L’ABITO NUOVO DELL’IMPERO

 

L’ABITO NUOVO DELL’IMPERO

Tre svolte epocali dell’America di Trump. Il rifiuto ideologico dell’ordine liberale. Il dominio dell’emisfero occidentale. L’adozione di un capitalismo nazionale. Tutto per ridare una base materiale alla potenza. Per non soccombere alla Cina. Per non dissiparsi.
di Carlos ROA
Pubblicato il 
Pubblicato in: L'AMERICA INGOLFA IL MONDO - n°2 - 2026




Gli annunci del governo Trump sono come colpi di mortaio. Spariscono nell’aria per un secondo, poi piombano al suolo con un frastuono tale da spaventare chiunque. La Strategia di sicurezza nazionale del 2025 è un perfetto esempio. Non è stata scritta per gli esperti di settore. Non è la solita sfilza di espressioni gergali per tecnici. Ha un linguaggio chiaro e accessibile all’americano medio. Come ha detto qualcuno, dice che cosa vogliamo, perché abbiamo una strategia, quali sono i fini e i mezzi. Pazzesco, lo so.

Non è nemmeno il manifesto neoisolazionista che molti temevano. Non invoca un Americanistan, non chiede di ritirarci da ogni base militare e di lasciar bruciare il mondo. Non denuncia ogni intervento all’estero come speravano i fautori di una strategia più limitata. Se mai, letta in un certo modo, buona parte del testo suggerisce che l’America continuerà a immischiarsi negli affari di altre nazioni per il futuro visibile.

Forse la cosa più stupefacente è come sminuisce l’ipotesi di un drammatico confronto militare con la Cina nell’Indo-Pacifico che definiva i due precedenti governi, inquadrando invece la rivalità sino-statunitense quasi solo in termini economici. Sia i falchi sia i fautori di Asia First che si preparavano a una resa dei conti a Taiwan devono averlo vissuto come un trauma.

Per molti, la strategia è una sintesi confusa che non sta in nessuna delle classiche caselle ideologiche. Per diversi esperti, è addirittura incomprensibile. Non per me. Questo perché lo scorso anno ho fornito praticamente la stessa diagnosi 1. Scrivevo che i costi accumulati nei decenni della sovraestensione all’estero, dello svuotamento della base industriale e l’ascesa di un competitore alla pari, costringono il sistema americano a un regolamento di conti. Per chi come me traccia la logica strutturale del potere americano, il documento strategico si limita a riconoscere un dato di fatto: la finzione che gli Stati Uniti possono finanziare per l’eternità un ordine liberale internazionale egemonico basato su regole e valori, senza pagarne le conseguenze, è finita. E perciò serve una drastica correzione di rotta.

L’America sta transitando verso un’esplicita e impudente fase di consolidamento imperiale. Il nuovo approccio si baserà su una dura logica di scambio, dando la priorità al potere grezzo e all’interesse nazionale rispetto alle pretese ideologiche. Una radicale deviazione dal vecchio modello liberal-imperiale, in cui l’ideologia dell’internazionalismo liberale era sia il principale vettore sia la giustificazione di un interventismo costante. Il «realismo flessibile» di cui parla la strategia, come ha notato qualcuno, è un modo per dire che faremo quel che ci pare. Questa svolta verso un nudo clientelismo strategico con un tocco imperiale non dovrebbe sorprendere nessuno; un impero attento alla sicurezza, guidato dall’economia e centrato sull’emisfero occidentale è stato a lungo la base di partenza per la geopolitica americana sin dalla dottrina Monroe.

<address>Carta di Laura Canali - 2026
Carta di Laura Canali - 2026 

Tre svolte definiranno la prossima fase della politica estera statunitense. Prima, un fermo e formale ripudio della visione del mondo liberale – i presupposti progressisti dell’ordine internazionale basato sulle regole – in favore di una visione transattiva basata sulla potenza. Seconda, un’aggressiva modernizzazione della dottrina Monroe (col corollario Trump) frutto di un profondo e naturale istinto a fare del primato regionale una priorità apicale – con conseguente ritiro da altre regioni e obbligo per gli alleati di assumersi più responsabilità. Terza, un brusco abbandono della dipendenza dalla pura forza militare e dall’ideologia in favore dell’uso strategico dell’economia, dal momento che le future competizioni di potere si giocheranno sul dominio energetico, sulla capacità tecno-industriale e sull’innovazione: vincere in queste aree è decisivo per restaurare la prosperità domestica e la legittimazione del sistema politico americano. Consideriamo queste svolte una per una.

Ripudio ideologico: la condanna dell’ordine liberale

L’ordine liberale internazionale poggiava sulla convinzione che la prosperità e la sicurezza americana dipendessero dalla diffusione globale di due elementi: politiche economiche neoliberiste e norme ideologiche come democrazia liberale, Stato di diritto, pluralismo demografico e religioso, un’interpretazione larga dei diritti umani. Presentati come ragionevoli e neutrali, creavano un sistema di pensiero secondo cui tutti i popoli e le nazioni della Terra devono essere gradualmente convinti a comportarsi come le liberaldemocrazie capitaliste occidentali e questo «progresso» è il percorso necessario e inevitabile dell’umanità verso un futuro migliore e implicitamente utopico.

