Una guerra civile fredda’
'Una guerra civile fredda’
LIMES Lei sostiene che l’uso da parte degli Stati Uniti del neoliberismo per dominare il mondo e neutralizzare i rivali ci abbia condotti in un mondo post-liberale. Perché?
PINKOSKI Il neoliberismo non è solo un progetto economico, come viene normalmente presentato, cioè la fede nella capacità autoregolativa dei mercati. È sempre stato legato a un progetto geopolitico. Ci sono due modi per esaminarlo in questa chiave. Il primo riguarda la sua ambizione utopica: tutti i paesi devono marciare verso la liberaldemocrazia, l’unica ideologia rimasta alla fine della storia. Dietro la sua veste apparentemente neutrale, ambiva a espandere la sfera del libero mercato per inglobare paesi come la Cina e la Russia. In modi diversi. Dal 1995 a Washington matura la convinzione che Pechino debba essere inserita nell’Organizzazione mondiale del commercio perché può diventare un alleato affidabile, quantomeno amichevole. Mentre l’amministrazione Clinton stabilisce che terrà un atteggiamento più sospettoso nei confronti di Mosca, iniziando a impiegare il termine «neocontenimento» in privato.
Il secondo modo per osservare l’aspetto geopolitico riguarda le istituzioni internazionali liberali: dovrebbero essere eque, imparziali, valide per tutti. Finita la guerra fredda, hanno cominciato a ritagliare eccezioni sempre più vistose per motivi politici. Il Fondo monetario internazionale, per esempio, era stato creato nel secondo dopoguerra per applicare le regole di Bretton Woods e garantire tassi di cambio fissi. Ma quando negli anni Settanta il sistema di Bretton Woods è crollato, l’istituzione ha iniziato a funzionare in modo diverso. Quello è stato il primo segnale che non stavamo più operando nel paradigma del liberalismo postbellico. Dagli anni Novanta, il Fondo è stato usato per specifici obiettivi politici. Pensiamo a Clinton che utilizzò il prestito finanziario alla Russia come mezzo di pressione quando il presidente El’cin sembrava prossimo alla sconfitta elettorale. Esempio lampante della subordinazione di un’istituzione internazionale alla politica estera degli Stati Uniti.
Lo stesso Larry Summers, segretario al Tesoro di Clinton, disse che il Fondo era in transizione, non operava più come nel passato e bisognava inventare nuove regole. Un’ammissione molto franca che le istituzioni pensate per funzionare in maniera imparziale avevano smesso di farlo e si stavano muovendo in direzione opposta. Molti descrivono il neoliberismo come legalismo economico: tieni i bilanci in ordine o ti impediamo di ricorrere al debito. In realtà siamo più in un postlegalismo: l’ordine legale è soggetto a numerose eccezioni politiche.
LIMES Il neoliberismo si è comportato allo stesso modo dentro l’America?
PINKOSKI È meno evidente, ma anche qui abbiamo una distorsione del legalismo, l’idea che le regole debbano essere applicate equamente a tutti, dopo la rivoluzione dei diritti civili degli anni Sessanta-Settanta. Di fatto, è emersa un’applicazione asimmetrica della legge: una per la maggioranza ed eccezioni per le minoranze. L’esempio più famoso riguarda le azioni affermative (affirmative actions): standard diversi fra minoranze e maggioranza, quello che il politologo Eric Kaufmann chiama multiculturalismo asimmetrico. Non si applicava solo alle ammissioni all’università, ma anche al settore privato. Il risultato è che molti datori di lavoro non possono reclutare secondo i propri bisogni, ma devono obbedire all’apparato dei diritti civili e dare preferenza a certe minoranze.
