L’illiberalismo è un prodotto del neoliberismo’

 

‘L’illiberalismo è un prodotto del neoliberismo’

Conversazione con Marlène Laruelle, direttrice dell’Illiberalism Studies Program della George Washington University. Professoressa al dipartimento di Scienze politiche della Luiss.
a cura di Federico Petroni
Pubblicato il Aggiornato il 
Pubblicato in: L'AMERICA INGOLFA IL MONDO - n°2 - 2026





LIMESLa destra americana è convinta che la rivoluzione non avrà successo se non verrà esportata in Europa. Perché?

LARUELLE Va fatta innanzitutto una distinzione tra la base militante e l’élite del movimento Make America Great Again (Maga). La prima, isolazionista e centrata sugli Stati Uniti, non è interessata a esportare nulla. È ai livelli alti che è diffusa l’idea di estendere la rivoluzione conservatrice. Le ragioni sono diverse. Una è la fede nella civiltà occidentale: l’Europa deve allinearsi, altrimenti si rischia di perderla nel processo rivoluzionario. Un’altra è politica: se la rivoluzione prende forma anche a livello internazionale, permette di costruire coalizioni e perseguire meglio interessi specifici. Infine, è molto importante la genealogia intellettuale. Molte figure chiave del trumpismo si sono formate su autori europei e percepiscono quindi il Vecchio Continente come culla della civiltà e matrice teorica del pensiero della nuova destra. Per esempio, i post-liberali come Patrick Deneen guardano soprattutto all’Europa. Sta avvenendo un mutamento generazionale nella destra statunitense: storicamente autoreferenziale, diventa apertamente transnazionale e s’interessa al Vecchio Continente come luogo in cui è maturata la nuova destra contemporanea, nel senso in cui ne parla Alain de Benoist. Non la definirei una perdita di americanità. Per quanto l’emulazione intellettuale dell’Europa sia evidente, il tropismo nazionale resta forte. Per esempio, i cosiddetti conservatori nazionali celebrano i padri fondatori e i riferimenti del conservatorismo classico statunitense, come William Buckley. Ne risulta una destra intellettualmente più globale rispetto al passato.

<address>Carta di Laura Canali - 2026
Carta di Laura Canali - 2026 

LIMESDonald Trump è ancora Maga o è già oltre?

LARUELLE Trump è sempre stato un caso anomalo. Già all’inizio del suo primo mandato non si può dire che avesse il tipico curriculum Maga, incarnato da un personaggio come Steve Bannon. Lo si vede anche nei dossier di Epstein: un miliardario dell’élite newyorkese con il suo jet privato ben inserito nella vita sociale dei ricchi negli Stati Uniti. Eppure, per quanto in netto contrasto con l’immaginario Maga, ha ricevuto un enorme supporto. Il suo elettorato sperava con il secondo mandato in una rottura totale con i neocon e in una politica estera davvero coerente col principio America First. Ma la guerra all’Iran, unita ai casi Venezuela e Groenlandia, dimostra che il presidente è oltre l’ideologia Maga ed è ancor più interventista rispetto al primo mandato. Questo produce inevitabili tensioni tra il nucleo duro Maga e l’operato, estero e domestico, dell’amministrazione.

<address>Carta di Laura Canali - 2025
Carta di Laura Canali - 2025 

LIMES Gli Stati Uniti hanno da sempre una vena trotzkista: esportare il proprio modello senza mai accontentarsi dello status quo. Un tempo lo incarnavano al meglio i neocon; è presente anche in questi nazionalisti?

