una certa franchezza, che la libera circolazione delle idee dovesse essere riservata a chi fosse cognitivamente capace di digerire contenuti complessi: le argomentazioni provocatorie, per esempio, andavano formulate in latino, per restringerne l’accesso alla sola élite istruita. Quattro secoli più tardi, però, la soggettività democratica che Milton aveva immaginato come prerogativa di una minoranza colta era stata generalizzata. Non era più considerata come l’esito di una faticosa alfabetizzazione, ma come una qualità (potenzialmente) universale, valida per ogni adulto. Fu questa la ragione per cui apparve ovviamente giusto e appropriato estendere a tutti i soggetti razionali e autonomi il diritto di partecipare alla politica democratica. Questo imperativo si rafforzò ulteriormente allorché l’introduzione di radio e televisione consentì anche a chi non aveva il tempo o l’inclinazione di leggere libri e quotidiani di informarsi e prendere parte attiva alla vita politica.
Nacque così la democrazia di massa. E nello stesso momento morì. I nuovi governi fondati sul suffragio di massa abbracciarono i media non come luoghi di confronto, secondo i canoni della cultura della stampa, ma come strumenti di propaganda. Sul tema Edward Bernays scrisse nel 1929 il suo libro più influente.
Ma questa non fu l’unica modalità con cui i media post-tipografici compromisero l’idea del soggetto politico razionale. La diffusione dell’alfabetizzazione aveva cambiato l’assetto cognitivo della popolazione. E la sua integrazione (o sostituzione) tramite i mass-media produsse effetti analoghi. Marshall McLuhan fu tra i primi a capirlo: nel suo libro del 1962, The Gutenberg Galaxy, teorizzò l’avvento di un «villaggio globale». Walter Ong radicalizzò quest’intuizione, descrivendo l’emergere di una «oralità secondaria», «sostenuta dal telefono, dalla radio, dalla televisione e da altri dispositivi elettronici che dipendono, per la loro esistenza e il loro funzionamento, dalla scrittura e dalla stampa». Nell’interpretazione di Ong, si trattava di un approccio che avrebbe potuto riabilitare le caratteristiche delle culture orali, per esempio attenuando l’enfasi sul pensiero analitico e sulla precisione fattuale.
L’elettorato si allargava e sostituiva la lettura con il broadcasting. E nel frattempo si ampliavano anche alcune forme di governo sovranazionali e pre-politiche: quanto nel linguaggio corrente è definito deep State. Accanto al suffragio universale compariva una struttura decisionale extra-democratica. Era una tacita ammissione delle élite: The People non ha sempre ragione. Alcune decisioni devono essere riservate a chi dispone di competenza e capacità di discernimento e, solo dopo essere state adottate, vanno legittimate attraverso i media. Tutti questi elementi hanno portato a una lenta trasfigurazione della democrazia in un processo di acclamazione mediata di decisioni assunte in precedenza.
Carl Schmitt, nel 1970, l’aveva chiamata «Tv Democracy»: in un contesto di governo manageriale e post-democratico, la partecipazione politica avrebbe lentamente ceduto il passo a un «plebiscito permanente», veicolato dalla «rappresentazione» televisiva e radiofonica. Tuttavia, la piena realizzazione di questo ordine richiedeva una nuova rivoluzione dell’informazione, paragonabile a quella inaugurata dalla stampa a caratteri mobili.
6. Secondo il paradigma whig, può essere definita «rivoluzione» un’insurrezione o una trasformazione violenta che conduce a più libertà o ad altri valori progressisti. Quando invece si procede in senso contrario, è preferibile parlare di Putsch – termine applicato, per esempio, al tentativo di Hitler di rovesciare la Repubblica di Weimar nel 1923.
Al suo esordio, la trasformazione digitale era stata interpretata come un altro passo nel lungo cammino rivoluzionario della modernità. Internet appariva un’ulteriore democratizzazione dello spazio discorsivo. In Here Comes Everybody (2008), Clay Shirky celebrava l’avvento di una nuova ondata di competenze alla portata di tutti, che avrebbe potuto rivoluzionare la cultura. In parallelo, le forme di partecipazione civica mediate digitalmente sembravano ampliare la politica democratica, in accordo con il paradigma dell’èra tipografica. La politica, sembrava ovvio, sarebbe stata trasformata dal basso, in un processo tecnologicamente accelerato, all’interno di una configurazione del reale presupposta inerte, desacralizzata, atomistica.