Il problema è che, benché ammantata del linguaggio della tolleranza, questa visione poggia su una premessa platealmente intollerante: ogni società deve conformarsi al modello liberale occidentale. Così, l’ordine internazionale diventa uno strumento di evangelizzazione che bolla ogni resistenza ideologica e culturale come eresia morale, giustificando pressioni, sanzioni, cambi di regime o vere e proprie guerre contro le nazioni e le culture che non si convertono.

La Strategia di sicurezza nazionale del 2025 abbandona formalmente questo progetto di convergenza socio-ideologica globale costretta dagli Stati Uniti. È una rottura filosofica decisiva nel fine dell’America e del suo popolo. Il documento definisce la narrazione del dopo-guerra fredda un disastro di tracotanza. Sostiene che le élite della politica estera «si sono convinte che il dominio permanente sul mondo intero fosse nel massimo interesse del nostro paese» e che l’approccio universalista liberale stia attivamente distruggendo le fondamenta domestiche della potenza americana, dal momento che quelle stesse élite «hanno minato i mezzi necessari a raggiungere quell’obiettivo: il carattere della nostra nazione, su cui potere, benessere e dignità erano stati costruiti». Inoltre, il documento identifica una litania di crimini strutturali commessi dall’ordine liberale, fra cui: un grave errore di valutazione sulla volontà degli americani di sostenere oneri globali; «scommesse disastrose sul globalismo e sul cosiddetto libero scambio che hanno svuotato la classe media e la base industriale»; avere permesso agli alleati di scaricare su di noi i costi della difesa; avere legato l’America a un transnazionalismo che «punta espressamente a dissolvere la sovranità statuale».

Definito l’obiettivo dell’ordine liberale «indesiderabile e impossibile», la strategia propone un rifiuto totale e filosofico del consenso liberale maturato non solo dopo la guerra fredda, ma persino nel secondo dopoguerra. Rimpiazzandolo con un’aperta richiesta di subordinare l’intera politica estera alla restaurazione della salute materiale, demografica, culturale e spirituale dell’America.

L’ordine liberale internazionale era fondamentalmente «innaturale» perché andava contro la natura umana. Benché guidato dal desiderio di catalizzare l’inevitabile e universale progresso dell’umanità verso la perfezione liberaldemocratica, il suo ideale era l’homo oeconomicus – massimizzatore del proprio interesse e sganciato da ogni storia, identità ed eredità. «Capitale umano» nel senso più letterale, esseri umani come risorse, materia grezza e intercambiabile, da ottimizzare per massimizzare il ritorno d’investimento in un mercato globale senza ostacoli.

Cercando di cancellare ogni differenza, comprese quelle che danno senso alla vita, l’ordine liberale ha staccato gli individui dai legami organici di famiglia, fede e comunità che sostengono una civiltà. Esaltando l’autonomia individuale al di sopra di tutto, ha corroso gli imperativi morali e biologici da cui dipende ogni durevole ordine sociale. Non stupisce che il paese sia spazzato da «livelli epidemici» di solitudine, identità religiose declinanti, bassissima fiducia nel governo, paure di massa per il futuro e, quel ch’è peggio, tassi di fertilità in caduta libera. Dopotutto, in una società che condiziona gli individui a comportarsi come massimizzatori del proprio interesse economico, i figli sono una costosa scelta di consumo, dai ritorni impossibili. Smettono di essere visti come l’autentico scopo della vita.

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Carta di Laura Canali - 2026 

La rivalutazione dei figli proposta dall’ordine liberale – da telos dell’esistenza a bene esistenziale – non elimina la domanda di esseri umani come input produttivo. Nonostante il crollo delle nascite, il neoliberismo richiede un costante flusso di capitale umano grezzo per sostenere la crescita, il debito e la spesa sociale. Il risultato è l’immigrazione di massa degli ultimi decenni, nell’idea che un somalo o un siriano siano una materia prima intercambiabile e, paracadutati a Minneapolis, Stoccolma o Colonia, con i giusti incentivi e qualche lezione di lingua, possano essere trasformati in contribuenti laici rispettosi della legge. Questa convinzione rifiuta di riconoscere, come sostiene Christopher Caldwell, che le nazioni «non sono solo zone arbitrariamente delimitate che restano le stesse a prescindere da chi ci vive» 2.