LARUELLE In parte sì ed è una delle attuali tensioni del trumpismo. Una parte del movimento Maga è autenticamente popolare, introversa e sulla difensiva, interessata soprattutto alla sicurezza dei confini. Però c’è anche l’abitudine americana di proiettare i conflitti interni sulla scena internazionale e favorire la nascita di governi affini. È qui che la nozione di America First diventa ambigua. Può significare isolazionismo puro, quindi priorità assoluta alla politica interna e al confine con il Messico. Oppure una visione emisferica, una sorta di dottrina Monroe aggiornata, in cui Washington considera l’intero emisfero occidentale come spazio prioritario: dalla possibile annessione della Groenlandia e della provincia secessionista canadese dell’Alberta, fino al cambio di regime in Venezuela e a quelli potenziali a Cuba o in Colombia. Eppure nell’ultimo anno il governo statunitense è andato oltre, con una politica estera molto interventista, spesso transattiva ma con elementi ideologici. Prendiamo per esempio la giustificazione della guerra all’Iran. Prima sembra che l’obiettivo sia fermare il massacro dei manifestanti, poi eliminare il regime perché anti-americano e anti-israeliano e infine ridurre o azzerare le capacità militari e nucleari. È il segno che nell’apparato di Stato sopravvive una tradizione interventista di matrice neocon più forte di quanto si immagini. Anche la gestione del conflitto ucraino lo suggerisce. Se dominasse la linea America First, avremmo visto un’interruzione molto più radicale degli aiuti a Kiev, che non si è verificata.

Carta di Laura Canali - 2026
Carta di Laura Canali - 2026 

LIMESWashington propone agli europei una «alleanza di civiltà». L’obiettivo è creare un fronte unico per resistere alla Cina o salvare l’America dal declino?

LARUELLE I due elementi sono intrecciati. Il punto centrale è evitare lo sfinimento dell’America. L’esaurimento può essere interno – e allora riguarda soprattutto la demografia, cioè l’idea di dover impedire che la componente bianca della cultura americana risulti diluita dentro una società sempre più multiculturale. Oppure esterno, legato allo status di superpotenza e alla leadership globale. Nel secondo mandato di Trump è emersa chiaramente l’idea che questa è l’ultima finestra utile per proiettare l’egemonia americana nei prossimi decenni e che se non si avvia una trasformazione profonda ora, gli Stati Uniti perderanno la leadership e a vincere sarà la Cina. E il responsabile di tale declino viene individuato nell’ordine liberale, da smantellare sia in patria sia a livello internazionale con l’obiettivo finale di prepararsi alla competizione con la Cina nel breve, medio e lungo periodo.

LIMESIl governo Trump parla di resistere alla traiettoria liberale europea sostenendo partiti e movimenti affini. Come viene costruita questa rete?

LARUELLE Anzitutto non è un fenomeno nuovo. Tra gli anni Settanta e Novanta, gli Stati Uniti hanno esportato la guerra culturale pro-vita in America Latina, in Africa e in Europa, attraverso finanziamenti diretti a movimenti locali. Una mezza dozzina di influenti organizzazioni statunitensi spese circa due miliardi di dollari per promuovere emuli nel nostro continente. Man mano che i partiti illiberali europei hanno consolidato la propria legittimazione domestica nei primi due decenni del secolo, i rapporti si sono fatti più equilibrati, la dinamica locale è diventata l’elemento centrale e quella transnazionale uno secondario. Oggi, il collegamento internazionale serve soprattutto per scambiarsi tecniche di guerra culturale, battaglie legali, un linguaggio condiviso su temi come «ideologia di genere», «marxismo culturale» e «grande sostituzione». Condividono autori, simboli e figure di riferimento. Il culto di Charlie Kirk in Europa dopo la sua morte ne è stata un esempio evidente. A questo si aggiunge la circolazione sui social media, che amplifica tali connessioni. L’influenza americana (o russa) non basta a spiegare le fortune dei partiti illiberali europei.

Carta di Laura Canali - 2026
Carta di Laura Canali - 2026 

LIMESQuindi più una coalizione di partiti che un’internazionale comandata dalla casa madre?