Ma questa lettura capovolge la realtà. Poiché dal punto di vista whig, il digitale non rappresenta una rivoluzione. È a tutti gli effetti un Putsch. La comunicazione digitale si distingue dalla stampa non solo per la quantità, ma anche per la qualità. Tutti gli indicatori suggeriscono che oggi la tecnologia abbia la capacità di esercitare sulle nostre coscienze un’influenza pari a quella che la stampa ebbe dopo Gutenberg, almeno per coloro che la utilizzano per molto tempo. Eppure, la sua azione ha segno inverso: sotto molti aspetti compromette la formazione di quella soggettività razionale e analitica su cui poggia l’intero progetto moderno e il relativo sistema di governo.
Non mancano oggi commenti allarmanti scritti da accademici riguardo all’evidente declino cognitivo di un corpo studentesco che ha ormai sostituito la lettura con lo scrolling. Un professore di un’università pubblica, che scrive sotto lo pseudonimo di Hilarius Bookbinder, descrive le aule degli atenei come popolate da «zombie disconnessi e dipendenti dai loro telefonini», alcuni dei quali non riescono a restare per una lezione di una cinquantina di minuti senza uscire per controllare le ultime notifiche. L’autore racconta come «il nostro laureato medio non sia in grado di leggere un romanzo serio per adulti dalla prima all’ultima pagina e comprenderne il significato. Non ci riesce. Non ha il desiderio di provarci, il vocabolario per comprenderlo e nemmeno la capacità di concentrazione per portarlo a termine». Questa nuova «economia dell’attenzione» erode la capacità di assimilare contenuti e confrontarsi con argomentazioni estese. Di più: la dipendenza dall’Ai generativa atrofizza la capacità di pensare. Un recente studio condotto da Microsoft e dalla Carnegie Mellon University mostra come la dipendenza dall’Ai sia inversamente proporzionale all’esercizio del pensiero critico.
Un rapporto pubblicato dal Financial Times segnala che, in tutto il mondo, la capacità di ragionamento verbale e numerico sta crollando, insieme alla soglia di attenzione, dopo aver raggiunto il picco negli anni Dieci di questo secolo. L’articolo descrive una società post-alfabetizzata, dove alla lettura intenzionale si sostituisce il passaggio continuo da uno stimolo all’altro e lo scrolling incessante. Negli Stati Uniti, solo il 54% della popolazione ha letto almeno un libro nell’ultimo anno. Si legge meno perché aumentano le alternative digitali. L’abuso dei dispositivi è associato, in parte, a condizioni economiche svantaggiate, ma non si limita a questi strati sociali. In un recente volo tra San Francisco e Boston ho potuto osservare personalmente che circa il 10% dei passeggeri stava leggendo un libro o un ebook, mentre tutti gli altri erano impegnati con video o a scorrere reels.

Ogni possibile indicatore mette in evidenza che l’alfabetizzazione sta arretrando rapidamente. Se quel campione del 10% di passeggeri osservati durante il mio volo fosse anche solo vagamente rappresentativo, significherebbe che la pratica della lettura estesa potrebbe essere presto confinata a una minoranza, tornando a livelli analoghi a quelli dell’Occidente pre-tipografico. Siamo di fronte a un Putsch perché, come osserva Adam Garfinkle, le abitudini mentali allenate con la lettura estesa sono anche quelle su cui si fonda il progetto di una partecipazione democratica su larga scala.
7. La transizione a cui stiamo assistendo mina radicalmente la possibilità per i leader politici di confidare nella capacità del pubblico di impegnarsi in ragionamenti articolati. Tale mutamento è già percepibile nelle denunce dei liberali classici riguardo al declino delle norme tipiche della cultura tipografica, quali la razionalità scientifica e il confronto civile. Critiche che, in fondo, non fanno altro che registrare la sconfitta del paradigma della stampa a opera di quello digitale. A tutto ciò si sommano, poi, i fenomeni discorsivi propri dell’ecosistema digitale: cancel culture, panico morale collettivo, polarizzazione, guerre di meme e quant’altro. L’allarme lanciato dal mondo dell’istruzione dei paesi sviluppati segnala che questo processo diventerà ancora più pronunciato man mano che le nuove generazioni native digitali raggiungeranno l’età adulta.
Non c’è modo di invertire la tendenza. Internet non si spegne. A partire dal luglio 2025 hanno acquisito età di voto i cittadini nati dopo il lancio del primo iPhone. E ogni società che ha vissuto il passaggio da una cultura tipografica a una orientata al digitale ha smesso, col tempo, di formare soggetti adatti alla pratica della democrazia.