La Strategia di sicurezza nazionale, insomma, rigetta seccamente la mentalità da foglio Excel appena descritta. Dichiara impunemente che il massimo imperativo strategico degli Stati Uniti è la sopravvivenza, il mantenimento e il rinnovo della sua distinta cultura nazionale e del suo popolo. È una visione profondamente nazionalista di una cittadinanza fiduciosa, spiritualmente e culturalmente in salute, il cui lavoro fornisce senso più che salari e le cui famiglie sono l’unità di base essenziale della potenza nazionale. È un totale rifiuto dell’idea che patriottismo, tradizione ed eredità culturale siano reliquie dispensabili da sostituire con l’efficienza economica, l’integrazione culturale tramite l’immigrazione di massa e, da ultimo, un’eterna utopia da produrre attraverso una costretta uniformità liberaldemocratica. Questa svolta filosofica ha enormi implicazioni per la politica estera.

Consolidamento strategico: una sfera d’influenza nell’emisfero occidentale

Il riorientamento nazionalista informa il nucleo geopolitico della Strategia di sicurezza nazionale. Controllare le risorse necessarie al rinnovo della grandezza nazionale implica fare i conti con le vulnerabilità strutturali del paese. Queste ultime, a loro volta, non possono essere affrontate senza fissare priorità implacabili, senza cioè declassare o abbandonare del tutto impegni periferici in teatri strategici non essenziali. Il risultato è una politica di consolidamento, con l’emisfero occidentale come nucleo indispensabile di sicurezza, dove gli Stati Uniti possono garantirsi un dominio incontrastato. Questo ripiego strategico obbliga Washington a riorientarsi all’autosufficienza, assicurandosi accesso privilegiato a forniture di energia, minerali e altri input industriali necessari a ricostruire filiere di approvvigionamento resilienti e una capacità produttiva nazionale, al contempo impedendo alle potenze rivali di sfruttare quelle stesse risorse.

Storicamente, durante fasi di competizione fra grandi potenze, la politica estera americana ha avuto un approccio stretto e poco sentimentale all’emisfero occidentale: garantirsi accesso commerciale, controllare le strozzature geografiche e assicurarsi che potenze esterne ne stessero fuori. Il corollario Trump della strategia semplicemente rinnova tale dura e antica tradizione. L’interesse del presidente alla Groenlandia, ai terreni canadesi, all’autorità sul Canale di Panamá, al petrolio venezuelano, ai minerali latinoamericani dimostra che Trump capisce istintivamente questa necessità. Persino ribattezzare il Golfo del Messico in Golfo d’America serve a ribadire il dominio retorico e psicologico su quel che gli Stati Uniti ritengono il loro estero vicino.

Nei prossimi mesi e anni, l’amministrazione proseguirà l’opera di assicurare questa sfera in modi del tutto in linea con la storia americana in questa regione. La diplomazia selettiva del governo è già all’opera: con l’aperto supporto, anche finanziario, all’Argentina di Javier Milei; con i crescenti rapporti col Paraguay di Santiago Peña; col forte legame con Nayib Bukele nel Salvador; e con la spinta a dare la qualifica di «grande alleato non Nato» al Perú di José Jerí. Per converso, governi di sinistra stanno subendo intense pressioni, dal Venezuela a Cuba, il cui sclerotico regime è il prossimo in lista, fino all’Honduras, sempre più sotto il microscopio.

<address>Carta di Laura Canali - 2025
Carta di Laura Canali - 2025 

Questa tendenza – premiare chi obbedisce, punire chi sfida – punta ad assicurarsi gradualmente che nessun competitore alla pari pianti una bandiera nel cortile di casa di Washington. E che ogni paese sia allineato su alcuni aspetti chiave, dalla sicurezza (cartelli della droga inclusi) all’economia (soprattutto minerali strategici).

L’abbondante attenzione all’emisfero occidentale ovviamente ha un prezzo: il resto del mondo sta perdendo priorità. Avendo accettato (a malincuore) che le risorse, anche mentali, sono fondamentalmente limitate, gli strateghi statunitensi realizzano che tutta una serie di impegni all’estero non possono più essere giustificati dai ritorni marginali che offrono. Alcune risorse limitate devono essere rimpatriate, immediatamente e senza scuse, per concentrarsi su quel che conta. Risultato: la Strategia di sicurezza nazionale segnala al resto del mondo che anche altri Stati devono aggiustarsi alle nuove realtà geopolitiche. Ciò significa che Washington ha già di fatto iniziato a dividere l’attuale ordine globale in sfere d’influenza, rivendicando per sé l’emisfero occidentale e cedendo (o condizionando) il primato altrove ad altre potenze.

Diversi analisti hanno anticipato questa evoluzione, qualificandola, negativamente o positivamente, come l’inizio di un maturo ordine multipolare. Scrivendo l’anno scorso su Foreign Affairs, Stacie Goddard ha descritto questa dinamica come la fine della dottrina della competizione fra grandi potenze – limitare e surclassare Cina e Russia assieme, posizione di base dei governi Biden e Trump 1 – e l’inizio della «collusione fra grandi potenze» 3. Di fatto, un neoconcerto di potenza in cui ciascun attore domina nel proprio vicinato ed evita di interferire in quello degli altri.