LARUELLE Non credo che l’obiettivo sia formare un movimento controllato dagli Stati Uniti. L’unico tentativo fu quello fallimentare di Steve Bannon durante il primo mandato Trump, quando cercò di creare un’internazionale illiberale. Gli europei non la presero bene. Si tratta piuttosto di una coalizione dei volenterosi illiberale con diversi livelli di inclusione e coordinamento, che accetta l’eventualità di tensioni. Questi partiti in Europa e in America possono anche condividere agenda ideologica e avversario – l’ordine liberale – ma non necessariamente gli interessi strategici. Per esempio, l’Ungheria del presidente Viktor Orbán è considerata troppo filocinese per i parametri trumpiani e Giorgia Meloni è stata talvolta in contrasto con Washington allineandosi alla posizione dell’Unione Europea. Nelle crisi della Groenlandia e del Venezuela, molti partiti illiberali in Europa non hanno sostenuto la posizione washingtoniana. Non dobbiamo immaginare una coalizione compatta, contrapposta a un’alleanza liberale altrettanto coesa. Le divergenze strategiche restano, anche se potranno condividere lo stesso orizzonte ideologico.

LIMESUn’ideologia condivisa permette comunque di perseguire obiettivi comuni. Per esempio?

LARUELLE Il primo obiettivo condiviso è smantellare l’ordine liberale e le sue istituzioni. Indebolire il progetto europeo, riducendo il peso delle strutture sovranazionali multilaterali e del diritto internazionale, e ridare sovranità allo Stato nazionale. Ciascun partito agisce con strategie diverse, ma la direzione è simile. Non riusciranno tuttavia a evitare di trovarsi in competizione economica. I dazi statunitensi colpiscono anche governi ideologicamente affini. È per questo che dobbiamo stare attenti a non immaginarli a lavorare fianco a fianco, come se stessero rovesciando l’ordine esistente per poi ritrovarsi automaticamente d’accordo su tutto. Piuttosto, a cambiare è la cornice nella quale pensano l’ordine mondiale, ovvero in una direzione meno liberale. Ma le tensioni strategiche e la competizione economica persisteranno.

LIMESQuali figure, istituzioni e organizzazioni americane sono coinvolte nella costruzione di questa coalizione?

LARUELLE Oltre alle istituzioni a favore della famiglia naturale richiamate in precedenza, un aspetto centrale della rete riguarda le conferenze, i simposi, i think tank, le scuole estive che creano legami fra le élite dei vari paesi, di cui Conservative Political Action Conference (Cpac) è la principale e più antica e la National Conservatism Conference (NatCon) è un’aggiunta recente. L’obiettivo, oltre a costruire un linguaggio comune, è formare nuovi quadri. Un altro aspetto riguarda legami più intellettuali come la circolazione delle idee su riviste, siti Internet, libri tradotti.

LIMESOra però si è aggiunto anche il supporto governativo.

LARUELLE Questo è il cambio di passo avvenuto nel secondo mandato di Trump. Le agenzie federali sono state messe al lavoro per promuovere l’agenda ideologica. Il dipartimento di Stato ha un ufficio dedicato a queste attività. Stanno cercando di mappare in ogni paese europeo quali possono essere i potenziali partner e come vanno alle elezioni per mostrare aperto supporto ad alcuni candidati. Questo va oltre Elon Musk che promuove un partito su X. Il fatto che il dipartimento di Stato sia coinvolto è un grande cambiamento per la cultura amministrativa europea. A lungo le élite europee sono rimaste tranquille perché tutto questo avveniva alla Casa Bianca mentre i loro interlocutori negli apparati restavano gli stessi. Ora però nelle cancellerie continentali ci si chiede: fino a che punto dobbiamo condividere informazioni con gli Stati Uniti? Quand’è che smettono di essere alleati e iniziano a essere avversari politici?

LIMESQuali sono le punte di lancia di questa destra americana in Europa?