Quando fu concepito, era chiaro a tutti che questo sistema creava un doppio standard, ma si pensava che fosse temporaneo. Nel tempo, però, non arrivando ai risultati sperati, lo si è accettato come caratteristica strutturale del modello americano. Un esempio è l’intellettuale centrista Nathan Glazer: inizialmente critico delle azioni affermative perché controproducenti, negli anni Novanta cambia posizione e difende il modello multiculturale. Cos’è cambiato? Nel suo caso, si convince che, per avere davvero un’eguaglianza razziale, quel sistema non può essere temporaneo. Chiamatelo multiculturalismo malinconico, se volete. Nato nel contesto americano, questo sistema inizia a espandersi dopo la fine della guerra fredda. Gli Stati Uniti incoraggiano sempre più altri paesi a adottare leggi contro la discriminazione, vincolando aiuti, prestiti e in generale la loro benevolenza all’applicazione del loro modello multiculturale asimmetrico.

LIMES In che modo tutto questo ha eroso la potenza americana?
PINKOSKI Dobbiamo tornare al collasso di Bretton Woods. Quel sistema funziona sugli Stati Uniti che garantiscono i mercati finanziari con la promessa di convertire i dollari in oro. Quando quella promessa non può più essere mantenuta, perché gli Stati Uniti non hanno abbastanza oro rispetto alla liquidità in circolazione, Nixon rompe la convertibilità dei dollari in oro. S’innesca un dibattito: se Washington non può più onorare gli impegni, andrà per forza in declino. Accade il contrario: il dollaro diventa l’ancora del sistema finanziario. Il paese più potente al mondo è lo stesso che regola gli scambi finanziari, teoricamente neutrali, basandosi sulla disponibilità della sua Banca centrale, la Federal Reserve, a stampare moneta e a mantenere aperte e accessibili le transazioni. Ma che succede se gli Stati Uniti iniziano a usare le banche per scopi politici? Un primo esempio è l’accordo di Basilea del 1988: è un impegno fra vari paesi all’adozione di standard anticorruzione. In quell’occasione, Washington dice: se volete accedere alle nostre banche, dovete firmare questo accordo. È un potere inizialmente impiegato con parsimonia. Anche perché non tutti in America concordano: quando a fine anni Novanta al-Qā‘ida inizia a essere una spina nel fianco, l’intelligence chiede al Tesoro di condividere informazioni finanziarie ma il dipartimento rifiuta perché altrimenti renderebbe chiaro a tutti che le regole del sistema bancario sono subordinate agli interessi di Washington.
L’11 settembre spazza via queste cautele. Il Patriot Act e gli ordini esecutivi dotano il governo di poteri pervasivi che erodono gli ideali di imparzialità e neutralità. Washington approccia le banche e dice: dateci informazioni sui vostri clienti o vi sanzioniamo. Non solo, fa pressioni su organismi internazionali come Swift, che permette le comunicazioni interbancarie mondiali. Dopo l’11 settembre, il governo americano gli impone in segreto di condividere i dati delle transazioni. È come se il servizio postale avesse deciso di aprire la corrispondenza di tutti, tenerne traccia e passare le informazioni allo Stato, ma senza che nessuno lo sappia.
Inizialmente il bersaglio sono i terroristi, poi si passa agli Stati canaglia (Corea del Nord e Iran) e l’apice si tocca con l’invasione russa dell’Ucraina nel 2022, quando gli Stati Uniti si affidano pesantemente a tutti gli strumenti finanziari per destabilizzare il governo russo e, apertamente, per provare a rovesciarlo. Tali tattiche non erano mai state usate su questa scala, contro una grande potenza come la Russia. È un momento rivelatore per il mondo intero: se fai affari in dollari, se partecipi del sistema finanziario americano, sei a rischio e subordinato agli interessi geopolitici di Washington. È una lunga parabola, ma il 2022 ha mostrato che gli Stati Uniti sono pronti a usare l’intero arsenale della potenza finanziaria e ha palesato la vera natura dell’ordine liberale.
LIMES In sintesi, se gli Stati Uniti usano l’economia globale come arma, l’egemonia è finita. Ma se l’egemonia non è più possibile, qual è l’obiettivo profondo dell’amministrazione Trump?