Ma il declino del pensiero non esaurisce gli effetti del Putsch. La fruizione dei dispositivi digitali non rende «le persone più stupide» in senso assoluto, ma ne riduce l’inclinazione all’analisi. E mentre ci si agita per gli effetti degli smartphone sul quoziente intellettivo, un altro effetto trasformativo è passato relativamente inosservato: il ritorno di forme di pensiero fondate su schemi, immagini e simboli.
Il formato del libro favorisce il ragionamento lineare esteso, l’analisi riflessiva, l’approfondimento dell’interiorità. L’ecosistema digitale, come sostiene Nicholas Carr, è invece costellato da distrazioni continue, rimandi incrociati, flusso schiacciante di contenuti. Navigare tali informazioni richiede una diversa modalità di consumo delle informazioni, capace di rispondere al sovraccarico filtrando secondo pattern latenti e non, viceversa, seguendo logiche lineari.
Nella mia esperienza, la fruizione di contenuti su Internet degrada la concentrazione prolungata, ma rafforza l’attenzione verso schemi di significato condiviso, che offrono registri mnemonici più propri della cultura medievale che della modernità. Il giornalista Tyler Cowen racconta di una corrispondenza con un insegnante che confermerebbe tale osservazione: «La capacità degli studenti di elaborare e lavorare con un testo in modo “lineare” è diminuita», mentre è cresciuta «la capacità di individuare schemi e connessioni testuali». Questa predisposizione non si trasferisce automaticamente dal digitale al mondo offline. Ma proprio come la lettura prolungata ha prodotto effetti ben oltre la carta stampata, è ragionevole aspettarsi che le nuove tecnologie faranno altrettanto. Le conseguenze saranno, oltre che politiche, metafisiche. Poiché si sta riaprendo un margine per il recupero di elementi della concezione medievale scartati dall’affermazione della scienza moderna: la causa formale e la causa finale.
Più di recente, alcuni ricercatori nel campo della biosemiotica hanno reinterpretato i risultati delle scienze naturali alla luce della filosofia contemporanea, sostenendo che il significato non sia una proiezione umana su una realtà meccanicistica e atomistica, ma un elemento costitutivo di essa. Detto altrimenti, il significato non risiede nei «segnali distintivi», non è l’anomalia: è struttura ricorrente, regolarità. Ne consegue che la rinnovata capacità popolare di riconoscere pattern favorirà anche il riemergere di una sensibilità volta a cogliere il significato come tratto reale del mondo e non, banalmente, come ostacolo fantasmagorico alla sua comprensione. Wendy Wheeler afferma che lo studio delle ecologie come sistemi di produzione di significato richiede una «ontologia delle relazioni», ovvero una concezione fondata su direzionalità e fine.
Il Putsch digitale assottiglia le capacità cognitive, ma offre la sponda per il ritorno del significato e dello scopo – causalità formale e finale – nella percezione quotidiana. Questa reintegrazione implica una valutazione meno istintivamente ostile delle strutture ricorrenti, visibile per esempio nel crescente rifiuto del paradigma della tabula rasa applicato al dimorfismo sessuale umano, teoria secondo cui le differenze tra uomini e donne sarebbero soltanto costruzioni sociali. Un’altra conseguenza della nuova attenzione al dato di realtà è la valutazione pragmatica delle asimmetrie di potere ineliminabili, che favorirà una revisione critica delle nostre forme politiche dominanti.
8. Il ritorno dell’incantamento non lascerà intatto lo stato di cose esistente. Il Putsch investe direttamente questioni come la configurazione istituzionale e l’esercizio legittimo del potere. Se davvero «We the People» non corrisponde più al soggetto razionale della cultura tipografica, il nostro contributo elettorale al processo decisionale è destinato a diluirsi ben oltre il modello della «Tv Democracy». Torna così in scena un dilemma medievale: come evitare che il potere assoluto degeneri in tirannide. I poli emergenti in questa aspra battaglia metapolitica contemporanea sono due: chi vorrebbe difendere la libertà rafforzando i princìpi democratici caratteristici dell’èra della stampa, chi sostiene che quel sistema di valori abbia prodotto una nuova forma di oppressione.