Al di là della scelta lessicale – «collusione» è un peggiorativo, evoca una cospirazione criminale – la conclusione soffre di un problema, che individuavo su Limes lo scorso agosto: «Siamo in una fase liminale. Interregno geopolitico. A definirla non sono né il coordinamento né la collisione, bensì duri negoziati per rinviare la resa dei conti. (…) I grandi imperi si stanno affrettando a salvare le posizioni strategiche. (…) Nessuno è nella posizione di guidare un ordine globale. Tutti cercano solo di sopravvivere all’esame. In questo caotico intermezzo, le sfere d’influenza non sono ancora definite. Restano disputate. Ucraina, Taiwan, Caucaso, Asia centrale, Mar Rosso, Sahel non sono anomalie» 4.

Tutte e tre le grandi potenze affrontano spinose questioni interne e nessuna ha ancora fissato i precisi contorni delle rispettive sfere d’influenza. Il tentativo di determinarle si manifesta in una cascata di conflitti sovrapposti, ciascuno un microcosmo della più ampia ridefinizione geopolitica. La guerra d’Ucraina si combatte per stabilire se il paese appartiene alla sfera americana o russa. Lo stesso per Taiwan. Di conseguenza, una delle regole cardinali dell’ordine liberale internazionale – nessuna revisione territoriale con la forza – è stata apertamente scartata. Potenze di tutte le taglie – non è solo un gioco a tre – interverranno selettivamente, scegliendo vincitori e vinti in conflitti per procura, schermaglie di frontiera, cambi di regime che riscriveranno la mappa geopolitica, pezzo dopo pezzo. Aspettiamoci nuovi confini e nuovi paesi nei prossimi anni.

La nuova realtà che si svolge sotto i nostri occhi esige di riconcettualizzare il pensiero geostrategico statunitense: dal bipolare al multipolare. Considerate per esempio la perdurante influenza del bipolarismo insito nel concetto di «grande scacchiera» di Zbigniew Brzezinski: al fondo, evoca una sfida a somma zero fra due attori per il dominio dell’Eurasia. A questa idea deve succedere qualcosa di più caotico e imprevedibile, ma più in grado di descrivere la realtà. L’ex direttore editoriale del National Interest e teorico geopolitico Damjan Krnjević Mišković, per esempio, parla di «grande tavolo verde» 5. In quest’ottica, la geopolitica diventa un poker, con molti giocatori al tavolo che entrano ed escono dal gioco a seconda dell’andamento delle mani. Bluffare, distrarre, nascondere la forza conta tanto quanto l’effettiva potenza disponibile, la posta in gioco essendo manipolare le aspettative di più competitori, per costringerli a cedere o per indurli a sovraestendersi. Il gioco è fluido e multipolare: non può esserci un solo vincitore a meno che uno non sia estremamente fortunato per svariati giri di fila. Una mano vincente in un teatro, per esempio in Asia centrale, non offre garanzie o vantaggi altrove, come nell’Indo-Pacifico, dal momento che carte, giocatori e poste in palio sono costantemente rimescolate.

Per gli Stati Uniti, l’imperativo immediato in questa partita a carte resta definire e blindare la loro sfera d’influenza. Processo iniziato, o meglio solo abbozzato, sotto Biden. Come scrivevo sempre su Limes nel marzo 2025 6, il precedente governo aveva proposto la Partnership for Atlantic Cooperation, una vasta cornice, ancorché scarna, per legare questioni economiche, tecnologiche e securitarie fra le due sponde dell’oceano, Europa occidentale, America Latina e costa Ovest dell’Africa incluse. Benché l’iniziativa esista ancora – vuoto memorandum in attesa di fondi ed energie – ha tracciato una sorta di linea di demarcazione iniziale: un’esplicita espansione oltre la classica dottrina Monroe, che ridefinisce la zona vitale per l’America allargandola all’intero bacino atlantico. Le varie manovre dell’amministrazione Trump nel primo mandato sembrano insistere sul concetto. Possiamo dunque definire questa nuova configurazione Nord-Sud come l’attuale idea della sfera d’influenza americana.

<address>Carta di Laura Canali - 2026
Carta di Laura Canali - 2026 

È qui che le implicazioni dell’attuale ripensamento strategico iniziano a diventare radicali e per molti sconcertanti: l’Europa è parte della sfera d’influenza degli Stati Uniti. Il continente, agli occhi dei decisori, viene declassato da soggetto autonomo strategico dell’ordine internazionale a oggetto della competizione fra le potenze. La Strategia di sicurezza nazionale indica chiaramente che l’Europa resta vitale per l’America, sia per ragioni materiali e di sicurezza sia per ragioni culturali e di civiltà e per questo ricade nella nostra sfera d’influenza. Gli Stati Uniti non possono più perdere altra forza dal punto di vista geopolitico e ideologico. Dunque, ritengono giustificate le mosse necessarie a mettere in sicurezza i propri interessi in Europa. In questa chiave va letto l’appello a «coltivare resistenza» per l’attuale traiettoria del continente, a rischio di vedere sparire la propria civiltà.