PINKOSKI Domanda difficile. Per certo, sappiamo solo che non è l’internazionalismo liberale. Il governo stesso è diviso in tre correnti. La prima è per la guerra fredda 2.0. Obiettivo degli Stati Uniti è mantenere la supremazia globale in una prolungata sfida con la Cina. La priorità è riordinarci per battere Pechino, non in un conflitto militare ma in un confronto economico. Stravolgere i commerci internazionali per tagliare fuori il più possibile i cinesi (molto difficile vista la taglia di quel paese). La seconda corrente è per il dominio nell’emisfero occidentale. Il mondo è multipolare e gli Stati Uniti devono accettare che altri paesi abbiano la loro sfera d’influenza, compatibilmente coi nostri interessi oltremare. La terza corrente è per il primato di civiltà ed è la chiave per capire la Strategia di sicurezza nazionale e il modo in cui parla dell’Europa. Il Vecchio Continente è visto come affetto da molti degli stessi mali dell’America: sfiducia, crisi d’identità, multiculturalismo, immigrazione di massa, declino della libertà d’espressione, censura politica eccetera. La speranza del governo statunitense è aiutare gli europei a recuperare le loro identità, il controllo sui confini e i diritti naturali smarriti nel frattempo.
Esistono ovviamente delle sovrapposizioni. Per esempio, le ultime due correnti partono da una diversa idea della Cina rispetto alla prima. Pensano che gli obiettivi di Pechino non siano rivoluzionari come nei primi anni della guerra fredda, non siano espansivi come quelli dell’Unione Sovietica negli anni Quaranta e Cinquanta. Se la minaccia è diversa, anche l’approccio può essere diverso. Inoltre, le tre opzioni prevalgono a seconda del tema. Così, una settimana abbiamo il Venezuela che spiega il dominio emisferico, un’altra cerchiamo di controllare la Groenlandia per contrastare l’influenza di Russia e Cina nell’Artico e un’altra ancora il dipartimento di Stato supporta organizzazioni in Europa per combattere la censura.
LIMES La rivoluzione di Trump è una continuità o una discontinuità col post-liberalismo da lei descritto?
PINKOSKI La mia tesi è che viviamo già in un mondo post-liberale da qualche tempo. Il tentativo di creare un’egemonia dell’internazionalismo liberale è durato poco e ha dato vita a un mondo molto diverso da quello immaginato. Se guardiamo con attenzione, notiamo delle continuità fra il modo dell’amministrazione Clinton di esercitare il potere economico e come agisce l’amministrazione Trump. Il governo Biden ha usato molti strumenti impiegati nel primo mandato di Trump, era molto interessato alla guerra fredda 2.0 e aveva provato a fare delle economie europee e nordamericane una forza per controbilanciare la Cina.

LIMES E le continuità col Partito repubblicano di George W. Bush?
PINKOSKI Il governo Trump non è per nulla avverso a usare la forza, semmai a usarla per occupare un paese e cambiarne il regime. Viviamo in un mondo in cui gli americani possono aver riconosciuto il fallimento delle lunghe operazioni in Iraq e in Afghanistan, ma non hanno problemi a usare strumenti più clandestini, come le guerre per procura. Inoltre, vediamo un interesse di Trump a vivide e aggressive dimostrazioni della forza degli Stati Uniti. Negli anni Novanta si parlava di «soglia Cnn»: il numero minimo di missili da lanciare per avere un servizio sulla Cnn. È il modo migliore per capire il bombardamento dell’Iran. Dimostra che qualunque paese che sviluppa un proprio programma nucleare rischia di subire queste esibizioni di forza. Il simbolismo è molto importante. Svela che l’amministrazione Trump non riarma soltanto per riservare la forza a specifici atti di autodifesa nel nome dell’interesse nazionale. L’uso simbolico dei militari era presente già sotto Clinton, la differenza è che in Bosnia, per esempio, era legato a un’agenda umanitaria di lungo periodo. Questo aspetto non è nei radar di Trump.
LIMES Se esistono tutte queste continuità, Trump sta accelerando la crisi degli Stati Uniti?