Il primo fronte appartiene ai sostenitori liberal-progressisti della democrazia, raccolti sotto lo slogan di «Our Democracy», che i suoi avversari evocano in modo sprezzante. Durante la crisi del Covid-19 tale modello è stato predominante: utilizza i media digitali per produrre l’impressione che la politica nasca spontaneamente dal basso, ma in realtà, dove possibile, trasferisce il potere decisionale dai leader eletti al sistema di procedure tecnocratiche che si pretende neutrale. L’applicazione concreta delle norme democratiche applicate a un demos post-tipografico produce questo: un intreccio di ong, accordi e stakeholders con rituali rigorosamente circoscritti di legittimazione popolare.
Figura chiave del progetto post-liberale blairiano, Peter Mandelson aveva già intuito nel 1998 questa traiettoria: «Il governo rappresentativo è affiancato da forme più dirette di coinvolgimento, da Internet ai referendum». Ma nella sua visione, i parlamenti tradizionali non cessano di avere l’agilità necessaria per rispondere alle necessità politiche del momento, rendendo necessario l’intervento di una classe dirigente tecnocratica. Il futurista Benjamin Bratton costituisce oggi uno dei più autorevoli sostenitori di questa visione, secondo il quale dopo l’emergenza epidemica avremmo dovuto superare l’ordine «iper-individualista» in favore di un sistema automatizzato e globale capace di distribuire le risorse secondo necessità. Nella sua prospettiva, l’interdipendenza economica e la politica planetaria richiedono istituzioni nuove, che rendano obsoleti gli «interessi privati vincolati» e i «parlamenti cerimoniali» – lenti e macchinosi – in nome di una «competenza planetaria». Ma nessun individuo potrebbe guidare tale ordine: occorrono più tecnocrati e più tecnologia.
Il tentativo più avanzato di dar forma a un assetto analogo si è visto durante il mandato di Joe Biden, un uomo che, proprio come Carlo I, perse la testa durante il mandato: in questo caso, a causa di un declino cognitivo legato all’età. A differenza di Carlo, Biden è rimasto sul trono come presidente fantasma, sostenuto dal basso da uno sciame di burocrati che controllava gli accessi, coreografava le apparizioni pubbliche, redigeva decreti e manteneva tutte le funzioni, al servizio di un programma politico coordinato – apparentemente – in modo spontaneo.
È forse questo il nostro orizzonte? Senza l’alfabetizzazione di massa che rese la democrazia la scelta più ovvia per la prima repubblica americana, una riduzione del ruolo diretto del popolo nel processo decisionale potrebbe effettivamente essere nell’interesse di tutti. Ma la tecnocrazia non è l’unica strada possibile. Al contrario, la risposta dell’elettorato americano dopo quattro anni di governo esercitato tramite firma automatica (autopen) indica che, pur leggendo meno libri, molti percepiscono che nella «Our Democracy» qualcosa non funziona.
Il problema principale degli sciami tecnocratici risiede nel fatto che il sistema di governo proposto tende a negare ogni forma ordinatrice – arrivando persino ad abolire tacitamente le frontiere. Viene rifiutato anche il concetto di «scopo», sciolto in un vuoto proceduralismo liberale. Ma ciò equivale a fraintendere la metafora dello sciame d’api, che in natura non nasce da individui isolati, ma risponde a uno schema che eccede la somma degli stimoli casuali e dei comportamenti dei singoli. Le api sono api in quanto esiste un principio ordinatore che precede l’esistenza degli individui e dell’alveare. Possiamo chiamare questo principio «natura delle api» o, in termini aristotelici, causa formale. Il loro essere non è casuale. Hanno un fine: essere delle api.

9. Dalla prospettiva di chi è stato riabituato dal mondo digitale al riconoscimento delle strutture ricorrenti, la pretesa di legittimità democratica della logica dello sciame è infondata. L’ipotesi che l’ordine possa emergere spontaneamente appare implausibile. E i tecnocrati sembrano operare in malafede.
Ciò alimenta la diffidenza riguardo a questo tipo di regime. Una popolazione meno incline al pensiero analitico ma più sensibile ai pattern capisce, non senza buone ragioni, che la vera causa formale dello sciame non coincide con «We the People». Soprattutto, intuisce con dolorosa chiarezza che le tecnocrazie a sciame non agiscono per la fioritura del loro popolo. Non perché esse gli siano volontariamente ostili: sono semplicemente eredi dell’assunto che tra governanti e governati sussista un rapporto antagonistico strutturale. Tale dinamica è incorporata nella democrazia, come dimostrano i checks and balances della costituzione statunitense, ed è garantita dalla possibilità di sostituire un governo tramite elezioni. Ma nella realtà post-tipografica, questa contrapposizione diventa un problema: il potere si concentra in una burocrazia tecnocratica permanente, che considera il demos un avversario ma non può essere rimossa.