Ecco la massima ironia del documento: prende un precetto chiave del paradigma liberale e lo rivolge aggressivamente contro i suoi ideatori. Ancora una volta, occorre enfatizzare che la visione del mondo dell’ordine liberale internazionale è manicheismo mascherato da pluralismo moralmente corretto. Sostiene che qualunque opposizione all’adozione del modello liberale, anche pacifica, è una minaccia esistenziale alla stessa democrazia e dunque richiede una correzione, con sanzioni, sovversioni o la forza. Basti guardare all’idea «democrazie contro autocrazie» dell’èra Biden, che trattava un assortimento di regimi non liberali come un unico blocco soltanto perché respingevano la sola e vera fede, nonostante l’autocrazia non sia un’ideologia, né tantomeno un pensiero unico e coerente.

«Qualunque ingiustizia minaccia la giustizia ovunque», dicono i sostenitori dell’ordine liberale citando Martin Luther King junior. «Avete ragione: voi compresi», aggiunge il governo Trump. Prende la stessa logica a somma zero e la volge contro chi l’ha forgiata: l’ideologia liberale è essa stessa una minaccia ai popoli europei, ai loro sistemi democratici e alla civiltà occidentale, forse al mondo intero, e deve essere contrastata e distrutta.

Vale la pena ripeterlo perché è un terremoto: un documento strategico ufficiale degli Stati Uniti ha dichiarato che l’ideologia dominante della loro stessa classe dirigente, e della maggioranza delle capitali europee alleate, è un’attiva minaccia alla sicurezza nazionale americana e deve essere contenuta, fatta arretrare e da ultimo sconfitta. È il lungo telegramma di George Kennan alla rovescia: la dottrina del contenimento un tempo rivolta al comunismo all’estero è oggi rivolta all’interno, contro la stessa élite liberal-globalista, specie perché farlo serve a rafforzare l’Europa (parte della sfera d’influenza americana) e negare ai rivali geopolitici accesso alla sua industria, ai suoi mercati, ai suoi esperti.

Le implicazioni di politica estera di questa svolta sono massicce: i movimenti nazionalisti e sovranisti non solo in Europa cominceranno a godere di supporto materiale, diplomatico e culturale da parte dell’esecutivo di Washington. Verranno inclusi sia governi conservatori come quello di Viktor Orbán in Ungheria e di Giorgia Meloni in Italia sia partiti e individui determinati a prendere il potere soprattutto in Francia e Germania, perduranti cuori pulsanti del continente. Significa inoltre che una serie di funzionari europei o dell’Ue facilmente verranno messi nel mirino. Il primo colpo è il divieto di visto a cinque figure, fra cui l’ex commissario Thierry Breton, accusate di pressare le aziende tecnologiche e di censurare i punti di vista americani opposti, come ha detto il segretario di Stato Marco Rubio. La battaglia sull’intricata regolamentazione dell’Ue contro i colossi digitali statunitensi diventa così un fronte della nuova Kulturkampf fra le due sponde dell’oceano.

In breve, Washington tratterà i partiti nazionalisti e sovranisti come risorse strategiche in una vasta lotta contro quel che resta dell’ordine liberale internazionale. L’èra delle rivoluzioni colorate per diffondere il liberalismo ideologico è finita; è sorta l’èra delle «liberazioni colorate» per distruggerlo.

Fin qui, abbiamo parlato di quanto accade dentro la sfera d’influenza statunitense. E fuori? Qui la strategia sembra essere plasmare configurazioni periferiche stabili per impedire alla Cina, e in misura minore alla Russia, di trasformare qualunque regione del pianeta in una consolidata piattaforma anti-americana. Nell’Indo-Pacifico, ciò significa rafforzare Quad, Aukus e Indo-Pacific Economic Framework per «contenere» la Cina senza impegnare eccessive risorse militari, divenute scarse. In Medio Oriente, gli accordi sull’intelligenza artificiale con Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita, gli accordi di Abramo e l’India-Middle East-Europe Corridor (Imec) – cornice che prevedo evolversi in un «corridoio dei corridoi» – saranno impiegati per esternalizzare la garanzia della stabilità agli attori locali. Fra Asia centrale e Caucaso, l’insieme di Trump Road for International Peace and Prosperity, Corridoio di mezzo e C5+1 allargato all’Afghanistan punterà a spezzettare l’influenza russa e cinese senza rischiare uno scontro diretto.