PINKOSKI Dobbiamo tornare al tentativo del 2022 di tagliare fuori la Banca centrale russa dal sistema finanziario. Da quel momento, vediamo più esitazione da parte di molti paesi a effettuare scambi in dollari. Precede il ritorno al potere di Trump e l’uso sistematico dei dazi per ricalibrare la bilancia commerciale. Lo ha ammesso anche l’ultimo direttore del Fondo monetario internazionale. Forse il nuovo governo sta accelerando ma bisogna capire una percezione cruciale. L’America di Trump ha realizzato che il tempo sta finendo: ha pochi anni, un decennio o forse due, per usare tutti gli strumenti a sua disposizione e ricalibrare l’economia a proprio vantaggio, recuperare la manifattura e passare dal modello centrato sui consumi a un modello centrato sulla produzione.
LIMES Perché il tempo sta finendo?
PINKOSKI Gli attuali strumenti non avranno la stessa potenza in futuro. Puoi minacciare di tagliar fuori un paese dal dollaro solo se tutti commerciano in dollari. Quando nasceranno altre opzioni, quando si moltiplicheranno i panieri di valute, quando si affermeranno le criptovalute, la minaccia di rimuovere un paese dal sistema guidato dagli Stati Uniti perderà gran parte della sua forza. La tendenza è in corso, in particolare dal 2022. Se il piano è cambiare modello economico nazionale, devi agire finché resiste il predominio finanziario. Ecco l’urgenza dei dazi e più in generale di un cambio di paradigma del sistema internazionale.

LIMES Passando al fronte interno, la coalizione Trump ha due componenti: i nazional-populisti e i tecnocapitalisti. Le rispettive idee di America sono compatibili fra loro?
PINKOSKI Le tensioni sono profonde. Ne vedo almeno tre: la creazione di una nuova élite, l’intelligenza artificiale e l’immigrazione.
Chi parla il linguaggio del trumpismo chiede alla Silicon Valley di credere nella nazione, invoca un’élite in grado di agire a favore del paese. Siamo onesti: in parte i tecnocapitalisti sono dei liberal che hanno cambiato sponda perché ostili agli eccessi del wokismo o ai limiti posti dai democratici all’intelligenza artificiale. Magari hanno un’attenzione maggiore alla nazione rispetto ad altre élite cosmopolite che vanno in giro per il mondo senza alcun attaccamento. Ma, come ha notato qualcuno, il loro contenuto non è profondo. Sono orfani liberal venuti nel campo di Trump per opportunità di business.
Sull’altro fronte abbiamo un campo populista poco interessato alla formazione d’élite ma preoccupato dell’intelligenza artificiale, in particolare del suo impatto dirompente sull’economia. Il propulsore di Trump dal 2015 è stata la deindustrializzazione, il suo elettorato chiede impieghi per lavoratori che non hanno fatto l’università. Abbracciare l’intelligenza artificiale significa invece un altro round di distruzione.
Infine, l’immigrazione. La destra populista chiede controllo dei confini, riforme dell’immigrazione legale e incentivi per aziende e università per addestrare la forza lavoro necessaria senza cercare alternative veloci e convenienti all’estero. È questa la posta in gioco del dibattito sui visti H-1b che si è spesso infiammato in questo primo anno. La domanda è: quando l’industria tecnologica ha bisogno di una risorsa altamente istruita la deve cercare negli Stati Uniti o può dare un salario più basso a un indiano? I populisti esortano a cercarla in America e, se non c’è, a investire nel sistema universitario. La tecnodestra invece vuole reclutare subito manodopera già formata. La spaccatura è destinata ad aumentare nei prossimi anni.
LIMES È possibile nazionalizzare le élite?