LARUELLE Storicamente l’Ungheria, perché Viktor Orbán, benché accusato di essere filorusso e filocinese, nella costruzione intellettuale del suo progetto politico è sempre stato totalmente orientato agli Stati Uniti. Ha accolto molti intellettuali americani a Budapest, nel Danube Institute o nel Collegio Mattia Corvino. Poi c’è la Polonia, ma più defilata rispetto all’Ungheria. Quindi l’Italia con Giorgia Meloni. Infine, ci sono partiti fuori dal governo ma molto influenti, come AfD in Germania o FPÖ in Austria.

La Francia è un caso interessante. Rassemblement national (Rn) di Marine Le Pen è sempre stato in un certo senso cauto nei confronti di Trump. Atteggiamento in linea con la tradizione francese di cautela nei confronti degli Stati Uniti per via dello scetticismo dell’opinione pubblica. È più una formazione di nicchia come Reconquête! di Éric Zemmour ad avere una posizione apertamente trumpiana. In Francia non porta bene essere visti sotto l’ombrello dell’America. Le nuove generazioni di Rn, come Jordan Bardella, credo abbiano più punti di contatto con la destra statunitense. Ma la vecchia guardia di Marine Le Pen non s’incastra bene col trumpismo: era più orientata alla Russia che all’America e sulle questioni economiche ha un accento sociale più marcato, per esempio a favore di un welfare forte. I rapporti col Rn non credo abbiano dato i risultati che il governo Trump sperava.

LIMESAl tempo stesso, la destra intellettuale americana è molto attratta dalla cultura di destra francese. Penso a Il campo dei santi di Jean Raspail, romanzo profetico sul destino dell’immigrazione di massa, appena ritradotto negli Stati Uniti.

LARUELLE La Francia è storicamente uno dei centri di rinnovo della destra, sin dagli anni Sessanta con Alain de Benoist, altrettanto letto e tradotto in inglese. Molto in voga è anche Renaud Camus con la teoria della grande sostituzione. Se prendiamo Benoist, Raspail e Camus, abbiamo una trinità francese del mondo intellettuale trumpista. Anche il movimento identitario è nato in Francia. Questa cultura di estrema destra si mescola con l’antica ammirazione americana per lo stereotipo francese.

LIMESIn America sta nascendo una nuova French theory, dopo quella ispirata a Foucault e Derrida, ma di destra?

LARUELLE È possibile. Se guardiamo alla trasformazione in corso in certe università negli Stati Uniti, a come cambiano i curriculum e alla nascita di nuovi piccoli atenei conservatori, è assolutamente plausibile pensare alla diffusione di un pensiero legato a questi intellettuali francesi illiberali.

LIMESIl governo Trump cerca vicari a cui delegare funzioni di sicurezza in Europa. I legami con AfD rispondono all’obiettivo di rendere la Germania più gestibile?

LARUELLE Penso di sì. Dalla guerra fredda in poi, la Germania è sempre stata ritenuta più leale agli Usa della Francia. L’idea di una Nato trasformata e guidata da una Berlino virata a destra è coerente con la visione di Trump per l’Europa. Il problema è che la Germania è uno Stato federale e non è così scontato che l’AfD ottenga una vittoria così schiacciante da prendere il controllo della politica estera. Vorrei però aggiungere un punto importante sul fascino dei trumpiani per l’AfD. Credo abbiano una genuina ammirazione per come questo partito è riuscito a superare il senso di colpa per il passato nazista. La parte più radicale del mondo trumpista apprezza dal punto di vista ideologico l’aperto razzismo dell’AfD e l’enfasi sul rimpatrio degli immigrati, perché sdoganare questi discorsi è un’impresa molto rara in Europa. Inoltre, l’AfD è assai più neoliberista del Rassemblement national, a molti suggerisce la possibilità di una versione europeo della corrente libertarian americana. Per tutti questi motivi, la nuova destra statunitense si sente molto in sintonia con l’AfD.