Carta di Laura Canali - 2026
Carta di Laura Canali - 2026 

Risultato: gli impegni esistenti saranno drasticamente riconfigurati, in particolare quelli militari. Basti leggere la sezione della Strategia di sicurezza nazionale su Taiwan e sulla prima catena di isole: la condizione è che alleati come Giappone e Corea del Sud si prendano più responsabilità. Lo stesso vale per l’impegno dei membri della Nato a spendere il 5% del pil nella difesa. Quanto al Medio Oriente, a lungo una fissazione americana, è definito un problema inferiore a quanto suggeriscono i media, a causa dell’indebolimento dell’Iran e del suo asse e degli sforzi di turchi e arabi del Golfo, troppo poco discussi. Insomma, alleati e partner devono «assumersi la responsabilità primaria delle rispettive regioni», dice il documento, e cambiare bilanci e tattiche di conseguenza.

Questi riordini regionali saranno attuati con l’intero arsenale dell’arte di governo: guerre per procura e tregue, diplomazie segrete, patti economici settoriali, incentivi e sanzioni finanziarie e un uso occasionale della forza.

L’età del capitalismo nazionale

Eccoci all’ultima grande svolta. L’arte di governo economica è oggi lo strumento decisivo della potenza americana. Nella lista di priorità della Strategia di sicurezza nazionale, circa la metà riguarda l’economia: commerci equilibrati, sicurezza mineraria, indipendenza delle filiere, supremazia energetica, reindustrializzazione (in particolare bellica), conservazione della preponderanza finanziaria. È un riconoscimento che la sicurezza americana dipenderà d’ora in avanti dalla produttività e che la proiezione di potenza militare oltremare esiste anzitutto per centrare l’obiettivo di mantenere le industrie in funzione e le filiere produttive lontane da mani ostili.

Il peso accumulato del debito, lo svuotamento della manifattura nazionale e una competizione strategica fra pari hanno reso insostenibile il modello neoliberista. L’unica strada percorribile è una svolta deliberata verso il nazionalismo economico guidato dallo Stato, giustificato dal linguaggio della sicurezza, perché soltanto un paese in grado di continuare a produrre ciò di cui ha bisogno può dirsi sicuro.

Il neoliberismo ha speso quattro decenni a convincere le élite occidentali che la prosperità potesse andare a credito all’infinito e che la manifattura potesse essere delocalizzata senza conseguenze. Allo stesso modo, le élite sono state convinte che il debito sovrano, aziendale e persino privato potesse in teoria aumentare per sempre, fintanto che fossero rimasti stabili alcuni pilastri: il dollaro come riserva mondiale, la volontà della Federal Reserve di comprare titoli del Tesoro eccetera. Il risultato è un paese il cui debito federale sta «andando a sbattere lentamente», secondo J.P. Morgan 7, le cui imprese finanziano il riacquisto di proprie azioni con denaro in prestito, le cui famiglie affogano nei debiti, il cui tasso di partecipazione al mondo del lavoro non si è mai ripreso dal 2008 e la cui base industriale è stata smantellata e spedita all’estero, creando pericolose dipendenze da un rivale che non ha mai creduto nelle promesse neoliberiste.

Quel rivale oggi costruisce navi più velocemente di quanto gli Stati Uniti costruiscano cantieri navali. Controlla la raffinazione dei minerali di ogni economia avanzata. E, quel che più disturba i falchi, produce armi e stratagemmi tali da far apparire obsoleti alcuni sistemi americani. Per citare un funzionario del governo Biden dopo una valutazione pluriennale riservata su come si svolgerebbe una guerra con la Cina, «per ogni nostro trucco, i cinesi avevano vari livelli di ridondanza» 8. Ciò significa che la posizione macroeconomica degli Stati Uniti rende una guerra ad alta intensità impossibile, perché il paese non può sostenere la mobilitazione industriale richiesta da quel conflitto. Nelle parole di un noto opinionista, «la manifattura ora è una guerra» 9.

Peraltro, le circostanze peggioreranno: ci sono segni di un nuovo «shock cinese» dopo quello d’inizio secolo, che potrebbe devastare le industrie dell’alta tecnologia. La realtà è che la potenza manifatturiera e i surplus commerciali cinesi sono così ampi e Pechino è così dedita a mantenere quel vantaggio che crescerà a discapito di altri, come ha notato un recente rapporto di Goldman Sachs a proposito di europei e giapponesi: «Potrebbe non generare ricadute di crescita positive altrove (…) per ogni punto percentuale guadagnato dal pil cinese con l’export, altre economie potrebbero perdere da 0,1 a 0,3%, con i produttori dell’high tech in Europa e Giappone particolarmente sotto pressione» 10. Gli analisti del governo americano concordano: l’ultimo rapporto al Congresso della U.S.-China Economic and Security Review Commission stabilisce che «mentre inonda i mercati globali con le sue merci, la Cina guadagnerà una quota più dominante di alcuni mercati chiave, soffocando i competitori stranieri e sospingendoli in una spirale di deindustrializzazione. Ciò a sua volta rafforzerà il controllo sulle strozzature delle filiere strategiche».