PINKOSKI È molto difficile in America perché non abbiamo un solo centro di formazione. Abbiamo la Silicon Valley, centro dell’innovazione tecnologica per decenni, lontana sulla costa Ovest. Abbiamo New York, capitale dell’élite finanziaria, che produce una dinamica molto diversa. Abbiamo la classe di governo, concentrata a Washington e nei sobborghi di Virginia e Maryland. I centri si sovrappongono ma esistono anche molte tensioni. Se fai carriera in uno, nutri spesso sospetti nei confronti dell’altro. Su tutto aleggia il fallimento del sistema d’istruzione universitaria negli ultimi decenni. Pur avendo qualche college che tutti vogliono frequentare (Yale, Harvard, Stanford), queste istituzioni non ritengono che la loro missione consista nel formare un’élite nazionale. Il motto di Princeton era «al servizio della nazione», gli è stato aggiunto «e al servizio dell’umanità». C’è un altro aspetto: nella storia americana non esiste mai un’élite nazionale, ma un’élite regionale che prende il controllo della nazione. I famosi Wasp (bianchi anglosassoni protestanti, n.d.r.) erano l’establishment del Nord-Est. Il loro declino racconta anche il declino dell’influenza di quella regione nella politica nazionale, a vantaggio di altre zone del paese. Per questi motivi è molto difficile esprimere un’élite nazionale: il dinamismo americano fa sì che questi numerosi centri di potere competano tra loro e si studino per capire cosa l’altro ha da offrire. È più facile che un gruppo dissidente seceda. Prendete la Silicon Valley: la frustrazione di molti imprenditori con la cultura dominante in California ha prodotto la tecnodestra, che si è trasferita in Texas. Elon Musk è un buon esempio. È sufficiente per creare una nuova élite nazionale? Non so, di certo mostra l’insoddisfazione e il desiderio di andarsene per creare nuove istituzioni che in teoria potrebbero incubare una nuova classe dirigente.

LIMES Negli scorsi decenni, lo Stato profondo era comunque in grado di ottenere la collaborazione degli attori privati. Ora i tecnocapitalisti dicono allo Stato: fatevi da parte, non siete in grado di difendere il paese. Cos’è cambiato nei rapporti di forza?
PINKOSKI I critici del neoliberismo da tempo sostengono che l’ascesa del capitale prima o poi avrebbe subordinato la politica. Penso però sia meglio vederla come una sorta di partnership pubblico-privata che si manifesta in modi diversi. È molto difficile per il capitale muoversi contro gli interessi, le pressioni e gli imperativi dello Stato di sicurezza nazionale. Qualunque analisi del trionfo del capitale deve fare i conti con quanto queste burocrazie controllano il sistema, un potere che è soltanto aumentato negli ultimi anni. Per esempio, è diventato più difficile mantenere un profilo politico di spicco criticando lo Stato di sicurezza nazionale. Finisci per doverne parlare bene. Non tanto tempo fa, avevamo persone al Congresso che proponevano di abolire la Cia o di spezzettare l’Fbi. Oggi quesea figure sono svanite. Benché creato da Truman per combattere la guerra fredda, l’apparato di sicurezza ha accresciuto i suoi poteri dopo l’11 settembre e non accenna a invertire rotta. Le aziende più vincenti negli ultimi anni sono quelle che hanno unito le forze con le burocrazie statali. Palantir è un ottimo esempio.
LIMES Con una fondamentale eccezione: la Cina. La divergenza fra interessi geopolitici e interessi privati ha arricchito Pechino e indebolito l’America. L’élite capitalista può ancora essere usata per grandi obiettivi strategici?
PINKOSKI Buona osservazione. Forse è possibile, ma serve una strategia attenta e calibrata. Con l’invasione dell’Ucraina, il governo ha fatto enormi pressioni sulle aziende per interrompere gli affari con la Russia. Ma il sistema delle sanzioni secondarie dipende dal settore privato; è quest’ultimo che applica le regole, non lo Stato. Sulla Cina, la difficoltà sta nell’enorme taglia della sua economia. Si torna alla domanda sulla minaccia cinese: è come quella dell’Urss oppure può essere gestita in altro modo? Nel primo caso, dobbiamo applicare la stessa pressione impiegata per la Russia sul settore privato. Nel secondo, possiamo essere più flessibili. Per ora, l’attenzione è concentrata su un paio di settori tecnologici vitali e l’approccio non è ridirezionare l’intero flusso di capitale, bensì aggiungere una supervisione statale. Un esempio è il governo che assume quote di Nvidia: avrebbe potuto impedire all’azienda di commerciare con la Cina, invece ha preferito prendere posto al tavolo e plasmare le decisioni dall’interno. Era un’opzione inimmaginabile nella cosiddetta età neoliberista. Mostra anche che non abbiamo ancora deciso qual è il modo migliore di inquadrare e affrontare la questione cinese.