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Carta di Laura Canali - 2026 

LIMESLa prima rivoluzione americana riguardava l’individuo, tradizione tipicamente inglese. Questa seconda è ossessionata dalle comunità, tradizione invece più germanica e presente anche nel nazismo. Esiste un rapporto tra la definizione tedesca della libertà e la libertà secondo i nazionalisti americani?

LARUELLE La prima rivoluzione americana era liberale, questa seconda è post-liberale, dunque ha il suo centro nella comunità. Se non usiamo l’etichetta di nazismo o fascismo come facile insulto politico ma come un metodo serio e rigoroso per risalire a tradizioni intellettuali, penso abbia senso guardare all’ecosistema trumpista e cercare connessioni con qualche elemento discendente dal nazismo o da altre correnti di estrema destra.

LIMESQuali elementi in comune vede?

LARUELLE Proprio la comunità come entità organica che trascende l’individuo, da cui l’individuo non può uscire, da proteggere e depurare da influenze esterne, radicata nella terra e nel sangue. È una visione essenzialista, primordiale. Era un elemento importante nella tradizione da cui è scaturito il nazismo. Ed è molto presente anche negli Stati Uniti, per via del culto della terra a cui sei fisicamente connesso perché ci sei nato.

LIMESÈ un tratto decisivo nell’idea di Lincoln che con lo Homestead Act voleva dare terra al popolo e popolo alla terra.

LARUELLE E nell’amministrazione Trump assistiamo al rinnovo dell’ideologia estrattivista: il diritto di sfruttare la terra perché ti appartiene. È molto più profonda del mero interesse economico – drill, baby, drill. Deriva da questa connessione fisica, organica, quasi religiosa con la terra: ci sei nato e alla terra tornerai quando vi sarai sepolto. Dunque hai il diritto di estrarre tutto ciò che essa ti dà.

LIMESBinyamin Netanyahu è un leader dell’establishment del Partito repubblicano contro cui il trumpismo si rivolta. Al tempo stesso, uno dei fondatori del conservatorismo nazionalista è un israeliano, Yoram Hazony. Che cosa significa questa tensione?

LARUELLE Significa che il trumpismo non è un monolite, ma una coalizione di diverse tradizioni. Fra cui la tradizione della destra giudeo-cristiana, che vede Israele come seconda patria degli americani da difendere a ogni costo, in quanto simbolo di Stato etnico bianco in lotta contro il radicalismo islamico. Nelle generazioni più giovani di Maga, si è però generata una tensione: se siamo per America First, perché diamo tutto questo supporto a Israele? Questa contestazione è emersa lampante nei mesi scorsi, con la guerra dei Dodici giorni e con l’intervista di Nick Fuentes da Tucker Carlson. Sarebbe troppo dire che una parte del mondo Maga è filopalestinese, ovviamente, ma è evidente che questi giovani ritengano che quanto accaduto a Gaza dopo il 7 ottobre è troppo. Lo scorso settembre ho partecipato alla National Conservatism Conference e questa tensione interna alla destra su Israele era assai presente. Esiste inoltre una componente non tanto implicitamente antisemita che usa la guerra del 7 ottobre per invocare un allontanamento dallo Stato ebraico. Finora, Trump è riuscito a tenere assieme le varie correnti grazie alla sua personalità. Dopo di lui credo che le divisioni su Israele riemergeranno.

LIMESSono forti i legami fra la destra ultrareligiosa d’Israele e i nazionalisti americani?

LARUELLE No, l’estrema destra israeliana è più connessa a quella europea che a quella negli Stati Uniti. È più celebrata in Francia, Ungheria, Austria e Germania, paradossalmente. Il rapporto con Washington è talmente istituzionalizzato in Israele che è un feudo dello Stato e dell’attuale primo ministro Netanyahu. L’estrema destra deve ancora trovare la sua nicchia.

LIMESE i rapporti fra i nazionalisti americani e la Russia?