Questo scenario rompe sia le teorie economiche neoliberiste sia le regole non scritte dello sviluppo: impedisce a nazioni meno prospere di scalare la catena del valore mantenendo una posizione di forza a livello industriale. Il tema merita ulteriori approfondimenti, ma il risultato è che Pechino, attuando le strategie della circolazione duale e Made in China 2025, si sta avviando a un’egemonia economica di fatto, benché non dichiarata. Secondo un commento sul New York Times, «le conseguenze sociali di un secondo shock cinese nel mondo saranno facilmente profonde quanto quelle del primo in Occidente» 11. Lavori persi, stagnazione, instabilità economica e poi politica, polarizzazione, radicalizzazione. In una parola, catabolismo, autoconsunzione, che si ha quando il costo di mantenere sistemi e infrastrutture complesse eccede le risorse economiche disponibili.

In altri termini: possono le democrazie occidentali, America inclusa, sostenere programmi di welfare sempre più costosi (a causa di frodi, immigrati improduttivi e aumento dei pensionati) se la base necessaria a sostenere quei sistemi collassa? Il buon senso dice no, da qualche parte qualcosa deve cedere. L’unica opzione per le economie occidentali, ma soprattutto per gli Stati Uniti, è ripiegarsi su di sé e ricostruire le basi materiali della potenza attraverso quello che chiamo «capitalismo nazionale»: un programma sistematico di politica industriale diretta dallo Stato. Un insieme di protezionismo, antitrust, sussidi per i settori strategici e deliberata (benché discreta) subordinazione della finanza alla produttività. A ciò si aggiunge una condizione unica agli Stati Uniti: trasformare le alleanze esistenti in meccanismi per estrarre capitale e tecnologia da soci che vogliono continuare ad accedere al mercato e alla protezione dell’America. Questo programma è in fase di attuazione, ovviamente non senza la resistenza degli attori economici e istituzionali che più ci rimettono.

In ogni caso, ci sono segnali di progresso. Per esempio, la politica dei dazi sta costringendo le aziende straniere ad accettare l’aumento dei costi per continuare a vendere sul mercato statunitense. È accaduto ai produttori di automobili in Germania, di elettronica in Corea del Sud e persino a imprese cinesi: tutti hanno preferito ridurre i profitti che scaricare il costo sul consumatore americano. I dazi e la pressione del governo spingono le aziende a riconsiderare le strategie d’investimento. Secondo una recente analisi, molti conglomerati europei e asiatici hanno capito che «investire nella manifattura americana» è «l’unico modo per aggirare i dazi». Anche se «la risposta più interessante verrà dalle start-up americane. Se i produttori vietnamiti o polacchi affrontano seri ostacoli tariffari, una compagnia statunitense ha l’opportunità di entrare nel mercato. Certo, bisogna capire come competere sui costi. Ma fra i dazi e i progressi nell’intelligenza artificiale, potrebbe essere molto più facile rispetto agli ultimi vent’anni» 12.

Nel settore della difesa, il governo ha emanato un ordine esecutivo che limita dividendi e riacquisti di azioni per i fornitori del Pentagono in ritardo con la consegna o che sforano il budget. Il dipartimento della Guerra sta inoltre conducendo una vasta riforma della burocrazia per aumentare capacità e produttività. I cambiamenti interessano anche la sicurezza delle filiere produttive e dei minerali strategici: l’Office of Strategic Capital del Pentagono e il dipartimento dell’Energia stanno creando di fatto un fondo sovrano per le materie prime, con investimenti in Mp Materials, Trilogy Metals, Lithium Americas, Korea Zinc e altre imprese impegnate nel settore a vari livelli.

La svolta verso il capitalismo nazionale avrà risvolti importanti per la diplomazia, evidenziando la natura imperiale della trasformazione in corso. Dal momento che gli Stati Uniti sono sia il nucleo del sistema occidentale sia il maggiore debitore in esso, cioè sia il garante della sicurezza globale sia una nazione spinta a ricostruire la capacità industriale per sostenere quel ruolo, possono far leva su questa posizione per arruolare altri paesi nel proprio rinnovo. In altre parole, trasformare il capitale degli alleati in una sorta di tributo imperiale: investimenti in America sotto forma di sicurezza collettiva. Considerate l’impegno giapponese a investire 550 miliardi di dollari negli Stati Uniti, con l’esplicito obiettivo di aiutare a «ricostruire ed espandere industrie americane fondamentali» 13, in cambio di meno dazi. Allo stesso modo, l’acquisizione di U.S. Steel da parte di Nippon Steel è stata presentata come un «campione del mondo libero in un settore dominato dalla Cina» 14.

Tempo e spazio ci impediscono di approfondire ulteriormente, ma il cuore della questione è che la transizione dal modello neoliberista, collassato sotto il peso delle proprie contraddizioni, alla geoeconomia del capitalismo nazionale sarà lenta e inflattiva, visto il necessario aumento di spesa pubblica. Vedremo battaglie sulla politica monetaria, forse addirittura la fine dell’indipendenza della Federal Reserve, per spostare risorse dalla finanza alla manifattura. Tutto questo per consentire all’America imperiale di dare alla sua potenza una base materiale sostenibile. In nome dell’idea che la pura capacità produttiva è il nucleo della forza da cui discende tutto il resto.