La soluzione non risiede nel sostituire la burocrazia con l’uomo forte. Quando gli oppositori di Trump sfilano con lo slogan «No Kings» temono che l’apparato burocratico venga rimpiazzato da un singolo sovrano assoluto, lasciando però intatto il conflitto tra potere e popolo: ciò che definiamo dittatura. Evitare questa forma di tirannide non significa semplicemente rimpiazzare lo sciame, ma mettere in discussione l’intero sistema di idee post-tipografiche. Infatti, nel pensiero politico premoderno, da Aristotele a Tommaso, l’amicizia tra governante e governato era un aspetto cruciale, intesa non come semplice sentimento ma come orientamento del potere al bene comune.
Il malcontento diffuso in Occidente nasce dalla sensazione – condivisa anche dai cittadini poco inclini alla lettura – che i leader non provino alcun legame con il popolo e non ne difendano gli interessi. Ecco perché Trump è così attrattivo: offre l’immagine di un individuo umano (per quanto imperfetto) capace di mostrare un attaccamento autentico alla nazione. Quanto lo sciame non potrà mai ottenere.
Non significa che la monarchia sia l’unico modello pensabile per il mondo post-tipografico. Ma non formiamo più cittadini democratici. E la trasposizione della logica democratica nell’epoca digitale produce sistemi tecnocratici instabili, percepiti spesso come estranei e illegittimi. Certo, il popolo legge di meno, eppure ciò non implica incapacità di giudizio. Nell’ecosistema digitale, l’elemento più difficile da simulare è un legame politico di autentica amicizia. L’attuale deficit di legittimità, evidente in particolare nella mia nativa Gran Bretagna, invita a riesaminare se vi sia spazio per individui investiti di autorità sacra e simbolica, oltre che esecutiva.
10. Una politica efficace, però, richiede ancora capacità di ragionamento esteso. Pertanto il leader contemporaneo, più o meno apertamente monarchico, può ottenere risultati e consenso soltanto muovendosi su due piani: quello razionale-tipografico e quello simbolico-digitale. Caso paradigmatico è il presidente salvadoregno Nayib Bukele: considerato autoritario negli ambienti liberal occidentali ma popolare nel suo paese, autodefinitosi «Re filosofo» su X, incarna una pratica politica definibile come «progressismo di destra». Il suo approccio combina alcuni elementi: controllo dell’ordine pubblico, attenzione alla persona comune, fiducia nella tecnologia, indifferenza verso il formalismo procedurale. Bukele utilizza Internet come fonte di legittimità. Nel suo approccio l’iconografia, le comunicazioni pubbliche e gli attacchi ai critici si combinano con un coinvolgimento diretto nel dibattito digitale, con un registro aderente alla nuova oralità secondaria.
La strategia di Bukele anticipa un futuro post-liberale in cui i leader agiranno su due piani cognitivi paralleli: quello analitico della politica razionale e quello simbolico dell’oralità secondaria, fondato sul legame personale. Per il governante capace di passare da un codice all’altro, non c’è scelta rigida tra il re e lo sciame. Anziché essere inglobato dall’apparato tecnocratico, il capo si trasformerà in principio ordinatore.
Con l’avanzare della tecnologia e la conseguente riduzione della classe amministrativa, potremmo scoprire che la capacità di distruggere la tecnocrazia non risiede nei mercati o nell’iniziativa di un singolo individuo, ma nell’intelligenza artificiale. I liberali classici potrebbero restare delusi scoprendo che, così come non tornerà il «discorso civile» (civil discourse), ciò che seguirà il deep State non sarà un governo repubblicano e contenuto. È più plausibile un potere statale esteso, guidato dai big data e gestito da sistemi automatici all’interno di uno sciame quasi interamente digitale. Se ciò avvenisse entro il quadro democratico tradizionale, ne risulterebbe una forma di governo ancora più impersonale e irresponsabile di quella della tecnocrazia odierna.
Per questo ritengo che il ritorno del re non sia solo possibile, ma necessario. Privato di una guida personale, ovvero della testa, un regime algoritmico a sciame rischierebbe di trasformarsi in una mostruosa tirannide pseudo-democratica. La nostra migliore salvaguardia contro questo destino è il potere ordinatore di un essere umano capace di giudizio, equilibrio e legame autentico con la sua comunità.*
(traduzione di Giacomo Mariotto)
*Articolo originariamente pubblicato su First Things, agosto-settembre 2025.
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