LARUELLE Da almeno vent’anni nell’estrema destra statunitense ci sono piccoli gruppi interessati a osservare quanto accade in Russia. Alcuni proiettano su di essa l’ideale del leader forte e di una dirigenza intrisa di valori conservatori. Altri sono più interessati all’aspetto religioso, a un cristianesimo autentico, all’ortodossia, cui si converte una piccola ma non trascurabile parte di americani. Naturalmente tutto questo è complicato dal reciproco e tradizionale status di avversari geopolitici.

Trovo invece affascinante un tentativo molto recente di dialogo tecnologico o futuristico. Vari transumanisti americani si sono interessati (ricambiati) alla tradizione russa del cosmismo. Si crea quindi una forma di dialogo e competizione, nel quale ciascuno sostiene che il proprio modello sia il migliore per questa visione tecnofuturista. Qualche mesi fa, Konstantin Malofeev, uno degli attori chiave nel collegamento tra l’estrema destra russa, l’Europa e gli Stati Uniti, insieme ad Aleksandr Dugin, ha organizzato il Forum 2050. Una conferenza in cui hanno provato a mettere la tradizione intellettuale russa in dialogo col trumpismo. Per farlo hanno invitato il padre di Elon Musk. Hanno dedicato dibattiti al cosmismo, alla conquista dello Spazio, al messaggio: «Facciamolo insieme, andiamo insieme su Marte». Hanno parlato anche di protezione della demografia, scambiandosi idee su come promuovere la famiglia tradizionale e le nascite. Malofeev per esempio ha dichiarato interesse per la vita suburbana americana, presentata come un possibile modello per avere case più grandi per le famiglie russe che vogliono una prole numerosa e risolvere i problemi dell’alloggio. Quindi il rapporto Usa-Russia non si limita a Trump e Putin che discutono di Ucraina. C’è molto di più: un tentativo da parte di entrambi di creare un dialogo, per quanto difficile e limitato.

LIMESCon chi parlano i russi in America?

LARUELLE Oltre alle reti affaristiche, si possono individuare varie nicchie. Figure come Tucker Carlson diffondono idee russe, presentando la Russia come potenza illiberale. Steve Bannon è collegato al tipo di ambienti legati a Dugin. Poi Peter Thiel, Elon Musk, Curtis Yarvin – tutti questi ambienti tecno-ottimisti hanno fatto riferimenti positivi alla Russia. Sono connessioni molto decentralizzate. E poi i classici gruppi suprematisti bianchi, neonazisti, con i quali esistevano legami già negli anni Novanta.

LIMESLei descrive l’illiberalismo come sottoprodotto, non come antitesi, del liberalismo. Perché?

LARUELLE La nozione di democrazia illiberale è stata a lungo presentata in opposizione alla democrazia liberale. E spesso l’etichetta di illiberale è stata usata per accusare qualcuno di essere estraneo al liberalismo, una quinta colonna, un agente d’influenza della Russia e via dicendo. Questa narrazione ci ha impedito di capire che l’illiberalismo in realtà è un prodotto del liberalismo. Nel senso che le sue radici affondano nella nostra società. Parla la sua stessa lingua: spesso chi tacciamo di illiberalismo dice di essere l’autentico difensore del liberalismo dalla perversione progressista. È per questo che non vedo questa netta cesura tra l’uno e l’altro. L’illiberalismo è una riconfigurazione della norma liberale. È un lento allontanamento dal liberalismo, dovuto ad ansie sociali, ristrutturazioni economiche, declino geopolitico. È la fase terminale del liberalismo in crisi, in cui quest’ultimo non riconcilia più le sue promesse di democrazia e prosperità e genera l’illiberalismo come estremo tentativo di riordine e sopravvivenza. È molto più interessante vederlo sotto questa luce che non come qualcosa di alieno che piomba su di noi da chissà dove. L’unico modo per affrontarlo è pensare al liberalismo stesso.

LIMESCosa intende?