Invertire il Sol ponente

In questo mondo, il contrario del suicidio è un fanatico e monomaniacale desiderio di vivere a ogni costo. Con tutti i loro peccati, gli Stati Uniti sono posseduti da questo sentimento. Sono nati nella lotta – prima contro una spietata natura selvaggia, poi contro il loro impero materno – e non hanno mai smesso di definirsi attraverso la sfida. Dai coloni tra fame e tempesta ai rivoluzionari che preferivano la morte alla sottomissione; dai pionieri che avanzavano verso ovest fra le avversità agli inventori che hanno riscritto la natura, la storia di questa nazione è un lungo, sfinente affermarsi della vita sull’entropia. L’America è un credo, quasi religioso, che sopravvivere è trionfare.

Quando costretta a riconoscere la realtà della propria mortalità, sfuria contro la luce morente, scagliandosi contro le proprie contraddizioni e reinventando vecchi miti per giustificare la propria continuazione. Preferirebbe darsi fuoco, pura e immacolata, piuttosto che arrendersi all’immobilismo. In decadenza, immagina risurrezione. Spinta al limite, insiste che deve esserci un’altra frontiera. L’America è una nazione che invertirebbe il calar del sole, se potesse.

È questo spirito senza tregua, questa furia distintamente americana che pulsa nella Strategia di sicurezza nazionale. Il documento descrive una nazione accerchiata ma non piegata, che quand’è messa di fronte al proprio declino relativo, all’esaurirsi delle sue vecchie pretese, resta guidata dall’istinto primordiale di sopravvivere a ogni costo. Per questo abbraccia l’aperta realtà di quel che il paese è diventato: un impero che non si scusa più di esistere.

Nei prossimi anni vedremo cose spiacevoli, soprattutto se questa strategia sarà attuata. Dovremo aspettarci dazi, inflazione, scontri sul debito, rivoluzioni tecnologiche, contraccolpi culturali, repressioni sui migranti, rimpatri, guerre ai cartelli, guerre per procura, pressioni sui regimi e molto altro. Ma è questo il prezzo del rifiuto di morire. L’America, con questa amministrazione, ha scelto di consolidarsi invece di dissiparsi, scommettendo tutto sulla convinzione che una nazione tanto audace da dichiarare apertamente i propri interessi fondamentali – e tanto spietata da difenderli senza orpelli – può ancora strappare il proprio futuro dalle fredde mani della morte.*

(traduzione di Federico Petroni)

 

Note:

1. C. Roa, «Welcome to Imperial America», The Institute for Peace and Diplomacy, 7/3/2025; «Byzantine America and the Coming Geoeconomic Reordering», The Institute for Peace and Diplomacy, 6/7/2025.

2. C. Caldwell, «Trump Is Not Attacking Europe. He’s Attacking Something Else», The New York Times, 11/12/2025.

3. S. Goddard, «The Rise and Fall of Great-Power Competition», Foreign Affairs, maggio-giugno 2025.

4. C. Roa, «Una tregua, non una pace, sporca», Limes, 7/2025 «La pace sporca», p. 89.

5. D. Krnjević Mišković, «From Grand Chessboard to Card Table: The Great Powers, Keystone States, and the Emerging Order in the Silk Road Region», relazione alla Ludovika University of Public Service a Budapest il 29/3/2023.

6. C. Roa, «Visti dagli Usa: l’Italia come ponte tra Atlantico e Indo-Mediterraneo», Limes, 2/2025 «Allarme a Sud-Est», pp. 245-250.

7. E. Pringle, «America is “going broke slowly” says J.P. Morgan, as national debt balloons and tariff revenue looks shaky», Fortune, 14/10/2025.

8. Cit. in «Overmatched: Why the U.S. Military Needs to Reinvent Itself», The New York Times, 8/12/2025.

9. N. Smith, «Manufacturing is a war now», Noahpinion.blog, 4/12/2024.

10. «China’s Economy is Forecast to Grow Faster Than Expected in 2026», Goldman Sachs, 21/11/2025.

11. K. Bennhold, «The Second “China Shock”», The New York Times, 8/12/2025.

12. M. Lynn, «Economists Are Shocked, Shocked by Who Is Paying the Tariffs», Commonplace, 23/11/2025.

13. W. Chou, «Investing in Security and Success: Analysis of the US-Japan $550 Billion Strategic Investment Fund», Hudson Institute, 5/9/2025.

14. R. Davies, «A Free-World Champion to Rival China: Nippon Chief’s Ambitions for U.S. Steel Deal», The Wall Street Journal, 19/12/2023.

 

* Una versione di questo articolo è apparsa su The National Interest il 31/12/2025.



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