LIMES L’America è a rischio guerra civile?
PINKOSKI Qualcuno parla di guerra civile fredda. Lo trovo un concetto utile perché suggerisce che non assisteremo a una nuova guerra di secessione, al paese che si spacca in regioni una contro l’altra armate, a conflitti etnici come in Bosnia. Se mai avremo una nuova guerra civile negli Stati Uniti, assomiglierà alla guerra civile spagnola. Un conflitto nazionalizzato. Dividerà case, famiglie, quartieri. Lo trovo però molto improbabile nel breve o medio termine. La guerra civile fredda evoca un indurimento delle posizioni, un conflitto ideologico magari senza grandi esplosioni di violenza, ma alla cui radice sta l’idea che non possiamo più vivere con persone che hanno un’ideologia opposta. Un conflitto in cui la domanda è: non staremmo meglio se quell’ideologia e i suoi sostenitori non esistessero proprio, se non fossero più parte del paese? Nella guerra civile spagnola, fu quell’impulso a provocare il desiderio di sterminare l’altra parte e lo scoppio delle violenze.
Negli Stati Uniti non siamo a quel punto; esiste però l’aspirazione, profondamente destabilizzante, a rimuovere il nemico dalla società. Nel breve periodo, si traduce in violenze a bassa intensità, omicidi politici come quello di Charlie Kirk. Se vorrai partecipare alla vita pubblica, dovrai disporre di un vasto apparato di sicurezza. Qualcuno cercherà di ammazzare J.D. Vance. Di recente, una persona è stata incriminata per tentato omicidio del fondatore della mia organizzazione, Russell Vought (direttore dell’Office of Management and Budget della Casa Bianca, n.d.r.). Prima o poi, un assassino riuscirà a far breccia. Questo imporrà un aumento dei poteri di sorveglianza. Le persone che non sopporteranno quello stile di vita si ritireranno dall’arena pubblica. Ci stiamo dirigendo molto velocemente verso una società a bassa fiducia, fredda, dove esitiamo a parlare apertamente coi vicini o col prossimo, perché nel fondo del nostro cuore temiamo di incontrare qualcuno che desidera eliminarci.
LIMES Trump tenta una rivoluzione dei poteri costituzionali. Qual è il rischio di caos istituzionale?
PINKOSKI Non penso alimenti il caos fra i poteri. S’inserisce semmai in un più ampio dibattito sociologico-legale in corso da tempo negli Stati Uniti sulle attribuzioni del potere esecutivo. Il governo Trump tenta di recuperare il cosiddetto esecutivo unitario dando un’interpretazione diversa dell’articolo 2 della costituzione. L’aspetto sociologico sta nel fatto che, dallo scandalo del Watergate negli anni Settanta, il presidente è visto come un pericolo, almeno nell’immaginario della generazione boomer. Usare troppa autorità è autoritarismo. Il pieno impiego dei poteri del presidente mette a rischio la costituzione. Con la graduale scomparsa dei boomers, queste ansie recedono. La domanda d’ora in avanti sarà non se, ma come impiegare le facoltà della presidenza. Cresce il desiderio di un esecutivo forte, non il consenso su che cosa debba fare. Potrebbe essere un Cesare blu per le priorità del Partito democratico o un Cesare rosso per le priorità dei conservatori. Siccome tutti vogliono questa sorta di Cesare che fa quel che dice, la questione non è tanto il caos quanto il fatto che ogni elezione presidenziale sarà vista come esistenziale. Così si mobiliteranno le persone, anche i meno attenti al sistema politico. L’attuale Corte suprema favorisce questa interpretazione, essendo composta da ben sei giudici originalisti, corrente che invoca l’unitarietà dell’esecutivo sin dagli anni di Reagan, se non prima. La Corte darà sempre più discrezionalità al presidente e questo aumenterà la posta in gioco elettorale.