LARUELLE La letteratura si è concentrata tanto su come opporsi al populismo nel nome della liberaldemocrazia da aver perso di vista che per molte persone il problema non è la democrazia ma il liberalismo, per esempio i diritti delle minoranze e l’inclusività, e il neoliberismo.

LIMESQual è il problema del neoliberismo?

LARUELLE Le riforme orientate al mercato degli anni Ottanta hanno eroso le fondamenta sociali, economiche e politiche della democrazia postbellica. È il famoso e ben documentato senso di declassamento e di perdita di autonomia di molti dei nostri concittadini. Non è solo l’aspetto economico, ma pure la gestione tecnocratica della politica, il fatto che le istituzioni non rappresentino più la maggioranza della popolazione. Tutti questi elementi indeboliscono l’offerta politica liberale, che la gente vota molto meno o senza convinzione di poter davvero cambiare le cose. Per decenni ci è stato detto che non c’è alternativa, che c’è solo una direzione, che le ideologie sono morte e solo gli esperti possono dirci cosa fare. Ora invece arrivano nuovi politici che dicono: no, le alternative ci sono, possiamo ripensare la politica, essere in conflitto è normale, non dobbiamo per forza andare d’accordo su tutto, possiamo sfidare il consenso dominante. E allora per me è più interessante vedere queste figure illiberali come una sfida che come pazzi, razzisti o plagiati dalla Russia e da Elon Musk. Perché stanno cercando di dirci qualcosa sulla nostra società, che dobbiamo affrontare dei problemi legittimi e che rappresentano persone che altrimenti nessuno ascolta. Un aspetto positivo dell’illiberalismo è che ripoliticizza l’arena pubblica e costringe coloro che si definiscono liberali ad accettare dibattiti seri e a smettere di considerarsi l’unica soluzione possibile.

LIMESQuesti tratti illiberali erano presenti già alla nascita del neoliberismo, in pensatori come Hayek?

LARUELLE Penso di sì. È un altro motivo per cui ritengo l’illiberalismo una branca del liberalismo. In un certo senso il neoliberismo ha autorizzato una forma di capitalismo autoritario. Per esempio, sia i liberali sia gli illiberali hanno Ronald Reagan e Margaret Thatcher come punti di riferimento. La reazione illiberale è paradossale perché per certi versi incoraggia il popolo a ribellarsi al neoliberismo ma in pratica spesso è in continuità con i suoi meccanismi. Prendiamo la seconda amministrazione Trump. Il movimento tecnocapitalista sta diventando centrale nell’identità stessa degli Stati Uniti. Ora abbiamo interi poteri federali – domestici, finanziari e securitari – quasi interamente controllati da grandi gruppi privati digitali. In un certo senso il tecnocapitalismo sta diventando il nucleo dello Stato americano. Trasformazione profonda che ancora non vediamo in Europa.

LIMESQuindi i rapporti fra i nazionalisti americani e i nazionalisti europei sono destinati a peggiorare?

LARUELLE Possibile. Gli interessi dei tecnocapitalisti sono inerentemente in tensione con quelli dei populisti. La grande domanda è se le future vittorie delle destre illiberali si tradurranno in una conflittualità con gli Stati Uniti. Se Washington li tratterà come vassalli, potrebbe nascere una sorta di nazionalismo continentale europeo.

LIMESIstintivamente, i nazionalisti francesi si riarmeranno prima contro i nazionalisti tedeschi che contro gli americani.

LARUELLE Sicuramente alcune tensioni intraeuropee si ravviveranno. E forse la potenza militare è un discorso a parte, ma vedo possibilità altrove, per esempio sul fronte finanziario della dedollarizzazione. In fondo, la guerra commerciale con gli Stati Uniti continuerà e l’Europa resterà un cliente delle grandi piattaforme digitali statunitensi. Più l’intelligenza artificiale aumenterà la potenza dell’America, più è possibile immaginare l’emersione di una nuova generazione di politici europei di estrema destra che dovrà lavorare assieme per evitare di essere interamente dominata da Washington.LARUELLE


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