LIMES Quanto conta la razza nella rivoluzione nazionalista?
PINKOSKI La questione prioritaria per la gente è l’immigrazione. Specificarlo è importante perché riguarda una preoccupazione più ampia: l’assimilazione non funziona più, non abbiamo più una cultura americana unificata. Non è un’aspirazione etnonazionalista. Non è uno sforzo di preservare o recuperare una particolare omogeneità razziale. Ovviamente c’è gente che tiene alla razza, alla genetica, al quoziente intellettivo. Ma non è questo a guidare il movimento, semmai l’ansia derivante dal fatto che l’immigrazione di massa ha diluito la cultura comune. Se sondiamo gli elettori Maga, scopriamo che pochi temono che il paese diventi meno bianco. Temono semmai che gli immigrati non siano incentivati ad assimilarsi.
Penso comunque che alcuni casi obblighino a considerare l’aspetto etnico. Uno riguarda lo scandalo delle frodi dei somali. Il dibattito non è che non vogliamo una particolare razza negli Stati Uniti, è che alcuni gruppi che abbiamo accettato legalmente per diverso tempo hanno ben poco interesse ad assimilarsi e dunque non dovremmo portarli sul nostro territorio. Penso che questo sia un riconoscimento che alcune tribù nel mondo non trovino adeguata sistemazione negli Stati Uniti e vedono questi ultimi più come un paese da sfruttare che uno in cui assimilarsi.
Un altro aspetto da considerare è che non viviamo più negli anni Sessanta, quando il paese era al 90% bianco e al 10% nero. Per la sinistra, la battaglia centrale per decenni è stata la riconciliazione fra bianchi e neri. Molti dibattiti, fino a Black Lives Matter, vertevano su una domanda: quali responsabilità hanno i primi verso i secondi? Siccome la composizione razziale del paese è profondamente cambiata, quel dibattito non è più saliente come un tempo. Credo che molta sinistra e la vecchia guardia dei conservatori provino nostalgia nei confronti della chiarezza di quell’epoca. Entrambi pensano a una mappa demografica del paese che non esiste più. Il vero problema è la frammentazione culturale fra i vari gruppi etnici arrivati negli ultimi decenni e se è ancora possibile recuperare il nazionalismo civico.
LIMES Se non lo è, anche la democrazia diventa impossibile?
PINKOSKI Questa è la vera sfida. Io penso che l’immigrazione sia una priorità politica proprio per questo motivo: se vogliamo un paese omogeneo, dove tutti condividono ideali civici e costituzionali, dobbiamo poter aggiustare l’immigrazione di conseguenza. Se accettiamo un milione di persone all’anno, per non parlare dell’immigrazione illegale, in un contesto già frammentato, rendiamo il compito più difficile.
LIMES A noi sembra che l’assimilazione non funzioni più tra gli americani di ceppo e proprio per quello che lei diceva poc’anzi: l’odio reciproco per chi non la pensa come te. È possibile la democrazia in queste condizioni?
PINKOSKI No. Se l’ambiente è così surriscaldato, se siamo così frammentati, non possiamo avere una democrazia funzionante. Avremo invece un forte Stato di sicurezza, per impedire alla violenza di esplodere. È un governo diverso, non democratico. Ecco perché i prossimi dieci anni sono decisivi: dimostreranno se l’esperimento della democrazia di massa è ancora possibile o se verrà gradualmente eroso e messo da parte nel nome della pace e della stabilità. Ecco perché dobbiamo seguire molto attentamente quel che accade negli Stati Uniti, perché sono un enorme esperimento politico per far funzionare l’intero sistema. Le tensioni e i conflitti continuano a montare. Il nuovo ordine tecnologico in cui abitiamo rafforza le identità etniche e le lealtà ideologiche. La digitalizzazione e le comunicazioni istantanee non consolidano l’uguaglianza. Non consolidano la libertà.
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